NOTE:

[1113] Malvec., Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[1114] Matthaeus de Griffonibus. Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

Chron. Bononiense, tom. eodem. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1115] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de

Bazano, tom. 15 Rer. Ital.

[1116] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.

Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 15.

[1117] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.

[1118] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10,

cap. 18. Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.

[1119] Annal. Mediol., cap. 16 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10,

cap. 18. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma,

cap. 366.

[1120] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.

[1121] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.

[1122] Gualv. Flamma, cap. 365.

[1123] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10,

cap. 36.

[1124] Istorie Pistolesi. Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni

Villani, lib. 10, cap. 34.

[1125] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 20, tom. 10 Rer. Ital.

[1126] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1127] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1128] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1129] Raynaldus, in Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCXXVIII. Indiz. XI.

GIOVANNI XXII papa 13.

Imperio vacante.

Strepitosi avvenimenti e grandi mutazioni furono in quest'anno in

Italia[1130]. Nel dì due di gennaio pervenne _Lodovico il Bavaro_

a Viterbo, dove da _Silvestro dei Gatti_, che dominava in quella

città, fu accolto a grande onore. Costui, per ricompensa, sotto varii

pretesti fu poi da lì a qualche tempo fatto prendere dal Bavaro, e

martoriato per sapere dov'era il suo tesoro; sicchè perdè trentamila

fiorini e la signoria di Viterbo. A quella città nello stesso tempo

arrivò _Castruccio_ con trecento cavalieri de' suoi migliori, e mille

balestrieri. Non erano ben d'accordo i Romani intorno all'accettare

il Bavaro, e gli spedirono ambasciatori a Viterbo per patteggiar

seco. Ma segretamente animato egli da Sciarra dalla Colonna, e da

altri di parte ghibellina, trattenendo in ciance gli ambasciatori,

diede la marcia all'esercito, e nel dì 7 del medesimo mese giunse

alla città Leonina, e smontò al palagio di San Pietro, e vi dimorò

quattro giorni. Entrò poscia in Roma, e, salito in Campidoglio, fece

fare un'aringa al popolo romano con una sparata di ringraziamenti, di

lodi e di promesse di esaltar Roma alle stelle. Piacquero tanto queste

melate parole ai Romani, che il dichiararono senatore e capitano di

Roma per un anno. Poscia nel dì 17 d'esso mese, giorno di domenica

(e non già in altro dì), si fece con somma solennità e magnificenza

la coronazion di Lodovico in San Pietro, non già per le mani del

romano pontefice, o de' suoi delegati, come conveniva, ma per quello

di _Jacopo Alberti_ vescovo di Venezia, e di _Gherardo vescovo_

d'Aleria, anch'esso scomunicato. Perchè alla funzione mancava il conte

del sacro palazzo, secondo il vecchio rituale, Lodovico, dopo aver

fatto cavaliere di sua mano _Castruccio duca_ di Lucca, conferì a lui

questa dignità. Fu coronata eziandio _Margherita_ sua moglie; e in tal

congiuntura il novello preteso imperadore pubblicò tre decreti, uno

per la conservazione della fede cattolica, uno per la riverenza dovuta

agli ecclesiastici, ed uno per la difesa delle vedove e dei pupili:

con che si fece non poco onore presso i Romani. Creò ancora senatore

e suo vicario in Roma Castruccio, il quale portò in quelle funzioni

una veste di seta cremesi con queste parole ricamate d'oro dinanzi al

petto: _È quello che Dio vuole_. E nel di dietro quest'altre: _Sarà

quello che Dio vorrà_. Continuò il Bavaro la sua dimora in Roma, e nel

dì 14 d'aprile pubblicò varie leggi contra chi fosse trovato in eresia,

o in reato di lesa maestà contra dell'imperadore. Poscia nel dì 18

d'esso mese nella piazza di San Pietro tenne un gran parlamento[1131],

dove fece citare, se alcuno v'era che prendesse a difendere prete

Jacopo da Caorsa, il quale si faceva chiamare _papa Giovanni XXII_.

