NOTE:

[1244] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1245] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1246] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital, Chron. Bononiense,

tom. eodem. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1247] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1248] Chron. Caesen., tom. 14, Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.

Ital.

[1249] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 226.

[1250] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1251] Raynaldus, in Annal. Eccles., n. 25. Giovanni Villani, lib. 10,

cap. 220.

[1252] Giovanni Villani, lib. 11 cap. 1.

[1253] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 213.

[1254] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital. Gazata,

Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1255] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1256] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer.

Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXIV. Indizione II.

BENEDETTO XII papa 1.

Imperio vacante.

Fu quest'anno, in cui finalmente tracollarono affatto gli ambiziosi

disegni del cardinale _Beltrando dal Poggetto_ legato pontificio.

Continuarono sì ostinatamente i marchesi d'Este[1258] anche nel

verno l'assedio d'Argenta, che que' cittadini per mancanza di viveri

si ridussero a capitolar la resa, se nel termine di otto giorni non

venisse loro soccorso dal legato. Di ciò avvisato il cardinale, spedì

quanta gente potè a quella volta; ma il _marchese Rinaldo_ era così ben

fornito d'uomini, di macchine e d'armi per terra, e di naviglio per Po,

che non poterono i nemici accostarsi giammai ad Argenta, e disperati

se ne tornarono indietro. Perciò Argenta nel dì 8 di marzo tornò

sotto il dominio de' marchesi. Fece in quello stesso mese il legato

una bastia alla torre di Portonaro. Allora i marchesi, infastiditi di

tanta persecuzione, incominciarono un segreto trattato coi Gozzadini,

Beccadelli ed altri loro amici bolognesi contra del legato[1259], ben

consapevoli dell'odio universale ch'egli si era guadagnato in quella

città per le tante estorsioni di danari, e per tener così spesso

occupato quel popolo nelle sue spedizioni militari, e per le avanie

ed insolenze continue de' suoi uffiziali e cortigiani, dai quali non

era salvo neppure l'onor delle donne. Mentre era impegnato l'esercito

d'esso cardinale nella fabbrica della detta bastia, mandarono i

marchesi della fanteria e cavalleria a dare il guasto al Bolognese

dalla parte di Cento (cosa non mai dianzi fatta da loro per rispetto

che portavano alla Chiesa), e fecero correre il terrore più innanzi.

Allora con simulate preghiere ricorsero i Bolognesi al legato,

acciocchè spedisse alla difesa di que' luoghi le soldatesche sue

rimaste in città, giacchè in essa città assai quieta niun bisogno ve

n'era. Così fece il cardinale. Ma non sì tosto fu uscita ed allontanata

quella gente, che nel dì 17 di marzo Brandaligi de' Gozzadini levò il

rumore, gridando: _Popolo, popolo; muoiano i traditori_[1260]. Fu in

armi tutto il popolo, e prese il palazzo della biada e il vescovato,

dove era il maliscalco del legato, che fuggì con altri uffiziali.

Quanti Franzesi si trovarono per la città, tutti furono messi a fil di

spada; rotte le carceri, riacquistarono la libertà tutti i prigioni;

e poscia fu assediato il legato nel suo castello. Non si tardò a

spedirne L'avviso ai marchesi di Ferrara per averne aiuto, ed essi

immantenente vi mandarono un buon corpo di fanteria e cavalleria.

Nello stesso tempo il popolo di Ferrara corse alla bastia fabbricata

dal legato, e dopo il saccheggio interamente la distrusse. Vennero ben

verso Bologna i soldati del legato per soccorrerlo, ed uccisero anche

molti Bolognesi; ma non poterono mutare il sistema delle cose. Durante

questo fier movimento, benchè i Fiorentini ne sguazzassero[1261],

siccome consapevoli del mal animo e dei disegni d'esso legato anche

contra di loro; pure, credendo di farsi onore col papa, inviarono senza

indugio a Bologna quattro ambasciatori con trecento cavalieri ed alcune

schiere di fanti, i quali con preghiere e lusinghe indussero il popolo

bolognese ed il legato alla concordia, con che egli se ne andasse

libero con tutti i suoi e con tutto il suo avere. Nella seconda festa

di Pasqua grande, cioè nel dì 28 di marzo, s'inviò il legato con gran

tesoro nelle some e con sua famiglia, scortato da' Fiorentini, alla

volta di Firenze; ma accompagnato ancora dalle fischiate e villanie

sonore della plebe bolognese. In Firenze fu accolto coll'onore dovuto

ad un pari suo; ma non accettò il regalo di due mila fiorini che

volle fargli quel comune. Passò dipoi a Pisa, e per mare in Provenza,

dove disse, per ricompensa del buon servigio, quanto male seppe de'

