[1130] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 47 e 53.
[1131] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 71. Raynald., Annal. Eccl.
Baluz., Vit. Pap.
[1132] Albert. Mussatus, in Lud. Bavar. Bernard. Guid. Cont. Ptolom.
Lucens.
[1133] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 57. Istorie Pistolesi, tom. 11
Rer. Ital.
[1134] Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.
[1135] Tegrim., Vita Castruccii, tom. 11 Rer. Ital.
[1136] Bonincontr. Morigia, Chronic. Mod., cap. 37, tom. 12 Rer. Ital.
[1137] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.
[1138] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 96.
[1139] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.
[1140] Platina, Hist. Mantuan., lib. 2, tom. 20 Rer. Italic.
[1141] Moran., Chron. Mutin., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Estense, tom.
15 Rer. Ital.
[1142] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 109.
[1143] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., cap. 38, tom. 12 Rer.
Ital. Corio, Istor. di Milano.
[1144] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, de
Gest. Ital., lib. 12, tom. 8 Rer. Italic.
[1145] Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital. Chron. Patav., tom. 8 Rer.
Ital.
[1146] Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital.
[1147] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[1148] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, lib. 12,
tom. 18 Rer. Ital.
[1149] Gazata, Chron. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[1150] Gazata, in Praefat. ad ejus Histor., tom. 18 Rer. Ital.
[1151] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.
[1152] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 90. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.
[1153] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1154] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 95.
[1155] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 94. Rubeus, Hist. Ravenn., lib.
6.
Anno di CRISTO MCCCXXIX. Indizione XII.
GIOVANNI XXII papa 14.
Imperio vacante.
Stando in Pisa _Lodovico il Bavaro_, si trovava più che mai fallito di
moneta. Erano alla corte di lui _Azzo_ figliuolo e _Giovanni_ fratello
del fu _Galeazzo Visconte_[1156], e forse erano forzati a starvi.
Unitisi questi con _Marco Visconte_, stato sempre in grazia d'esso
Bavaro, seppero così ben trattare i fatti loro, che coll'esibizione di
settanta mila fiorini d'oro (il Villani dice cento venticinque mila),
da pagarsegli parte in Milano e parte dappoi, ottennero quanto vollero:
cioè Azzo impetrò il vicariato di Milano, e Giovanni dall'antipapa,
che era venuto a Pisa, fu creato cardinale, e suo legato generale per
tutta la Lombardia nel dì 18 di gennaio. Di questo danaro assegnò il
Bavaro trenta mila fiorini d'oro ai Tedeschi ribellati che stavano nel
Ceruglio, sperando di riavergli al suo servigio; ma, perchè non corse
la moneta, Marco Visconte, siccome già accennai, fu ritenuto come
ostaggio e mallevadore da essi. Andossene il valoroso giovane _Azzo
Visconte_, accompagnato dal Porcaro (così è nominato dal Villani: io
il credo Burgravio) uffiziale del Bavaro, per entrare in possesso di
Milano, e giunse in Monza con giubilo di quel popolo. Quivi si fermò
tredici dì, perchè Guglielmo conte di Monteforte governatore di Milano
non volea cedere, se non era prima soddisfatto delle sue paghe. Azzo
il soddisfece, e prese il dominio di Milano. Scrive il Villani che
il Porcaro suddetto, a nome del Bavaro, ebbe da Azzo venticinque mila
fiorini d'oro, coi quali marciò alla volta di Lamagna, senza mandare
un soldo ad esso Bavaro, nè a' cavalieri del Ceruglio: del che il
sitibondo Bavaro provò grande affanno. Anche Giovanni zio d'Azzo,
e falso cardinale, dovette tornare in tal congiuntura a Milano; ed
allora avvenne ciò che narra Galvano Fiamma[1157]: cioè che in quella
città insorsero molti falsi religiosi, pubblicamente predicanti che
_papa Giovanni XXII_ era eretico scomunicato, deposto ed omicida,
esaltando poi alle stelle l'antipapa Niccolò. Una gran fazione di
frati minori col loro generale fra Michele da Cesena era allora troppo
inviperita contra del papa per alcune ridicole questioni della lor
povertà. Accadde ancora che nel dì 2 di febbraio il capitano pontificio
del Patrimonio cogli Orvietani[1158] credendosi d'occupare la città
di Viterbo, vi entrò ostilmente; ma vi rimase sconfitto. Oltre a
ciò, il conte di Chiaramonte, creato marchese della marca d'Ancona
dall'antipapa, con gente del Bavaro e cogli altri Ghibellini entrò
nella città di Jesi; e presovi Tano, che la signoreggiava, o piuttosto
la tiranneggiava, col credito d'essere uno de' primi caporali de'
Guelfi, gli fece tagliare la testa. Albertino Mussato attesta[1159]
che esso conte s'impadronì della maggior parte della marca. I Romani
anche essi, perchè pativano gran carestia, nè Guglielmo da Ebole
vicario del _re Roberto_, e senatore allora di Roma, provvedeva al loro
bisogno, alzato rumore, il cacciarono vituperosamente dalla lor città,
e crearono senatori Stefano dalla Colonna e Ponciello degli Orsini,
che seppero provvedere di grano quella città. Finalmente i Tarlati
di Pietramala, signori di Arezzo e di Città di Castello, possenti
ghibellini, s'impadronirono di Borgo San Sepolcro, togliendolo alla
Chiesa.
