[977] Georgius Stella, Annales Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni
Villani, lib. 9, cap. 68.
[978] Chron. Astense, cap. 99, tom. 9 Rer. Ital.
[979] Moranus, Chron. Mutinens., tom 11 Rer. Ital. Johann. de Bazano,
Chron., tom. 15 Rer. Ital.
[980] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[981] Corio, Istor. di Milano.
[982] Giovanni Villani, lib. 9. cap. 89.
[983] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.
[984] Cortus. Chron., tom. 9 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, tom. 12
Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXIX. Indizione II.
GIOVANNI XXII papa 4.
Imperio vacante.
Ostinatamente continuarono anche nel verno i Lombardi e i Genovesi
fuorusciti l'assedio di Genova[987]. Rincresceva non poco al _re
Roberto_ di trovarsi così chiuso in quella città, e senza poter
fare impresa alcuna luminosa e degna di un par suo. Finalmente gli
fu suggerita la maniera propria di vincere quella pugna. Fece egli
imbarcare nelle sue navi quattordici mila combattenti con ordine di
sbarcare a Sestri di Ponente, per aver campo di far battaglia coi
nemici in quella pianura. Corsero per impedire lo sbarco i Ghibellini;
ma finalmente nel dì cinque di febbraio la fanteria guelfa saltò in
terra, e, benchè tre volte rispinta, fece ritirare i Ghibellini a
Castiglione, e di là ancora li fece poco appresso sloggiare. Allora
_Marco Visconte_, trovandosi fra due fuochi, e temendo anche della fede
dei fuorusciti genovesi, perchè era insorta discordia fra i Doria e
gli Spinoli, levò precipitosamente il campo, lasciando indietro parte
ancora dell'armi e del bagaglio, e con gran fretta si ritirò a Buzzala,
a Gavi e ad altri luoghi. Tutto contento allora il re Roberto d'aver
liberata Genova, e lasciato ivi per suo vicario Ricciardo Gambatesa,
nel dì 29 d'aprile, colla regina, co' fratelli e molti suoi nobili e
genti d'armi s'imbarcò in sette galee (il Villani scrive, e con più
verisimiglianza[988], in quaranta), e fece vela per andare alla corte
pontificia dimorante in Avignone. Credevansi oramai i Genovesi di
riposare, quando nel dì 25 di maggio si videro i Ghibellini di Savona
entrare con sei galee ben armate nel porto di Genova, e rapire una
grossa galea carica di merci, destinata per Fiandra. Poscia nel dì
27 di luglio eccoti arrivar l'esercito de' fuorusciti e dei Lombardi
ghibellini, che di nuovo strinsero d'assedio la città medesima di
Genova. Aveano essi armato in Savona vent'otto galee, colle quali
fecero gran danno alle riviere e alla stessa città. Nulla dirò
io degli assalti e delle frequenti battaglie succedute in questo
insigne assedio. Se grandi furono le offese, non minor fu la difesa,
gareggiando in valore ambedue le parti; e per tutto l'anno seguitò
dipoi questa brutta musica con istrage di moltissimi combattenti.
Fu continuato per tutto il verno l'assedio, ossia blocco di Trivigi,
fatto dall'armi di Cane dalla Scala[989]. Trovandosi in così pericoloso
stato Rambaldo conte di Collalto, gli Avvocati, Azzoni ed altri nobili
di quella città, spedirono ambasciatori a _Federigo duca_ di Austria,
eletto re de' Romani, pregandolo di prendere la signoria di Trivigi e
di soccorrerli. Accettata volentieri tale esibizione, Federigo inviò
tosto il conte di Gorizia con un grosso corpo di milizie tedesche a
prendere il possesso di quella città. Allora Cane si ritirò da que'
contorni, e cercò l'amicizia d'esso conte, con cui ancora stabilì
pace nel mese di giugno. Ma l'inquieto Cane non finiva mai un'impresa,
che nello stesso tempo non ne macchinasse un'altra. Ancorchè fossero
freschi i capitoli della pace fermata coi Padovani, pure cominciò a
cercar de' pretesti per romperla. Fatta lega con _Rinaldo_ ed _Obizzo
marchesi_ di Este, dominanti in Ferrara, Rovigo ed altri paesi, pretese
che _Jacopo da Carrara_ signor di Padova rimettesse in città tutti
i fuorusciti: altrimenti vi avrebbe egli provveduto. Era disposto
il Carrarese a farlo; ma Cane, trovati degli altri uncini, non si
mostrò contento delle condizioni, e poi nel dì quinto d'agosto andò
all'assedio di Padova. Cercò allora Jacopo da Carrara soccorso dal
conte di Gorizia. S'interposero anche i Veneziani per la pace, ma
senza effetto, perchè troppo ingorde erano le dimande di Cane. Jacopo
da Carrara, che non volea veder perire così miseramente la patria
sua, fece esibire al conte di Gorizia la signoria di Padova, da darsi
a Federigo duca d'Austria. Vi acconsentì il conte con far di larghe
promesse ai Padovani nel dì quattro di novembre. E Federigo mandò nuove
genti in aiuto loro. Non era ancora palese questo trattato, quando il
conte di Gorizia, mostrandosi tuttavia in favore di Cane, spedì al di
lui campo cento de' suoi cavalieri, con ordine segreto che, uscendo i
Padovani, tentassero con loro di far prigione Cane. Più scaltro Cane,
al vedere esposta bandiera rossa nelle mura di Padova, immaginò tosto
quel ch'era, e disarmati quei Tedeschi, li fece tutti prigioni. Sotto
quella città terminò sua vita Uguccion dalla Faggiuola, che tanto avea
fatto parlare di sè in Italia, e fu onorevolmente seppellito in Verona.
