NOTE:

[1257] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 224.

[1258] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1259] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1260] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens.,

tom. 18 Rer. Ital.

[1261] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 6.

[1262] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1263] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1264] Corio, Istoria di Milano.

[1265] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom.

18 Rer. Ital.

[1266] Chron. Estense, ibid. Gazata, ibid.

[1267] Giovanni Villani, lib. 11 cap. 8.

[1268] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1269] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 19.

[1270] Anonym., Vit. Benedicti XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1271] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXV. Indiz. III.

BENEDETTO XII papa 2.

Imperio vacante.

Furono in quest'anno fatte istanze dal popolo romano a _Benedetto

XII_, perchè riconducesse in Italia la corte pontificia[1274]. Anche

_Lodovico il Bavaro_ gli fece penetrar le sue premure, per esser

rimesso in grazia della Sede apostolica; anzi lo stesso pontefice

il prevenne con amore paterno e con amorevoli esortazioni. Tutto era

disposto a fare questo buon pontefice, perchè condotto da spirito non

secolaresco, ma ecclesiastico, e non da ambizione ed interesse, ma

dal vivo desiderio del ben della Chiesa e della pace de' fedeli. Per

quanto osserva il Rinaldi, _Filippo re_ di Francia, secondo i suoi

fini politici, con aver dalla sua tanti cardinali franzesi, impedì

la venuta del santo Padre in Italia; ed esso re poi, e seco il _re

Roberto_, tante difficoltà trovarono, tanti rigiri fecero, che restò

frastornata la concordia col Bavaro suddetto. Se di sua libertà fosse

stato un pontefice di massime tanto diritte, gran vantaggio sarebbe

venuto alla Chiesa di Dio. Continuarono in quest'anno le loro imprese

i principi collegati di Lombardia, per partire fra loro le spoglie del

_re Giovanni_[1275]: intorno a che cominciarono a nascere fra loro gare

e discordie. Dovea essere Parma di _Mastino_ e d'_Alberto dalla Scala_;

ma _Orlando_ e _Marsilio de' Rossi_, conoscendo quanto _Azzo Visconte_

andasse innanzi agli Scaligeri in lealtà ed onoratezza, trattarono di

cedere a lui Parma e Lucca. Per questo fu vicina a rompersi la lega.

Interpostisi gli ambasciatori de' Fiorentini, perchè Mastino fece

di gran promesse di far loro rendere Lucca da _Pietro de' Rossi_,

stabilirono un accordo, per cui Parma toccasse a quei dalla Scala, e

ad Azzo Visconte si desse aiuto per conquistare Piacenza e Borgo San

Donnino. Fece Mastino di larghi patti ai Rossi[1276], e loro promise

quanto seppero desiderare, con obbligarsi eglino di fargli aver Lucca;

e però nel dì 4 di giugno dal consiglio generale di Parma fu dato il

dominio di quella città a' signori dalla Scala; e nel dì 20 o 21 d'esso

mese vi fece la sua entrata _Alberto Scaligero_ con gran copia di

cavalleria. Poscia nel dì 26 entrò lo stesso Scaligero con tutte le sue

forze nel territorio di Reggio, saccheggiando e bruciando dappertutto.

