[871] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 47.
[872] Johann. de Cermenate, cap. 62, tom. 6 Rer. Ital.
[873] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.
[874] Albertinus Mussatus, lib. 13. rubr. 5, tom. 8 Rer. Ital.
[875] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 48.
[876] Johann. de Cermen., cap. 62, tom. 9 Rer. Ital.
[877] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 35.
[878] Albertinus Mussat. Johannes de Cermenat. Giovanni Villani.
Ptolom. Lucens. et alii.
[879] Ventur., Chron. Astense, cap. 64, tom. 11 Rer. Ital.
[880] Ferretus Vicentinus, lib. 5, tom. 9 Rer. Italic.
[881] Raynaldus, Annal. Eccl. Baluzius, Miscellan., tom. 1. Leibnitius,
Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 87.
[882] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 53.
[883] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 2, tom. 10 Rer. Ital.
[884] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[885] Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Ital.
[886] Albertinus Mussatus., lib. 15, tom. 6 Rer. Ital.
[887] Johann. de Cermen., cap. 64, tom. 9 Rer. Ital.
[888] Corio, Istor. di Milano. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus.
[889] Bonincontrus Morigia, Chron., cap. 17.
[890] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[891] Albertinus Mussat., lib. 14, rubr. 9, tom. 8 Rer. Ital.
[892] Ptolomaeus Lucensis, in Vita Clementis V.
[893] Raynald,, in Annal. Eccles.
[894] Albertinus Mussatus, lib. 11, rubr. 6.
[895] Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[896] Matthaeus de Griffonibus, Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.
[897] Albertinus Mussat., lib. 11, rub. 6, tom. 8 Rer Ital.
[898] Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.
Anno di CRISTO MCCCXIV. Indizione XII.
CLEMENTE V papa 10.
Imperio vacante.
_Filippo il Bello re_ di Francia e _Roberto re_ di Napoli e signor
di Provenza, che in questi tempi raggiravano a lor piacere la corte
pontificia, fecero pubblicar due costituzioni a papa _Clemente V_[899],
colle quali annullò, ossia dichiarò nulla la sentenza dell'imperadore
_Arrigo VII_ contra del re Roberto. Nè veramente sussisteva essa
in quella parte, dove il dichiarava decaduto e privato di tutte le
Provincie e città da lui possedute, con assolvere tutti i suoi sudditi
dal giuramento di fedeltà: perciocchè tali parole generali sembravano
ferire anche il regno di Napoli, del quale da sì lungo tempo la
sola Chiesa romana concedeva l'investitura, senza che gl'imperadori
vi ritenessero o usassero sovranità alcuna. Ma qui non finì la
faccenda[900]. Era stata nel 1512 in Roma qualche controversia fra i
ministri pontificii e l'imperadore Arrigo, intorno ai giuramenti che
fanno gl'imperadori ai papi nella coronazione, e all'autorità pretesa
dal pontefice di comandare all'imperadore anche nel temporale. Ora
Clemente dichiarò che tali giuramenti prestati dai papi sono giuramenti
di fedeltà, volendo insinuare che gl'imperadori son vassalli del papa.
E nella clementina _Pastoralem_, con cui abolisce la suddetta sentenza
d'Arrigo, aggiugne queste parole: _Nos tam ex superioritate, quam ad
imperium non est dubium nos habere, quam ex potestate, in qua vacante
imperio imperatori succedimus_, ec. Parvero dure ed insoffribili
novità queste espressioni, e cagionarono poi delle gravi discordie,
pretendendole i Tedeschi affatto ripugnanti alla sentenza e pratica
di tutti i secoli addietro; e che gl'imperadori, lungi dall'essere
vassalli de' papi, fossero stati in passato sovrani di Roma stessa; e
che sui regni d'Italia e di Germania niuna autorità temporale avessero
mai avuta i papi, nè potessero pretenderla per varie ragioni; e che
novità ancora fosse l'attribuirsi il governo d'esso regno d'Italia,
vacante l'imperio. Ma a buon conto papa Clemente, piantate queste
massime, delle quali per necessità convien qui fare menzione, ne
procedette all'esecuzione nel dì 14 di marzo del presente anno[901],
col sostituire vicario dell'imperio in tutte le parti dell'Italia
sottoposte al medesimo imperio il _re Roberto_, a cui nulla si negava
in questi tempi, e che inoltre fu creato senatore di Roma: tutti
gradini per alzarsi al dominio di tutta l'Italia, se i popoli avessero