Guerra eziandio fu in Piemonte[990]. Nella vigilia di san Giovanni
Batista di giugno _Marco Visconte_ figliuolo di _Matteo_ con gli usciti
d'Asti, e più di mille cavalli ed altrettanti fanti, andò sotto la
città di Asti, dirupò gli spalti, e diede un assalto, in cui circa
cinquanta soldati entrarono nella città, ma furono anche vigorosamente
respinti. Scorgendo più difficile di quel che si pensavano l'impresa,
se ne andarono con Dio. All'incontro _Ugo del Balzo_, vicario del _re
Roberto_ in Piemonte, uno de' più prodi capitani di quel tempo[991],
si portò con tutte le sue forze e con quelle degli Astigiani sul
fine di novembre all'assedio d'Alessandria, città allora soggetta ai
Visconti, e per tradimento entrò nel borgo di Bergolio. Ma, andando
nella seconda domenica di dicembre a Monte Castello con un corpo di sua
gente, si scontrò con _Luchino Visconte_ mandato da Matteo suo padre
con quattrocento cavalli in soccorso di Alessandria. Subito furono
le lancie in resta; gran combattimento si fece: rimasero sconfitti i
Provenzali, e lo stesso Ugo del Balzo con più di venti ferite perdè
ivi la vita. Nel dì 16 di maggio Manfredi de' Pii prese la nobil
terra di Campi colla morte e prigionia d'alcuni de' Tosabecchi[992],
che se n'erano impadroniti. Poscia Francesco dalla Mirandola, signore
allora di Modena, nel dì 28 di settembre colla milizia de' Modenesi
andò all'assedio di Carpi. Tanto fecero con danari i fuorusciti, che
_Giberto da Correggio_, nell'andare con gran quantità di cavalli verso
il Bresciano, si portò colà e fece levar quell'assedio. Il perchè
Francesco dalla Mirandola, trovandosi attorniato da' nemici, mentre
anche i signori di Sassuolo, ad istanza di _Passerino_ de' Bonacossi,
gli faceano guerra viva, venne alla risoluzione di trattar accordo
con esso Passerino signore di Mantova, e di restituirgli il dominio di
Modena. La concordia fu fatta, e nel dì ultimo di novembre ritornarono
i Bonacossi in possesso di questa città. Furono mandati a' confini i
Guelfi, ma con lasciar godere i beni alle loro famiglie. A tutti faceva
paura in questi tempi l'infaticabil _Cane dalla Scala_: ma spezialmente
ne temevano i Bresciani, perchè li teneva in un continuo allarme per
le molte castella che stavano in mano dei lor fuorusciti ghibellini,
protetti dal medesimo Cane e da Passerino signor di Mantova. Fatto
dunque consiglio generale in Brescia, determinò quel popolo di dar
la signoria della lor città al _re Roberto_, capo e protettor de'
Guelfi, sperando sotto le ali sue di sostenersi meglio in mezzo a
tanti nemici[993]. Non era il re partito per anche da Genova, quando
arrivarono colà i Bresciani coll'offerta suddetta, che fu di buon cuore
accettata nel dì 28 di gennaio, siccome apparisce dalle lettere d'esso
re scritte a' Bresciani, e rapportate dal Malvezzi. Poscia, giunto
Roberto ad Avignone, di colà spedì a Brescia per suo vicario Giovanni
da Acquabianca nel mese di giugno. Risentirono ben tosto i buoni
influssi della loro risoluzione i Bresciani; imperocchè Roberto ordinò
ai Fiorentini, Bolognesi ed altri della lega guelfa di somministrar
loro un abbondante soccorso.