Niuno rispose. Saltò su bensì il sindaco di quella parte del clero

di Roma, che antepose lo amore dell'oro a quello della religione,

e pregò Lodovico di procedere contra il detto Jacopo di Caorsa. Si

sfoderarono dunque varii articoli di pretesa eresia e di lesa maestà

d'esso pontefice, pretendendo ch'esso avesse anche bandita la croce

contro ai Romani: per le quali cagioni il Bavaro dichiarò decaduto papa

Giovanni dal pontificato, e reo di eresia e lesa maestà, con varie pene

ch'io tralascio. Nel dì 23 d'aprile col consenso del popolo romano fu

pubblicata una legge, che ogni papa in avvenire dovesse tener la sua

sedia in Roma, e non istarne absente che tre mesi l'anno: altrimenti

s'intendesse casso dal papato. Finalmente nel dì 12 di maggio, nella

piazza di San Pietro, Lodovico colla corona in capo propose al numeroso

popolo di Roma di fare un nuovo papa. Fu proposto fra Pietro da

Corvara, nativo d'Abbruzzo, dell'ordine de' Minori, grande ipocrita;

e il popolo, perchè la maggior parte odiava papa Giovanni per la sua

permanenza di là dai monti, l'accettò. Costui prese il nome di _Niccolò

quinto_; fece anche prima della consecrazione la promozion di sette

falsi cardinali, e nel dì 22 di maggio fu consecrato vescovo da uno di

essi, con prendere dipoi la corona dalle mani del medesimo Lodovico, il

quale di nuovo si fece coronar imperadore da questo suo idolo.

Tante bestialità di Lodovico il Bavaro in arrogarsi l'autorità di

deporre un papa, legittimo papa, nè giammai caduto in eresia, come

egli pretese, e di eleggerne un altro contro i riti e canoni della

Chiesa cattolica[1132], stomacarono forte allora chiunque portava

buona coscienza e lume di ragione; e solamente piacquero a molti

eretici e scismatici tanto religiosi che secolari, de' quali era

piena la corte d'esso Bavaro, e coi consigli de' quali soli egli

si regolava. Mostruosità ed empietà enorme non ha bisogno di essere

maggiormente dichiarata e detestata. Questa poi fu quella che finì

di dare il tracollo agl'interessi di lui in Italia. Ma qui convien

interrompere il corso delle azioni di Lodovico per venire in Toscana.

