NOTE:

[1098] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1099] Nicolaus Specialis, lib. 7, cart. 17, tom. 10 Rer. Ital.

[1100] Piena Esposizione, cart. 268 e 365.

[1101] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1102] Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.

[1103] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1104] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[1105] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom.

18 Rer. Ital.

[1106] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1107] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 328. Istorie Pistolesi, tom. 11

Rer. Ital.

[1108] Chron. Sanense, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9,

cap. ultim.

[1109] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 19, tom. 10 Rer. Italic.

Giovanni Villani, lib. 9, cap. 347.

[1110] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9,

cap. 350. Cronica Riminese, tom. 15 Rer. Ital.

[1111] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.

[1112] Chron. Caesen. Cronica Riminese.

Anno di CRISTO MCCCXXVII. Indizione X.

GIOVANNI XXII papa 12.

Imperio vacante.

Fece negozio in questi tempi il cardinale legato di Lombardia

_Beltrando dal Poggetto_ per aver la signoria di Bologna[1114]; e quel

popolo, avendo consentito ai di lui voleri sotto certi patti, spedì

ambasciatori a Parma, invitandolo a venire a prenderne il possesso.

Nel dì 5 di febbraio arrivò egli colà, incontrato con gran solennità

e col carroccio dal popolo, che fece incredibil festa e bagordi per

più giorni, come se fosse calato un angelo dal cielo. Trovavasi la

città di Modena in gravi angustie, perchè circondata all'intorno da

città che s'erano date ai capitani del papa; la maggior parte ancora

delle sue castella ubbidivano ai nemici; nè Passerino si sentiva

forze per darle sufficiente soccorso. Però cominciarono alcuni nobili

a meditar la maniera di scuotere il giogo[1115]. Il legato anch'egli

coi fuorusciti con segrete ambasciate loro aggiugneva sproni. Nel dì 2

d'aprile si scoprì una congiura fatta da Tommasino da Gorzano, unito

con altri nobili e plebei. Furono presi, e la pagarono colla testa.

Intanto il legato co' Bolognesi mise a sacco e fuoco il basso Modenese,

ebbe il castello di Solara, e a maggiori angustie ridusse il popolo

di Modena. Veggendo il vicario di Passerino di non essere sicuro in

mezzo a tanta turbazione de' cittadini, si ritirò fuori della città.

Allora i Pii, i Gorzani e i Fredi commossero all'armi il popolo, e nel

dì cinque di giugno con amichevol forza e senza spargimento di sangue

ne fecero uscire la guarnigion di Passerino, che per tanti anni avea

smunta e tiranneggiata questa città col suo territorio. Trattarono

poscia accordo col cardinale legato, e si sottomisero al di lui

governo, _vacante imperio_, con varii patti e riserve, registrate nella

Cronica del Morano. Così questa afflitta città cominciò a respirare,

ma senza che la fazion dominante permettesse l'entrarci a molti nobili

fuorusciti, con lasciar nondimeno ad essi goder le rendite loro. Per

questi ed altri progressi del legato pontificio, e, molto più, per la

venuta in Toscana di Carlo duca di Calabria con tante forze, i caporali

ghibellini si vedeano in poco buono stato, e temevano di lor rovina.

