NOTE:

[1021] Chron. Astense, cap. 102, tom. 11 Rer. Ital.

[1022] Annal. Mediol., cap. 92 et seq., tom. 16 Rer. Ital.

[1023] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1024] Chron. Astense, cap. 104, tom. 11 Rer. Ital.

[1025] Johan. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Bonifacius Moranus,

Chron., tom. 11 Rer. Ital.

[1026] Corio, Istoria di Milano.

[1027] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1028] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1029] Chron. Bononiense, tom. 18 Rerum Italic. Chron. Estense, tom. 15

Rer. Ital.

[1030] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 129.

[1031] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 128.

[1032] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 16, tom. 10 Rer. Ital.

[1033] Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXII. Indizione V.

GIOVANNI XXII papa 7.

Imperio vacante.

Benchè sul principio di quest'anno un bell'aspetto prendesse la fortuna

dei Visconti, pure, andando innanzi, cominciò forte a vacillare,

e parve vicino alla rovina. Avendo _Galeazzo Visconte_ continuato

l'assedio alla città di Cremona[1035], nel dì 17 di gennaio dell'anno

presente n'entrò in possesso; e, fattosi eleggere signore di quella

città, v'introdusse tutti i fuorusciti, eccettochè i Cavalcabò: dopo di

che se ne tornò a Piacenza, dove si dichiarò nemico suo Verzusio Lando,

per aver egli, secondochè allora fu detto, mostrate voglie impure verso

Bianchina, bellissima ed insieme onesta moglie d'esso Verzusio[1036].

Galeazzo tolse al Lando il castello di Rivalta; ma costogli ben caro

l'aver perduta l'amicizia di questo nobile, siccome fra poco vedremo.

Nel febbraio il legato pontificio, cioè il _cardinale Beltrando_ dal

Poggetto, nel luogo di Burgolio dell'Alessandrino, con gran solennità

fulminò tutte le maledizioni di Dio, e pubblicò e confermò tutte le

scomuniche e gl'interdetti contro la persona di _Matteo Visconte_,

de' suoi figliuoli e fautori, e delle di lui città, col confisco

de' beni, schiavitù delle persone, come se si trattasse di Saraceni.

Furono ancora aperti tutti i tesori delle indulgenze e del perdono

de' peccati a chi prendeva la croce e l'armi contra di questi pretesi

eretici. Nello stesso mese in Genova[1037] con grande allegria di quel

popolo si fece la pubblicazione di quelle scomuniche e della medesima

crociata. Dopo aver fatto _Raimondo da Cardona_, generale del papa e

del _re Roberto_, molti danni all'Alessandrino[1038] e Tortonese, andò

colle macchine militari per espugnare il castello di Bassignana. Nel

dì 6 di luglio _Marco Visconte_ con due mila cavalli e dieci mila fanti

andò a trovarlo[1039]. Tuttochè Raimondo fosse inferior di gente, pure

temerariamente andò ad assalirlo, e gran sangue si sparse. Ma egli

ne rimase sconfitto, e più di cinquecento cavalieri e circa ducento

balestrieri e pedoni de' suoi furono menati prigioni. Poco nondimeno

servì ai Visconti questo vantaggio, perchè di tanto in tanto venivano

spediti nuovi rinforzi al Cardona da papa Giovanni e dal re Roberto,

ed erano in aria altri nuvoli. E qui convien prima accennare un altro

spediente preso da esso papa e re, per mettere a terra i Ghibellini.

Fecero essi maneggio, acciocchè _Federigo d'Austria_ eletto re de'

Romani venisse colle sue forze in Italia alla distruzion de' Visconti,

dandogli a credere di voler decidere la lite dell'imperio in suo

favore, e mettere a lui in capo la corona[1040]. Non si attentò già

Federigo di venire in persona per timore del Bavaro, ma bensì, dopo

aver ricevuto dal papa un aiuto di cento mila fiorini d'oro, fece

calare in Italia _Arrigo_ suo fratello, il quale con due mila cavalli

arrivò a Brescia[1041], accolto con sommo onore da quel popolo. Quivi

era ancora _Pagano dalla Torre patriarca_ d'Aquileia, che, pubblicata

contra de' Visconti e degli altri Ghibellini, chiamati ribelli della

Chiesa, la terribil bolla delle scomuniche, predicò la crociata,

e mise in armi quattro o cinque mila persone pronte a' suoi cenni.

