[849] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 36.
[850] Ferretus Vicentinus, lib. 5, tom. 9 Rer. Ital.
[851] Albertus Mussatus. Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.
[852] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 42.
[853] Albertinus Mussatus, lib. 8, cap. 8.
[854] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 44.
[855] Bonincontrus Morigia, Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
[856] Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.
[857] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[858] Albertinus Mussatus, lib. 6, rubr. 2. Johannes de Cermenat., cap.
46, tom. 9 Rer. Ital.
[859] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[860] Johannes de Cermenat., cap. 50, tom. 9 Rer. Italic.
[861] Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 9, tom. 8 Rer. Ital.
[862] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[863] Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Mussatus, lib. 7, rubr. 7.
[864] Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.
[865] Chron. Astense, cap. 69, tom. 11 Rer. Ital.
[866] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.
[867] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[868] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 22.
[869] Raynald., in Annal. Ecclesiast.
[870] Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXIII. Indizione XI.
CLEMENTE V papa 9.
ARRIGO VII re 6, imperad. 2.
Da San Casciano nel dì 6 di gennaio si ritirò l'_Augusto Arrigo_ a
Poggibonzi, dove fece fare un castello sul Poggio, dandogli il nome
di castello imperiale[871]. Stette ivi sino al dì 6 di marzo; e
perciocchè cominciò a patir difetto di vettovaglia, e per le infermità
si assottigliò forte la sua armata, se ne tornò a Pisa. A Poggibonzi
furono a trovarlo gli ambasciatori di _Federigo re_ di Sicilia,
che, oltre all'avergli portato un sussidio di venti mila doble d'oro
(regalo opportuno al suo estremo bisogno), concertarono seco di portar
la guerra contra del _re Roberto_ nel regno di Napoli. Quantunque
l'imperadore si vedesse in mal arnese per l'esercito tanto sminuito,
e che maggiormente calò per la partenza di _Roberto conte_ di Fiandra
colle sue genti; pure, siccome principe di rara virtù, che per niuna
avversità si turbava, per niuna prosperità si gonfiava, attese a
rimettersi in buono stato, già risoluto di far pentire Roberto re di
Napoli delle offese indebitamente a lui fatte finora. E, dimorando
egli in Pisa, _Arrigo di Fiandra_ suo maliscalco, ossia maresciallo,
con ottocento cavalieri ed otto mila pedoni passò in Versiglia e
Lunigiana a' danni de' Lucchesi. Fra le altre terre, prese per forza
la ricca di Pietrasanta. Degna è di memoria la fondazione d'essa,
fatta dopo la metà del secolo precedente da Guiscardo nobile milanese
della famiglia Pietrasanta, allora podestà di Lucca, il quale dal suo
cognome la nominò. Odasi Giovanni da Cermenate, autore di questi tempi,
che così ne parla[872]: _Henricum de Flandria expugnare Petram-Sanctam
mittit oppidum, licet dives, novum. Ipsum namque construxerat quondam.
Guiscardus de Petra-Sancta, nobilis civis Mediolani, urbe sua exulans,
prima Turrianorum regnante tyrannide, in districtu aut prope confinia
lucanae urbis, cujus rector erat, oppido sui cognominis imponens
nomen_. Aggiungasi Tolomeo da Lucca, istorico anche esso di questi
tempi, che mette all'anno 1255[873] _Guiscardo da Pietra Santa_ per
podestà di Lucca, _qui de Versilia duos burgos, unum ex suo nomine
nominavit, alterum vero Campum majorem_. Non ho voluto tacer questa
notizia, affinchè si tocchi con mano la falsità del decantato editto
di Desiderio re de' Longobardi, inciso in marmo in Viterbo, creduto
vero dal Sigonio e da tanti eruditi, anche ultimamente spacciato per
tale da un avvocato de' Viterbiesi. Quivi il re Desiderio dice d'aver
fabbricato la terra di _Pietra-santa_. Ci vuol egli di più a conoscere
l'impostura? Anche i marchesi Malaspina tolsero in tal occasione
Sarzana, ch'era allora de' Lucchesi. In Pisa Arrigo Augusto, valendosi
de' consigli e della penna de' suoi legati, fece i più strani ed
orridi processi contra del re Roberto, dichiarandolo nemico pubblico,
traditore ed usurpator delle terre del romano imperio, privandolo di
tutti gli Stati, e d'ogni onore e privilegio, e proferendo la sentenza
di morte contra di lui[874]. Altri processi e terribili condanne fece
contra di _Giberto da Correggio_ signor di Parma, e di _Filippone
da Langusco_ signor di Pavia, e contro le città di Firenze, Brescia,
Cremona, Padova ed altre, che s'erano ribellate all'imperio[875]. Ma,
siccome osserva il Cermenate, questi fulmini, benchè solo di carte,
produssero piuttosto contrario effetto, perchè più s'indurò nella
nemicizia chi già era nemico.
