[1057] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni
Villani.
[1058] Rebdorf. Cortus. Histor, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani,
lib. 9. Continuat. Albert. Argentin., et alii.
[1059] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 3, cap. 19, tom. 12 Rer.
Ital. Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Corio, Istor. di
Milano, et alii.
[1060] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 189.
[1061] Gualvan. Flamma, cap. 362, tom. 11 Rer. Italic.
[1062] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 211.
[1063] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Georgius Stella, Annales
Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1064] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 186.
[1065] Raynaldus, Annal. Eccl.
[1066] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 194.
Anno di CRISTO MCCCXXIV. Indizione VII.
GIOVANNI XXII papa 9.
Imperio vacante.
Continuando la guerra della Chiesa contra de' Visconti, _Raimondo da
Cardona_ generale del papa, con _Arrigo di Fiandra_ e Simone dalla
Torre[1069], condusse lo esercito suo verso Vavrio, borgo da lui
posseduto, per isloggiare i nemici venuti per infestare il ponte
ch'egli avea sopra l'Adda. _Galeazzo_ e _Marco Visconti_ colà accorsero
anch'essi. Secondo il costume degli scrittori parziali al loro partito,
Bonincontro Morigia scrive che i Milanesi erano molto inferiori di
gente agli altri; il Villani dice il contrario. Certo è che nel dì 16
di febbraio si venne ad un fatto d'armi. Il Villani lo fa succeduto
nel dì ultimo di quel mese. Probabilmente fu nel penultimo d'esso mese
allora bissestile, scrivendo l'autore degli Annali Milanesi[1070]
_in die Carnisprivii_ (cioè del carnovale) _die Martis penultimo
februarii_. Avea dato ordine Galeazzo ad alcuni dei suoi più arditi
soldati che, all'udire attaccata la zuffa, entrassero in Vavrio, e
mettessero fuoco dappertutto. Diedesi fiato alle trombe, e un duro
ed ostinato combattimento si fece. Tra per la forza de' Milanesi, e
per la funesta scena del borgo che era tutto in fiamme, l'esercito
pontificio si mise in rotta. Moltissimi ne furono uccisi, fra' quali
Simone Torriano; più ancora se ne annegarono nel fiume, e alle mani de'
vincitori fra gli altri assaissimi prigioni vennero Raimondo da Cardona
ed Arrigo di Fiandra. Questo ultimo, secondo il Villani, si riscattò
dai Tedeschi che l'aveano preso, e con essi tratti al suo partito
venne a Monza. Il Morigia, autore che ne prese migliore informazione,
asserisce non essere egli restato prigione, e che fuggendo, per
miracolo di san Giovanni Batista, arrivò salvo a Monza. Il Cardona
dipoi nel mese di novembre, fatto negozio colle guardie a lui poste in
Milano, se ne fuggì, e a Monza anche egli si restituì. Monza, dico, la
qual fu susseguentemente assediata da Galeazzo Visconte e dalle sue
genti. Mandò il legato due mila soldati alla difesa di quella città,
intorno a cui furono fatte varie bastie e battifolli. Nel settembre
fecero una sortita gli assediati, avendo alla testa Verzusio Lando con
ottocento cavalli e mille e cinquecento fanti. Ben li ricevette con
soli cinquecento cavalli Marco Visconte, e li sconfisse, colla morte
di trecento ottanta d'essi, il che mise in somma costernazione quel
presidio di crocesignati, i quali altro mestier non faceano, se non
di rubar le zitelle e mogli altrui, di ammazzar uomini e fanciulli, e
saccheggiare e incendiar le case. Entrarono anche di consenso dello
stesso cardinal legato nella chiesa maggiore di Monza, ne presero
quanti vasi d'oro e d'argento e reliquiarii v'erano; il che non so come
ben s'accordi coll'avere precedentemente scritto il medesimo Morigia
che i canonici, prevedendo le disgrazie che avvennero, aveano nascoso
in segretissimo luogo il ricco tesoro di quella chiesa. Secondo il
suddetto Morigia[1071], la fuga di Raimondo da Cardona fu di consenso
segreto dello stesso Galeazzo Visconte, perchè gli fece egli sperare
di adoperarsi per la restituzion di Monza, e di ottenergli anche buon
accordo col papa. Infatti andò esso Raimondo ad Avignone, ed espose
l'impossibilità di vincere i Visconti, e che Galeazzo intendeva di
conservare per sè il dominio di Milano, e di mantenere a sue spese
cinquecento uomini d'armi al servigio del papa, dovunque egli volesse.
