NOTE:

[1186] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 143. Istorie Pistolesi, tom. 11

Rer. Ital.

[1187] Georgius Stella, in Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1188] Gualvaneus Flamma, Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1189] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1190] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1191] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 154.

[1192] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1193] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1194] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1195] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1196] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 158 e 166.

[1197] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[1198] Cortus., tom. 12 Rer. Ital.

[1199] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Italic.

[1200] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXI. Indiz. XIV.

GIOVANNI XXII papa 16.

Imperio vacante.

La venuta in Italia di _Giovanni re_ di Boemia diede allora e dà

tuttavia da astrologare ai politici ed agli storici. Pretende il

Rinaldi[1201] ch'egli, siccome attaccato forte agli interessi di

_Lodovico il Bavaro_, per consiglio e col consenso di lui venisse

a sostenere il partito de' Ghibellini: cosa da lui meditata molto

prima dell'acquisto di Brescia. V'ha ancora chi il pretende venuto

come vicario d'Italia per esso Bavaro: il che nondimeno è falso,

non apparendo ch'egli usasse giammai questo titolo. Altri poi

pretendono[1202], che quantunque _papa Giovanni_ con sue lettere

pubblicasse che quel re di suo assenso non fosse entrato in Italia, e

mostrasse di disapprovarlo, pure segretamente se l'intendesse con lui,

e gradisse i suoi progressi. Questi misteri non è facile il dicifrarli.

Sembra che sulle prime il Bavaro solamente si tenesse indifferente al

veder Giovanni divenuto signor di Brescia, ma che poi gl'increscesse

non poco il maggior innalzamento suo, e ne procurasse la rovina.

All'incontro, può essere che sul principio il papa niuna mano avesse

a farlo calare in Italia; ma, andando innanzi, si compiacesse della

di lui grandezza, perchè sempre più veniva a tener lontano dall'Italia

l'odiato Bavaro, benchè egli mostrasse il contrario, per non disgustare

il _re Roberto_, aspirante anch'esso all'italico regno. Sia come essere

si voglia, piantato che fu in Brescia il re Giovanni, senza badare

alle promesse fatte a que' cittadini, richiamò colà tutti i Ghibellini

fuorusciti, e volle che nella città fosse pace ed unione fra tutti, per

quanto fu in sua mano: del che gli venne gran lode per tutta Lombardia.

_Azzo signor di Milano_ corse tosto a visitarlo per rinnovar la buona

amicizia stata fra l'imperadore Arrigo VII di lui padre e la città de'

Visconti, e gli portò anche di molti regali[1203]. Era la città di

Bergamo in gran confusione e guerra civile per le fazioni. S'avvisò

ancora quel popolo che questo principe, il quale niuna parzialità

mostrava per le pazze sette degl'Italiani, sarebbe efficace medico

alla grave sua malattia, e gli spedì ambasciatori, con sottomettersi

al suo dominio, nel dì 12 di gennaio. Giovanni anche in quella città

rimise la buona armonia e pace. Con questa paterna cura e fama di

esatta giustizia tal credito s'acquistò egli, che Crema e Cremona da lì

a poco il vollero per loro signore. Anche _Ravizza Rusca_ signore di

Como gli aveva promesso il dominio di Como, ma poscia il burlò[1204].

Se crediamo a Galvano Fiamma[1205], lo stesso _Azzo Visconte_ nel dì

8 di febbraio per decreto del popolo milanese a lui sottopose Milano,

e prese il titolo di suo vicario. Così nel mese di febbraio Pavia,

Vercelli e Novara, senza ch'egli lo cercasse, inviarono ambasciatori a

dargli la signoria delle loro città. Da' Reggiani[1206], Parmigiani,

Modenesi, Mantovani e Veronesi gli vennero ambascerie, desiderando

tutti di aver buona amicizia con lui. Nel dì 2 di marzo si portò egli

a Parma, e da lì a tre dì nel pubblico consiglio fu proclamato signore

di quella città: dopo di che fece rientrare in casa i Correggieschi

e gli altri fuorusciti guelfi. Medesimamente essendo venuto nel dì 15

d'aprile a Reggio, quel popolo fece delle pazzie d'allegrezza, e gli

conferì il dominio della città, sperando, anzi chiedendo ad alte voci,

che deponesse i Manfredi e Fogliani, signoreggianti in essa. Giunto a

Modena, qui ancora nel consiglio generale fu accettato per signore. Un

incanto sembrò questa mutazione. Strana cosa tuttavia non dee parere,

come per tutta Italia, senza altro esame, ognun prendesse inclinazione

a questo principe e re straniero, imperocchè tutti si figuravano sotto

il di lui governo di vedere estinte le fazioni, e di godere una dolce

soavità di pace.