Mentre _Castruccio_ se ne stava in Roma, facendola da grande in

quella corte e città, e molto prima dell'empia tragedia che abbiamo

riferito[1133], Filippo da Sanguineto, vicario del duca di Calabria

in Firenze, cominciò a tessere certo trattato per torgli la città di

Pistoia. Fatti i preparamenti, la mattina innanzi giorno del dì 28 di

gennaio si presentò egli alle fosse di quella città, con ponti, scale

ed altri edifizii, due mila fanti e settecento cavalli. Data alle

mura la scalata, v'entrò, e dopo lunga battaglia colla guarnigion di

Castruccio, s'impadronì della terra, con fuggirsene Arrigo e Valerano,

figliuoli del medesimo Castruccio, e i lor soldati a Serravalle. La

misera città andò tutta a sacco, e durò ben dieci giorni la crudel

ruberia: il che trattenne que' soldati dal far altre conquiste nel

territorio. Per mare e per terra fu spedito a Castruccio il funesto

avviso di questa perdita. Egli, dopo tre dì, avutolo, si congedò

ben tosto dal Bavaro, ed immediatamente nel primo giorno di febbraio

s'avviò alla volta di Pisa colla sua gente. Lasciata poi questa in

cammino, marciò egli innanzi colla maggior sollecitudine possibile, ed

arrivò a Pisa con soli dodici cavalli nel dì 9 del mese suddetto. Da lì

a qualche giorno vi giunse anche la sua milizia. Prese egli nel mese

d'aprile al tutto la signoria di essa città di Pisa, ed impose colte

e gabelle per fornirsi di danaro, risoluto di riacquistare Pistoia,

e ciò senza riguardo alcuno al Bavaro, che ne era padrone, e al conte

d'Ottinghe inviato colà per governar la città. Si volle egli rifare,

perchè dava la colpa al Bavaro della perdita di Pistoia, per averlo

forzato ad andar seco a Roma. Poscia nel dì 15 di maggio col popolo

di Lucca e di Pisa cinse d'assedio essa città di Pistoia[1134]. Per

sua buona ventura era innanzi nata gara tra i Fiorentini e Filippo

da Sanguineto, a chi dovesse toccar la spesa di provvedere Pistoia,

città fornita di viveri appena per due mesi. Nè l'un nè gli altri

volendo cedere, ed informato Castruccio di questo litigio e dello stato

di Pistoia, tanto più s'animò ad assediarla. Di grandi battifolli,

steccati e fosse fece egli fare all'intorno, acciocchè niuno potesse

recarle soccorso, e cominciò a tormentar la città colle macchine e

con frequenti assalti. In questo mentre anche i Fiorentini fecero un

gagliardo apparecchio di gente, colla giunta d'altra che lor venne

dal _cardinal Beltrando_ legato, da Bologna, Siena, Volterra ed altre

terre. Con queste forze, superiori di molto a quelle di Castruccio,

almeno nella cavalleria, l'esercito fiorentino nel dì 20 di luglio andò

a postarsi in faccia dei trinceramenti di Castruccio sotto Pistoia.

Mostrò ben egli di voler battaglia; ma siccome cauto capitano si tenne

forte nel suo campo; e maggiormente afforzandolo con forti ripari,

lasciò che i Fiorentini, non veggendo maniera di snidarlo di là colla

forza, marciassero verso Pisa, credendosi eglino che Castruccio si

moverebbe per timore di perdere quella città. Nulla si mosse egli;

un terribil sacco fu dato al territorio pisano sino alle porte; e

intanto Simone dalla Tosa capitano di Pistoia, perduta la speranza

del soccorso per l'allontanamento de' suoi, e perchè gli era oramai

fallita la vettovaglia, nel dì 3 d'agosto (salve le persone col loro

equipaggio) rendè a Castruccio quella città con grande vergogna

e rabbia de' Fiorentini, i quali, udita la perdita di Pistoia, si

ritirarono tosto a casa. V'ha chi scrive, aver Castruccio, dappoichè

esso ottenne Pistoia, preso Prato, e dato verso Fucecchio una rotta

all'armata fiorentina; ma di ciò non parlando le più vecchie storie,

passerò a dire che egli, per paura del Bavaro, cominciò una tela co'

Fiorentini e col papa; ma per tante fatiche ed affanni cadde da lì a

non molti giorni infermo in Lucca; e, chiamati i suoi tre figliuoli

_Arrigo_, _Giovanni_ e _Valerano_, lasciò gli Stati al maggior di età,

ordinando loro e ai consiglieri di ben fornire le città di Pisa, Lucca

e Pistoia, e di stare uniti insieme. Poscia nel dì 3 di settembre nel

colmo di sua grandezza e fortuna, in età di soli quarantasette anni,

diede fine alla sua vita colla temporal gloria d'essere stato il più

accorto, prode e belicoso principe de' suoi tempi e tale, che, se la

morte non gli troncava il volo, pericolo v'era che Firenze e la Toscana

tutta soccombessero alla di lui somma sagacità e bravura. Leggesi la

di lui vita scritta da Niccolò Tegrimi nobile lucchese[1135], dove i

suoi costumi e le sue massime si trovano pienamente descritte. I suoi

figliuoli corsero Lucca, Pistoia e Pisa, e se n'impossessarono, con

aver tenuta celata sette giorni la di lui morte: per la quale non si

può esprimer quanta festa e tripudio si facesse in Firenze. Pareva a

quel popolo di essere rinato.