L'arrivo di Arrigo d'Austria sbalordì i principi de' Ghibellini, che

non si sentivano voglia di cedere a' suoi comandamenti, e resistendo

parea loro d'alzar bandiera contro all'imperio, per essere il di

lui fratello eletto re de' Romani. Fatto un parlamento, spedirono

a lui ambasciatori, rappresentandogli che solenne pazzia sarebbe

quella di procedere contra dei Ghibellini, unici fedeli dell'imperio

in Italia; essere quella una trama del re Roberto per annientare la

fazion ghibellina ed innalzar la guelfa: il che se gli veniva fatto,

restava egli padron dell'Italia, e metteva un buon catenaccio alle

porte di essa, di modo che nè il re Federigo, nè altro principe di

Germania avrebbe più potuto goderne la signoria. Trovò Arrigo co'

suoi consiglieri fondate queste ragioni; e comunicatele al fratello,

gli fece mutar parere; laonde, allorchè era in viaggio per andare a

rimettere in Bergamo i fuorusciti guelfi, che gli aveano promesso venti

mila fiorini, non volle passar oltre, schiettamente dicendo: _Son io

venuto qua per abbattere i fedeli dell'imperio? Signor no. Piuttosto

ad innalzarli_. E fattagli istanza da' Bresciani, perchè li liberasse

dalla molestia de' fuorusciti, disse di farlo, purchè gli dessero le

porte della città in guardia e due mila fiorini. Il danaro, ma non le

porte, vollero dargli i Bresciani, ed egli sdegnato passò con sue genti

a Verona, dove magnificamente ricevuto da Cane Scaligero, gli furono

contati a nome della lega ghibellina sessanta mila fiorini, coi quali

se ne ritornò assai contento in Germania.

Ancorchè passasse questo minaccioso turbine, pure avea esso dianzi

recato gran pregiudizio agli affari di _Matteo Visconte_. Imperciocchè

molti nobili milanesi fin dal mese di febbraio si diedero a macchinare

la di lui depressione; parte per vedere che si preparavano in Italia,

in Francia e fino in Germania tante armi contra di lui e della loro

città; parte per terror delle scomuniche; e parte perchè segretamente

guadagnati dal disinvolto legato del papa, che prometteva i secoli

d'oro ai Milanesi, e particolari ricompense a certe persone, se si

davano al papa e al re Roberto. Secondo alcuni scrittori[1042], pare

che lo stesso Matteo si mostrasse inclinato a cedere; ma, secondo

altri[1043], fra il suo cuore e le sue parole passava poca armonia,

ed egli si trovò in grandi affanni allo scorgere che titubavano nella

fede i primati milanesi. Ne scrisse ai collegati ghibellini; fece

venir di Piacenza Galeazzo suo primogenito, in cui mano rassegnò il

governo; e poi si diede alla visita de' sacri templi, con professar

dappertutto la fede cattolica. Probabilmente questi fieri sconcerti

d'animo, aggiunti all'età d'anni settantadue, quei furono che il fecero

cader malato nel monistero di Crescenzago, dove finì di vivere circa

il dì 27 di giugno dell'anno presente. Dagli scrittori milanesi egli

vien chiamato _Matteo il Magno_ per cagion del suo gran senno che

il condusse a sì alto grado di principato; ma non si sa che alcuno

il piagnesse morto, perchè vivo avea forte aggravati i popoli, nè

era esente da vizii. Lasciò dopo di sè cinque figliuoli, _Galeazzo,

Marco, Luchino, Stefano_, tutti e quattro ammogliati, e _Giovanni_

cherico, già eletto arcivescovo di Milano, ma rifiutato dal papa.

