NOTE:

[1201] Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330, num. 39.

[1202] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 173.

[1203] Bonincontr. Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.

[1204] Gazata, Chronic. Regiens., tom. 18 Rerum Ital. Bonincontrus,

Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1205] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon, tom. eod. Idem., in Manipul.

Flor., cap. 369.

[1206] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1207] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 170.

[1208] Gazata, Chron. Regiens, tom. 18 Rer. Ital.

[1209] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Histor.,

tom. 12 Rer. Ital.

[1210] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10,

cap. 181. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Italic.

[1211] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1212] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 179. Cronica Riminese, tom. 15

Rer. Ital.

[1213] Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1214] Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.

[1215] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXII. Indiz. XV.

GIOVANNI XXII papa 17.

Imperio vacante.

Benchè i marchesi d'Este _Rinaldo_, _Obizzo_ e _Niccolò_, signori di

Ferrara, si fossero molto prima d'ora concordati con papa Giovanni,

pure solamente in quest'anno fu dato compimento ad essa concordia.

Nel mese di giugno vennero le bolle del vicariato di Ferrara,

loro conceduto da esso pontefice[1218], con obbligo non di meno

di rimettere in mano del cardinale legato la terra ossia la città

d'Argenta. Diede esecuzione esso legato alle lettere papali, riebbe

Argenta, e nel febbraio seguente fu levato l'interdetto dalla città di

Ferrara[1219]. Che frutto ricavassero da questo accordo i marchesi, lo

vedremo all'anno seguente; intanto abbiamo, che essi si spogliarono

della suddetta Argenta; il legato promise loro gran cose, e nulla

poi attenne. Parlano gli Annali Bolognesi delle feste e falò fatti

in Bologna, perchè nello stesso mese di febbraio vennero lettere

pontificie che assicuravano quel molto credulo popolo, come era

risoluta la venuta del pontefice in Italia, e fissata la sua residenza

in quella città[1220]: tutte cabale del _cardinale Beltrando_ dal

Poggetto, il quale creato conte della Romagna e marchese della marca

d'Ancona, ad altro non attendeva che a stabilir bene in suo pro que'

principati, anzi ad accrescerli, e macchinava tutto dì la rovina de'

marchesi estensi e degli stessi Fiorentini, e di chiunque si mostrava

contrario a _Giovanni re_ di Boemia, seco collegato. Tenne poscia nel

dì 18 di marzo un general parlamento in Faenza[1221], e nel dì 26 andò

a prendere il possesso di Forlì, sicchè in Romagna non vi restò città

o signore che non fosse ubbidiente a' suoi cenni. Ma perciocchè in

Bologna i saggi si vedevano alla vigilia di perdere affatto l'antica

libertà, e di divenire schiavi perpetui del legato, tra pel giogo

imposto loro col fortissimo castello quivi fabbricato, e per la lega

contratta da lui col re di Boemia, probabilmente loro scappò detta

qualche parola non ben misurata, per cui, insospettitosi il cardinale,

finse di voler parlare con Taddeo de' Pepoli, Bornio de' Samaritani,

Andalò de' Griffoni e Brandalisio de' Gozzadini, cittadini potenti di

quella città, e li trattenne prigioni. Se non li rilasciava presto,

già il popolo avea cominciato a tumultuare, ed era imminente una gran

sedizione. Abbiamo dal Villani[1222] che nel novembre il re Giovanni

di Boemia andò ad Avignone per abboccarsi col papa: del che ebbe gran

gelosia il _re Roberto_, e voleva impedire la di lui andata. Ma piacque

il contrario al pontefice, il quale fece due diverse figure, mostrando

di esser in collera col Boemo, e sgridandolo per gli acquisti fatti in

Italia, quando nello stesso tempo per quindici dì era ciascun giorno

a segreto consiglio con lui, e fece varie ordinazioni, che col tempo

vennero alla luce. Tutto era allora simulazione e dissimulazione in

quella corte; e di questa arte poi poteva leggere in cattedra il

cardinale Beltrando legato di Bologna, Romagna e marca d'Ancona.