Crebbe poi la maraviglia, perchè avendo i Fiorentini[1207] continuato

e maggiormente stretto l'assedio di Lucca mercè degli aiuti di gente

loro inviata dal re Roberto, dai Sanesi e Perugini, quando erano sul

più bello di conquistar quella città, ed aveano anche trattato segreto

coi maggiori di Lucca; _Gherardino Spinola_ signore di quella città,

accortosi della mena, mandò tosto suoi ambasciatori al suddetto re di

Boemia, pregandolo di accettar la signoria di Lucca con certi patti,

fra' quali verisimilmente non mancò quello di restare vicario di lui

in essa città. Non perdè tempo il re Giovanni ad inviare ambasciatori

al campo de' Fiorentini, pregandoli di levarsi di là, perchè Lucca

era sua città. Fu risposto che quell'impresa si faceva a petizione

del re Roberto; e che perciò non poteano distorsene. Ma poscia, udito

che Giovanni facea marciare ottocento cavalieri per dar soccorso a

Lucca, e trovandosi discordia nell'esercito loro, si ritirarono nel

dì 25 di febbraio da quell'assedio. Arrivarono poi nel dì primo di

marzo gli ottocento cavalieri del re di Boemia a Lucca; e il primo a

provare quanto fossero mal fondate le sue speranze nel Boemo, fu lo

stesso Gherardino Spinola, perchè niun patto fu a lui mantenuto, e

gli convenne uscir di quella città, piagnendo la perdita di essa e del

tanto danaro impiegato per comperarsi un crepacuore. Anche i Modenesi

e Reggiani tardarono poco a disingannarsi[1208]. Nè quelli voleano per

padroni i Pii, nè questi i Fogliani e Manfredi; da tale speranza mossi

s'erano dati al re di Boemia; ma il re per danari li confermò per suoi

vicarii in queste città, e il più bello fu che il danaro pagato da essi

per continuar nel dominio fu cavato con una colta messa alle borse del

medesimo popolo, il quale li volea deposti. Accadde inoltre, che venuto

esso re Giovanni a Modena[1209], si portò, accompagnato dal marchese di

Monferrato e dal conte di Savoia, nel dì 16 d'aprile a Castelfranco ad

un abboccamento col cardinale legato _Beltrando dal Poggetto_. Ebbero

fra loro un lungo secreto colloquio; e perchè non bastò quel giorno a

smaltire tutti i loro interessi, nel dì seguente tornarono a vedersi

in Piumazzo, e non fu men lungo dell'altro il ragionamento loro. Non

traspirò di che trattassero; ma seguirono tra loro molte finezze e

un buon concerto; e furono osservati partirsi l'uno dall'altro molto

allegri e contenti. Bastò questo, perchè allora i principi d'Italia

aprissero gli occhi e prendessero in diffidenza non solo il Boemo,

ma il papa stesso, deducendo da questi andamenti che fossero ben

d'accordo e collegati insieme esso pontefice e il re; e che le lor

mire fossero di assorbire, sotto lo specioso titolo di metter pace,

l'Italia tutta. I primi dunque a far argine a questi occulti disegni,

furono i _marchesi estensi_ signori di Ferrara, _Mastino dalla Scala_

signor di Verona e d'altre città, i _Gonzaghi_ signori di Mantova, ed

_Azzo Visconte_ signor di Milano, tutti molto adombrati all'osservare

quasi in un momento cresciuta cotanto la potenza del _re Giovanni_ in

Italia, e la sua unione col legato pontificio. A questo fine nel dì

8 d'agosto stabilirono fra loro in Castelbaldo una lega difensiva ed

offensiva. Anche i Fiorentini adirati non solo per questo contra del

Boemo, ma anche perchè era figliuolo d'Arrigo VII già lor fiero nemico,

e perchè avea lor tolto, per così dire, di bocca il tanto sospirato

acquisto di Lucca, s'accostarono nell'anno seguente a questa lega; anzi

mossero tanti sospetti in cuore del _re Roberto_, che il trassero nella

medesima alleanza. Sicchè, con istupore d'ognuno, si vide questa gran

mutazione in Italia, cioè Guelfi e Ghibellini divenuti ad un tratto

tutti uniti per abbassare il re di Boemia ed il frodolento legato.

Diedero parimente nell'occhio a _Lodovico il Bavaro_ questi rigiri ed

ingrandimenti d'esso re in Italia; e però cominciò ad attizzar contra

di lui i re di Polonia e d'Ungheria, e il duca d'Austria, i quali poi

nel novembre dell'anno presente gli mossero guerra, e recarono immensi

danni ai di lui Stati della Germania.