Fiorentini, attribuendo loro il mal successo dell'impresa di Ferrara;

dal che erano tutte procedute l'altre pessime conseguenze. Circa i

medesimi tempi giunse ad Avignone anche _Giovanni cardinale degli

Orsini_, altro legato del papa, il quale non raccontò se non guai della

sua legazione. Intanto il popolo di Bologna, continuato l'assedio

del castello del legato, lo ridusse alla resa nel mese di aprile, e

corse a furore a smantellarlo, senza lasciarvi pietra sopra pietra.

La Romagna tutta restò in ribellione, e in gran terrore le poche città

che tenevano per la Chiesa e pel _re Giovanni_. Ed ecco dove andarono a

terminar le tante guerre fatte da papa _Giovanni XXII_ per servire alle

politiche idee di _Roberto re_ di Napoli, che mirava a stendere l'ali

dappertutto: guerre sostenute colla spesa di più milioni, tutto sangue

del clero dei regni cristiani, impiegato in che? in guerre che recarono

per corso sì lungo la desolazione e infiniti affanni all'Italia tutta.

Egli non conquistò l'altrui, e perdè molto del proprio, lasciando

intanto in somma confusione Roma e il resto degli Stati della Chiesa,

per la sua sempre deplorabil residenza di là da' monti, e lungi dalla

particolar greggia a lui commessa da Dio.

Restavano tuttavia fedeli al _re Giovanni_ in Lombardia le città di

Cremona, Parma, Reggio e Modena, perchè governate da chi si professava

vicario di lui. Laonde i principi collegati si mossero per effettuare

interamente il partaggio fatto fra loro di esse città[1262]. Già

_Mastino dalla Scala_ avea mossa guerra a Parma, che dovea essere sua.

Erano confederati seco i Correggeschi fuorusciti di quella città, e

questi, coll'aiuto delle genti di Mastino, presero Brescello, e lo

fortificarono nel dì 18, oppure 20 di gennaio[1263]. Ma essendo essi

nel dì 23 di febbraio venuti a danneggiare il Reggiano, i Fogliani,

signori della città, usciti colle lor forze, li posero in rotta, con

far bottino per più di dieci mila fiorini, e condurre prigionieri

Gotifredo e Niccolò da Sesso, Ettore conte di Panigo, Giovanni de'

Manfredi ed altri nobili, che poi furono riscattati da Mastino collo

sborso di sei mila e secento fiorini d'oro. Nel dì 7 di marzo[1264]

la città di Vercelli per ispontanea dedizione di quel popolo venne in

potere di _Azzo Visconte_. Poscia nel dì 22 d'aprile esso Visconte unì

le sue armi con quelle de' marchesi estensi[1265], de' signori dalla

Scala e de' Gonzaghi, e formato un esercito di trenta mila combattenti

tra cavalleria e fanteria, con sei mila carra, passò all'assedio di

Cremona. Signore di quella città era _Ponzino de' Ponzoni_, che fece

gagliarda difesa; ma veggendo egli oramai guastato tutto il paese,

e crescendo le angustie della città, capitolò una tregua, per cui

prometteva di rendere Cremona ad Azzo Visconte, se nello spazio di due

mesi e mezzo non veniva esercito del re di Boemia, capace di rimuovere

quell'assedio; e diede buoni ostaggi per questo. Finì poi il tempo

della tregua, senza che comparisse aiuto alcuno del re Giovanni; e

però Cremona pacificamente nel dì 15 di luglio si sottomise al dominio

del Visconte. Mentre durava la tregua suddetta, nel dì 7 di maggio

venne l'esercito de' collegati a dare il guasto al Reggiano sino alle

porte della città, e stette in quelle contrade sino al dì 20, facendo

immensi mali. Altrettanto poi fecero al contado di Modena. Nel dì

primo di giugno tornarono sul Reggiano, e di là sul Parmigiano a dì

6 d'esso mese, desolando dappertutto con quella spietata forma di

guerra che era in uso a quei tempi, e fa orrore oggidì al solo udirla.

