NOTE:

[1216] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 186.

[1217] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni

Villani, lib. 10, cap. 188.

[1218] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1219] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1220] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 199.

[1221] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1222] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 211.

[1223] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1224] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1225] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital. Johannes de

Bazano, tom. 9 Rer. Italic. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

[1226] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1227] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 9 Rer. Ital.

[1228] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.

[1229] Chronic. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1230] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1231] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1232] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.

[1233] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1234] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 207.

[1235] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1236] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1237] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Hist. tom. 12 Rer.

Ital.

[1238] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1239] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 210.

[1240] Corio, Istoria di Milano. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap.

370.

[1241] Annal. Mediol., tom. 15 Rer. Ital.

[1242] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1243] Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXIII. Indiz. I.

GIOVANNI XXII papa 18.

Imperio vacante.

Per la vittoria riportata nel precedente novembre dal _principe Carlo_

a San Felice colla sconfitta dell'esercito estense[1244], _Beltrando

cardinale_ legato, siccome persona di niuna fede, dimenticando

l'investitura di Ferrara data agli Estensi, si figurò venuto il beato

giorno di aggiugnere ancor quella città alle sue conquiste. Però fece

muover guerra dagli Argentani a' Ferraresi nel mese di gennaio, e poco

appresso, senza disfida alcuna, anche egli spedì le sue genti a dare

il guasto al territorio di Ferrara. Avvenne che nel dì 6 di febbraio

stando il _marchese Niccolò_ a Consandolo[1245], facendo la guardia

a quella Stellata, arrivarono colà le milizie del legato, e diedero

battaglia. Accorse armato il marchese; ma, cadutogli il cavallo in

un fosso, fu preso e condotto con altri nelle carceri di Bologna, e

la Stellata venne in poter de' nemici. Questo felice colpo facilitò

all'armata pontificia il passaggio del Po; e però senza contrasto

giunse fin sotto Ferrara, e postatasi nel borgo di sotto e sul Polesine

di Santo Antonio, cinse quella città d'assedio. Tutti i primati della

Romagna colle genti di quella provincia e di Bologna, per ordine del

legato, vennero a quell'impresa. Un grosso naviglio ancora fu spedito

per Po a' danni di quella città, che venne bersagliata dalle macchine

militari, e tentata con varii assalti per più di nove settimane.

Implorarono in tante angustie i marchesi il soccorso de' principi

confederati, i quali, perchè troppo premeva loro che non cadesse

nelle mani dell'ambizioso legato così importante città, vi spedirono

cadauno un corpo di cavalleria e fanteria. Ne mandò _Azzo Visconte_

lor cugino, ne mandarono i Gonzaghi, i Fiorentini, ma più _Mastino

dalla Scala_. Appena furono entrati in Ferrara questi rinforzi,

che, tenuto consiglio di guerra, fu risoluto di dare nel dì seguente

addosso a' nemici. Però nel felicissimo giorno 14 d'aprile il _marchese

Rinaldo_, lasciato alla guardia della città il _marchese Obizzo_ suo

fratello, fu il primo ad uscire coi coraggiosi Ferraresi, e percosse

nei nemici[1246]. Gli tennero dietro tutti gli altri campioni, e sì

vigoroso fu l'assalto, che in breve andò in rotta tutto il potente

campo pontificio con vittoria sì segnalata, che fu comparabile colle

migliori di quel secolo. Alcune migliaia di persone vi restarono uccise

od annegate, prese più di due mila, guadagnati duemila cavalli, con

immenso bottino di bagaglio, armi ed arnesi da guerra, e gran quantità

di navi. Fra i prigioni si contarono il _conte d'Armignacca_ venuto di

Francia per maresciallo dello esercito papale, due nipoti del legato,

l'uno dei quali suo camerlengo, _Malatesta_ e _Galeotto_ da Rimini,

_Ricciardo_ e _Cecchino de Manfredi_ da Faenza, _Ostasio da Polenta_

da Ravenna, _Francesco degli Ordelaffi_ da Forlì, i _conti di Cunio_

e _Bagnacavallo, Lippo degli Alidosi_ da Imola, tutti gran signori

sotto l'ubbidienza del legato, ed altri nobili di Bologna e Romagna.

L'avvocato di Trivigi conferì in sì felice giornata l'ordine della

cavalleria al marchese Rinaldo, ed egli poi fece cavalieri il marchese

Obizzo suo fratello ed altri suoi parenti. Paga doppia fu sborsata

ai soldati, e nel dì 18 di giugno le genti dei marchesi diedero una

rotta anche agli Argentani e ad altra gente del legato: del che fu gran

rumore ed urli in Argenta.