Non dispiacquero al papa i patti; ma siccome egli non ardiva di muovere
un dito, se non gliene dava licenza il re Roberto, così ordinò che se
ne parlasse al medesimo re. Ne parlò Raimondo al re, e ne ebbe per
risposta che accetterebbe così fatta proposizione, purchè Galeazzo
giurasse di adoperar tutte le sue forze in servigio d'esso re contra
l'imperiale potenza. Ed ecco come l'ambizion di Roberto si cavò il
cappuccio; ecco svelati i motivi di tanti processi contra del Bavaro,
de' Visconti e degli altri Ghibellini di Italia, sotto pretesto di
disubbidienze e d'eresie. Tutto tendeva per diritto o per traverso
a distruggere l'imperio, e ad esaltare chi s'abusava dell'autorità
e della penna del pontefice, divenuto suo schiavo, per arrivare
all'intera signoria d'Italia. Ma Galeazzo Visconte protestò di voler
sofferire piuttosto ogni male, che andar contro al giuramento da lui
prestato a chi reggeva l'imperio. Trattò egli dipoi col cardinale
Beltrando legato la restituzione di Monza; e già era accordato tutto,
quando il legato, coll'esibizione di otto mila fiorini d'oro ad alcuni
traditori, si credette di occupar la città di Lodi: il che se veniva
fatto, Monza non si rendeva più. Il tentativo di Lodi andò a voto, e
molti de' traditori furono presi[1072]: il che cagionò che nel dì 10 di
dicembre si rendesse la città di Monza a Galeazzo. Colà egli richiamò
chiunque era fuggito, e mise tra loro la pace; poi nel marzo dell'anno
seguente cominciò a fortificare il castello d'essa città in mirabil
forma, con farvi anche delle orride prigioni. Vi fu chi disse[1073] che
Galeazzo faceva far ivi quelle carceri per sè e per li suoi fratelli,
e che potrebbono esser eglino i primi a provarle. Col tempo il detto si
verificò; ma forse dopo il fatto nacque tal predizione.
Correvano già due anni e più che i Perugini col ministro del papa,
governatore del ducato spoletino, tenevano assediata la città di
Spoleti con bastie e battifolli fabbricati all'intorno[1074]. La fame
finalmente costrinse quel popolo ad arrendersi, salve le persone, nel
dì 9 di aprile. Per buona cautela de' Fiorentini e Sanesi, che v'erano
colla lor taglia ad oste, non seguì maleficio alcuno nell'entrare in
essa città, la quale fu ridotta a parte guelfa, e rimase distrittuale
di Perugia. Fecero dipoi essi Perugini l'assedio della Città di
Castello occupata dal vescovo d'Arezzo coll'aiuto dell'altre città
della lega guelfa. Nel dì 22 d'aprile[1075] il _re Roberto_ colla
regina sua moglie e _Carlo duca_ di Calabria suo figliuolo, e colla
moglie figliuola di _Carlo di Valois_, dalla Provenza incamminati per
mare a Napoli, con quarantacinque vele arrivarono a Genova. Fece ivi
un gran broglio, affinchè il limitato dominio di dieci anni di quella
città, a lui già dato nell'anno 1318, divenisse perpetuo. Ne nacque
discordia fra i cittadini: chi volea tutto, chi meno, chi nulla.
Finalmente si acconciò l'affare con prorogargli la signoria anche
per sei anni avvenire. Fece egli alquante mutazioni in quel governo,
ristringendo la libertà del popolo. Nel suo passaggio ebbe grandi
presenti ed onori dai Pisani, i quali in questi tempi si trovano
in gravi affanni, essendo che _don Alfonso_ figliuolo di _Giacomo
re_ d'Aragona e Catalogna, passato con buona armata in Sardegna,
andava loro togliendo a poco a poco tutti i luoghi posseduti da essi
in quell'isola, e diedero loro anche nel mese di maggio dell'anno
presente una rotta a Castello di Castro. Per concerto fatto nel dì 3 di
marzo[1076] veniva il vicario del re Roberto a ripigliare il possesso
di Pistoia; ma fu forzato a tornarsene vergognosamente indietro,
perchè, assalito per istrada dalle genti di _Filippo de' Tedici_, il
quale in questo anno appunto tolse la signoria di Pistoia nel dì 24
di luglio ad _Ormanno Tedici abbate_ di Pacciana suo zio, e se ne
fece egli signore, e conchiuse una tregua con _Castruccio_ signore
di Lucca, pagandogli ogni anno tre mila fiorini d'oro di tributo.
