NOTE:

[942] Chron. Astense, cap. 90, tom. 11 Rer. Ital.

[943] Raynaldus, in Annal. Eccles. Bernardus Guid., Append. Ptolom.

Lucensis.

[944] Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.

[945] Giovanni Villani.

[946] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 76. Istor. Pistol. Ferretus

Vicentinus, et alii.

[947] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Italic.

[948] Malvec., Chron. Brixian., lib. 9, cap. 29, tom. 14 Rer. Ital.

Annales Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[949] Chron. Astense, cap. 83, tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXVII. Indizione XV.

GIOVANNI XXII papa 2.

Imperio vacante.

Attese in quest'anno _papa Giovanni_ _XXII_ a fondar nuovi vescovati

in Francia[953], trinciando specialmente la vasta diocesi di Tolosa, la

cui chiesa eresse in arcivescovato. Essendo oramai terminata la tregua

già fatta fra _Roberto re_ di Napoli e _Federigo re_ di Sicilia[954],

Roberto, più che d'altra cosa voglioso di ricuperar la Sicilia, spedì

colà _Tommaso da Marzano_ conte di Squillaci con una gran flotta e con

un potente esercito. Sbarcò egli in Sicilia nel mese d'agosto; niun

conquisto vi fece, ma diede un tal guasto al paese fin sotto alle porte

di Messina, senza che Federigo ardisse mai d'affrontarsi con lui, che

comune opinione fu che, s'egli ritornava l'anno seguente al medesimo

funesto giuoco, la Sicilia non potea reggere a questo flagello.

Susseguentemente mandò papa Giovanni i suoi nunzii a Federigo, con

esibirsi mediatore di pace, ordinando che intanto egli depositasse

in mano degli uffiziali pontificii la città di Reggio cogli altri

luoghi occupati in Calabria. Federigo condiscese ai voleri del papa

col deposito delle terre di Calabria; ma si trovò poi ingannato,

perchè il papa le consegnò al re Roberto, che le ritenne per sè.

Stabilì intanto fra loro esso pontefice una tregua di tre anni, non

già per far servigio a Federigo, ma perchè gl'imbrogli di Genova, de'

quali parleremo, occuparono di troppo il re Roberto. Inviò Federigo

ad Avignone i suoi ambasciatori per la progettata pace; ma Roberto

se ne rise, nè alcuno v'inviò, contento d'avere con tanta facilità

ricuperati que' luoghi, e di mantener tuttavia le sue speranze di

riavere anche un dì la Sicilia tutta. Nella torbida sempre città di

Genova crebbe in quest'anno sì fieramente la diffidenza e discordia

fra i cittadini[955], che si diede principio ad una memorabil guerra,

in cui prese impegno buona parte dell'Italia, e che fu seminario

d'infiniti mali. Nel dì 15 di settembre v'entrarono senz'armi gli

Spinoli fuorusciti col consenso de' Fieschi e Grimaldi, cercando pace.

Non si fidando gli uni degli altri, uscirono di città i Doria. Tennero

poi loro dietro gli Spinoli, e queste due forti famiglie, dianzi

nemiche, divenute amiche, s'impadronirono (non so se nel presente o nel

susseguente anno) di Savona e d'Albenga, con ribellarsi al comune di

Genova, e far lega con _Matteo Visconte_ e cogli altri Ghibellini di

Lombardia. Rimasero i Guelfi padroni di Genova, e per questa divisione

nell'anno seguente cominciò una fiera e sanguinosa tragedia, che fu

delle più strepitose di questi tempi. Giovanni Villani[956] racconta

essere tutto ciò proceduto da segreto monopolio del re Roberto,

che voleva esclusi i Ghibellini da quella città; perché, ridotta

essa a parte guelfa, sperava egli d'acquistarne il dominio, siccome

infatti gli riuscì. A questo fine volle ancora che fra i Pisani ed

altri Ghibellini di Toscana dall'una parte, i Fiorentini, Lucchesi,

Sanesi ed altri Guelfi di Toscana dall'altra, seguisse pace: il che

a' Fiorentini, pieni tuttavia d'odio e di rabbia per la sconfitta di

Montecatino, rincrebbe forte. Ma perciocchè si mostravano renitenti

i Pisani ad accordare a' Fiorentini l'esenzion delle loro gabelle, la

sottile accortezza d'essi Fiorentini trovò un'invenzione per guadagnare

il punto. Finsero di raddoppiare i pubblici aggravii per avere ogni

anno d'entrata cinquecento mila fiorini d'oro, e ne sparsero la voce.