Considerabil perdita fece nella sconfitta di Ferrara il cardinal

legato; e pure peggiori ancora ne furono le conseguenze[1247]. De'

prigioni fatti, e tutti ben trattati, ritennero i marchesi estensi

il solo conte di Armignacca, che dopo trentatrè mesi di prigionia

col pagamento di cinquanta mila fiorini d'oro si riscattò. I nipoti

del legato con altri nobili guasconi furono cambiati col _marchese

Niccolò_, che era prigione in Bologna. Tutti gli altri gran signori

della Romagna ebbero da lì a non molto la libertà senza riscatto

veruno, ma con segreti patti e promesse fatte ai marchesi, che vennero

presto alla luce, benchè fingessero di essere liberati collo sborso

di molta moneta, mostrandosi poi corrucciati contro al legato, che

un soldo non volle spendere per la loro liberazione. Ora _Malatesta_

e _Galeotto_ dei Malatesti[1248], dacchè furono liberi, segretamente

fecero pace e lega con _Ferrantino_ e cogli altri della lor casa;

e nel mese d'agosto diedero principio alla ribellione contra del

cardinale legato, assistiti da varii rinforzi venuti loro da Arezzo,

dalla Marca e da Ferrara. Presero tutto il contado di Rimini, e nel dì

17 di agosto assediarono la stessa città, dove entrarono vittoriosi

nel dì 22 di settembre, con ispogliare e cacciarne il presidio del

legato. Nello stesso tempo _Francesco degli Ordelaffi_[1249] penetrato

occultamente entro un carro di fieno in Forlì, e, mossa a rumore la

terra, se ne impadronì nel dì 12, oppure 19 dello stesso settembre, e

pienamente ancora ebbe il dominio di Forlimpopoli. Parimente _Ghello

da Calisidio_ nel dì 25 del medesimo mese fece rivoltar Cesena. La

guarnigion pontificia si rifuggì nel forte castello, e lo difese sino

al giorno 4 del seguente gennaio, in cui a buoni patti lo rendè agli

assedianti. E tuttochè, il legato con un esercito di due mila cavalli

e sei mila pedoni entrasse nel territorio di Cesena, e vi prendesse

molte castella, pure niun tentativo fece per ricuperar quella città.

Poscia nel mese di ottobre _Ostasio_ e _Ramberto_ da Polenta occuparono

_Ravenna_, _Cervia_ e _Bertinoro_, ed apertamente si ribellarono

al cardinale legato. Ecco i frutti della guerra da lui mossa contro

la buona fede ai marchesi di Ferrara[1250]; i quali nel novembre di

quest'anno mandarono un grosso esercito per terra e per Po addosso

alla città d'Argenta. Perchè il ponte fabbricato da quel popolo non si

potè rompere con tutte le pruove dell'armi, il marchese Rinaldo, fatta

tagliare gran copia di salici, la lasciò andar giù per la corrente del

fiume; e questa affollata al ponte, tenendo in collo l'acqua, lo ruppe

in fine. Dopo di che si formò l'assedio di quella città, che durò sino

all'anno seguente.

Si vide sconvolta Roma in questi tempi per le nemiche fazioni de'

Colonnesi ed Orsini. Furono uccisi a tradimento Bernardo e Francesco

Orsini da Stefano dalla Colonna figlio di Sciarra[1251]. Corse

colà _Giovanni cardinale_ Orsino, legato apostolico in Toscana, ed,

abusandosi della sua autorità, fece colle forze della Chiesa, viva

guerra ai Colonnesi, del che fu ripreso da _papa Giovanni_, con

ordinargli di ritornare al suo uffizio. Una fierissima disavventura

occorse nel giorno primo di novembre alla città di Firenze, creduta da

alcuni gastigo di Dio, per l'enorme dissolutezza che regnava allora

in quella città[1252]. Essendo caduto uno smisurato diluvio d'acque,

l'Arno spaventosamente si gonfiò, ed, uscito degli argini, inondò gran

tratto di paese. Seco trasse alberi e legnami in tal copia, che fatta

rosta ai ponti di Firenze, li fracassò, ed altamente allagò la maggior

parte della città e il territorio tutto fino a Pisa. Inestimabile fu

il danno recato a quella città e a tanto paese, per la morte di molte

centinaia di persone e d'infinito bestiame, guasto di case, palagi

e magazzini; di maniera che que' popoli si crederono come giunti al

giudizio finale. Se non eguali, grandi nondimeno furono i danni recati

anche dal Tevere ai contadi di Borgo San Sepolcro, Perugia, Todi,

Orvieto, Roma ed altri luoghi: il che diede occasion di disputare

in Firenze, se tanti disordini venissero da cagion naturale, oppure

miracolosamente dalla mano di Dio. Ma questo medesimo flagello ha

patito Firenze con altri luoghi della Toscana nel principio di novembre

dell'anno 1740. Le nevi cadute troppo di buon'ora ai monti, che per non

essere dal freddo indurate, facilmente si squagliano al primo vento

caldo, quelle sono che cagionano sì fatte stravaganze. Però guardati

da nevi abbondanti fioccate sul fine d'ottobre, o sul principio di

novembre.

Nel gennaio dell'anno presente[1253] _Carlo figliuolo del re di Boemia_

andò a Lucca. Gran festa fecero i Lucchesi per la sua venuta; ma in

breve lor venne freddo, perchè egli pose loro una colta di quaranta

mila fiorini d'oro, e a gran fatica ne ricavò venticinque mila.