Intanto i principi di Lombardia collegati contra del re di Boemia

non istavano oziosi. Secondo i patti della lega, che la Cronica

di Verona[1223] dice fatta, o confermata nel dì 22 di novembre di

quest'anno, ad _Azzo Visconte_, pel partaggio fatto tra loro[1224],

dovea toccare Bergamo e Cremona; ad _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_,

Parma; ai _Gonzaghi_, Reggio; e Modena ai _marchesi estensi_. Mastino

dalla Scala avea già ricevute segrete lettere dai primati guelfi

di Brescia[1225], che l'invitavano all'acquisto di quella città,

disgustati dal re di Boemia, per aver egli contra i patti fabbricata

quivi una fortezza, ed impegnata la riviera di Garda ai nobili da

Castelbarco; avea anche donate varie castella di quel distretto a' suoi

uffiziali, e staccata la giurisdizione di Val Camonica dalla città.

Ora Mastino, messi in campagna due mila scelti cavalli e gran corpo

di fanteria, parte de' quali era di _Obizzo marchese_ d'Este[1226],

che accorse in persona ad aiutar Mastino, e fingendo che venissero da

Asola, terra allora posseduta dal legato sui confini del Bresciano,

sotto il comando di Marsilio da Carrara li fece la mattina del dì

15 di giugno arrivare alle porte di Brescia[1227]. Portavano finte

bandiere della Chiesa, e gridavano: Viva la Chiesa. Furono tosto in

armi i Guelfi della città, e corsero ad aprire per forza la porta di

San Giovanni, per cui entrata la gente di Mastino, cominciò a gridare:

_Viva la Chiesa, e muoia il re_. Allora si rifugiarono nel castello

i soldati del re Giovanni; ma perchè non era esso ben provveduto, e

si diede un feroce assalto a quegli uffiziali, non già coll'armi, ma

coll'esibizion di danaro[1228], nel dì 4 di luglio lo renderono, e se

n'andarono pei fatti loro. I Ghibellini di quella città, fuorchè pochi

scappati nel castello, se ne stavano quieti; ed ancorchè sentissero

gridare: _Viva Mastino dalla Scala_, si credevano assai sicuri al

sapere che lo Scaligero era gran caporale della lor fazione, ma

restarono ingannati. Mastino, che non ascoltava se non i consigli della

propria ambizione, li sagrificò all'odio de' Guelfi (così d'accordo ne'

patti); cioè permise che per tre giorni i Guelfi infierissero contra

d'essi Ghibellini[1229], molti de' quali rimasero uccisi, e gli altri

forzati a fuggire fuori della città. Una gran percossa ebbe in tal

congiuntura la già sì potente famiglia de' Maggi. Così la nobil città

di Brescia venne in potere dei signori dalla Scala.

Sconvolta era eziandio la città di Bergamo per le fazioni civili[1230].

_Azzo Visconte_ signor di Milano nel mese di settembre si portò

coll'esercito suo colà, e nel dì 27 di quel mese (non so se per assedio

o per amichevol trattato) ne acquistò la signoria, togliendola alle

genti del re di Boemia. Nella Cronica Estense[1231] è scritto che

vi perirono molti dell'armata sua. Egli poi v'introdusse i Rivoli ed

altri fuorusciti, e volle che fosse pace fra tutti: dal che gli venne

gran lode. Erasi mosso da Parma _Carlo figliuolo del re boemo_, por

dar soccorso a Bergamo; ma, per paura d'azzardar troppo, se ne tornò

indietro. Nello stesso settembre[1232] il Visconte, gli Scaligeri, i

marchesi estensi e i Gonzaghi strinsero la lega col comune di Firenze

e col _re Roberto_: tutti contro al Bavaro e al re di Boemia, e a chi

desse loro aiuto e favore, facendosi gl'Italiani segni di croce al

mirare in lega potenze dianzi sì nemiche e di mire affatto opposte.