Tennero questi celata la morte del padre per lo spazio di quattordici

dì; e fecero seppellire il di lui corpo in luogo ignoto per cagion

delle scomuniche e dell'interdetto: dopo il qual tempo _Galeazzo_ ebbe

maniera di farsi proclamare signor di Milano. Ma non gli mancarono de'

nemici in casa. Fra gli altri si contò Francesco da Garbagnate, quel

medesimo che avea sotto Arrigo VII aiutato con tanta attenzione Matteo

Visconte a salire, e che poi riempiuto di benefizii e di roba da lui,

era divenuto uno de' più benestanti ed autorevoli di Milano. Del pari

Lodrisio Visconte figliuolo d'un fratello d'esso Matteo, per tacere

degli altri, palesò il suo mal talento contra di Galeazzo. Accadde in

questi tempi la vittoria, che già abbiam detto, riportata da _Marco

Visconte_ in Bassignana, il cui borgo venne ancora alle sue mani;

ma ciò non trattenne punto il pendio della fortuna avversa ad esso

Galeazzo. Aveva egli lasciata in Piacenza Beatrice Estense sua moglie

col giovinetto _Azzo_ suo figliuolo alla custodia della città[1044].

Intanto Verzusio Lando, che era presso il legato pontificio, manipulò

una congiura con alcuni cittadini di Piacenza; ed ottenuto da esso

legato un buon corpo di cavalleria, nella notte precedente al dì 9 di

ottobre arrivò a quella città. Per un'apertura fatta dai traditori

(fra' quali Buonincontro[1045] mette anche Manfredi Lando, benchè

la Cronica di Piacenza[1046] dica il contrario) entrò Verzusio nella

città. Ebbe il giovane Azzo Visconte la sorte di potersi salvare per

senno della marchesa Beatrice sua madre e donna virile, la quale,

gittando dalle finestre gran copia di moneta, fermò i soldati papalini,

e fece attaccar lite fra loro, e in questo mentre diede tempo al

figliuolo di scappare a Fiorenzuola con dodici cavalli. Patì ella

dipoi delle gravi molestie; pure fu onorevolmente accompagnata fuori di

Piacenza. Nel dì 27 di novembre fece la sua entrata in quella città il

legato pontificio, e i Piacentini si diedero al papa, eleggendolo per

loro signor temporale, secondo la Cronica di Piacenza, _toto tempore

vitae suae_. Intorno a questo punto, cioè del dominio allora acquistato

da papa Giovanni nella città di Piacenza, s'è disputato negli anni

addietro fra gli avvocati della Chiesa romana e quei dell'imperadore,

pretendendo i primi che il popolo di Piacenza, dopo alcuni anni, con

pubblico atto riconoscessero che Piacenza col suo distretto _immediate

subjecta sit et fuerit ab antiquo sanctae romanae Ecclesiae_; e

pretendendo gli altri, con addurre pubblico documento, che quella sia

un'impostura, e che la signoria di Piacenza, data a quel pontefice,

fosse chiaramente ristretta al tempo della vacanza dell'imperio, come

fu fatto circa questi tempi da Parma, Modena ed altri simili città non

mai suggette in addietro al temporal dominio de' romani pontefici.

Anche i Rossi co' figliuoli di Giberto da Correggio[1047] nel dì 19

del mese di settembre occuparono la città di Parma, e ne scacciarono

Giamquillico di San-Vitale con tutti i suoi aderenti ghibellini.