Fecesi in Bologna[994] una taglia di mille cavalieri; capitano d'essa
Giberto da Correggio, che vi unì altra sua gente e i fuorusciti di
Cremona, e marciò alla volta di Brescia. Quivi col popolo bresciano
fece gran guerra ai lor fuorusciti, e quasi tutte le castella da
loro occupate ritornarono alla divozione della città. Fece di più il
Correggiesco. Alle istanze di Jacobo Cavalcabò, che seco militava coi
fuorusciti guelfi di Cremona, venne coll'esercito e collo stesso regio
vicario per isnidar da Cremona i Ghibellini. Era divenuta oramai quella
smunta città il giuoco della fortuna[995]. Una notte del mese d'ottobre
per tradimento v'entrò Giberto da Correggio colla sua armata, la
qual vi commise crudeltà ed iniquità senza fine; uccise o discacciò i
Ghibellini ed il presidio ivi posto da Cane e da Passerino. Se crediamo
al Corio[996], il Cavalcabò tornò ad esserne signore; ma le Croniche
più vecchie asseriscono che ne restò padrone Giberto, il quale non
vi dovette far le radici, per quanto vedremo. Ma mentre il suddetto
vicario regio era in Cremona (il perchè non si sa), il popolo di
Brescia corse al palagio della sua residenza, e diede il sacco a tutto
quanto il suo arnese. Elessero dipoi per vicario un Simone Tempesta
oltramontano, che fu poscia confermato dal re Roberto, ma non senza
suo sdegno, avendo egli digerita la insolenza di quel feroce popolo
per non potere di meno. Fu mandato in quest'anno da _papa Giovanni_
per conte della Romagna[997] _Aimerico da Castello Lucio_, gran dottore
di legge. Questi fabbricò poi una fortissima rocca in Bertinoro ed un
buon castello in Cesena. L'ubbidivano i Romagnuoli in pagar le taglie
e il tributo de' Fumanti, ma per sè ritennero le città e terre collo
stesso dominio o governo di prima. Secondo la Cronica di Cesena, una
fiera pestilenza fu in quest'anno in Italia, e specialmente afflisse
la Romagna. Nella marca d'Ancona, non so se per gli demeriti degli
uffiziali pontifizii, oppure per le iniquità dei popoli, seguirono
delle funeste novità[998]. I popoli di Recanati e d'Osimo presero
l'armi contra di _Amelio marchese_ di quella marca, e trucidarono ben
trecento de' suoi parziali, non la perdonando il loro furore neppure
agl'innocenti figliuoli; scacciarono ancora il vescovo ed il clero,
con altre enormità che son da tacere. Chiamarono essi al loro governo
_Federigo conte_ di Montefeltro, gran caporale dei Ghibellini in quelle
contrade[999]. L'esempio di costoro servì ai Ghibellini di Spoleti,
spalleggiati dal medesimo conte Federigo, per prender nel novembre
l'armi contro ai Guelfi concittadini, e per cacciarne ducento in
prigione, e mettere in fuga il resto. Quivi ancora seguirono omicidii,
incendii ed altre scelleraggini, compagne fedeli dei saccheggi.
Per questo eccesso i Perugini, guelfi allora di fazione, che non
erano potuti accorrere a tempo in aiuto degli oppressi, impresero
poi l'assedio di Spoleti. E il papa mandò in Italia _Beltrando dal
Poggetto_ cardinale di San Marcello, il quale dai malevoli veniva
creduto figliuolo del medesimo papa[1000], per provvedere ai disordini
dello Stato ecclesiastico, originati principalmente dal volere stare
i papi a darsi bel tempo in Provenza, abbandonata la sedia loro
data da Dio e i sudditi proprii. Fece in quest'anno[1001] _Matteo
Visconte_ un'azion degna di lode, e fu quella di ricuperare il tesoro
della chiesa di Monza, che già fu impegnato dai Torriani quarantasei
anni prima, consistente in corone d'oro, calici ed altri vasi ornati
di pietre preziose, di valore di ventisei mila fiorini di oro.
Disimpegnato che l'ebbe, portollo in persona a Monza nella vigilia del
santo Natale, e colle sue mani lo pose nell'altare, raccomandandolo
efficacemente a quei canonici.