[985] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom, 9 Rer. Ital. Gualv. Flamma,
cap. 357, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[986] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[987] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[988] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 96.
[989] Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[990] Chron. Astense, cap. 99, tom. 11 Rer. Ital. Bonincontrus, Chron.
Mod., cap. 23, tom. 12 Rer. Italic.
[991] Gualvaneus Flamma, cap. 358, tom. 11 Rer. Italic.
[992] Bonifacius Moranus, Chron., tom. 11 Rer. Ital. Johan. de Bazano,
Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.
[993] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[994] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 99.
[995] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.
[996] Corio, Istor. di Milano.
[997] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[998] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[999] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 102.
[1000] Petrarca, epist. 7 sine titulo. Giovanni Villani, et alii.
[1001] Bonincontrus, Chron. Mod., lib. 2, cap. 25, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXX. Indizione III.
GIOVANNI XXII papa 5.
Imperio vacante.
Arrivato nell'anno precedente ad Avignone il _re Roberto_ per chiedere
a _papa Giovanni_ aiuto contra de' Lombardi assediatori di Genova,
allora fu che espresse il suo sdegno e desio di vendicarsi; giacchè
a lui pareva un enorme affronto quell'averlo i Lombardi assediato
e ristretto in Genova, perchè doveano quegl'insolenti, dacchè
seppero essere ivi in persona un re, colla testa bassa andarsene
con Dio. Giovanni canonico di San Vittore, scrittor di questi tempi,
confessa[1002], avere Roberto anche egli così assedialo il papa, suo,
per così dire, schiavo, che niuna spedizione si faceva allora nella
curia pontificia. _Dictus autem rex cum papa moram faciens ita eum
suis negotiis occupabat, quod nihil, aut parum expediebatur in Curia,
immo etiam negotia personalia papae totaliter infecta remanebant._ Ma
che si trattava con tanti colloquii in que' gabinetti? Di annientare
il ghibellinismo in Italia, e di aprir la strada al re Roberto di
divenir padrone d'essa Italia, con escludere i due litiganti eletti
re de' Romani in Germania[1003]. A questo fine Roberto si fece creare
o conformare vicario d'Italia, vacante l'imperio, e subordinato a lui
con questo titolo _Filippo di Valois_, del quale fra poco parleremo.
Se riusciva a Roberto di abbassare i Ghibellini, e di ottenere il
dominio o governo delle città tenute da loro, siccome avea fatto di
tante città guelfe, avrebbe poi pensato se conveniva restituir tutto
a chi avesse voluto venir di Germania a cercar la corona di Italia.
Niuno intanto dei due principi litiganti osava di calare in Italia,
perchè Roberto seppe ben instruire papa Giovanni XXII per impedirlo.
Ora la maniera di distruggere il velenoso serpente del ghibellinismo
era quella di schiacciarne il capo, cioè _Matteo Visconte_, padrone
allora di Milano, Pavia, Piacenza, Novara, Alessandria, Tortona,
Como, Lodi, Bergamo e d'altre terre. Vinto questo, andava il resto.
Operò dunque Roberto, che se Matteo non ubbidiva co' suoi figliuoli ai
comandamenti del papa, fosse scomunicato, e posto l'interdetto a tutte
le città da lui possedute; e che anche il papa gli facesse guerra, ed
impiegasse i tesori della Chiesa in questa creduta probabilmente santa
impresa. A buon conto, dieci galee, preparate ed armate dal papa per
mandarle in Terra santa, furono cedute al re per valersene in aiuto
de' Genovesi. Ma perciocchè si sarebbe potuto dire, siccome infatti
si disse[1004], che al pontefice sconveniva il mischiarsi in guerre
per invadere gli Stati altrui, e poco ben sonare il far servire la
religione a fini politici; mentre non appariva che i romani pontefici
avessero diritto alcuno temporale sopra Milano e sopra le altre città
di Lombardia, marca di Verona e Toscana, mentre essi principi tenevano
quelle città dall'imperio e le conservavano per l'imperio[1005]: fu
anche trovato il ripiego di dar colore di religione a questa guerra.