Poscia spedirono corriere in Francia con lettere finte a quel re e al

papa, acciocchè mandasse loro uno dei principi della casa con mille

uomini d'armi e con lettere di cambio per sessanta mila fiorini.

Per via di Pisa fu inviato il corriere; seco era una spia fidata,

che, quando egli fu in Pisa, andò a rivelarlo al conte Gaddo ed agli

anziani, i quali gli fecero mettere le mani addosso. Trovate e lette

quelle lettere, ne restarono ammirati, e conoscendo che per loro non

facea di mantener la guerra, si arrenderono alle proposizioni di pace,

ritenendo quanto aveano preso.

Tentò in quest'anno nel mese d'agosto Uguccion dalla Faggiuola,

coll'aiuto di _Cane dalla Scala_, di rientrare in Lucca, dove avea

dei trattati. Venne in Lunigiana al _marchese Spinetta_ Malaspina per

questo. Ma, scoperti i suoi andamenti, fu rumor popolare in Pisa; la

famiglia dei Lanfranchi n'ebbe gran danno, ed Uguccione, fallito il

colpo, se ne tornò a Verona. Allora _Castruccio_ signor di Lucca,

nemico anch'egli d'Uguccione, fece lega coi Pisani, e poi guerra

al marchese Spinetta, togliendogli Fosdinuovo ed altre castella:

perlochè Spinetta si ritirò anch'esso colla sua famiglia a Verona. In

Parma[957] nel mese di settembre Manno dalla Branca di Gubbio, podestà

di quella città, uomo dabbene, trattò di pace fra que' cittadini e

Giberto da Correggio fuoruscito, che infestava molto la patria. Ne

seguì la concordia. Giberto riebbe i suoi beni, e fu rimesso in città,

con promessa di menar vita privata. Parimente nel mese d'aprile i

fuorusciti guelfi di Piacenza[958] consegnarono le lor castella a

_Galeazzo Visconte_ signore di quella città, e riebbero i lor beni col

ritorno alla patria, il solo _Alberto Scotto_ fu mandalo ai confini

a Crema, dove nel dì 23 di gennaio dell'anno seguente diede fine ai

suoi giorni, lasciando dopo di sè la brutta memoria di molte frodi

e di gravi danni recati alla patria sua. Questo medesimo spirito di

concordia si stese a Modena[959], dove nel dì 5 d'agosto, per cura di

Federigo dalla Scala podestà, furono reintegrati nel possesso dei lor

beni Francesco dalla Mirandola, i Pii, i Gorzani e gli altri usciti, e

tutti vennero alla patria, ricevuti con amore dagli altri cittadini nel

dì 2 d'agosto. Fece oste in quest'anno nel mese di maggio Cane dalla

Scala contra de' Bresciani in favore de' fuorusciti ghibellini; prese

Castiglione e Montechiaro, e recò loro degli altri danni[960]. Mentre

egli si tratteneva in quelle parti, assediando Lunato, i Padovani[961],

giacchè se la videro bella, fingendo che questa fosse risoluzion di

particolari, e non del comune, corsero a valersi del tempo propizio per

ricuperare la perduta città di Vicenza. Aveano essi menato un trattato

con certi Vicentini, e ricevutine anche gli ostaggi per questo. Ma il

trattato era doppio, e di tutto veniva di mano in mano informato lo

Scaligero. Ferreto Vicentino[962] pretende che Cane ne avesse l'avviso

dai Carraresi stessi Padovani. Ora nella notte del dì 22 vegnente del

mese suddetto i Padovani colle genti comandate da Vinciguerra conte

di San Bonifazio giunsero sotto Vicenza, e, trovate le porte chiuse,

si applicarono a dare la scalata a quella città, e molti ancora

v'entrarono. Avvisato dai traditori, oppur dai Carraresi, Cane, eccolo

comparire con Uguccione, e con que' pochi che per la sua gran fretta

poterono seguitarlo. Fece egli tosto aprire una porta, e i Padovani,

credendola aperta per introdurli, si videro all'improvviso piombare

addosso l'adirato Cane. Parvero pecore all'arrivo del lupo. Tutti

allora a gambe; molti d'essi furono uccisi, molti presi, fra i quali

lo stesso conte di San Bonifazio capitano, che morì fra pochi giorni

per le ferite ricevute; e restò in preda de' Vicentini tutto il loro

equipaggio. Qui però non finì la disavventura de' Padovani. Trovò Cane

un tavernaio della fortissima terra di Monselice, per nome o soprannome

Maometto[963], che promise di dargli adito in quella importante

fortezza. Disposte le cose nella vigilia della festa di San Tommaso

Apostolo, Cane, senza badare alla stagione orrida pel freddo, ito colà

con Uguccione e con grosse brigate, s'impadronì della terra, e da lì

a cinque giorni della rocca di Monselice. Incredibil fu il terrore de'