In tale stato di confusione si trovava l'Italia, quando a tutto un
tempo si vide andare in depressione il _Bavaro_ col suo antipapa, e
risorgere gli affari di papa Giovanni[1160]. I primi ad abiurare l'uno
e l'altro furono _Rinaldo_, _Obizzo_ e _Niccolò_ fratelli, marchesi
estensi, signori di Ferrara, Rovigo, Comacchio ed altri luoghi.
Non potendo essi accomodarsi più alle stravaganti ed empie azioni
di Lodovico il Bavaro, massimamente dopo la detestabil creazione
dell'antipapa, cercarono fin dall'anno precedente di mettersi in
grazia del pontefice, e gli spedirono ambasciatori ad Avignone con
espressioni di tutta umiltà, offerendosi a' suoi servigi[1161]. Il
papa, duro finora con essi, al considerare il proprio pericoloso
stato per le tante novità d'Italia, si ammollì facilmente verso di
loro. Fecesi conoscere (e ci volea ben poco) che non erano quei
miscredenti ed eretici che venivano spacciati ne' falsi processi
fabbricati contra di loro. Però il papa, dopo ricevuta la confessione,
che essi riconoscevano Ferrara per istato indubitato della Chiesa
romana, annullò le scomuniche, e levò l'interdetto a Ferrara, nè più
inquietò gli Estensi per conto del possesso e della signoria di quella
città; anzi loro la confermò coll'obbligo del censo annuo di dieci
mila fiorini d'oro. Fecero di più i marchesi[1162]. Servironsi della
parentela che passava fra loro ed _Azzo Visconte_, e di _Beatrice
Estense_ madre di esso Azzo, e zia de' marchesi, per istaccare il
medesimo Azzo dal Bavaro. Troppo era chiaro che niun potea fidarsi
di questo principe, il quale, chiamato in Italia contra de' Guelfi,
nulla finora avea operato di rilevante contra d'essi; con attendere
solamente a rovinar gl'interessi de' principi e delle città ghibelline
sue seguaci, avendole smunte tutte di danaro, e sì obbrobriosamente
maltrattati i Visconti. Ultimamente ancora avea di nuovo nel dì 16
di marzo[1163] tolta la signoria di Lucca ai figliuoli di Castruccio,
e datala a Francesco Castracane degli Interminelli per ventidue mila
fiorini d'oro. Questi ed altri motivi, congiunti col riguardo della
religione, sì malmenata dal Bavaro, fecero buona breccia nel cuore
d'Azzo Visconte; e tanto più perchè gli stava tuttavia davanti agli
occhi l'orrida prigionia patita in Monza, e gli altri indegni strapazzi
fatti al padre e alla sua famiglia dallo sconoscente Bavaro. Cominciò
pertanto a trattare segretamente ad Avignone per acconciarsi col
papa, e si rimise in sua grazia, siccome dirò all'anno seguente; nè
più mandò un soldo al Bavaro, che pure al sommo penuriava di moneta.