Andò pertanto ordine agli inquisitori di fare un processo di eresia a
Matteo Visconte e a' suoi figliuoli[1006]; e lo stesso dipoi fu fatto
contro _Cane dalla Scala_, _Passerino_ signor di Mantova, i _marchesi
estensi_ signori di Ferrara, ed altri capi de' Ghibellini d'allora: i
quali tutti, benchè protestassero d'essere buoni cattolici e ubbidienti
alla Chiesa nello spirituale, pure si trovarono dichiarati eretici, e
fu predicata contro di loro la croce. In somma abusossi il re Roberto,
per quanto potè, della smoderata sua autorità nella corte pontificia,
facendo far quanti passi a lui piacquero a papa Giovanni, con porgere
ora motivo a noi di deplorare i tempi d'allora. Che i re e principi
della terra facciano guerre, è una pension dura, ma inevitabile, di
questo misero mondo. Inoltre, che il re Roberto tendesse a conquistar
l'Italia, può aver qualche scusa. Altrettanto ancora faceano dal
canto loro i Ghibellini; nè questi certo nelle iniquità la cedevano ai
Guelfi. Ma sempre sarà da desiderare che il sacerdozio, istituito da
Dio per bene dell'anime e per seminar la pace, non entri ad aiutare e
fomentar la ambiziose voglie de' principi terreni, e molto più guardi
dall'ambizione sè stesso.
Ora il papa e il re Roberto, a fin di compiere la meditata impresa,
sommossero il giovane principe _Filippo di Valois_ della casa di
Francia, figliuolo di quel Carlo, tuttavia vivente, che già vedemmo in
Italia a' tempi di Bonifazio VIII[1007], e il mandarono in Lombardia
con bella armata di baroni ed uomini d'armi. A lui si unì con altra
gente, e coi fuorusciti guelfi di varie città, _Beltrando dal Poggetto_
cardinale legato. Fecero amendue capo alla città d'Asti, che ubbidiva
al re Roberto, nel giorno cinque di luglio. Già un mese correva che
con viva guerra si disputava fra le due potenti case de' Tizzoni
e degli Avvocati il possesso e dominio della città di Vercelli. I
cavalieri tedeschi di Matteo Visconte erano a quell'assedio in favore
de' Tizzoni ghibellini. Udito questo rumore, Filippo di Valois, senza
voler aspettare i rinforzi d'altri combattenti, che gli doveano venir
di Francia, parte dal papa, parte dal re Roberto, dal re di Francia
e dal principe Carlo suo padre, ed anche da Bologna e Toscana, corse
a Vercelli per desio di liberar gli Avvocati guelfi assediati dai
Ghibellini. Ma non perdè tempo Matteo Visconte[1008] ad inviare a
quella medesima danza _Galeazzo_ e _Marco_ suoi figliuoli con più
di tre mila cavalli (altri dicono cinque mila) e circa trenta mila
pedoni, raccolti da tutte le città sue suddite o amiche di Lombardia.
A questo formidabile sforzo d'armi venne incontro l'esercito franzese
con apparenza di voler battaglia; ma battaglia non seguì. Bensì avvenne
che Filippo di Valois, qual era venuto, se ne tornò con sue genti in
Francia, maledetto e vituperato dagli aderenti suoi rimasti in Italia
colle mani piene solamente di mosche. Molte per questa cagione furono
le dicerie d'allora[1009]. Chi attribuì la di lui ritirata a' danari
ben impiegati dai Visconti, per guadagnar lui, o Bernardo da Mangolio
o Mercolio, suo maresciallo; e chi all'essersi trovato quel principe
come assediato, senza poter avere sussistenza per gli uomini e per
li cavalli; e chi all'avergli Galeazzo Visconte, o in persona o per
mediatori[1010], fatto conoscere lo svantaggio in cui egli si trovava,
per essere l'armata, de' Milanesi e collegati più di due cotanti che
quella della Chiesa; e che esso Galeazzo, per la riverenza professata
da lui a quel principe, al conte di Valois suo padre, da cui era stato
fatto cavaliere, nol volea offendere, come potea. E questo è ben più
probabile, considerato il valore e l'onoratezza di quel principe,
e confessando il Villani, essersi scusato Filippo col pontefice e
col padre d'aver così operato, perchè esso papa e il re Roberto non
l'aveano fornito a tempo della moneta e gente promessa. Quel che è
certo, regalato dai Visconti e, in buona armonia con loro, se ne tornò
Filippo di Valois in Francia, principe, che, siccome vedremo nell'anno
1328, per la mancanza de' figliuoli di Filippo il Bello, succedette in
quel fioritissimo regno.