Avvisaronsi adunque di chiamare in Italia _Lodovico il Bavaro_, per

opporre forza a forza[1116]. Venne egli a Trento nel mese di febbraio,

e quivi tenuto fu un gran parlamento, a cui intervennero _Marco

Visconte_, _Passerino_ de' Bonacossi, _Obizzo marchese_ d'Este, _Guido

Tarlati_ vescovo d'Arezzo, gli ambasciatori di _Castruccio_, de' Pisani

e di _Federigo re_ di Sicilia. Vi andò ancora _Cane dalla Scala_, ma

accompagnato da settecento cavalli, perchè non si fidava del duca di

Carintia, a cagion della guerra ch'egli avea co' Padovani, de' quali

era allora signore quel duca. Richiese Cane il dominio di Padova con

esibire al Bavaro gran somma di danaro; e perchè non ebbe l'intento,

se ne partì disgustato, minacciando d'accordarsi tosto col legato

del papa. Tanto fecero gli amici, che tornò indietro, e seguì poi una

tregua fra lui e i Padovani. In quel parlamento fu conchiuso che il

Bavaro calasse in Italia, e venisse a prendere la corona del regno,

promettendogli i capi de' Ghibellini cento cinquanta mila fiorini

d'oro. Se vero è ciò che scrive il Villani, in quel parlamento Lodovico

pubblicò che _papa Giovani XXII_ era eretico, e non degno papa,

opponendogli varii articoli, secondochè a lui era stato suggerito da

due dotti ribaldi, cioè da Marsilio da Padova e da Giovanni Giandone,

ossia di Gant, che coi loro velenosi scritti condussero il Bavaro a

varie empietà e pazzie. Era egli veramente irritato forte contra del

papa, parendogli una fiera ingiustizia quel non volerlo riconoscere

per re dei Romani, e ciò per fini politici; ma egli tenne una via

obbrobriosa ed indegna per vendicarsene.

Nel dì 13 di marzo si partì da Trento esso Lodovico Bavaro, e poscia

sul principio di maggio venne per le montagne, arrivò a Como, menando

seco appena seicento cavalli, ed era bene scarso di moneta. Venne poi

di Germania molta cavalleria, allorchè fu giunto a Milano[1117], dove

nel dì 16 di maggio con grande onore il ricevette _Galeazzo Visconte_.

Quantunque Marco fratello e Lodrisio zio d'esso Galeazzo con altri

nobili avessero declamato forte contra del medesimo Galeazzo, pure

il Bavaro gli confermò il vicariato, ossia la signoria di Milano,

Pavia, Lodi e Vercelli. Quindi fu intimato il dì della Pentecoste per

la sua coronazione[1118]. Concorse ad onorare questa funzione _Cane

dalla Scala_ con mille e cinquecento cavalli ed altrettanti fanti

(scrivono solamente cinquecento altri storici); e venne anche, per

quanto fu creduto, con qualche speranza di procacciarsi la signoria

di Milano, ben sapendo il mal animo che nudriva contra di Galeazzo

la nobiltà milanese; ma gli andò fallito il colpo. Già gli avea esso

Galeazzo preparato l'ospizio nel monistero di Santo Ambrosio, fuor di

Milano. Fece Cane fabbricare in una notte un ponte sulla fossa della

Posterla, per entrare a suo piacimento nella città. Galeazzo l'altra

notte gliel fece disfare; tal contesa fu poi rimessa nel Bavaro.

Seguì la coronazione d'esso Lodovico colla corona ferrea[1119], e di

_Margherita_ sua consorte con corona d'oro, nel dì 31 di maggio (v'ha

chi dice nel dì primo di giugno) nella basilica di Santo Ambrosio;

e giacchè era bandito da Milano frate _Aicardo arcivescovo_, fecero

quella funzione tre vescovi scomunicati e interdetti dal papa, cioè

Federigo de' Maggi di Brescia, Guido Tarlati di Arezzo ed _Arrigo_ di

Trento. Vi intervennero ancora _Rinaldo marchese_ di Este e signor di

Ferrara con trecento cavalieri, e Francesco figliuolo di _Passerino_

signor di Mantova con trecento, ed altri popoli ghibellini. Non passò

gran tempo che s'imbrogliarono gli affari di Galeazzo Visconte col

Bavaro. Ossia, come vuole il Villani, che richiedendo il Bavaro una

contribuzion di danari, Galeazzo superbamente gli rispondesse; oppure,

come altri vogliono, che Marco e Lodrisio Visconti coll'altra nobiltà

di Milano pontassero tanto appresso il Bavaro per far deporre Galeazzo,

e ritornare a repubblica la loro città: certo è che nel dì 20 di

luglio il Bavaro fece mettere le mani addosso ad esso _Galeazzo_, a

_Luchino_ e _Giovanni_ cherico suoi fratelli (_Stefano_ lor fratello

morì all'improvviso in quel giorno stesso, e fu creduto di veleno) e ad

Azzo suo figliuolo. Poscia intimò a Galeazzo la pena della testa, se

fra il termine di tre dì non gli consegnava il forte castello da lui

fabbricato nella terra di Monza. Mandò l'ordine Galeazzo, ma indarno,

perchè quel castellano un altro ordine innanzi avea avuto di non darlo

ad alcuno, se personalmente non gliel comandava lo stesso Galeazzo.