Non avea cessato Castruccio, dacchè il Bavaro giunse a Lucca e

Pisa[1136], di far tutti i più premurosi uffizii appresso di lui

per ottenere la libertà a _Galeazzo Visconte_, e ai di lui fratelli

e figliuoli. Lo stesso _Marco_ Visconte, autor principale della lor

rovina, che avea seguitato il Bavaro in Toscana, conoscendo l'eccessivo

error commesso in danno della propria casa, e pentito del fallo,

tuttodì si raccomandava per questo a Castruccio. Stette duro il

Bavaro. Appresso in Roma tanto esso Castruccio, quanto altri principi

ghibellini interposero la loro intercessione per la liberazion loro,

e alle preghiere succederono le minaccie di abbandonarlo, se non

concedeva loro tal grazia. Finalmente si lasciò vincere il Bavaro, e

l'ordine andò che fossero rimessi in libertà. Scrive il Villani[1137]

che Lodovico condannò _Luchino_ ed _Azzo_ a pagare venticinque mila

fiorini d'oro, e che ne pagarono sedici mila. Comunque sia, ci assicura

Buonincontro che li rimise in sua grazia, comandando che venissero in

Toscana. Nel dì 25 di marzo furono liberati dalle carceri di Monza;

quel popolo segretamente diede loro molti regali; ed essi andarono a

Lucca a trovar Castruccio, il quale teneramente abbracciò Galeazzo, ed

il creò suo generale all'assedio di Pistoia. Quivi per li crepacuori

passati e per le fatiche presenti, gravemente s'infermò Galeazzo; e

portato per ordine di Castruccio a Pescia, nel mese d'agosto, prima

della resa di Pistoia, in età di cinquantun anni meschinamente morì,

lasciando un grande esempio della volubilità delle grandezze terrene.

Torniamo ora al Bavaro, i cui disegni in Roma erano di assalire il

regno di Napoli; ma l'essersi partito da lui Castruccio con sue genti,

e il non comparir mai, secondo il concerto, la flotta di _Federigo re_

di Sicilia, che s'era collegato con lui ai danni del _re Roberto_,

arenò tutta l'impresa. Fece bensì unito coi Romani a lui qualche

guerra, ma di poco momento, perchè troppo penuriava di moneta, e vi

era discordia nell'esercito suo. All'incontro, il re Roberto[1138]

prese Ostia, Anagni ed altri luoghi. Per questi ed altri motivi il

Bavaro, non veggendosi più sicuro in Roma, se ne partì col suo antipapa

nel dì 4 d'agosto, con fargli le fischiate dietro quel popolo romano

che dianzi tanta festa avea mostrato per lui, e venne a Viterbo.