Giudicò bene il Bavaro di calar egli in persona in Lombardia, giacchè
assai chiaramente scorgeva che non più per lui, ma contra di lui era
Azzo Visconte[1164]. Giunto al Po, secento suoi fanti balestrieri
disertarono, e andarono a prendere soldo dal signor di Milano: colpo
che sconcertò non poco l'animo del Bavaro. Tenne un parlamento a
Marcheria sino al dì 21 d'aprile[1165], al quale si trovò Cane dalla
Scala, accompagnato da più armati che non avea lo stesso Bavaro, perchè
neppur egli si fidava molto di chi parea rivolto ad assassinar gli
amici, e non a distruggere i nemici. Quivi si trattò di far oste contra
di Milano. I fatti danno assai a conoscere che lo Scaligero non se ne
volle impacciare. Aveva egli altre idee in capo. In questo mentre Azzo
Visconte nel dì 17 d'aprile spinse a Monza cinquecento cavalli, che,
entrati in quella città, se ne impadronirono. _Lodovico duca_ di Tech,
ivi governatore pel Bavaro, si ritirò co' suoi Tedeschi nel castello,
dove con grandi fossi e steccati fu rinserrato. Arrivò sul principio
di maggio il Bavaro a Lodi, e gli furono serrate le porte in faccia;
poscia fu sotto Monza, ed entrò nel castello; ma ritrovò il presidio
del Visconte ben preparato nella terra alla difesa[1166]. Nel dì 11 di
giugno si portò colla sua gente sotto Milano, e ne cominciò l'assedio,
alloggiando nel monistero di San Vittore. Azzo avea prese tutte le
precauzioni necessarie, ed era per lui tutto il popolo, il quale
andava facendo di tanto in tanto dei badalucchi con gli assedianti,
villaneggiando i Tedeschi. Ma Azzo, da uomo prudente, non lasciava
passar giorno che non mandasse mattina e sera qualche rinfresco
e regalo di vini preziosi e di altri viveri al Bavaro. Si trattò
d'accordo; ed Azzo, per ricuperar dalle mani di lui il forte castello
di Monza, e per mandarlo via il meno malcontento che si potesse, gli
pagò una somma di danaro: non si sa quanto.
Nel dì 19 di maggio andò il Bavaro a Pavia[1167], e quivi stette sino
al principio d'ottobre; nel dì 25 settembre diede ad Azzo Visconte
l'investitura del vicariato di Milano, rapportata dal Corio[1168].
Passò dipoi a Cremona, e di là a Parma, per certi trattati che avea
di torre Bologna al _cardinal Beltrando_ dal Poggetto. Ma, scoperta
la trama, nel dì 9 di dicembre si portò a Trento per parlamentare con
certi baroni di Germania, e affine di provveder gente, mostrandosi
risoluto di tornare alla primavera contra di Bologna. Colà gli arrivò
nuova della morte di _Federigo duca_ d'Austria emulo suo, e che gran
moto si faceva per eleggere un nuovo re de' Romani: però passò in
Germania per attendere a' fatti suoi, nè mai più gli venne voglia di
comparire in Italia, dove lasciò un'abbominevol memoria di sè medesimo
presso i Guelfi, e forse non minore presso degli stessi Ghibellini.
Maneggiossi in questi tempi Cane dalla Scala per introdurre accordo fra
il Bavaro ed Azzo Visconte, nè volle mai dar braccio ad esso Bavaro per
le sue meditate imprese. Solamente mandò e lasciò andare Marsilio da
Carrara con gente in aiuto de' Rossi, mentre il legato del papa facea
guerra a Parma[1169]. Marsilio fu quasi preso da Simone da Correggio
in quella spedizione. Ora, dopo aver Cane tenute in esercizio le sue
truppe senza far nulla per molto tempo[1170], finalmente nel dì 4
di luglio si mosse da Padova con potente esercito, e andò a mettere
l'assedio a Trivigi. Guecelo Tempesta avvocato e signor di Trivigi si
sostenne per quattordici giorni; ma veggendo che il duca di Carintia,
in vece di inviare un gagliardo soccorso, animava solamente con
delle grandiose promesse, nel dì 18 del detto mese capitolò con buoni
patti la resa di quella città. Magnificamente v'entrò il vittorioso
Scaligero; ma a sì bel giorno tenne dietro una bruttissima sera. Ecco
sorpreso Cane da una mortal malattia, che nel dì 22 d'esso mese, in età
solamente di quarantun anno, il fa sloggiare dal mondo, allora appunto