Pensavano anche i marchesi estensi alla conquista di Modena, destinata

ad essi in lor parte. Nè mancava la pazza discordia di malmenare ancora

questa città. Già ne erano esclusi e fuorusciti i nobili Rangoni,

Grassoni, Boschetti e signori da Sassuolo. Nel gennaio di questo anno

erano stati mandati a' confini altri nobili[1233], ed altri verso il

dì 22 di giugno malcontenti se ne fuggirono. Ritirossi Nicolò da Fredo

a Spilamberto, e quei dalla Mirandola e da Magreta alle lor terre,

che si ribellarono contra della città. Sul fine di settembre _Rinaldo

marchese_ d'Este con _Alberto dalla Scala_ e _Guido da Gonzaga_

entrò sul Modenese, guarnito d'un copioso esercito; mise l'assedio al

castello di San Felice con sette mangani che continuamente flagellavano

quella terra. Nello stesso tempo il grosso della loro armata venne

sino ai borghi di Modena, prendendo varii luoghi fra la Secchia e il

Panaro. Aggiugne il Villani che, dopo aver _Azzo Visconte_ tentato di

prendere Cremona[1234], ma con restarne cacciate le sue genti che in

parte vi erano entrate, cavalcò anch'egli dipoi sotto Modena con mille

e cinquecento cavalieri, e vi stette intorno per venti dì, guastando

tutti i contorni: per la qual cosa il legato, che era in Romagna, corse

tosto a Bologna per paura di perdere quella città. _Manfredi de' Pii_

sì bravamente difese Modena[1235], che veggendo i collegati di buttare

il tempo, se ne tornarono indietro[1236]. Si ridusse il marchese

Rinaldo sotto San Felice, il cui assedio continuava. Erano i Ferraresi

vicini ad impadronirsene, quando Alberto dalla Scala, per segrete

preghiere di Manfredi de' Pii, se n'andò con sua gente. Ma, udita che

ebbe Mastino la vergognosa ritirata del fratello, spedì altra fanteria

e cavalleria in sussidio dell'Estense. Seguitò l'assedio sino al dì 25

di novembre, in cui ebbe un funesto fine per li Ferraresi. Imperciocchè

Manfredi de' Pii, raccomandatosi al legato, e ad Orlando Rosso di Parma

e ai Manfredi di Reggio, ebbe un possente soccorso di cavalleria da

tutte le parti, e in persona venne in aiuto suo Carlo figliuolo del

re Giovanni, e Pietro e Marsilio de' Rossi[1237]. Con questi rinforzi

tutto il popolo di Modena atto all'armi marciò a San Felice. Andò il

guanto della battaglia, che da Giovanni da Campo San Piero generale

de' marchesi fu accettato; e nel dì suddetto, festa di santa Caterina,

si azzuffarono le armate. Durò il fiero ed ostinato combattimento da

terza fino alla sera, ora rinculando gli uni ed ora gli altri; in fine

perchè le fanteria modenese attese a scannare i cavalli nemici, restò

sconfitta l'oste de' marchesi, fatto prigione il Campo San Piero lor

generale con assaissimi altri, e tutto il loro equipaggio co' militari

attrezzi venne alle mani de' vincitori. Circa ottocento cavalieri fra

l'una parte e l'altra rimasero estinti sul campo; e fu creduto che

da gran tempo sì crudel battaglia non fosse succeduta[1238]. In così

felice giornata il _principe Carlo_ fu fatto cavaliere da un Tedesco,

ed egli compartì lo stesso onore a Manfredi de' Pii, a Giberto da

Fogliano, e a Nicolò e Pietro de' Rossi. S'impadronì in quest'anno

_Azzo Visconte_ dell'importante castello di Pizzighettone sull'Adda nel

dì 22 di settembre, e verso il fine di novembre[1239] cavalcò colle sue

milizie a Pavia, ed, assistito dai nobili da Beccheria, v'entrò e corse

la città. Non potendo resistere alla di lui forza le masnade del re

Giovanni, si ridussero nel castello già fabbricato da Matteo Visconte,

e vi si sostennero sino al venturo marzo, siccome diremo. Parimente in

quest'anno a' dì 22 di maggio _Giovanni Visconte_, zio di esso Azzo,

già creato vescovo di Novara[1240], ebbe maniera di cacciar da quella

città i Tornielli, che ne erano padroni, e si fece anche proclamar

signore in temporale della città suddetta, dove richiamò tutti gli

usciti, e rimise la pace da gran tempo perduta. Ma esser potrebbe che

questo fatto appartenesse agli anni seguenti, siccome si ha dagli

Annali Milanesi[1241]. Lo stesso Galvano Fiamma, che nel Manipolo

dei Fiori racconta ciò all'anno presente, in altra sua opera[1242] ne

favella al seguente. Aveano i Pisani tolta a' Sanesi la città di Massa

in Maremma; ma essendo essi all'assedio di un castello[1243], i Sanesi

coll'esercito loro nel giorno 16 di dicembre diedero loro una sconfitta

con grave loro danno, e con far prigione Dino dalla Rocca lor capitano.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 80 / 216 题