facilmente ceduto ai di lui voleri e disegni. Ma si fermò il breve volo
della sua fortuna per la morte sopravvenuta al medesimo papa _Clemente
V_[902]. Trovavasi egli in Roccamora vicino al Rodano, malmesso di
sanità da qualche tempo. Quivi terminò sua vita nel dì 20 d'aprile
di quest'anno. Son brutti i colori lasciati alla memoria di questo
pontefice da Giovanni Villani, da Albertino Mussato, da fra Francesco
Pipino e da altri. Certo alcuni ne avrà inventati la malignità. Ma
indubitato è ancora che un gran processo dovette questo pontefice
trovar nel tribunale di Dio, per la maniera da lui tenuta in ottenere
il pontificato, e per aver privata della sua residenza quella città, di
cui Dio ha fatti pastori particolari i sommi pontefici, e con empiere
il sacro collegio di oltramontani, per eternare in tale forma la
permanenza della santa Sede di là dai monti. Fu anche accusato di non
aver conosciuta misura nell'arricchire ed ingrandire i suoi parenti,
nel ridur in commenda tanti monisteri, e nell'ammassar tesori anche
per illecite vie: tesori che dopo la sua morte andarono tutti a sacco,
colla giunta di quel deforme spettacolo che vien asserito dal suddetto
frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[903] per relazione
di chi v'era presente: cioè, che di tante sue ricchezze appena potè
trovarsi uno straccio di veste da coprirlo; e morto, restò talmente
abbandonato da tutti i suoi, intenti allo spoglio, che il fuoco caduto
da un doppiere gli bruciò una parte del corpo. Raccontano ancora gli
storici[904] che uno de' Templarii condotto fin da Napoli alla corte
pontificia, e condannato al fuoco, benchè si protestasse innocente,
citò al tribunale di Dio il papa e Filippo re di Francia entro lo
spazio di un anno a rendere conto di quella ingiustizia: e che, finito
l'anno, amendue mancarono di vita. Quand'anche fosse vera una tal
citazione, noi non dobbiam per questo attribuire ad essa la morte del
papa, perchè troppo scuri sono al guardo nostro i giudizii di Dio. Ma
essendovi chi niega questo fatto, quasichè non si combinino i tempi,
si vuole osservare che nel precedente anno due Templarii, ed altri
nel presente, tutti costantissimi in asserir sè stessi innocenti di
quei misfatti, de' quali erano incolpati[905], furono bruciati vivi in
Parigi; e però poter forse sussistere un sì fatto racconto.
Non so io dire se a qualche troppo delicata persona potesse parere
non ben fatto il parlar dei difetti dei capi visibili della Chiesa di
Dio, senza por mente all'esempio delle divine Scritture e dei santi,
e dei migliori storici, che ugualmente per istruzione de' posteri
han lodato i buoni e biasimati i cattivi; e senza riflettere che i
difetti delle persone non son difetti della cattedra, la qual sempre fu
santa e sempre sarà finchè il mondo avrà vita. _L'adulare i principi,
non è scrivere istoria, ma un dar loro animo, che facciano ogni
male, confidati che di loro sarà scritto ogni bene: perciò l'istoria
non è da ingegno servile_. Così diceva Alessandro Tassoni, chiaro
scrittore fra i Modenesi. Ma sappiano i lettori, aver io detto nulla
di questo papa in paragon di quello che ne scrissero ai lor giorni
gli afflitti cardinali italiani, delusi troppo da questo volpino
pontefice. Abbiamo una lettera scritta dal _cardinal Napoleone_ degli
Orsini al re di Francia dopo la morte di Clemente V[906], in cui
accenna gl'immensi mali avvenuti a Roma e a tutta l'Italia per cagion
dell'inganno fatto ai cardinali dal papa, col mettere la Sedia in
Francia; e le simonie continue da lui fatte, e le rovine delle chiese
per colpa sua succedute affine di accumular danari. Peggiorarono
questi affari dipoi. Ventitrè erano i cardinali, fra' quali solamente
sei italiani, il resto franzesi, che nella città di Carpentrasso
entrarono nel conclave per eleggere il successore[907]. Nel dì 24 di
luglio Bertrando del Gotto e Raimondo Guglielmo, parenti del defunto
Clemente, con una gran frotta di armati entrati in Carpentrasso[908],
volendo un papa guascone, attaccarono il fuoco a più parti della città
e alle case de' cardinali italiani, giacchè contra di questi soli
era indirizzato il loro furore; uccisero e ferirono molti delle lor
famiglie, oppure italiani; e correndo anche al conclave, tentarono di
sforzarlo, gridando intanto: _Muoiano i cardinali italiani_. Sarebbe