Nel dì seguente entrarono in Roma Bertoldo Orsino e Stefano dalla

Colonna, prendendone possesso a nome di _papa Giovanni_, e colà ancora

successivamente arrivarono il cardinal legato ed ottocento cavalieri

del re Roberto, con esserne fuggiti Sciarra dalla Colonna, che da lì a

non molto mancò di vita, Jacopo Savello e gli altri Ghibellini. Venuto

il Bavaro a Todi, dalla qual città cavò quattordici mila fiorini,

pensava di passare a dirittura ad Arezzo, istigato dai Ghibellini di

marciare addosso a Firenze, quando gli giunse nuova che _don Pietro_,

figliuolo di Federigo re di Sicilia, con una potente flotta andava in

traccia di lui, e desiderava di seco abboccarsi a Corneto. Andò colà,

e dopo molti contrasti e rimproveri, per essere egli tardato tanto a

venire, si trattò di nuovo di far guerra al re Roberto. Ma troppo era

in collera Lodovico, perchè Castruccio gli avea tolta Pisa, e però

volle prima portarsi colà. Nel viaggio colla sua gente e co' Siciliani

prese Grosseto; e, giuntagli colà la nuova della morte di Castruccio,

affrettò i passi, e nel dì 21 di settembre arrivò a Pisa, ricevuto con

somma allegrezza da quel popolo. Se ne fuggirono a Lucca i figliuoli

di Castruccio, conoscendo d'essere troppo in odio ai Pisani. L'armata

siciliana in tornando a casa, assalita da una fiera tempesta, colla

perdita di quindici galee e con altri danni, arrivò molto sconciata

e scemata in Sicilia. Andò poscia il Bavaro a Lucca ad istanza di

quei cittadini, e tolse la signoria di quella città ai suddetti

figliuoli di Castruccio con giubilo di quel popolo. Ma finì presto la

lor festa, perchè il Bavaro impose loro una colta di cento cinquanta

mila fiorini d'oro; stoccata che arrivò loro al cuore. Parimente per

danari riconfermò il dominio di quella città agli stessi figliuoli

di Castruccio. Anche l'allegrezza dei Pisani si convertì ben tosto in

lutto, avendo essi dovuto pagare altri cento mila fiorini d'oro. Questi

erano i benefizii, co' quali Lodovico il Bavaro si rendeva amabile

ai popoli di Italia. Pure, con tutti questi fieri salassi alle borse

altrui, non correano le paghe ai suoi soldati, e, per tal motivo, fatta

congiura, ottocento dei suoi migliori cavalieri tedeschi nel dì 29

d'ottobre disertarono da Pisa, e corsero a Lucca per impadronirsene;

ma, trovate le porte chiuse per avviso precorso della lor venuta,

diedero il sacco ai borghi di quella città, e poi ridottisi sul

Ceruglio nella montagna di Vivinaia, quivi si fortificarono, con vivere

da lì innanzi di rapine e di tributi di tutti i contorni. E perciocchè

il Bavaro, non avendo attenuta la promessa di pagar loro sessanta

mila fiorini, inviò ad essi Marco Visconte per trattar di concordia,

il ritennero prigione: dal che poi nacquero altre novità che andremo

vedendo.

Già di sopra accennammo che _Cane dalla Scala_, tuttochè ghibellino,

andò poco d'accordo coi Visconti. Era anche disgustato di _Passerino

de' Bonacossi_ signor di Mantova. Perciò diede mano e braccio ad

una congiura formata contra di lui[1139] dai figliuoli di _Luigi da

Gonzaga_, cioè _Guido_, _Filippino_ e _Feltrino_, nobili antichi di

Mantova, che si truovano registrati vassalli della contessa Matilda.

Ebbero essi dallo Scaligero e da Guglielmo di Castelbarco ottocento

fanti e trecento cavalli, co' quali inaspettatamente entrati in

Mantova la mattina del dì 16 d'agosto, correndo quivi la festa di

san Leonardo, s'impadronirono della piazza. Il Platina scrive[1140]

ciò succeduto nel dì 17 di luglio. Accorso Passerino, vi restò

trucidato[1141]. Furono presi Francesco e l'abbate di Sant'Andrea

suoi figliuoli, e Guido e Pinamonte figliuoli di Botirone già suo

fratello, e consegnati a Niccolò Pico ed agli altri nobili della

Mirandola, i quali li condussero al castello del Castellaro della

diocesi di Modena, e, in vendetta della morte di Francesco lor padre,

quivi nelle prigioni barbaricamente li lasciarono morir di fame. In

tal congiuntura si sfogò lo sdegno de' congiurati anche contro molti

de' parziali e soldati di Passerino, che non poterono fuggire, e

massimamente contra de' suoi crudeli uffiziali. Inestimabili ruberie

furono fatte in quella rivoluzion di Stato, e la maggior parte del

bottino toccata a Cane dalla Scala fu creduta da alcuni ascendere

alla somma di cento mila fiorini d'oro. Questo miserabil fine ebbe

Passerino, che pel suo aspro governo di tant'anni si guadagnò da'