ch'egli era giunto all'auge della grandezza: principe glorioso, amato
e temuto non meno pel valore che pel senno, e per la sua magnificenza
ed onoratezza. S'egli maggiormente campava, par bene che si sarebbe
stesa la sua potenza molto più oltre. Era padrone di Verona, Vicenza,
Padova, Trivigi, Feltre, Cividal di Friuli e d'altri luoghi, dei quali
restarono eredi i due suoi nipoti _Alberto_ e _Mastino_, legittimi
figliuoli di _Alboino_, senza che v'abboccassero i suoi figliuoli
bastardi. _Marsilio da Carrara_, che con Bailardo da Nogarola assistè
alla morte d'esso Cane, corse tosto a portarne la nuova a Padova, ed
onoratamente fece che quel popolo giurasse nelle sue mani fedeltà ai
due fratelli Scaligeri. _Alberto dalla Scala_ nel dì 27 di luglio[1171]
prese il possesso di Padova, ed appresso vennero in potere di lui
Conegliano, Asolo, e le restanti castella del Trevisano. Bartolomeo e
Giliberto, figliuoli bastardi del predetto Cane, sul fine di quest'anno
accusati d'aver macchinato contra la vita e lo stato de' due regnanti
Scaligeri, furono presi e condannati ad una perpetua carcere. Francesco
loro maestro fu strascinato a coda di cavallo, e poscia impiccato per
la gola. Era in questi tempi _Marco Visconte_ tuttavia per ostaggio
coi Tedeschi nel Ceruglio, amato e riverito da loro, perchè il
conoscevano personaggio di gran perizia nei fatti di guerra[1172]. Come
fu partito di Toscana il Bavaro, s'intesero essi Tedeschi con altri
che stavano di guarnigione nell'Agosto, cioè nel castello ossia nella
fortezza di Lucca; e, fatto lor capitano il suddetto Marco Visconte,
a dì 15 d'aprile cavalcarono di notte, e furono ricevuti nell'Agosta.
Minacciando poi di correre la città, Francesco Castracane, signore
ivi pel Bavaro e i Lucchesi, diedero loro d'accordo la signoria di
Lucca; e, perciocchè tal fatto era succeduto con segreta intelligenza
de' Fiorentini che aveano promessa buona somma di moneta, mandarono i
Tedeschi a Firenze per l'adempimento della parola, offerendo anche di
dar Lucca al comune stesso di Firenze per ottanta mila fiorini d'oro.
Per le dissensioni che di leggeri intervenivano allora nei consigli
delle repubbliche, non accettarono i Fiorentini il partito. Se n'ebbero
ben a pentire andando innanzi.
Anche i Pisani, dacchè videro il Bavaro, impegnato in Lombardia,
pensarono a scuotere il di lui giogo; e fatto venir da Lucca Marco
Visconte con alcune masnade di Tedeschi ribellati al Bavaro, nel mese
di giugno levarono la terra a rumore, e ne cacciarono Tarlatino da
Pietramala, che vi era vicario per esso Bavaro, co' suoi soldati, e
si tornarono a reggere a repubblica. Altrettanto fece anche Pistoia.
Ossia che Marco Visconte trattasse occultamente co' Fiorentini per
farli padroni di Lucca, e forse anche di Pisa, e che perciò i Pisani
cominciassero a mostrar diffidenza di lui; oppure che egli, uso
agl'imbrogli, spontaneamente volesse andare a trattar co' Fiorentini:
certo è ch'egli si partì di Lucca, e venne a Firenze, dove, ben
ricevuto dai priori[1173], dopo molti ragionamenti con loro, e da
loro regalato, ma riconosciuto per uomo instabile, sen venne alla
volta di Bologna, dove dicono che segretamente si abboccò col cardinal
Beltrando, con voce che gli promettesse di fargli avere Milano.
Portatosi poscia a Milano, nel dì 14 d'agosto, fu amorevolmente
accolto dal nipote _Azzo_, signore della città, e dai suoi fratelli
_Luchino_ e _Giovanni_, ai quali fece di gravi rimproveri, perchè lo
avessero lasciato tanto tempo per ostaggio, senza pagare il convenuto
danaro. Quindi si diede a grandeggiare in Milano; avea più seguito
che lo stesso nipote Azzo; e fu creduto che gli volesse anche torre
la signoria. Scrivono alcuni, che essendo ben uniti Azzo, Luchino e
Giovanni, tra che gli andamenti di Marco erano loro sospetti,
e il non potersi eglino dimenticare della rovina e prigionia lor
procurata da esso Marco due anni prima, determinarono di sbrigarsene.