forse avvenuto di peggio, se essi cardinali tutti spaventati, col far
rompere un muro di dietro d'esso conclave, non fossero chi qua chi là
segretamente scampati fuori di quella città. Questi scandali fecero
poi differire di molto l'elezion del nuovo pontefice. Intanto nel
dì 9 di novembre anche Filippo il Bello, principe pieno di peccati,
fu chiamato da Dio al rendimento dei conti. Si accordano Giovanni
Villani[909], Ferreto Vicentino[910] e Guglielmo Ventura[911] in dire,
essere succeduta la morte sua da un cignale, che nella caccia il fece
cader da cavallo con tal ferita, che incurabile il condusse infine
al sepolcro. Questa particolarità viene taciuta da alcuni storici
franzesi, e negata dal Mezeray e dal Sammartani. Ma noi l'abbiamo
da tre autori contemporanei, che ce ne assicurano con parole assai
chiare. L'essersi trovate in adulterio, mentre egli vivea, le tre sue
nuore, mogli de' tre suoi figliuoli; l'essere questi figliuoli re l'un
dietro all'altro, morti in meno di undici anni senza successione,
con passare la corona di Francia nella linea di _Carlo di Valois_
nell'anno 1328, diedero molto da parlare a coloro che vogliono entrare
nei gabinetti del cielo, e crederono tutto ciò gastigo di Dio. Anche
in Germania accadde un altro scabroso accidente, cagione poi di
gravi sconcerti in Germania ed Italia[912]. Nel dì 20 d'ottobre di
questo anno cinque elettori, cioè _Pietro arcivescovo_ di Magonza,
Baldovino arcivescovo di Treveri, _Giovanni re_ di Boemia, suo
nipote, e figliuolo del fu imperadore Arrigo, _Valdemaro marchese_ di
Brandeburgo e _Giovanni duca_ di Sassonia, dopo avere indarno chiamati
ed aspettati gli altri due elettori, elessero in Francoforte re dei
Romani _Lodovico conte palatino_ del Reno, e duca di Baviera, famoso
poi nella storia ecclesiastica col nome di _Lodovico il Bavaro_. Egli
fu poi solennemente coronato in Aquisgrana, ma non dall'arcivescovo di
Colonia, come portava il rituale. Gli altri due elettori, cioè _Arrigo
arcivescovo_ di Colonia e _Ridolfo conte palatino_ del Reno e duca di
Baviera, elessero re dei Romani _Federigo duca d'Austria_, figliuolo
del fu imperadore Alberto, che fu coronato in Bonna dal suddetto
arcivescovo di Colonia, e non già in Aquisgrana, dove, secondo il
rito, dovea farsi la funzione. Parea chiaro il diritto del Bavaro, e
Giovan-Giorgio Ervarto[913], che nel secolo prossimo passato acremente
scrisse contra del Bzovio in difesa d'esso Bavaro, pretende che,
secondo le leggi e gli usi dell'impero, legittima ed incontrastabile
fosse la sua elezione. Ma ciò non si potè persuadere all'emulo
Federigo, e a chi era per lui: però si venne all'armi, e ne ebbe per
molto tempo a piangere la Germania.
Dappoichè mancò di vita l'_imperadore Arrigo_, parea che avesse da
fiorire il mondo per la fazion ghibellina d'Italia, stante il gran
potere del _re Roberto_, che signoreggiava non solamente nel regno
di Napoli e in Provenza, ma anche in Roma, in Firenze, in Lucca, in
Ferrara, nella Romagna, in Pavia, Alessandria, Bergamo e in varii
luoghi del Piemonte. _Giberto da Correggio_ gli avea anche suggettata
Parma. Tuttavia diversi dall'opinion del volgo furono gli avvenimenti.
Aveano, siccome abbiamo detto, i Pisani ghibellini preso per loro
signore _Uguccion dalla Faggiuola_[914]. Questo accorto e vigilante
capitano non perdè tempo a muover guerra ai Lucchesi con ispesse
cavalcate e fieri saccheggi sino alle porte della loro città, dove nel
dì 14 di novembre del precedente anno fu vicino ad entrarvi con loro
gran paura e danno. Rinnovò nel presente le scorrerie, retrocedendo
quando venivano in lor soccorso i Fiorentini; e subito, dappoichè
s'erano ritirati, tornando al medesimo giuoco. Seguitò tanto questo
doloroso flagello, che i Lucchesi discordi fra loro s'indussero a
stabilir pace coi Pisani, a rimettere in città gl'Interminelli e gli
altri fuorusciti ghibellini, e restituir Ripafratta con altri luoghi ai
Pisani[915]. Ma che? non andò molto che n'ebbero un mal pagamento. Nel
dì 14 di giugno essi Ghibellini mossero a rumore Lucca, e cominciarono
battaglia coi Guelfi. Arrivò Uguccione coi Pisani, che erano di
intelligenza, e fu ammesso per la Posterla del Prato in città. Andò
a ruba l'infelice Lucca, e durò per otto dì il barbaro saccheggio.