Padovani per questa perdita; già s'aspettavano Cane alle porte, ed egli

intanto colla forza prese la nobil terra d'Este, che poi barbaramente

diede alle fiamme, e quindi obbligò alla resa la ricca e riguardevol

terra di Montagnana. Animato da così felici successi lo Scaligero[964],

dopo aver preso al suo soldo da _Arrigo conte_ del Tirolo cento lance,

passò dipoi nel Pievato di Sacco, territorio allora il più abbondante

e pingue nel Padovano, dove indicibil fu la preda di tutti i beni.

Andò anche ai borghi di Padova, e distrusse quello di Santo Stefano.

Non vi volle di più perchè i Padovani nell'anno seguente chiedessero

pace; e, adoperati per mediatori i Veneziani, la ottennero da Cane, col

cedergli i lor diritti sopra le occupate terre, e dargli ancora quella

di Castelbaldo in pegno. I Carraresi, secondo Ferreto, segretamente se

l'intendeano con esso Cane.

Fin qui i Ferraresi aveano provato il duro giogo de' Guasconi, ossia

de' Catalani, cioè della guarnigione posta in quella città dal re

Roberto[965]. Le avanie ed insolenze di costoro erano il pane d'ogni

giorno di quell'angustiato popolo, di modo che ho io sempre sospettato

che la _giustizia catalana_, passata in proverbio per questi paesi,

avesse origine dai lor perversi portamenti[966]. Giunti oramai all'orlo

della disperazione que' cittadini, chiariti della differenza che passa

fra l'essere governati dal principe proprio, e il vivere all'ubbidienza

di gente straniera, ordinariamente venuta solo per succiare il

sangue de' popoli; e vogliosi di ritornare sotto l'amorevol dominio

de' principi estensi, nel dì 4 d'agosto del presente anno mossero

a rumore la terra, e colle armi incominciarono aspra battaglia con

essi Guasconi. Ritiraronsi costoro in Castel Tealdo, e tutte l'altre

fortezze della città vennero alle mani dei Ferraresi, i quali spedirono

tosto a _Rinaldo_ ed _Obizzo marchesi d'Este_, figliuoli del _marchese

Aldrovandino_, acciocchè venissero. Vennero questi senza perdere tempo;

e quel popolo, confortato dalla loro presenza e valore, tosto si diede

ad espugnare Castel Tealdo per terra e pel Po con delle barbotte e con

un lupo, cioè con un castello posto sopra due navi. Studiaronsi nello

stesso tempo i marchesi estensi coi Pepoli ed altri amici di Bologna di

far differire la venuta dell'esercito bolognese in aiuto dei Guasconi;

e camminò così felicemente il concerto e l'indefessa espugnazion del

castello, che prima dell'arrivo de' Bolognesi l'ebbero in mano colla

morte di tutto quel presidio, con poscia darlo alle fiamme e diruparlo.

Liberati in questa guisa i Ferraresi dal giogo straniero, con immenso

giubilo diedero, ossia restituirono, la signoria della città ai

marchesi d'Este suddetti nel dì 15 d'agosto. In quest'anno ancora nel

mese di settembre _Cane dalla Scala, Passerino_ signor di Mantova e

di Modena, e _Luchino_ figliuolo di _Marco Visconte_[967] fecero oste

di nuovo contra di Cremona. S'era quella città poco dianzi più che mai

scompigliata, perchè, rientratovi il _marchese Jacopo Cavalcabò_, avea

sotto la buona fede ucciso Egidio Piperata capitano del popolo con

cinquanta de' migliori cittadini. Ne fuggì Ponzino de' Ponzoni co' suoi

seguaci, e fatto ricorso ai capi della lega ghibellina, li condusse

all'assedio di Cremona. Ma, per quanto operassero, nulla poterono

guadagnare: tale e tanta fu la difesa di quel popolo aiutato dai

Bresciani. In questo mentre i Bolognesi[968], per distorre Passerino da

quell'impresa, nel dì 19 d'ottobre ostilmente vennero sul territorio

di Modena sino alla villa d'Albareto, commettendo in tutte quelle

vicinanze ogni male in danno de' Modenesi. Varie guerre eziandio furono

in questi tempi nell'Astigiano e nel Piemonte[969], che per essere

di poco momento io le tralascio. Altre ne furono in Romagna[970],

dove Diego di Larae, conte di quella provincia pel re Roberto, andò

all'assedio di Forlì nel dì 28 di giugno, ma con poco profitto. Poscia

nel settembre seguì pace fra lui e i Cesenati dall'una parte e i

Forlivesi dall'altra.