Continuò ancora in quest'anno lo ostinato assedio di Genova, e
l'aspra guerra fra i Genovesi sostenuti dal re Roberto, e gli usciti
loro, collegati coi Ghibellini lombardi, sì per terra che per mare.
S'empierebbono molte carte, se si volesse riferir tutte le varie
prodezze ed azioni militari sì dell'una che dell'altra parte. Scrive
Giovanni Villani[1011], aver creduto i savii che, in comparazione
dell'assedio di Troia, non fosse da meno quello di Genova, per
le tante battaglie che ivi succederono. Presero i Genovesi guelfi
dominanti molte galee degli usciti Ghibellini, che s'erano ritirate in
Lerice[1012]. Andarono ad Albenga, e tolsero quella città ai nemici
nel dì 22 di giugno, con darle un orrido saccheggio senza rispetto
alcuno ai sacri templi, e con altre simili iniquità. Al grosso borgo
di Chiavari toccò la medesima sventura più d'una volta, ora dai Guelfi
ed ora dai Ghibellini. In questi tempi collegatosi coi suddetti usciti
ghibellini, e con _Matteo Visconte_, _Federigo re_ di Sicilia[1013],
mandò in loro aiuto quarantadue tra galee e legni grossi da trasporto.
Allora fu così stretta per mare la città di Genova, che, non potendo
ricevere più vettovaglia da quella parte, cominciò quasi a disperare.
Ma il papa e il re Roberto, fatto un armamento di cinquantacinque
galee in Napoli e Provenza, spedirono a tempo quella flotta, alla
cui vista i Siciliani veleggiarono alla volta di Napoli, e diedero il
sacco all'isola d'Ischia. Inseguiti indarno dalla flotta provenzale e
napoletana, di cui era ammiraglio Raimondo da Cardona, che poco o nulla
fece in quest'anno, tornarono dipoi ai danni di Genova.
Mosse guerra _Castruccio_ signor di Lucca in quest'anno nel mese
d'aprile a' Fiorentini, e tolse loro Cappiano, Monte Falcone e Santa
Maria al Monte. Tornato poscia a Lucca senza vedere movimento dei
Fiorentini, che non si aspettavano questo insulto, con cinquecento
cavalli e dodici mila fanti[1014] cavalcò contra de' Genovesi guelfi
nel mese d'agosto. Entrato nella Riviera di Levante, se gli arrenderono
varie castella; e già si preparava egli a fare di più, quando gli fu
recata la nuova che i Fiorentini con grande sforzo erano entrati nel
territorio di Lucca nelle contrade di Valdinievole, mettendo tutto
a ferro e fuoco. Più che di fretta se ne tornò Castruccio indietro,
e vigorosamente venne a Cappiano in sulla Gusciana a fronte de'
Fiorentini. Quivi stettero le due armate solamente badaluccando sino al
verno, che tutti li fece tornare a casa. Essendo morto in quest'anno
nel dì primo di maggio _Gherardo della Gherardesca_, chiamato Gaddo,
conte di Donoratico e signore di Pisa, dal popolo pisano in luogo suo
fu eletto signore il _conte Rinieri_ suo zio paterno, appellato Neri,
il quale amò e favorì forte i Ghibellini e chi era stato parziale di
Uguccione; e, per meglio sostenersi, fece lega con Castruccio signore
di Lucca, dandogli occultamente favore contro de' Fiorentini. S'ebbe
tanto a male _Cane dalla Scala_ signor di Verona che _Federigo duca_
d'Austria avesse preso il dominio di Padova, che, come se punto non
curasse di lui, continuò la guerra con quella città[1015]. Tentò
furtivamente di entrarvi nel dì 3 di giugno, e ne fu rispinto. Diede
il guasto al raccolto dei Padovani, e talmente li ristrinse, che niuno
ardiva d'uscire fuor delle porte. Male stava quel popolo; tutte le
sue castella, fuorchè Bassano e Pendisio, erano in poter di Cane,
che neppure lasciava venir l'acque alla città per macinare, ed avea
fabbricata una forte bastia al ponte del Bassanello. Perciò i Padovani
con lettere e messi tempestavano il _conte Arrigo_ di Gorizia, vicario
del duca d'Austria, che portasse loro soccorso, altrimenti erano
spediti. Giunse infatti esso conte con ottocento elmi, cioè cavalieri,
