[1002] Johannes Canonicus S. Victoris, in Vita Johannis XXII.
[1003] Raynald., in Annal. Eccles, ad hunc ann., num. 9. Annal.
Mediolan., cap. 92, tom. 16 Rer. Italic.
[1004] Annal. Mediolan., cap. 91, tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di
Milano, all'an. 1318.
[1005] Raynaldus in Annal. Eccles., num. 10.
[1006] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer.
Ital.
[1007] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107. Gualvaneus Flamma, cap. 359,
tom. 11 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 101, tom. eod.
[1008] Bonincontrus Morigia, lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer. Ital.
[1009] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9,
cap. 107. Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1010] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1011] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 115.
[1012] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1013] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 15, tom. 10 Rer. Ital.
[1014] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107.
[1015] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer.
Ital.
[1016] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1017] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.
[1018] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 102.
[1019] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1020] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 122.
Anno di CRISTO MCCCXXI. Indizione IV.
GIOVANNI XXII papa 6.
Imperio vacante.
Dacchè _Filippo conte di Valois_ si fu ritornato in Francia co' suoi
guerrieri, _Matteo Visconte_ continuò l'assedio a quella parte di
Vercelli che era occupata dalla famiglia degli Avvocati[1021], con
istar ivi la sua gente dalla metà di settembre fino alla metà d'aprile
dell'anno presente. Giacchè gli assediati non poteano più tenersi per
la mancanza dei viveri, gli Astigiani allestirono una gran quantità di
carra di vettovaglie per inviarle all'affamata città. Più di trecento
cavalieri catalani, uniti con assaissimi fuorusciti guelfi lombardi,
andarono per iscorta a questo convoglio; ma, venute all'incontro d'essi
le soldatesche del Visconte, gli sbaragliarono colla morte e prigionia
di più di ducento, e colla presa di tutto il convoglio. Veggendosi
allora privi d'ogni speranza gli Avvocati, capitolarono, come poterono,
la resa in numero di mille e cinquecento persone. Simone degli Avvocati
da Colobiano, nei tempi addietro signor di Vercelli e gran nimico
di Matteo Visconte, con dodici de' principali della sua fazione fu
condotto alle carceri di Milano; le sue case e fortezze spianate dagli
emuli Tizzoni. UBERTO, VESCOVO di quella città e fratello del suddetto
Simone, sotto buona guardia fu ritenuto in Vercelli, ma seppe trovar
la via di deludere le guardie, e di salvarsi. Così tutto Vercelli
rimase in potere del Visconte. Avea già inviato il legato apostolico
_Beltrando dal Poggetto_[1022] alcuni suoi ufficiali a Matteo Visconte,
domandando ch'egli rinunziasse il dominio di Milano, che i cittadini
riconoscessero per loro signore _Roberto re_ di Napoli, e che fossero
messi in libertà i Torriani ed altri carcerati, a' quali fosse lecito
di rientrare in Milano e di godere i lor beni; perchè in tal maniera
tutti vivrebbono in pace sotto il dominio dei re suddetto. Per varie
ragioni risposero i Milanesi e il Visconte di non volerne far altro.
Rimandò il legato un suo cappellano per trattare. Matteo il fece
prendere e metterlo in prigione. Però v'ha chi crede che solamente
nell'anno presente egli co' figliuoli e fautori fosse scomunicato,
dichiarato eretico e negromante, e sottoposta all'interdetto la città
di Milano con tutte le altre dipendenti dai Visconti. Certo è che
tutte le suddette censure nell'anno seguente furono scagliate contra di
lui. Non cessava la ostinata guerra fra i Genovesi e i lor fuorusciti
uniti coi Lombardi[1023], e tuttavia si faceano di grandi battaglie
sotto quella città. In mare ancora gli uni agli altri andavano
prendendo le navi e guastando quelle riviere. In aiuto de' Genovesi
mandò il re Roberto più di venti galee provenzali e dieci altre de'
Calabresi, le quali, unite con quattordici di Genova, veleggiarono
tutte ai danni di Savona posseduta da' Ghibellini. Discesero in terra
ad Andoria, ed eccoti lo esercito copioso de' Ghibellini che venne
ad attaccar battaglia. V'era alla testa _Manuello Spinola vescovo_
d'Albenga, che, dimentico del suo carattere, in vece del pastorale,
volle tutto armato maneggiar la spada. Ne fu gastigato da Dio, perchè
sulle prime, cadutogli il cavallo, e restatovi egli sotto, venne
ucciso. Il fine di quel conflitto favorevole fu ai Ghibellini. Di
altre zuffe accadute in quelle contrade io non fo menzione, per non
dilungarmi di troppo. Giacchè l'armi spirituali si trovarono di poco
nerbo per ismuovere Matteo Visconte, i suoi figliuoli e i Milanesi, e
per renderli sottomessi alle politiche pretensioni di _papa Giovanni
XXII_ e del _re Roberto_, si pensò a provare se avessero più efficacia
l'armi temporali. Però esso pontefice ed il re suddetto[1024] nella
primavera di quest'anno inviarono in Lombardia, con titolo di vicario
d'esso re Roberto, _Raimondo da Cardona_ Aragonese, ossia Catalano,
uomo di gran vaglia e credito nel mestier della guerra. Un grosso
corpo di cavalleria venne con lui, ed arrivò nel dì 11 di maggio ad
Asti. Due giorni dopo _Marco Visconte_ entrò di concordia nella villa
di Quargnento, e diede il guasto ad altre ville dell'Astigiano. Il
Cardona anch'egli prese e bruciò quelle di Moncastello, Quargnento
ed Occimiano. Mise ancora per cinque giorni a sacco i contorni
d'Alessandria, e poi marciò alla volta di Tortona, credendosi di
mettervi il piede; ma a fronte suo comparve Marco Visconte con più
copioso esercito, che fermò i di lui passi, senza nondimeno azzardarsi
a combattimento alcuno. Ognuno si ritirò, e il Cardona guadagnò il
borgo, ma non il castello di Bassignana e di Pezzeto.