Mantovani e Modenesi il titolo di tiranno. Venne appresso dal popolo

di Mantova proclamato lor signore di nome _Luigi da Gonzaga_; ma

l'esercizio del dominio restò nei suoi valorosi figliuoli, i quali coi

lor discendenti renderono poi gloriosa in Italia la famiglia Gonzaga,

e continuarono la signoria in Mantova sino al principio del presente

secolo decimo ottavo di Cristo, in cui io scrivo. In quest'anno

ancora _Carlo duca di Calabria_, unico figliuolo di _Roberto re_ di

Napoli[1142], infermatosi, giunse al fine di sua vita nel dì 9 ovvero

10 di novembre, con dolore inesplicabile del padre e di que' popoli,

perchè era buon principe, amatore della giustizia, pio ed amorevole

verso tutti. Non lasciò dopo di sè alcun maschio, ma bensì due femmine,

_Giovanna_ già nata, e _Maria_, che nacque dopo la morte del padre da

_Maria di Valois_, sorella di _Filippo di Valois_, il quale in questo

anno, venuta meno la figliuolanza di _Filippo il Bello_, diventò re di

Francia. Col tempo il regno di Napoli ebbe da piagnere maggiormente

la perdita di questo principe senza eredi maschi, siccome andremo

vedendo. In Firenze fu gran duolo per la sua morte; ma molti ancora

internamente se ne rallegrarono, perchè finì il suo dominio in quella

città, ed ivi si tornò alla libertà primiera. Erano in questi tempi

signori della città di Lodi _Sozzo_ e _Jacopo de' Vestarini_, ed

aveano esaltato di molto un lor famiglio, già mugnaio, uomo fiero,

nominato Pietro Tremacoldo, per soprannome il Vecchio, con farlo capo

delle lor guardie, e lasciargli in mano le chiavi di una porta della

città[1143]. Molte scelleraggini e crudeltà commise costui in servigio

de' padroni, ma seppe anche guadagnarsi l'amicizia di molti. Perchè

Sozzino giovine della casa dei Vestarini gli stuprò una nipote, e,

fattane doglianza, ebbe in risposta solamente delle minaccie, talmente

s'inviperì, che ne volle far alta vendetta. Però, introdotta una notte

in Lodi una gran masnada di fanti, mise la terra a rumore, e presi i

suddetti due signori, con quattro altri di quella casa (se ne fuggì

Sozzino con altri), rinserrolli in uno scrigno, e quivi di fame li

lasciò perire. Agl'indagatori de' gabinetti celesti dovette allora

sembrar questo un giusto giudizio di Dio; perchè i Vestarini, dacchè

aveano imprigionato alcuni, li dimenticavano nelle carceri, e permisero

che molti d'essi morissero di fame, ridendo allorchè udivano che i

miseri urlavano per non aver che mangiare. Fecesi per forza questo

ribaldo vecchio proclamare signor di Lodi, e spedì subito a Guglielmo

di Monteforte vicario di Milano, assicurandolo che terrebbe la città a

parte ghibellina, e di aver tolto di vita i Vestarini, perchè voleano

dar Lodi al legato del papa.