la notte del dì 25 d'agosto, ed entrò, senza essere sentito dall'oste
nemica, in Padova. Nel dì seguente uscirono i Padovani e Tedeschi per
visitar la fossa tirata da Cane intorno alla città. Cane anch'egli
usci della bastia con pochi per osservar quella novità, cioè come i
Padovani fossero divenuti sì arditi. Venne una freccia a ferirlo in
una coscia. Tornossene dunque indietro e mise in armi la sua gente. Ma
essendosi inoltrata la cavalleria tedesca, l'esercito di Cane prese
tosto la fuga, lasciando indietro armi e bagaglio, e abbandonando la
lor forte bastia. Cane stesso, inseguito da' Tedeschi, spronò forte
alla volta di Monselice. Per buona fortuna trovò un contadino, il quale
con una cavalla andando al mulino, e veggendo Cane col suo cavallo sì
stanco, gli esibì la sua giumenta. Con questa egli giunse a Monselice;
e di là poi per Este si ridusse a Verona. Questa fu la prima volta che
Cane, imparò a conoscere cosa è la paura. Andarono poscia i Tedeschi
e Padovani, ma lentamente, a Monselice, e l'assediarono, battendo
quella terra coi mangani; e intanto i bravi Tedeschi davano il guasto
alla campagna, come quel non fosse paese dei Padovani amici. In questo
tempo spedì Cane il _marchese Malaspina_ ed _Aldrighetto conte_ di
Castelbarco al conte di Gorizia, che era passato ad Este. Quel che
trattassero, non si sa. Solamente è noto che il conte, lasciato
l'esercito, se ne tornò a Padova: il che inteso da' Padovani, che
erano sotto Monselice, come se avessero veduto coi lor occhi dati da
Cane al conte di Gorizia dei sacchetti d'oro, tutti in collera e furia
se ne tornarono anch'essi a Padova, lasciando indietro le macchine da
guerra, nel dì 24 di settembre. Cominciossi da lì innanzi a trattar
di pace, e fu data di nuovo alle fiamme in queste turbolenze la bella
terra d'Este. Erasi trattato aggiustamento fra i _marchesi Estensi_
signori di Ferrara e _papa Giovanni XXII_. Volevano essi riconoscere
Ferrara dalla Chiesa romana; esibivano censo e di sposare gl'interessi
del papa nelle congiunture presenti[1016]. Ma il papa persisteva in
voler libero quel dominio, e che gli Estensi sloggiassero. Questa
dura pretensione mandò a monte ogni trattato; la città fu sottoposta
all'interdetto[1017], scomunicati i marchesi _Rinaldo_ ed _Obizzo_, e
contra di loro si diede principio ad un processo d'inquisizione, per
cui que' principi, benchè zelanti cattolici, e per antica inclinazione
Guelfi, si videro con lor maraviglia cangiati in eretici e nemici del
papa. L'assedio di Spoleti, fatto da' Perugini[1018], durava ancora
nell'anno presente; ma cessò, perchè _Federigo conte_ di Montefeltro
fece ribellare ad essi Perugini la città d'Assisi, ad assediar la
quale, lasciato Spoleti, volarono gli adirati Perugini. Restati liberi
gli Spoletini, commisero poco appresso una troppo nera scelleraggine,
col correre a far vendetta dei danni ricevuti da quei di Perugia contra
ducento buoni lor concittadini di parte guelfa, che erano carcerati,
con attaccar fuoco alla prigione, dove tutti perirono. Circa questi
tempi, se pur non fu prima, la città d'Urbino passò sotto il dominio
del suddetto Federigo conte di Montefeltro[1019]. Recanati, Osimo
e Fano si ribellarono al papa[1020]. Nel mese d'agosto i Guelfi di
Rieti, coll'aiuto delle genti del re Roberto, presero l'armi contra
de' Ghibellini, e ne uccisero più di mille. Ma da lì a quattro mesi
i Ghibellini usciti, assistiti dalle forze di Sciarra dalla Colonna,
mentre i Guelfi erano all'assedio di un castello, rientrarono in
quella città, da cui rimasero esclusi i loro avversarii. Ripetiamolo
pure: maledette fazioni, quanti mali recarono mai alle lor patrie e
all'Italia tutta, la quale oggidì, trovandosi così quieta e guarita da
quelle pazzie, dovrebbe ben rallegrarsi e restarne tenuta a Dio.