Spedì nel gennaio di quest'anno[971] _papa Giovanni XXII_ lettere

esortatorie di pace, e nunzii ancora ai principi e alle città d'Italia,

insinuando loro che, deposti gli odii, e dato fine alle fazioni,

abbracciassero tutti la concordia. Questo appunto era, ed è, l'uffizio

de' sommi pontefici; ed abbiam già veduto di sopra che tali esortazioni

fecero frutto in Piacenza, Parma e Modena. Ma altro ci volea che

parole a guarir le cancrene d'allora. Si aumentò poi questa terribil

malattia, dacchè papa Giovanni, cessando d'essere padre comune, sposò

gl'interessi del _re Roberto_, e divenne aperto protettore de' soli

Guelfi. Era questo pontefice, per attestato di Ferreto[972] e del

Villani[973], creatura d'esso re. Da lui riconosceva tutto il suo

essere, perchè in sua corte era dal nulla salito in alto, e coll'aver

finte lettere (se pure è vero) a nome d'esso re, avea ottenuto dal

papa il vescovato di Freius; e poi per opera di lui era giunto alla

sacra porpora e al pontificato. Chi ben rifletterà al sistema di questi

tempi, non avrà difficoltà ad immaginare che il suddetto re Roberto

tendeva al dominio di tutta l'Italia; odiava i Ghibellini fautori

dell'imperio, perchè contrarii a' suoi disegni; nè volentieri vedeva

in Italia imperadore alcuno, standogli davanti agli occhi i pericoli

corsi sotto Arrigo VII. Cadde pure in acconcio dei suoi affari che in

Germania fossero eletti in discordia due re de' Romani, cioè _Lodovico

il Bavaro_ e _Federigo d'Austria._ Gran cura ebbe sempre Roberto che

papa Giovanni non decidesse mai la contesa; e dacchè, siccome vedremo.

L'ebbe il Bavaro decisa coll'armi, Roberto procurò che seguitasse la

ripugnanza della corte pontificia a non voler mai riconoscere per

re dei Romani esso Bavaro: dal che provennero sconcerti e scandali

gravissimi. Stuzzicò inoltre esso re papa _Clemente V_, e poi lo stesso

papa _Giovanni XXII_, a far da padrone nel regno d'Italia, vacante

l'imperio, per quanto allora si pretendea. Motivo di stupore, siccome

già accennai, può esser oggidì, come si giugnesse in quei tempi a

dichiarar vassalli della santa Sede gl'imperadori, e spettante al papa

l'assoluto comando in esso regno italico nella vacanza dell'imperio.

Ma non è da stupire, considerando che il re Roberto faceva allora da

papa; nè i pontefici operavano se non quello che a lui piaceva. Per

questa via si studiava Roberto di stendere le ali per l'Italia tutta

colla depression de' Ghibellini, ed innalzamento de' Guelfi suoi

partigiani. Il peggio fu che sopra questa base dell'autorità temporale

e del governo dei papi nel regno d'Italia si fondarono le scomuniche

e gl'interdetti contra chi non era ubbidiente ai voleri pontifizii.

Abbiamo dagli Annali Milanesi[974] che nell'anno precedente, ma più

probabilmente nel presente, avea papa Giovanni comandato che niuno in

Italia s'intitolasse vicario imperiale, nè si mischiasse nel governo

delle terre dell'imperio senza licenza della Sede Apostolica. Perciò

_Matteo Visconte_, lasciato quel titolo, si fece proclamar dal popolo

signor generale di Milano. E perch'egli non mise in libertà i Torriani

prigioni, come pretendeva il papa, nè volle dipendere da lui nel

dominio di Milano, fu sottomessa quella città all'interdetto, e poi

scomunicato esso Matteo. All'incontro _Cane dalla Scala_[975] nel dì

16 di marzo del presente anno riconobbe per re de' Romani l'eletto

_Federigo d'Austria_, gli giurò fedeltà, e da lui prese il titolo di

vicario dell'imperio in Verona e Vicenza. Intimò in quest'anno papa

Giovanni[976] ai Ferraresi di rilasciare il dominio di quella città

in mano de' vescovi di Bologna e d'Arras suoi deputati, sotto pena

delle scomuniche. Ma i Ferraresi, che troppo malconci s'erano ritrovati

dacchè passò la lor città sotto il governo pontificio, diedero di belle

parole, ma si guardarono di venire a' fatti, sentendosi troppo bene

sotto il governo de' marchesi estensi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 65 / 216 题