Scrivono altri[1048] che fecero prigione il San-Vitale, e il misero

in una gabbia di ferro. Abbiamo negli Annali Ecclesiastici[1049]

l'atto in cui quel popolo si mise anch'esso sotto il dominio del papa,

ma _vacante imperio, sicut nunc vacare dignoscitur._ Certamente può

quest'atto far dubitare d'interpolazione nel troppo diverso spettante

a Piacenza. I Reggiani anch'essi dimandarono ed ebbero dal legato

pontificio un vicario del papa al loro governo. Ma eccoti un'altra

peripezia. Andarono tanto innanzi le mine interne ed esterne in

Milano, che quei primati, avendo guadagnato il presidio tedesco di

quella città[1050], nel dì 8 di novembre mossero a rumore la terra

contro a _Galeazzo Visconte_, il quale, dopo aver sostenuto con gran

vigore più battaglie, finalmente fu costretto a prendere la fuga. Si

ritirò egli a Lodi, dove amorevolmente venne accollo dai Vestarini,

caporali della fazion ghibellina di quella città. Qualche accordo,

ma non so ben dir quale, pare che succedesse, o almen si trattasse,

fra il legato del papa e i reggenti allora di Milano, che tuttavia

si tenevano a parte ghibellina, e fecero lor capitano un tal Giovanni

dalla Torre Borgognone. Ma che? Nella Martesana cominciarono i Guelfi

a muovere delle sedizioni, e s'impadronirono della città di Monza

coll'espulsion de' Ghibellini. Corsero allora a Monza assaissimi

ribaldi di Bergamo e di Crema; ma vi accorsero ancora Lodrisio Visconte

e Francesco da Garbagnate coll'esercito milanese, per gastigar questa

ribellione, benchè fatta da pochi malviventi, e per forza v'entrarono.

Quivi le crudeltà e la lussuria si sfogarono per tre dì, e andò

ogni cosa a sacco, senza distinguere Guelfi da Ghibellini. Poco andò

che, trovandosi in confusione il governo di Milano, nè mantenendosi

dal legato ai Milanesi, nè da' Milanesi alla guarnigion tedesca le

promesse, i Tedeschi, pentiti di aver cacciato _Galeazzo Visconte_,

che li teneva dianzi nella bambagia, spedirono a Lodi ad invitarlo.

Fece egli segretamente trattar con Lodrisio Visconte, e si convenne

con lui[1051]; laonde nel dì 9 di dicembre rientrò, e fu confermato

capitano e signore della città. Se n'andò a spasso il Borgognone,

e per paura di Galeazzo, Francesco da Garbagnate, Simon Crivello ed

altri nobili, già congiurati contra di lui, si ridussero a Piacenza,

dove si diedero a muovere cielo e terra contra de' Visconti. Nel dì

3 di settembre di quest'anno _Cane dalla Scala_ e _Passerino_ signor

di Mantova e Modena[1052], con grosso esercito, a cui intervennero

anche i Modenesi, andarono sotto Reggio in favore de' Sessi e degli

altri fuorusciti ghibellini. Cinque bei borghi avea quella città;

tutti furono dati alle fiamme, parte da' cittadini e parte dagli

assedianti. La nuova della mutazion seguita in Parma li fece tornare

in fretta alle lor case. Nel dì 9 di maggio[1053] Romeo de' Pepoli

con Testa de' Gozzadini e cogli altri usciti di Bologna, rinforzato da

assaissimi Ferraresi e Romagnuoli, avendo intelligenza con alcuni de'

suoi parziali in Bologna, andò colà una notte, sperando di rientrare

nella città. E già aveano rotti i catenacci e le serrature d'una porta;

ma andò loro fallito il colpo, perchè dal popolo mosso all'armi fu

impedito loro l'ingresso. Furono perciò mandati a' confini i Gozzadini

e molti altri nobili di quella città; alcuni ancora finirono la vita

col capestro, e la città restò tutta sossopra. Morì poscia Romeo de'

Pepoli nel dì primo di ottobre in Avignone, dove si era portato per

ottenere il favor del papa.