Venne in quest'anno, nel dì 25 di novembre a Modena _Passerino de'
Bonacossi_ signor di Mantova[1025], e mise qui per capitani Francesco
suo figliuolo, e Guido e Pinamonte figliuoli di Butirone suo fratello,
e tornossene a Mantova. Stavasene quieto in essa città di Modena
Francesco dalla Mirandola, già signore della medesima città, con
Prendiparte e Tommasino suoi figliuoli, senza aver per anche imparato
quanto poco s'abbia a fidar de' tiranni. Scoppiò finalmente contra
d'essi l'odio de' Bonacossi. Francesco figliuolo di Passerino li fece
prendere, e carichi di catene li mandò al Castellaro, fortezza del
Modenese, dove, chiusi nel fondo di una torre, li fece morir di fame:
crudeltà che fa e farà sempre orrore a chiunque legge i fatti barbarici
di quei tempi sciagurati. Nello stesso tempo si portò Francesco
all'assedio della Mirandola, e tanto la strinse e battagliò, che i
difensori nell'ultimo di dicembre con buoni patti ne capitolarono
la resa. Ma il Bonacossa, calpestando poi quei patti, mise a sacco
quella terra, e tutta la distrusse. Guidinello da Montecuccolo in
questi tempi fece ribellare ai Bonacossi la rocca di Medolla ed altre
castella della montagna; ed essendosi fatta una spedizione di gran
gente contra di lui, capitani d'essa Sassuolo signor di Sassuolo,
e Manfredino da Gorzano, Guidinello coi conti di Gomola diede loro
una rotta, in cui restò prigioniere lo stesso Manfredino. Avea il
legato apostolico _Bertrando_ fatto venire da Aquileia il patriarca
_Pagano dalla Torre_[1026] con quanta forza potesse, giacchè il
mestier dell'armi, cotanto da' sacri canoni abborrito nelle persone di
Chiesa, non dovea credersi in quei corrotti secoli cosa spiacente a
Dio. Venne Pagano a Crema, e cominciò a molestar le vicine contrade,
e massimamente Lodi. _Galeazzo Visconte_ signor di Piacenza passò a
Crema coll'esercito suo, diede il guasto ai contorni, assediò anche per
lo spazio d'un mese quella terra; ma, nulla profittando, se ne tornò
a Piacenza, e nel viaggio s'impadronì di Soresina. Venuta la state,
si portò all'assedio di Cremona, nel qual tempo i suoi riportarono
due vittorie, l'una contra de' Cremaschi, e l'altra contra del conte
di Sartirana. _Jacopo Cavalcabò_, trovandosi così stretto in Cremona,
andossene per cercar aiuto a Bologna e Firenze. Con secento uomini
d'armi se ne tornò; e non potendo passare il Po[1027], si ridusse alla
terra di Bardi sul Piacentino, e, v'entrò, ma non già nella rocca.
Nell'ultimo dì di novembre eccoti Galeazzo Visconte; si viene al
combattimento; resta disfatto con molta strage dei suoi il Cavalcabò, e
vi lascia anche la vita. Leone degli Arcelli, gran nimico di Galeazzo,
fu allora condotto prigione nelle carceri di Piacenza. Ciò fatto se ne
ritornò Galeazzo a maggiormente angustiare l'afflitta città di Cremona,
sperandone ora più facile la conquista, dacchè era rimasta senza
signore. Nel dì 25 di luglio di morte naturale passò al paese dei più
_Giberto da Correggio_[1028], già signore di Parma, ed allora bandito
di Parma, nel suo castello di Castelnuovo. Da quanto abbiam detto si
può argomentare ch'egli non ebbe il dominio di Cremona, o se l'ebbe,
dovette abbandonarlo, e ridursi alle sue castella. Ai suoi figliuoli
dipoi fu permesso di rientrare ed abitare in Parma.