Sempre più andava peggiorando lo stato di Padova[1144]. Niccolò da

Carrara, con gli altri fuorusciti, nell'anno precedente avea fatta

gran guerra a quella città, maggiore la fece nell'anno presente con

venir sino alle porte, e togliere ai Padovani buona parte de' loro

raccolti. Entro di Padova Ubertino da Carrara con Tartaro da Lendenara

teneva in continua inquietudine i miseri cittadini; nè giustizia si

facea, nè modo si trovava da frenar le di lui insolenze. _Corrado da

Ovestagno_, vicario del _duca di Carintia_ in essa città, ad altro non

attendeva co' suoi Tedeschi che ad ammassar danaro con ispogliar case

e chiese, biasciando intanto de' Pater nostri, e facendo colle spoglie

de' Padovani fabbricar chiese e monisteri nel suo paese. Mostrava

bensì, secondo la sua politica, _Cane dalla Scala_ di voler conservare

le tregue con Padova, ma sotto mano porgeva aiuto ai fuorusciti,

acciocchè facessero quanto di male potessero alla lor patria. Nè per

quanti ricorsi fossero fatti al duca di Carintia, al legato del papa e

a' marchesi estensi, per ottener aiuto, alcuno volea muovere un dito

in lor favore. _Marsilio da Carrara_, uno de' più accorti uomini del

suo tempo, veggendo andar così in malora la città, finalmente si

appigliò al partito di fare il proprio negozio, con dar Padova a Cane

dalla Scala, ed averne egli solo il merito tutto[1145]. Segretamente

adunque spedì Filippo da Peraga a Cane, offerendogli il dominio della

città, purchè _Mastino dalla Scala_ di lui nipote sposasse _Taddea

da Carrara_ (che Alda è chiamata dal Mussato) figliuola di _Jacopo_

già signore di Padova, e Marsilio conseguisse i beni di alcune ricche

famiglie fuoruscite e il vicariato della città, ma solamente di nome,

dovendovi Cane mettere tutti gli uffiziali, con altri patti vantaggiosi

per lui. Altro non cercava che questo Cane, il quale da tanti anni

ansava dietro a sì nobile acquisto, e tante guerre avea fatto e tanto

danaro speso, senza mai poter ottenere il suo intento. Andò Mastino a

Venezia, ed occultamente sposò Taddea da Carrara, che ivi si allevava,

e compiè il matrimonio. Ciò fatto, Marsilio, dopo avere introdotto con

varii pretesti molte centinaia di contadini armati in Padova, nel dì

3 di settembre, per avere più sciolte le mani e più balia ad eseguire

il trattato, fece destramente insinuare al popolo di dare a lui la

signoria della città; e ciò fu fatto. Poscia licenziò i Tedeschi,

che erano ivi di presidio, soddisfatti delle lor paghe. Finalmente

nel maggior consiglio della città spiegò la risoluzione da lui presa

di cedere a Cane dalla Scala il dominio di Padova, giacchè altra

maniera non v'era di salvarsi in mezzo a tante tempeste[1146]. Niuno

osò di contraddire; e però, eletto il sindaco, nel dì 7 di settembre

lo stesso Marsilio da Carrara con esso e con molti de' principali

cittadini cavalcò a Vicenza, e presentò le chiavi della città a Cane,

il quale appena si trattenne dal baciare un dono sì caro. Fece la sua

magnifica entrata Cane in Padova nel dì 10 del suddetto mese, ricevuto

con plauso e benedizioni da quel popolo, oramai convinto che altro

rimedio non v'era a' suoi mali, fuorchè questo. La liberalità del

novello principe si diffuse sopra i suoi più cari, e massimamente sopra

Marsilio da Carrara, alle spese nondimeno de' fuorusciti, appellati

ribelli; di modo che Marsilio divenne, di ricco che era, sommamente

ricchissimo. Toccò ad essi fuorusciti lo starsene in esilio; e perchè

Albertino Mussato, celebre storico, il quale ampiamente racconta

questi fatti, osò di rientrare in Padova senza licenza, fu mandato a'

confini a Chioggia, dove nell'anno seguente finì di vivere e scrivere.

Solennemente ancora fu di nuovo sposata Taddea Carrarese da Mastino

dalla Scala.

Tornato Cane a Verona, volle solennizzar questa importante conquista

con una magnifica festa. Tenne dunque corte bandita in quella città

nel dì ultimo di novembre. La Cronica di Verona[1147] dice nell'ultimo

d'ottobre. Forse cominciò allora la festa, ed essendo durata un mese,

terminò nel fine di novembre. Concordano gli autori in dire[1148]