Ne fuggì Gherardo da San Lupidio, vicario del re Roberto, coi Guelfi;
laonde i Pisani, sì dianzi abbattuti, crebbero di credito e potenza per
l'acquisto di quella città. In così funesta congiuntura perì ancora il
tesoro d'immenso prezzo, riposto in San Frediano, che _papa Clemente
V_ vi aveva fatto portar da Roma e da altri Stati, avanti che Arrigo
Augusto facesse guerra in Roma stessa colle genti del re Roberto. Non
v'era memoria d'un così grosso bottino fatto in una sola città, come fu
quello di Lucca. Per questo atroce colpo grande spasimo prese il cuor
de' Fiorentini, massimamente perchè Uguccione cominciò a far guerra al
loro distretto e a quel di Pistoia. Scrissero perciò efficaci lettere
al re Roberto, ed egli mandò tosto in aiuto loro _Pietro_ suo fratello
minore con trecento uomini d'armi, ricevuto a grande onore in Firenze
nel dì 18 di agosto. Nello stesso mese, volendo il medesimo re oramai
vendicarsi di _Federigo re_ di Sicilia, co' principi suoi fratelli
_Filippo_ e _Giovanni_ (Raimondo Berengario è chiamato da Niccolò
Speciale[916]) e con un'armata di centoventi galee, e quasi altrettanti
legni grossi da trasportar cavalli e munizioni, conducendo seco due
mila cavalieri e fanteria senza fine, veleggiò verso la Sicilia[917].
Impadronissi a tutta prima di Castellamare; e, credendosi di mettere il
piede in Trapani per un precedente trattato, si trovò deluso. Lo stesso
Federigo quegli era stato che avea ordita la trama, per fermar quivi le
forze del re Roberto, siccome avvenne; perchè Roberto imprese l'assedio
di quella città con sommo vigore. Ma questa era ben provveduta di
viveri e di gente, che nulla tralasciò per una gagliarda difesa. Lo
stesso Federigo, col corseggiar ne' contorni, andava pizzicando i
nemici. Ora per le infermità e per la mortalità venne a scemarsi di
molto l'armata del re Roberto. Sopraggiunse ancora un'orrida burrasca
che mise in conquasso tutti i suoi legni, e impedì parimente che non
seguisse un fatto d'armi con quei del re Federigo, giù usciti in mare,
e battuti anch'essi dalla medesima tempesta. Veggendosi dunque Roberto
a mal partito per la perdita di trenta galee, e per la mancanza delle
vettovaglie, s'appigliò alla risoluzione di trattar qualche accordo;
sicchè fu conchiusa tra loro una tregua di tre anni e due mesi e mezzo,
e col favor d'essa nel finire dell'anno Roberto, malcontento di tante
spese inutilmente fatte e della perdita di molta gente e di molte navi,
se ne tornò a Napoli a macchinar degli altri disegni.
In Ferrara, che gli Annali Estensi[918] dicono donata da _Clemente V_ a
_Sancia_ moglie del _re Roberto_, fu un trattato fra alcuni cittadini e
fuorusciti ghibellini per levarla di mano ad esso re. Vennero costoro
nel mese di giugno pel Po col naviglio de' Mantovani alla volta di
quella città; ma, alzatasi una fortuna in esso fiume, andò a male il
lor disegno. Molti ne furono presi e fatti giustiziare da Pino dalla
Tosa, vicario ivi del re Roberto. Aspra guerra intanto seguitava fra
i Padovani e _Cane dalla Scala_[919]; ma Padova, la quale più che mai
abbisognava di concordia in sì pericoloso impegno, non la nudriva nel
suo seno a cagion delle fazioni e prepotenze, frutti consueti delle
repubbliche italiane d'allora. Quivi nel dì 24 d'aprile nata rissa
fra la nobil famiglia da Carrara, terra sul Padovano, capi della quale
erano allora Jacopo ed Ubertino, e quelle di Pietro Alticlino e Ronco
Agolante, due potenti plebee di quella città: tutto il popolo vi si
interessò. Vi fu della mortalità, e non pochi saccheggi, ma prevalsero
i Carraresi. La casa di Albertino Mussato istorico andò anch'essa
allora a sacco[920]. Continuò dipoi la guerra contro Cane dalla Scala,
e nel settembre i Padovani con tutte le lor forze improvvisamente
arrivarono sino alle porte di Vicenza[921] con tale baldanza, come se
andassero a diporto ed avessero in pugno quella città. Presero il borgo
di San Pietro, e gli diedero il sacco, con tutte le scelleraggini che
accompagnano simili congiunture. Incredibile fu il terrore nella città,
quando ecco inaspettatamente arrivar Cane da Verona. Al primo avviso
dell'insulto de' Padovani, saltato a cavallo il furibondo Scaligero con
un sol famiglio, si avviò alla volta di Vicenza[922]. Entrato nella
confusa città, rimise il cuore in petto a quei cittadini; e, senza
perdere tempo, nel dì 17 di settembre, fatto lor prendere l'armi[923],
unitamente coi Tedeschi della guarnigione uscì per una porta addosso
ai Padovani, con alle grida intonando tutti: _Viva Cane_[924]. Se ne
stavano i buoni Padovani sparsi e senza guardie. Il nome temuto di Cane
e l'ardire de' Vicentini furono fulmini che bastarono a mettergli in
fuga. La strage d'essi fu grande, maggiore la copia de' prigionieri,
che si fanno montare a mille e cinquecento, il bottino inestimabile.