Tornossene presto in Lombardia, perchè il _re Giovanni_ suo padre calò

di Francia in Piemonte con ottocento cavalieri scelti di oltramonte.

Nel dì 26 di febbraio giunse il re a Parma, e di là si mosse nel

dì 10 di marzo per dare soccorso al castello di Pavia, assediato da

_Azzo Visconte_. V'introdusse egli bensì qualche vettovaglia, ma senza

poter fare sloggiare il nemico esercito, ch'era fortemente affossato

e trincierato intorno al castello[1254]. Partito ch'egli fu, seguitò

l'assedio; e finalmente o per l'esca dell'oro, o per difetto di viveri,

esso castello nel mese di giugno capitolò la resa al Visconte, salve

le persone. Restarono padroni di quella città i Beccheria, e in parte

lo stesso Visconte. _Giovanni_ suo zio, vescovo e signor di Novara,

circa questi tempi seppe così ben maneggiarsi alla corte pontificia,

che ottenne l'amministrazione dell'arcivescovato di Milano, con pagare

annualmente all'_arcivescovo Aicardo_ bandito mille e cinquecento

fiorini d'oro. Dopo di che si diede a ricuperare i diritti di quella

chiesa, a rifare il palazzo archiepiscopale, a fabbricar nuovi palagi

e case, e a tenere una magnifica corte in Milano: con che la fortuna

e grandezza de' Visconti ogni dì saliva più in alto. Ora il re di

Boemia col suo esercito, accresciuto da' Piacentini e dagli altri suoi

fedeli, cavalcò sul distretto di Milano, distrusse Landriano, e diede

il guasto a gran tratto di paese, sperando pure di tirar a battaglia

Azzo Visconte; ma questi si guardò di dargli un tal gusto. Passò il

re fino a Bergamo, dove trovò quel popolo e presidio ben preparato a

difendersi. Fecesi poi una tregua fra lui e i collegati. Nel mese di

giugno si portò a Bologna[1255], accompagnato da' suoi vicarii, cioè

da _Orlando Rosso_ di Parma, _Manfredi Pio_ di Modena, _Guglielmo

Fogliano_ di Reggio, e _Ponzino de' Ponzoni_ di Cremona, e quivi col

cardinale legato strinsero lega contra tutti i nemici del papa e del re

di Boemia. Due volte fu a Lucca, città che i figliuoli di Castruccio

tentarono in quest'anno di torgli, ma non la poterono tenere. Un buon

salasso ogni volta diede alle borse di quel popolo, ed ivi lasciò per

signore, o vicario _Marsilio_ (o piuttosto _Pietro_) _dei Rossi_, con

ricavare da lui trentacinque mila fiorini d'oro. Così avea venduto agli

altri il vicariato delle altre città. Suo costume fu ancora di alienare

con gran franchezza i beni de' comuni, e d'infeudare le castella,

perchè era liberalissimo verso i suoi uffiziali, e nello stesso tempo

assai povero, e tutto dì lo strigneva il bisogno di moneta. Giacchè

durava la tregua, nel dì 5, oppure 19 di ottobre andò a Verona[1256],

dove con sommo onore, ma non senza meraviglia di molti, fu accolto da

_Alberto_ e _Mastino_ fratelli dalla Scala, e magnificamente regalato

da essi. Da lì a due giorni, accompagnato da Marsilio da Carrara sino

alla Chiusa, passò in Germania, bastevolmente disingannato delle sue

grandiose idee di farsi qui un altro regno. Dicea di volerci ritornare,

ma non ne trovò mai più la via; e gl'Italiani non si curarono punto

di lui, giacchè non aveano riportato da lui se non aggravii e danni.

Carlo suo figliuolo l'avea preceduto nel medesimo viaggio, ed era

anch'egli verso la metà d'agosto passato per Verona, con ricever ivi

magnifici trattamenti e bei regali dagli Scaligeri. Grandi controversie

erano state fin qui fra _Carlo Uberto re_ d'Ungheria e _Roberto re_

di Napoli[1257], pretendendo il primo come suo retaggio il regno

napoletano, per essere figliuolo di _Carlo Martello_ primogenito del

_re Carlo II_, laddove Roberto era secondogenito di esso re Carlo

II. Si composero tali differenze solamente nel presente anno, perchè

Roberto non avendo di sua prole se non due nipoti, nate dal fu duca

di Calabria _Carlo_ suo figliuolo, promise in moglie la primogenita

_Giovanna_ ad _Andrea_ primogenito del suddetto re Carlo Uberto. Venne

perciò lo stesso re d'Ungheria per mare col figliuolo, di età allora

di soli sette anni, nel regno di Napoli, e quivi con dispensa del papa

seguì il magnifico loro sposalizio. Se ne tornò in Ungheria il padre, e

Andrea rimase in Napoli nella corte del re Roberto, zio e suocero suo.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 81 / 216 题