Intanto _Marsilio dei Rossi_ sotto mano a forza d'oro avea tramato

un tradimento colle brigate tedesche de' collegati[1266], gente senza

fede: il che vien confermato da Giovanni Villani[1267], con aggiugnere

che il trattato fu incominciato dal _cardinal Beltrando_, legato il

quale avea depositati dieci mila fiorini d'oro da pagare, se que'

ribaldi prendevano i capi della armata, e massimamente Mastino dalla

Scala; del che fu egli avvertito a tempo. Ora certo è che nel dì 7 di

giugno suddetto nacque gran rumore nel campo collegato, e di gravissimi

sospetti insorsero: laonde si divise quell'esercito, ed ognuno tornò

con paura alle sue case; e ventotto bandiere d'essi Tedeschi vennero

allora in Parma al servigio de' Rossi. Poscia nel dì 12 d'agosto le

genti dello Scaligero assediarono Colorno, terra del Parmigiano, e se

ne impadronirono nel dì 25 d'ottobre; essendo ben usciti i Rossi con

grande sforzo per soccorrerlo, ma senza poterlo effettuare, perchè

v'era Mastino dalla Scala in persona con tutte le sue forze, che ben

munito di fosse e steccati non volle azzardar la battaglia. Nè si dee

tacere che la città di Bologna, la qual dopo la cacciata del legato si

credea di dover godere giorni felici, perchè ridotta in libertà[1268],

si trovò in istato peggiore di prima; e ciò per ambizione dei più

potenti cittadini, e la rinata discordia fra quelle famiglie. Taddeo

Pepoli e Brandaligi dei Gozzadini voleano dominar sopra gli altri.

Però nel dì 8 d'aprile si venne all'armi in quella città, e molti

furono confinati. Ma peggio accadde nel dì 2 di giugno, perchè le due

fazioni principali, cioè la Scacchese dei Pepoli, e la Maltraversa de'

Sabbattini, Beccadelli, Boatieri ed altri, vennero a battaglia fra

loro, e gli ultimi rimasero sconfitti. Furono, secondo il Villani,

mandate ai confini circa mille e cinquecento persone; ed era quella

città in pericolo di disfarsi, se i Fiorentini non avessero mandato

colà ambasciatori e genti d'arme che rimediarono alla loro vacillante

fortuna.

Infermossi nell'autunno di questo anno papa _Giovanni XXII_ in

Avignone, ed arrivò al fine di sua vita nel dì 4 di dicembre, in età

di circa novanta anni, con molta divozione e compunzion di cuore.

Lasciò egli una memoria assai svantaggiosa di sè stesso presso i

Tedeschi, ma più presso gl'Italiani. L'aver egli mostrata della

pendenza a negare la vision beatifica de' santi prima del finale

giudizio, fece molto sparlare di lui. La verità è, ch'egli prima di

morire chiaramente protestò di non tener tale opinione, anzi dichiarò

il contrario; siccome ancora è fuor di dubbio ch'egli non incorse in

errore nella quistione della povertà de' frati minori, per la quale

tanti d'essi, infatuati del loro scolastico sapere, si rivoltarono

empiamente contra di lui insieme col loro generale Michele da Cesena.

Ma per quel che riguarda il governo economico della Chiesa di Dio,

dei gran conti egli ebbe da fare con chi giudica indispensabilmente

ciascuno. Un papa sì dedito per tutta la sua vita alle guerre e alle

conquiste di stati temporali, rallegrandosi oltre modo dell'uccision

de' nemici, davanti a Cristo sì grande amator della pace, e che non

cercò mai regni terreni, dovette far pure la brutta comparsa. E tanto

più per la gran sete ch'egli ebbe di raunar tesori, e per vie che

non possono mai lodarsi, ed è da desiderare che più non trovino degli

imitatori. Giovanni Villani, informatissimo della corte pontificia, ci

assicura[1269] ch'egli, se vacava pingue arcivescovato o benefizio,

non badava ad elezione alcuna; ma promoveva ad esso un arcivescovo

o vescovo men grasso, e a quest'altro vescovato un altro; in maniera

che sovente la vacanza d'una chiesa si tirava dietro la permutazione

di cinque o sei chiese: tutto per cavar danari da tante collazioni.