Corsero colà la marchesana _Beatrice Estense_ sua consorte e Ricciarda

sua figliuola, tutte affannate, e colle man giunte scongiurarono il

castellano a cedere la fortezza; e trovatolo più duro che mai, se ne

tornarono piene di doglia a Milano. Finalmente, ben certificato quel

castellano che v'andava la testa del suo signore[1120], consegnò quel

castello alle genti del vescovo d'Arezzo, e nelle prigioni del medesimo

castello, fabbricate dallo stesso Galeazzo, fu egli ristretto co' due

suoi fratelli e col figliuolo, verificandosi quanto per accidente era

stato predetto, se pur sussiste quella predizione. Non gli mancavano

peccati da farne penitenza. Di questo fatto gran piacere ebbero i

nobili di Milano e le città guelfe, ma il Bavaro si tirò addosso una

grande infamia per tanta ingratitudine verso i Visconti; e di qui si

può dire ch'ebbe principio la meritata sua rovina. Furono poi eletti

ventiquattro nobili, che reggessero a comune la città di Milano; sopra

lor nondimeno istituì il Bavaro un suo vicario, che fu Guglielmo da

Monteforte.

Cavò esso Bavaro, in questi tempi, ben ducento mila fiorini d'oro

dalle borse dei Ghibellini, e specialmente de' Milanesi; poscia nel dì

quinto, oppure nel dodicesimo giorno d'agosto quasi alla sordina uscì

di Milano, e agli Orci del Bresciano tenne un parlamento con _Cane

dalla Scala, Rinaldo Estense, Passerino_ ed altri capi ghibellini.

Vuole il Villani[1121] che il Bavaro conducesse colà Marco, Luchino

ed Azzo Visconti, i quali poscia fuggirono, e cominciarono guerra a

Milano. Anche il Fiamma[1122] scrive che Giovanni, Luchino ed Azzo fra

poco tempo furono rilasciati, e ritenuto il solo Galeazzo. Ma più fede

merita Buonincontro Morigia, vivente allora in Monza, che ci assicura

essere stati i suddetti Visconti rimessi in libertà solamente nell'anno

seguente; ed è certissimo che Marco seguitò il Bavaro in Toscana. Venne

esso Bavaro colle sue genti a Cremona, e pel contado di Parma e per

la via di Pontremoli passò alla volta di Lucca, senza che il legato

del papa, che avea forze non poco grandi, gli facesse contrasto alcuno

per le montagne, siccome avrebbe potuto. Fu accolto con sommo onore da

_Castruccio_, che si fece, o allora, o nel dì 4 di novembre, dichiarare

ed investire da lui duca di Lucca e Pistoia, ed anche di Prato, San

Gemignano, Colle e Volterra[1123], tuttochè non ne fosse padrone,

per isperanza di acquistar que' luoghi, i quali aveano già preso per

lor signore _Carlo duca_ di Calabria. Credevasi Lodovico di entrar

quetamente in Pisa, città sempre stata camera dell'imperio, e perciò,

senza entrare in Lucca, cavalcò tosto colà. Ma quei che governavano la

città, per timore di perdere il loro stato, e per odio a Castruccio,

gli serrarono le porte in faccia, e si accinsero alla difesa.

Castruccio colle sue forze fu chiamato colà; v'andarono anche assai

balestrieri della riviera di Genova, e si diede principio all'assedio

di quella città nel dì 6 di settembre. Durò questo un mese; e, nata

poi discordia fra quei cittadini, capitolata la resa, gli aprirono le

porte. Pose il Bavaro ai Pisani una colta di sessanta mila fiorini

d'oro, e dietro a questa un'altra di cento altri mila; e bisognò

pagarli. A tante estorsioni si vide come morto quel popolo. Altri

cinquanta mila si crede che raccogliesse da Castruccio per li suddetti

privilegii, e per averlo parimente creato suo vicario in Pisa[1124].

Succedette in questi tempi davanti allo stesso Bavaro una villana

contesa di parole fra _Guido vescovo_ d'Arezzo ed esso _Castruccio_, in

cui l'un l'altro chiamò traditore. Il vescovo arrabbiato si partì per

tornarsene alla sua signoria di Arezzo; ma, caduto infermo al castello

di Monte Nero in Maremma, quivi scomunicato, pentito nondimeno, secondo

alcuni, terminò i suoi giorni. _Pier Saccone_ da Pietramala divenne poi

signore d'Arezzo e di Città di Castello. Lodovico nel dì 21 di dicembre

con tre mila cavalieri e grossa fanteria s'inviò per Maremma alla

volta di Roma; il che udito dal duca di Calabria, anch'egli si mosse da

Firenze colla moglie, con tutti i suoi baroni e con mille e cinquecento

cavalli nel dì 28 del mese suddetto, per accorrere alla difesa del

regno di Napoli.