Fece intanto il _re Giovanni_ venire in Italia _Carlo_ suo figliuolo

primogenito, che con un grosso corpo di combattenti arrivò a Parma,

ed egli appresso nel mese di giugno, oppure sul principio di luglio,

lasciato in Parma il giovinetto figliuolo sotto la cura di _Lodovico

di Savoia_[1210], marciò ad Avignone per tessere col papa e col re

di Francia grandi tele, cioè, secondo le apparenze, per soggiogar la

Italia ed innalzar la sua casa, oppur quella di Francia, sulle rovine

del Bavaro. Questi suoi passi maggiormente convinsero i principi

d'avere un pericoloso nemico in casa; ed accertossene anche il re

Roberto, perchè nel mese di settembre _Teodoro marchese_ di Monferrato,

collegato del re Giovanni, gli tolse la città di Tortona colle rocche,

e ne cacciò la di lui guarnigione con suo danno e vergogna. La ricuperò

poi Roberto nell'anno seguente. Prosperarono in quest'anno gli affari

del cardinale legato in Romagna. Nel dì 3 di maggio, secondo la Cronica

di Cesena[1211], _Malatesta_ figliuolo di _Pandolfo_, anteponendo

all'amore della sua casa i proprii vantaggi, si accordò con esso

cardinale a' danni di _Ferrantino Malatesta_, signore di Rimini, e

degli altri suoi parenti[1212], e l'aiutò a scacciarli da quella città.

Egli in ricompensa fu creato capitan generale della armata pontificia,

ed assediò le castella dove si erano ritirati i medesimi suoi parenti,

trattandoli da nemici capitali. Si meritò per questo il soprannome

di _Guastafamiglia_. Poscia il cardinale, giacchè, a riserva di

Forlì, tutte le altre città della Romagna erano alla loro ubbidienza,

raunò una possente oste della sua gente e di tutti i Romagnuoli,

e mise l'assedio ad essa città di Forlì, devastando il territorio

all'intorno. Erane signore _Francesco degli Ordelaffi_ dopo la morte

di _Cecchino_, accaduta in quest'anno. Quivi fabbricate alcune bastie,

acciocchè tenessero bloccata quella città, tornò poscia l'armata a'

suoi quartieri. Abbiamo dalle Croniche di Bologna[1213] che nel mese di

novembre gli Ordelaffi fecero pace col legato; e, cedutogli Forlì, egli

vi pose un governatore. Ma secondo le stesse ed altre Croniche[1214],

pare che questa cessione si compiesse nel dì 26 di marzo dell'anno

seguente, e che, in ricompensa di essa, il legato investisse Francesco

degli Ordelaffi della città di Forlimpopoli. Cotante belle parole

seppe poi dire il medesimo cardinale legato al popolo di Bologna, che

l'indusse nel mese di novembre a dargli più ampio dominio nella loro

città, e ad inviare ambasciatori a _papa Giovanni_, per dichiarare

che Bologna perpetuamente sarebbe della Chiesa romana. Altrettanto

fecero dal canto loro, se pure è vero, i Piacentini[1215]. Nel dì

26 di luglio del presente anno, trovandosi molto sconciata dalle

discordie civili la città di Pistoia[1216], i Fiorentini, mossi da

spirito di carità, ma non cristiana, spedirono colà cinquecento lancie

e mille e cinquecento pedoni, che corsero la città, gridando: _Vivano

i Fiorentini_. Si fecero dare la signoria d'essa città per un anno,

e poi nell'anno seguente vi cominciarono un forte castello per più

sicurtà della terra, diceano essi; e voleano dire, per seguitar sempre

ad esserne padroni. Nuova guerra insorse quest'anno fra i Catalani e i

Genovesi[1217]. Lamentavansi i primi che i Genovesi, i quali erano da

gran tempo in credito di fare i corsari, quando se la vedeano bella,

avessero recato di gravi danni ai loro legni. Il perchè con una flotta

di quarantadue galee e di trenta navi armate, venuti alle due riviere

di Genova, vi guastarono e bruciarono molti luoghi. Cagione fu questo

loro insulto che i Guelfi dominanti in quella città, e i Ghibellini

fuorusciti, padroni di Savona e d'altre terre, che già avevano fatta

tregua fra loro, trattassero d'accordo e pace. A questo fine amendue

le parti spedirono ambasciatori al _re Roberto_ signore della città,

che vi acconsentì nel dì 2, oppure 8 di settembre, ma di poco buona

voglia; perchè fra le condizioni v'era che tutti i suddetti Ghibellini

rientrassero in Genova e si accomunassero gli uffizii; e il re dubitava

della lor forza, e più dell'animo loro.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 79 / 216 题