Ed ha ben tuttavia l'Italia (per tacere degli altri paesi) di che

lagnarsi di questo pontefice. Per lo spazio di mille e trecento anni

il clero e popolo delle città, oppure il solo clero avea eletto ed

eleggeva i sacri pastori. Quanto operasse san Gregorio VII papa nel

secolo undecimo, per restituire ai medesimi questo diritto, l'abbiamo

già veduto. Lo tolse loro papa Giovanni XXII, con riservare a sè tali

elezioni, sotto pretesto di levar le simonie: laddove tanti altri

pontefici, e pontefici santi, contenti di detestare e proibire quel

vizio, non aveano nel resto voluto pregiudicare all'antichissima

disciplina della Chiesa. Inoltre fu egli il primo ad inventar le

annate, che tuttavia durano, e fecero allora gridar molto le ignoranti,

ma più le dotte persone. Parve ancora che eccedesse nel ridurre in

commende tanti monisteri e chiese. In somma tra per questi ed altri

mezzi _trasse e ragunò infinito tesoro_; ed oltre alle tante somme da

lui spese in guerre, per attestato del suddetto Villani, si trovarono

nel suo erario _diciotto milioni di fiorini d'oro_ in contanti; e

_sette_ altri milioni in tanti vasi e gioielli: di modo che esso

Villani ebbe a dire: _Ma non si ricordava il buon uomo del vangelo di

Cristo, dicendo ai suoi discepoli: Il vostro tesoro sia in cielo, e non

tesaurizzate in terra._ Ma il detto tesoro diceva egli di ragunarlo per

l'impresa di Terra santa, che Filippo re di Francia fingeva di voler

fare, per divorar intanto le decime del clero. Se a lui giovasse sì

fatta scusa nel tribunale di Dio, a me non tocca di dirlo. Raunatisi

poi i cardinali, vennero nel dì 20 di dicembre all'elezione d'un nuovo

pontefice[1270], e questi fu il cardinal _Jacopo Furnier_, ossia del

Forno, da Saverduno diocesi di Pamiers, che dianzi era stato monaco

cisterciense, personaggio assai dotto nella teologia, d'incorrotti

costumi, di sante intenzioni. Prese il nome di _Benedetto XII_, nè

tardò a rivocar le tante commende di vescovati e badie fatte dai suoi

predecessori, salvo ai cardinali; e si applicò con zelo a riformare

gli abusi introdotti, a rimettere in buono stato il monachismo, e a

provveder di degni pastori le chiese. In quest'anno ancora, allorchè il

legato si trovava confinato in castello dai rubellati Bolognesi[1271],

_Ricciardo de' Manfredi_ s'impadronì delle città e fortezze di Faenza

ed Imola, e ne fu proclamato signore senza ingiuria ed offesa di que'

cittadini. Anche i _Malatesti_ nel dì 21 di marzo tolsero al marchese

d'Ancona la città di Fossombrone. In quest'anno[1272] frate Venturino

da Bergamo dell'ordine de' Predicatori, missionario, andò per le città

di Lombardia e Toscana predicando la penitenza e la pace, ed ebbe

gran seguito di persone, che vestite con cotta o cappa bianca, con

una colomba di ricamo sul mantello, in numero di più di dieci mila

arrivarono seco fino a Roma. Fece di gran bene; ma non gli mancarono

persecuzioni ed accusatori alla corte pontificia. Per questo fu

chiamato ad Avignone, dove giustificò la sua credenza; ma perchè egli

avea pubblicamente disapprovata la lontananza de' papi da Roma, gli fu

impedito il tornare al suo santo ministero. Ne parla ancora un anonimo

scrittore delle cose di Roma, da me dato alla luce[1273].

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 82 / 216 题