che incredibil ne fu la magnificenza per la varietà dei tornei, delle

giostre, delle illuminazioni e d'altri pubblici suntuosi solazzi; pel

concorso smisurato de' nobili di tutte le circonvicine città, essendovi

stati cinque mila cavalli forestieri, ed intervenuti anche _Obizzo

marchese_ d'Este signor di Ferrara[1149], e _Luigi da Gonzaga_ signore

di Mantova; e finalmente per li gran regali fatti dallo Scaligero,

che tenne sempre tavola aperta a tutta la nobiltà sì del paese che

forestiera. La maggior solennità fu nel giorno in cui egli di sua

mano creò cavalieri trentotto nobili delle prime case di Verona,

Vicenza, Padova, Venezia, Mantova, Bergamo, Como, Reggio di Lombardia

e Vercelli. Simili funzioni in Italia si faceano in que' secoli pieni

di guerre, e chiamati da noi barbari, ma che più non si mirano in

Italia, tanto ingentilita, per essersi perduta la voglia delle corti

bandite, e del giostrare e torneare, dacchè tante armate straniere fan

qui dei torneamenti d'altra fatta. Aggiungasi la descrizione che il

padre del Gazata, storico reggiano di questi tempi[1150], a noi lasciò

del nobilissimo genio d'esso Scaligero. Gran copia teneva egli di

cortigiani; ed, oltre a ciò, non v'era uomo di qualche grido o per le

lettere, o pel mestiere dell'armi, o per singolarità in qualche arte,

il quale, sbattuto dalla fortuna o dalle rivoluzioni della patria, sì

frequenti in questi tempi, ricorresse a lui, che non fosse ben veduto

e provveduto di abitazione e tavola nella sua corte. Venivano essi

con tutta proprietà e lautezza serviti, e, secondo le lor professioni,

erano distribuiti. Quivi i poeti, lì i filosofi, in altre camere gli

artefici, i predicatori e simili. Sopra la porta di quelle camere si

mirava qualche pittura che alludeva alla lor professione. Eranvi musici

di canto e suono, e buffoni per rallegrar di tanto in tanto le cene ed

i pranzi: ben addobbato il palazzo di arazzi e pitture. Talvolta ancora

Cane voleva alla sua tavola or questo or quello di que' valenti uomini;

ed uno fra gli altri fu Dante Alighieri, celebre poeta, che, bandito

da Firenze, provò quanta fosse la generosità di questo principe, degno

perciò di maggior vita e di comandare a più popoli. Funesto riuscì

quest'anno a Venezia, perchè la morte rapì il loro doge, cioè _Giovanni

Soranzo_[1151], a cui nel dì 8 di gennaio succedette in quella dignità

_Francesco Dandolo_. Nè si dee tacere che, all'entrare di luglio[1152],

venendo da Avignone la paga per li soldati del legato di Italia,

consistente in sessanta mila fiorini d'oro, e scortata da cento

cinquanta cavalieri, usciti fuor d'un agguato i Pavesi, ne presero

almeno la metà con assai arnesi, somieri e prigioni. Ed ecco dove

andavano le decime raccolte pel papa dall'aggravato clero. Anche negli

anni addietro _Jacopo re_ d'Aragona occupò da ducento mila fiorini

d'oro, che gli uffiziali di _papa Giovanni XXII_ aveano ricavato dagli

ecclesiastici del suo regno, e se ne servì per torre la Sardegna ai

Genovesi. Furono in quest'anno ancora novità in Reggio di Lombardia

e in Parma. Nel mese di giugno Guiduccio e Giovanni de' Manfredi, e

Giovanni Riccio da Fogliano, nobili reggiani[1153], uccisero Angelo da

San Lupidio governatore di quella città per la Chiesa, ed uomo di molta

pietà ornato, e poi se ne andarono alle lor castella. Era anche in

Parma[1154] governatore pontificio Passerino dalla Torre; ma perchè con

imposte ed altri aggravii opprimeva quel popolo, _Marsilio de' Rossi_

ed _Azzo da Correggio_, nobili di quella città, nel dì primo di agosto

scacciarono lui e il presidio papalino, e si fecero padroni di Parma.

Nel dì seguente unitisi coi Fogliani e Manfredi suddetti, entrarono

parimente in Reggio, e posero in fuga Arnaldo Vachera nuovo governatore

inviatovi dal legato: con che amendue queste città tornarono a parte

ghibellina, e que' nobili fecero lega con Cane dalla Scala, e con gli

altri di sua fazione: avvenimento che atterrì forte il partito de'

Guelfi. Ma il _cardinal Beltrando_ legato tanto fece in Romagna[1155],

che _Alberghettino de' Manfredi_ signor di Faenza s'accordò con lui,

parendo nondimeno che esso Alberghettino non gli lasciasse mettere

il piede in quella città. In quest'anno un orribil tremuoto, oltre

ad altri luoghi, sì fieramente conquassò la città di Norcia, che vi

perirono da quattro mila persone.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 76 / 216 题