Adirati i nobili padovani[1077], spezialmente i Carraresi, contra di
_Cane dalla Scala_, tanto fecero, che trassero in Italia il _duca di
Carintia_, e _Ottone_ fratello del duca d'Austria, per isperanza di
mettere un buon collare al collo d'esso messer Cane. Vennero questi
principi con ismisurato esercito di cavalleria tedesca ed unghera,
che si fece ascendere al numero di quindici mila cavalli. Diedero
costoro il sacco al Friuli per dove passarono. Arrivati nel dì 3 di
giugno a Trivigi, vi consumarono tutto. Prima ancora che arrivassero
sul Padovano, a furia fuggivano i miseri contadini di quel paese,
perchè informati che coloro, dovunque giugnevano, facevano un netto,
bruciavano, nè rispettavano donne, nè monache. Nel dì 21 d'esso mese
con questa diabolica armata arrivò il duca di Carintia a Padova, e
nel dì seguente cavalcò a Monselice. Oh qui sì che c'era bisogno di
senno a Cane dalla Scala. Non gli mancò in effetto. Unì quante genti
potè[1078]. _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara con gran copia
di cavalli e fanti ferraresi corse a Verona in suo aiuto. Milanesi,
Mantovani, Modenesi, anch'essi volarono colà, e tutti si posero a
guardar le fortezze. Ma Cane non ripose già la sua speranza in questi
combattenti. Persuaso egli della verità di quel proverbio: _Miglior
punta ha l'oro che il ferro_, non tardò a spedire Bailardino da
Nogarola ed altri ambasciatori, allorchè il duca fu giunto a Trivigi,
e susseguentemente in altri luoghi, tenendolo a bada con proposizioni
d'accordo e con altri raggiri; e finalmente, esibite grossissime somme
di danaro, ottenne tregua da lui sino al venturo Natale. Si vide allora
quella bella scena, che il duca, dappoichè la sua gente ebbe rovinata
coi saccheggi buona parte del Padovano, in cui sollievo era venuta,
e ricavati trentamila fiorini d'oro da quella città, senza far danno
alcuno alle terre dello Scaligero, contra di cui era stato chiamato,
se ne tornò nel dì 26 di luglio in Carintia: gridando i confusi ed
impoveriti Padovani, essere peggior l'amicizia di quella gente, che la
nemicizia con Cane. Nel dì 23 di novembre morì _Jacopo da Carrara_, già
signore di Padova, lasciando sotto la cura di Marsilio da Carrara le
sue figliuole e i suoi bastardi. Abbiamo dalla Cronica di Cesena[1079]
che nel luglio di quest'anno _Speranza conte di Montefeltro_ coi
figliuoli del già ucciso _conte Federigo_ ritornò in Urbino; dal che
pare restituita quella famiglia nel dominio d'essa città; ma di ciò
non ne so il come. Nel dì 3 di giugno in Rimini _Pandolfo Malatesta_
e _Galeotto_ suo figliuolo, con altri Malatesti e nobili, furono
fatti cavalieri[1080]. Magnifiche feste e giostre per tal occasione
si fecero, col concorso di gran nobiltà di Firenze, Perugia, Siena,
Bologna e di tutta la Toscana, marca d'Ancona, Romagna e Lombardia.
Quivi si contarono più di mille e cinquecento cantambanchi, giocolieri,
commedianti e buffoni: il che ho voluto notare, acciocchè s'intendano
i costumi e il genio di questi secoli. Il conte Speranza e il _conte
Nolfo_, figliuoli del fu _conte Federigo_ di Montefeltro, nel dì 9
d'agosto vennero coll'esercito di Urbino contro alcune castella di
Ferrantino Malatesta, dove s'erano rifugiati gli uccisori del suddetto
conte Federigo, e, presi que' luoghi, fecero crudel vendetta di que'
traditori. Anche i marchesi estensi _Rinaldo_ ed _Obizzo_, signori
di Ferrara[1081], nel dì primo di novembre ritolsero all'arcivescovo
di Ravenna la grossa terra, appellata anche città, d'Argenta col
suo castello. Intanto, contuttochè _Lodovico il Bavaro_ deducesse le
sue buone ragioni, pure non potè impedire che in questo anno _papa
Giovanni_, subornato dal re Roberto[1082], non fulminasse contra di
esso Lodovico le censure, e facesse predicar la crociata, secondo
il deplorabil uso di que' tempi, contra di lui, siccome accennammo
all'anno precedente. Però si diede egli con più vigore ad accudire
agli affari d'Italia; e cotanto s'ingegnò in Germania, che frastornò
i disegni di _Carlo re_ di Francia, il quale, prevalendosi anch'egli
del favore del papa, macchinava di farsi eleggere re ed imperador de'
Romani. Di più non dico di queste controversie, lasciandone volentieri
ad altri la discussione.