Pietro Azario pretende[1174] che Luchino non solamente niuna mano ebbe
al fatto, ma ne restò fortemente irritato. Invitaronlo dunque ad un
convito[1175], dopo il quale, chiamatolo in camera, fecero strangolar
lui, e gittar giù dalle finestre il suo corpo nel dì 8 di settembre,
oppure in altro giorno. Questo atto di gettarlo dalle finestre non
par vero, stante l'onorevol sepoltura che i nipoti e i fratelli gli
fecero dare. Altri dicono[1176] che egli da sè stesso, credendo di
salvarsi, si gittò giù, e morì di quel salto. Almeno fu sparsa questa
voce. Passò anche male all'antipapa Niccolò, bene nondimeno, secondo
il suo merito[1177]. Partito che fu il Bavaro da Pisa, quel popolo,
non vedendo volentieri in lor casa un sì abbominevol mostro, gli
fecero intendere che se n'andasse. Raccomandossi costui al _conte
Fazio _di Donoratico, che il tenne occulto per alquanti mesi in un
suo castello; ma, per paura che i Fiorentini l'avessero scoperto, e
gliel togliessero, segretamente il ridusse di nuovo a Pisa nell'anno
seguente, e tennelo appiattato in sua casa fino al dì quarto d'agosto.
In fine, essendo traspirato dove egli era, si cominciò a trattare
di darlo in mano di _papa Giovanni_, che fu lietissimo di questo
regalo, e fece perciò molte grazie a' Pisani[1178]. Abiurati i suoi
errori in Pisa, e ricevutane l'assoluzione, fu condotto in una galea a
Marsilia, e di là ad Avignone, con una salva di villanie e maledizioni
dovunque egli passava. Quivi pubblicamente davanti al papa in pubblico
concistoro rinnovò la sua abiura; poscia posto in carcere, trattato
come familiare, ma custodito qual nemico, da lì a tre anni diede fine
a' suoi giorni. Ed ecco dove andò a terminare la detestabil tragedia
di Lodovico il Bavaro contro della Chiesa romana. S'erano già tolte
di sotto il dominio pontificio le città di Parma e Reggio[1179]. Il
_cardinal Beltrando_ legato nel dì 19 di marzo fece oste contra queste
città con ottocento cavalli e più di sedici mila fanti, dando il
guasto a tutto il paese. I Correggieschi erano con lui. _Orlando_ e
_Pietro de' Rossi_ teneano Parma, i Manfredi Reggio. Dovette seguire
qualche accordo fra loro; imperciocchè nel dì 17 d'agosto chiamati a
Bologna[1180] il suddetto Orlando ed Azzo de' Manfredi, il legato, che
non manteneva patti, se non quando gli tornava il conto, perchè non gli
vollero dare l'intero dominio di Parma e Reggio, li fece imprigionare.
Nel settembre rinnovò la guerra contro di quelle città, e bruciò i
borghi di Reggio e quante ville potè. Nel novembre _Marsilio_ e _Pietro
de' Rossi_, irritati contro al legato per la prigionia d'esso Orlando,
condussero il Bavaro a Parma, e da lui ottennero il vicariato di quella
città. Nel dì 27 d'esso mese mise il Bavaro un suo vicario in Reggio.
Fecero pruova anche i Modenesi dell'infedeltà del legato[1181], il
quale non volendo stare a' patti precedenti, in occasion delle guerre
suddette, nel dì ultimo di giugno fece assediar Modena per quattro
giorni. Accordo poi seguì nel dì 4 di luglio, essendo stati obbligati
i Modenesi a ricevere di presidio cinquanta uomini d'armi del legato,
e di concedergli la quarta parte del dazio delle porte[1182]. Ma
dacchè il popolo di Modena seppe che il Bavaro era venuto a Parma, ed
avea posto presidio in Reggio, saltarono su molti amatori della parte
dell'imperio, che cominciarono a consigliare che, giacchè Dio avea lor
mandata la buona fortuna di potersi dare all'imperadore, non bisognava
lasciarsi scappar dalle mani sì bella occasione. A piè pari vi saltò
dentro il forsennato popolo; supplicò per aver presidio tedesco, ed
ebbe la sospirata grazia, con inviar anche in dono al Bavaro tre mila
fiorini d'oro: picciolo refrigerio alla sua sete. Il conte palatino
di Turge, maresciallo del Bavaro, con ottocento cavalli la sera del
dì 28 di novembre entrò in Modena, giorno felice, giorno beato. Non
capivano in sè stessi i mal accorti Modenesi per l'allegrezza; corsero
tutti a baciar l'armi e le vesti de' ben venuti Tedeschi; buona cena
preparata per loro, e facevano ai pugni per averli cadauno in lor casa.