Riparo non aveano a questa rovina Guido e Roberto Fogliani signori

della città[1277]; e per conseguente intavolarono anch'essi un accordo

cogli Scaligeri, riportandone delle vantaggiose condizioni. Adunque

nel dì 3 di luglio entrarono essi Scaligeri in Reggio, e poi nel dì

11 d'esso mese ne diedero il possesso e dominio a _Guido, Filippino_

e _Feltrino da_ Gonzaga. Ma qui non serbò l'insaziabil Mastino i

patti della lega, perchè volle che i Gonzaghi riconoscessero da lui in

feudo quella città, e gli pagassero ogni anno a titolo di ricognizione

feudale un falcone pellegrino. Ne rimasero molto disgustati i Gonzaghi,

ma lor convenne inghiottir la pillola. Tentarono del pari i _marchesi

d'Este_ di ridurre alla loro ubbidienza Modena[1278], assegnata loro

in parte nella lega. Vennero perciò da Ferrara nel dì 15 di giugno

con armata numerosa di fanti e cavalli _Rinaldo_ e _Niccolò_ fratelli

estensi, e diedero il guasto a Fredo, Ramo, Campo Galliano ed altre

ville. Giunsero poi sotto la città, e fabbricarono una larga e forte

bastia con fosse, palancato e battifredi nel borgo di santa Caterina

ossia di Albareto. Perchè cadde infermo in questa spedizione il prode

marchese Rinaldo, si fece portare a Ferrara, dove nel dì ultimo

di decembre diede fine alla sua vita. Intanto il marchese Niccolò

s'impossessò di Formigine, Spezzano e Spilamberto; sicchè restò Modena

da tutte le parti stretta e bloccata dalle armi degli Estensi.

Maggiori furono in quest'anno i progressi di _Azzo Visconte_. Nel dì

25 del mese di luglio[1279] cavalcò col suo esercito verso la città

di Como, che era assediata dal vescovo fuoruscito di quella città.

Ne era signore _Franceschino Rusca_ ossia Ruscone, malveduto dal

popolo per le sue quotidiane ingiustizie, delle quali fa menzione

Buonincontro Morigia[1280]. Trovandosi egli alle strette, esibì quella

città al Visconte, che v'entrò, e in ricompensa gli lasciò per suo

patrimonio Bellinzona, con altri patti. Siccome fu detto di sopra

all'anno 1328, signoreggiava in Lodi un uomo vile, già di professione

mugnaio, cioè Pietro Tremacoldo, che colla strage de' Vestarini se

n'era fatto padrone. I cittadini, che gli portavano odio immenso

per le sue passate e presenti crudeltà, segretamente invitarono Azzo

Visconte a liberarli da quel tiranno. Marciò egli a quella volta nel dì

ultimo del mese d'agosto; da essi cittadini gli fu data una porta, e

dipoi con gaudio grande la signoria della città. Galvano Fiamma[1281]

scrive che con assedio e per forza l'ebbe. Il Tremacoldo fu condotto

prigione a Milano. Ognuno si credeva che di mala morte sarebbe perito;

ma il Visconte, non avendo mai dimenticato un servigio da lui fatto a

Galeazzo suo padre, gli diede la libertà, con obbligarsi egli di non

uscire mai più di Milano. Azzo ridusse in Lodi il vescovo e tutti gli

altri usciti, che erano circa tre mila, e quivi fabbricò poi un forte

castello, siccome ancora fece nella città di Como. Minacciò poscia

esso Visconte l'assedio alla nobil terra di Crema; e questo bastò

perchè quel popolo nel dì 18 di ottobre gli mandasse le chiavi. Nella

stessa maniera se gli renderono le castella di Caravaggio e Cantù,

e il borgo di Romano: ne' quali luoghi ancora fece fabbricar delle

fortezze. Sottopose poi alla città di Milano l'isola di Lecco, che

per quarant'anni era stata rubella a' Milanesi, e sopra il fiume Adda

fece piantare un ponte di pietre tagliate. Di questo passo camminava

la fortuna e l'industria d'Azzo Visconte, principe per le sue rare

virtù sopra gli altri commendato in questi tempi, la cui madre, cioè

_Beatrice Estense_, donna per senno, saviezza ed altre rare doti

amatissima da tutti, finì sua vita nel dì primo di settembre, e fu con

mirabil onore seppellita in una nobilissima cappella nella chiesa de'

Minori di Milano, senza che si verificasse ciò che volle predire di

lei Dante nel suo poema. Lasciò ella al figliuolo un valsente di più di

quaranta mila fiorini d'oro, senza gli altri preziosi arredi. Restava

solamente dinanzi agli occhi di Azzo Visconte la città di Piacenza,

ch'era tuttavia occupata dal presidio pontificio[1282]. Non volle, egli

a dirittura tentarne l'acquisto, ma diede braccio a Francesco Scotto,

figliuolo del fu Alberto signore di quella città, per farne uscire

quella guarnigione. Pertanto nel dì 25 di luglio divampò la congiura,

ed, alzato rumore, si venne all'armi. I Fontana e Fulgosi colla lor

fazione messi in fuga, andarono a fortificarsi in varie loro castella.