Jacopo e Marsilio da Carrara (che da Ferreto viene appellato dei
Rossi, per errore del testo) ed Albertino Mussato restarono, oltre a
tant'altri, in poter de' nemici. Questi, mentre Padova si trovava in
una fiera costernazione, e Cane raunava da tutte le parti gente per
passar sotto quella città, mossero parola di pace con esso Scaligero,
che vi diede ascolto. Tanto finalmente si trattò coll'andare e venir
corrieri da Padova, che questa fu conchiusa nel dì 20 d'ottobre, per
cui fu ceduta da' Padovani a Cane ogni lor pretensione sopra Vicenza.
Ebbero i Piacentini[925] nel maggio di quest'anno una rotta da
Leone degli Arcelli, e dagli altri loro fuorusciti in Vico Giustino.
Poscia nel mese di settembre _Ugo Delfino_ di Vienna, che si facea
parente dei Torriani, venuto a Pavia in loro aiuto con alcune
schiere d'armati, formata una grande unione di Pavesi, Cremonesi,
Parmigiani, Alessandrini, Vercellesi e d'altri Guelfi, insieme coi
suddetti fuorusciti ostilmente venne sul Piacentino per terra e per
acqua. Bruciò questa armata il ponte de' Piacentini sul Po, ed entrò
nel borgo di San Leonardo, dove si fermò nove giorni, disponendo
le macchine per espugnar la città. Al governo d'essa era _Galeazzo
Visconte_, già eletto signore della medesima, il quale si preparò per
una valida difesa. Ma, insorta discordia nel campo di essi collegati,
senza far altro maggior tentativo, e con perdita di gente, tutti se
ne andarono alle lor case[926]. Se crediamo a Galvano Fiamma[927],
Galeazzo Visconte gl'inseguì fino a Tortona. In Genova[928], per la
gara continua di quelle possenti case, cadauna delle quali voleva la
maggioranza negli uffizii, ed anche la signoria della terra, nacquero
varie contese fra i Boria e gli Spinoli. Pace fu fatta, ma di corta
durata. Si venne all'armi, e per ventiquattro giorni si combattè
fra essi e i lor fazionarii, con interessarsi la maggior parte del
popolo in sì fatta querela, che costò la vita a molti e l'incendio
a non poche case. Finalmente, per l'interposizione di alcuni saggi
neutrali, si quetò la guerra; ma stettero poco gli Spinoli a rinnovarla
con loro svantaggio nondimeno, perchè sconfitti, furono necessitati
ad abbandonar la città e a ritirarsi nelle lor terre. I Doria e i
Grimaldi rimasero uniti, e seguitò Genova a reggersi a popolo. Nella
Romagna[929] _Francesco de' Manfredi_, correndo il dì 9 del mese di
novembre, mosse a ribellione le città di Faenza e d'Imola contra il_
conte Giliberto_ de' Sintilli, vicario della Romagna pel re Roberto.
Tentò ancora dipoi con Lamberto e Banino da Polenta, e con un esercito
di cinquecento cavalli e diecimila fanti, la conquista di Forlì; anzi
v'entrò col favore dei Calboli; ma prevalendo gli Argogliosi coi lor
Catalani, ch'erano ivi di presidio pel re Roberto, furono costretti
gli entrati e i Caiboli coi loro fautori alla fuga. Cesena restò dipoi
quasi presa da essi Catalani; se non che _Malatestino_ da Rimini,
accorso, li cacciò, e prese il governo di quella città.