Tenevano la signoria di Ravenna in questi tempi _Guido_ e _Rinaldo_

fratelli da Polenta[1054]. Dimorava il primo in Bologna, capitano di

quel popolo; l'altro se ne stava in Ravenna, arcidiacono di quella

chiesa, e d'essa già eletto arcivescovo dopo la morte accaduta in

quest'anno di un altro _Rinaldo arcivescovo_ di santa vita. _Ostasio

da Polenta_ signore di Cervia, in cui la smoderata voglia di dominare

avea estinto ogni riflesso di parentela e sentimento d'umanità,

ito a Ravenna come amico, barbaramente tolse di vita esso Rinaldo

arcivescovo eletto, ed occupò il dominio di quella città. Dopo un

lunghissimo assedio i Perugini[1055] riacquistarono nel dì 2 d'aprile

la città d'Assisi, ma con loro infamia, perchè contro i patti corsero

la terra, ed uccisero a furore più di cento di que' cittadini, e

smantellarono dipoi tutte le mura e fortezze di quella città, con altri

aggravii. Pareva in questi tempi _Federigo conte_ di Montefeltro in un

bell'ascendente di fortuna, perchè padrone d'Urbino e d'altre città

ghibelline, che il riguardavano come lor capo in quelle contrade,

bench'egli fosse scomunicato dal papa, e dichiarato, secondo l'uso

d'allora, eretico ed idolatra. Per gl'impegni della guerra aveva egli

caricato di taglie ed imposte gli Urbinati. Quel popolo in furia nel

dì 22 d'aprile (il Villani dice 26) si mosse contra di lui. Rifugiossi

egli nella sua fortezza della Torre. Ma ritrovandosi ivi sprovveduto

di gente e di viveri, col capestro al collo chiedendo misericordia, si

diede nelle mani dell'inferocito popolo. La misericordia che usarono a

lui e ad un suo figliuolo, fu di metterli in pezzi, e di seppellirli

come scomunicati a guisa di cavalli morti. Nel dì primo di gennaio

dell'anno presente i Fiorentini[1056] si liberarono dalla signoria

del _re Roberto_. V'ha chi scrive, averla spontaneamente rinunziata

esso re. Si può crede un'immaginazione. Le città allora avvezze alla

libertà trovavano pesanti i padroni, ancorchè buoni; nè Roberto era

principe da disprezzar così nobil boccone. Tornarono in quest'anno

alle mani degli uffiziali pontificii le città di Recanati, di Fano e

d'Urbino. Anche Osimo loro si diede nel mese di maggio; ma nell'agosto

si tornò a ribellare; ed unito il popolo d'essa città con quei di

Fermo e Fabriano, e coi Ghibellini di quelle parti, fece guerra al

marchese della marca d'Ancona. _Castruccio_ signor di Lucca cotanto

molestò i Pistoiesi, che quel popolo fece, contro la volontà dei

Fiorentini, tregua con lui, obbligandosi di pagargli ogni anno quattro

mila fiorini d'oro. Continuò in quest'anno ancora l'aspra guerra fra i

Genovesi[1057] i e loro usciti ghibellini; e quantunque il _re Roberto_

mandasse in aiuto dei primi una buona flotta, pure non potè impedire

che i fuorusciti non ripigliassero per forza la città d'Albenga. Di

gran sangue fu sparso in quest'anno in Germania; imperocchè i due

eletti re de' Romani, cioè _Federigo duca_ d'Austria e _Lodovico duca_

di Baviera, vennero con due possenti eserciti alle mani, per decidere

le lor contese col ferro nel dì 28 o 29 di settembre[1058]. In quella

terribil giornata, che costò la vita a molte migliaia di persone,

rimase sconfitto e prigioniere del Bavaro il re Federigo con _Arrigo_

suo fratello. Scrittore c'è che sembra attribuire la disavventura di

questi principi a gastigo di Dio, perchè, chiamati dal papa in Italia

contro ai tiranni ed eretici di Lombardia, aveano tradita la causa

pontificia con ritirarsi. Idea strana che vuole far Dio sì interessato

ne' politici disegni e nell'ingrandimento temporale dei papi, come

certamente egli è nella conservazione della sua vera religione e

Chiesa; e quasi fosse peccato grave l'essere desistito un re de'

Romani, futuro imperadore, dall'assassinar sè stesso col procurar la

rovina de' Ghibellini amanti dell'imperio, e l'esaltazione de' Guelfi

nemici d'esso imperio.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 70 / 216 题