In questa guisa cessò il dominio della Chiesa romana in quella città,

e ne fu proclamato signore Francesco Scotto. Detto fu che ne' patti

da lui fatti con Azzo Visconte era stabilito di dover egli poi cedere

al medesimo Azzo quella città. Vero o falso che fosse, richiesto dal

Visconte di consegnargliela, diede per risposta un bel no; e però il

Visconte, tirati dalla sua i fuorusciti di quella città, somministrò

loro forze tali, che ad essi fu facile, prima che terminasse l'anno,

d'impadronirsi di tutte le castella del contado di Piacenza. Scrive

il Villani[1283] che quella città nel dì 27 di luglio si rendè al

Visconte; avergliela poi tolta gli Scotti, e che nel dì 15 di dicembre

del presente anno Azzo la ricuperò. La Cronica di Piacenza[1284]

ciò riferisce all'anno seguente, e con essa va d'accordo Galvano

Fiamma[1285], e del medesimo parere sono altri storici piacentini e

il Corio[1286]: laonde è da credere che sia scorretto il testo del

Villani, o ch'egli abbia preso abbaglio. Ne riparleremo perciò all'anno

seguente.

Ubbidiva tuttavia la città di Genova al _re Roberto_[1287]; ma siccome

città che in così sconcertati tempi piena sempre era di mali umori,

nè sapea governarsi in pace da sè, nè sapea sofferir lungamente

governo straniero, nel dì 24 di febbraio proruppe in una general

sollevazione e guerra civile, che durò sino al dì 28 di esso mese, in

cui i Ghibellini, rinforzati dagli uomini di Savona e della Riviera

occidentale, obbligarono i Fieschi ed altri Guelfi potenti ad uscire

della città e a ritirarsi a Monaco. Il capitano e presidio del re

Roberto senza alcun danno se ne partirono anch'essi. Raffaele Doria e

Galeotto Spinola furono creati capitani del popolo, e guerra incominciò

cogli usciti. In quest'anno nel dì 13 di giugno[1288] esso re Roberto

mandò un'armata di sessanta galee e d'altri legni a' danni della

Sicilia sotto il comando di _Giovanni conte_ di Chiaramonte, rubello

del _re Federigo_, e del conte di Corigliano. Altro non fecero che

dare il guasto alla valle di Mazara e alle coste di Trapani, Marsala,

Grigenti ed altri luoghi. Tante belle promesse fece in quest'anno

_Mastino dalla Scala_ ad Orlando e Marsilio dei Rossi esistenti in

Verona (alcuni aggiungono[1289] aver egli adoperate anche le minaccie),

che indussero _Pietro de' Rossi_ lor fratello a cedergli la città di

Lucca, con ritenere i Rossi Pontremoli e molte altre castella. Colà

mandò egli un vicario con cinquecento cavalieri a prenderne il possesso

nel dì 20 di dicembre, facendo intanto credere con lettere e parole

finte d'aver presa quella città per darla ai Fiorentini, siccome

per li patti della lega era tenuto. Ma era in Mastino la lealtà una

cosa forestiera; regnava in suo cuore la sola ansietà di dominare e

d'accrescere il suo stato: male nondimeno per lui; da ciò vedremo

essere poi seguita la sua rovina. Rapporta il Leibnizio[1290] una

cessione fatta nell'anno 1334 da _Giovanni re_ di Boemia a _Filippo

re_ di Francia di tutte le sue ragioni sopra la città di Lucca. Ma i re

franzesi d'allora non erano quei d'oggidì, nè l'Italia d'allora quella

che è a' di nostri; e perciò a nulla servì quel pezzo di carta. Nata

nel mese d'agosto discordia fra i conti di Montefeltro[1291], riuscì al

_conte Nolfo_ di torre il dominio d'Urbino al _conte Speranza_. Guerra

eziandio fu fra i Tarlati da Pietramala signori d'Arezzo e i Perugini.

Neri dalla Faggiuola levò ai primi Borgo San Sepolcro, e parimente i

Perugini nel dì 30 di settembre tolsero loro la Città di Castello.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 83 / 216 题