Nel giorno seguente cominciarono questi onorati forestieri a visitar
granai, cantine e fenili dei cittadini: tutto era roba loro, a sentirli
parlare; e chi neppur intendeva il loro ferloccare, si accorgeva ai
fatti che parlavano daddovero. Diedersi poi a spogliare il territorio,
a mettere colte e taglie: ogni dì ce n'era una nuova; i poveri osti e
bottegai perderono tutti la scherma: tante erano le avanie e maniere
di rubare e di prendere tutto senza pagare, che adoperavano questi
sottili ed inumani insidiatori delle sostanze altrui. Curiosa cosa
e insieme compassionevole si è il racconto minuto che delle loro
invenzioni e ribalderie fa Bonifazio Morano autore di veduta. Oh allora
sì che proruppero i Modenesi in mirabili atti di pentimento; ma il
fallo era fatto, e conveniva farne la penitenza. Anche lo spirituale
di questa città andò tutto sossopra, perchè il Bavaro mandò a star
qui nel dì undici di dicembre un certo Orlando vescovo tedesco, il
quale, intitolandosi vicario dell'antipapa, afflisse in varie maniere
il clero, e metteva all'incanto tutti i benefizii. Intanto nel dì
15 d'esso mese _Guido_ e _Manfredi de' Pii_ ottennero dal Bavaro il
vicariato di Modena, e diedero principio alla lor signoria, ma senza
poter mettere alcun freno all'indicibil ingordigia e disordine degli
scapestrati Tedeschi. La Cronica Estense[1183] mette sotto l'anno
precedente che Ricciardo de' Manfredi occupò Faenza, e poi la diede
al cardinale legato. Ma, secondo il Villani[1184] avendola esso
legato assediata nel dì 6 di luglio, l'ebbe a patti, dopo venticinque
giorni, nell'anno presente da _Alberghettino de' Manfredi_, al quale
fece di grandi promesse, e intanto il volle confinato in Bologna.
Ma perchè si scoprì nell'ottobre di quest'anno[1185] in essa città
di Bologna una congiura contra del legato per dar quella città al
Bavaro, il medesimo Alberghettino con altri nobili primarii di Bologna
ebbe tagliata la testa. Quando allora per semplici sospetti o per
vendetta si volea torre taluno dal mondo, sempre era in pronto la
voce e il processo d'una congiura. Può nondimeno essere che questa
fosse vera; ma il legato era in poco buon concetto presso di tutti.
Ucciso fu nel settembre di quest'anno _Silvestro de' Gatti_ tiranno
di Viterbo, e quella città coll'altre del Patrimonio e della Marca
venne all'ubbidienza del _cardinale Orsino_ legato del papa[1186].
Esibirono più volte i Tedeschi del Ceruglio, dominanti in Lucca, ai
Fiorentini quella città per danari; e questi, o per diffidenza della
fede di quell'aspra gente, o perchè sperassero miglior mercato, non
vi vollero giammai acconsentire. Udendo poi che i Pisani erano in
trattato di comperarla per sessanta mila fiorini d'oro, ne sturbarono
il contratto col fare gran guerra a Pisa, ed obbligar quel popolo a
chiedere pace. Fecesi innanzi in questo mezzo _Gherardino Spinola_
Genovese, e collo sborso di trenta mila fiorini (Giorgio Stella
scrive[1187] settantaquattro mila), comperata da' Tedeschi la signoria
di quella città, v'entrò nel dì 2 settembre: il che rincrebbe forte ai
Fiorentini, nè vollero perciò dare ascolto alcuno alle proposizioni di
pace loro fatte da esso Spinola. La suberbia e avarizia di quel popolo
la vedremo ben gastigata, andando innanzi.