Nel mese di luglio di quest'anno in Bologna s'alzò una fiera
sedizione[1029] contra di Romeo de' Pepoli. Per testimonianza del
Villani[1030], egli era riputato il più ricco cittadino privato
d'Italia, facendosi conto che avesse centoventimila fiorini d'oro
più di rendita ogni anno. La fama probabilmente ingrandì di troppo
il di lui avere. Quel che è certo, queste sue immense ricchezze, e
l'esser egli come signore di quella terra, gli fecero guerra, siccome
persona di troppo esposta all'invidia de' suoi concittadini. Però
nel dì 17 del suddetto, mese i Beccadelli ed altri nobili mossero il
popolo a rumore contra di lui. Si rifugiò egli occultamente in casa
di Alberto de' Sabbatini, tuttochè contrario alla sua parte; e questi
per tre mesi onoratamente il tenne nascoso, tanto che trafugato se ne
scappò a Ferrara a trovare i marchesi d'Este suoi parenti. Per la sua
partita molto si turbò in Bologna la parte guelfa. Collegaronsi in
questo anno i Fiorentini col _marchese Spinetta_ Malaspina, ancorchè
ghibellino[1031]; ed egli dall'un canto ripigliò molte delle terre
toltegli in Lunigiana da Castruccio, e i Fiorentini dall'altro posero
l'assedio a Monte Vettolino. Castruccio, rinforzato da molta gente
venuta in suo aiuto dalla Lombardia, andò contro l'oste de' Fiorentini,
e li fece ritirar ben presto. Per quindici dì ancora senza alcun
contrasto diede il sacco a molte ville d'essi Fiorentini, con lor
grande vergogna. Ricavalcò poi in Lunigiana, dove riacquistò tutte
le terre rioccupate dal marchese Spinetta, e prese anche Pontremoli,
con obbligare il marchese a tornar di nuovo come in camicia a Verona
ai servigi di _Cane dalla Scala_. Perchè _Federigo re_ di Sicilia si
teneva per ingannato da _papa Giovanni XXII_ e da _Roberto re_ di
Napoli, che, con dargli belle parole di pace, gli aveano cavato di
mano Reggio di Calabria ed altre terre, senza più voler intendere
parola di pace; neppur egli volle stare alla tregua di tre anni
già fissata dal papa. Sfidò dunque il re Roberto. Papa Giovanni per
questo lo scomunicò[1032]. Fece anche Federigo (non so se prima o
dappoi) coronare re di Sicilia _don Pietro_ suo figliuolo, senza voler
attendere i capitoli della pace degli anni addietro, per cui dopo sua
morte avea da restituirsi al re Roberto il regno di Sicilia. Da lì a
due anni diede a questo suo figliuolo per moglie _Isabella_ figliuola
del duca di Carintia. Nel gennaio di questo anno[1033] Cane dalla Scala
conchiuse pace coi Padovani, e con suo vantaggio; perchè, a riserva
di Cittadella, ritenne quanto egli avea occupato nel loro territorio.
Restituì Asolo e Monte di Belluna sul Trivisano al conte di Gorizia; e
le altre pendenze furono compromesse in _Federigo d'Austria_ eletto re
de' Romani. _Guecelo da Camino_, essendo morto il vescovo di Feltro,
occupò quella città, ma non il castello, che si difese. Noi vedemmo
all'anno 1316 ch'egli s'era impadronito di quella città, ma dovette
poi perderla. Gli avvenne anche ora lo stesso perchè da lì a tre dì
arrivato Cane dalla Scala, con iscacciarne esso Guecelo, ne divenne
padrone. Morì in quest'anno nel dì 13 di settembre, oppur nel mese di
luglio, _Dante Alighieri_ Fiorentino, celebratissimo poeta, nella città
di Ravenna[1034], in età d'anni cinquantasei. Bandito dalla patria,
si ricoverò in quella città, sommamente caro a _Guido Novello_ da
Polenta signor di Ravenna. Nel suo poema, ossia nella Commedia sua,
dà continuamente a conoscere il suo ghibellinismo, ma specialmente
lo scoprì in un libro intitolato _Monarchia_, dove, per quanto seppe,
dimostrò non essere gli imperadori dipendenti nel temporale dal papa,
non che suoi vassalli. Questo libro, pubblicato da Simone Scardio
eretico nell'anno 1556, fu poi proibito in Roma.