In quest'anno[1125] nel mese di luglio il _re Roberto_ tornò a spedire

in Sicilia Rogieri da Sanguineto conte di Catanzaro con settanta

galee, fra le quali diecisette de' Genovesi, a dare il solito guasto

a quell'isola; ma poco profitto ne ricavò. Nel tempo stesso, affin di

prevenire i disegni del Bavaro calato in Lombardia, mandò _Giovanni

principe_ della Morea suo fratello con mille cavalli ad afforzar le

terre del ducato di Spoleti e di Campagna. Questi volle entrare in

Roma; non gliel permisero i Romani. Andò a Viterbo; e, trovato quel

popolo contrario a' suoi voleri, guastò il paese. Intanto cinque galee

di Genovesi al servigio d'esso re Roberto presero la città d'Ostia,

e la diedero alle fiamme; del che i Romani concepirono grande odio

contra d'esso re, nè vollero ammettere il _cardinale Orsino_ legato,

che da Firenze passò colà per mettere pace. Nel dì 28 di settembre esso

legato col principe suddetto della Morea s'impadronì di San Pietro e

della città Leonina, con tagliar a pezzi que' Romani che v'erano in

guardia, ma nel dì seguente tutto in armi l'infuriato popolo di Roma

ripigliò quel luogo. Nella notte del dì quinto di luglio, vegnente il

dì sesto[1126]. _Alberghettino_ figliuolo di _Francesco dei Manfredi_

signor di Faenza, ad istigazione, per quanto fu creduto, di _Ostasio

da Polenta_, scacciò da Faenza la guarnigione del padre, che era

allora fuori della città, e se ne fece signore. Ecco se mancava in

secoli sì sconvolti ogni specie d'iniquità. Cecco de' Manfredi, che

l'aveva aiutato a questo tradimento, proditoriamente ne fu anch'egli

dipoi scacciato con altri della casa de' Manfredi. Era in questi tempi

signore d'Imola _Ricciardo de' Manfredi_: perchè quel popolo scoprì

ch'egli voleva dar la città al _cardinal Beltrando_ dal Poggetto legato

pontificio, nel primo dì, oppure nell'ottavo di settembre, si mosse

a rumore, e sulla piazza venne alle mani con lui e colla gente della

Chiesa. Rimasero soperchiati que' cittadini; ve ne furono morti più di

quattrocento, e la città andò a sacco; laonde rimase tutta desolata.

Fece poi guerra il legato a Faenza, unito col suddetto Ricciardo; ma

Alberghettino de' Manfredi valorosamente si difese. Borgo San Donnino

in Lombardia nel dicembre di quest'anno, per trattato fatto con que'

terrazzani, si arrendè al figliuolo di Giberto da Correggio. V'entrò

egli a nome del legato pontificio, che per averlo spese buona somma

di danaro. Gli Spinoli ghibellini tolsero alla città di Genova[1127]

l'importante castello di Monaco. E nel dì 30 di maggio i Piacentini con

grosso naviglio per Po andarono a Cremona[1128], sperando di conquistar

quella città; ma i Cremonesi virilmente si difesero, e infine diedero

una sconfitta ai mal venuti. Leggonsi nella Storia Ecclesiastica sotto

questo anno[1129] le lettere del popolo romano a _papa Giovanni XXII_,

pregandolo istantemente di venire a Roma alla sua sedia. Con belle

parole e varii pretesti si scusò il pontefice di non poter per ora

esaudirli, e raccomandò forte ai Romani di andar d'accordo col _re

Roberto_, e di non ammettere il Bavaro. Ma Sciarra Colonna, capo de'

Ghibellini, avea già preso delle contrarie misure. Nel dì 23 d'ottobre

il suddetto pontefice fulminò contra del Bavaro, come eretico, tutte

le censure, ed ogni altra pena spirituale e temporale che si possa

mai immaginare. Poscia nelle tempora dell'Avvento fece la promozion di

dieci cardinali, tre de' quali italiani, sei franzesi ed uno spagnuolo.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 75 / 216 题