Fece inoltre delle vive istanze _a papa Clemente_, acciocchè,
secondo l'uso d'altri suoi predecessori, scomunicasse i ribelli
dell'imperio in Italia, e procedesse ancora contra del re Roberto per
gli attentati da lui fatti in Roma in disprezzo della giurisdizione
e degli ordini del papa, e insieme dell'imperador de' Romani. E il
pontefice dovea aver preparato delle bolle in favor d'Arrigo, quando
avvenne un fatto, la cui memoria ci è stata conservata dal suddetto
Giovanni da Cermenate[876], ed è importante per la storia. Albertino
Mussato differentemente ne parla. _Filippo il Bello re_ di Francia,
informato di questi affari dal re Roberto suo parente, e pregato
d'aiuto, mandò alla corte pontificia que' medesimi sgherri che aveano
fatta in Anagni la detestabile insolenza a papa _Bonifazio VIII_.
Al vederseli comparire davanti con volto burbero, Clemente si tenne
perduto. Interrogati che cercassero, risposero di voler vedere la
cancelleria; e, senz'altre cerimonie andati colà, vi trovarono un
converso dell'ordine cisterciense, che non sapea leggere, tenuto
apposta per mettere il sigillo di piombo alle bolle papali, ed incapace
per la sua ignoranza di lasciarsi corrompere coll'anteporre l'ultime
alle prime. Presero costoro tutti que' brevi e bolle, e le portarono
sotto gli occhi del papa, e senza rispetto alcuno il capo loro gli
disse con orrida voce: Se conveniva ad un papa il provveder d'armi i
nemici della casa di Francia, che tanto avea fatto e speso in servigio
della Chiesa romana; e perchè non avesse egli per anche profittato
di ciò che era accaduto a papa Bonifazio VIII. Che se egli non avea
imparato dall'esempio altrui, insegnerebbe agli altri col propio. Poi
se ne andarono. Oh da lì innanzi non si parlò più di prestar favore
all'Augusto Arrigo; anzi contra di lui si fece quanto volle dipoi la
corte di Francia. Ed ecco i deplorabili effetti della schiavitù, in cui
si era messo il pontefice, col preferire il soggiorno della Provenza
a quello d'Italia. Intanto i Fiorentini[877], parendo loro d'essere
in cattivo stano, diedero la signoria della lor città al _re Roberto_
per cinque anni. Ma l'imperadore Arrigo non la voleva più contra di
loro. Tutti i suoi pensieri erano volti contra d'esso re Roberto per
iscacciarlo, se gli veniva fatto, dal regno di Napoli. A questo fine
chiamò dalla Germania quanta gente potè; molta ne raccolse dall'Italia;
e collegatosi con Federigo re di Sicilia, ed assistito dai Genovesi,
preparò anche una possente armata marittima per passare colà. Settanta
galee si armarono in Genova e Pisa; il Mussato dice molto meno. Il re
di Sicilia ne mise cinquanta in mare, e, trasportata in Calabria la sua
cavalleria, diede principio alla guerra colla presa di Reggio. Comune
credenza fu, che se andava innanzi questa impresa, era spedito il re
Roberto; anzi fu detto ch'egli avea preparato delle navi per fuggirsene
in Provenza. Ma l'uomo propone, e Dio dispone. Tutto in un momento andò
per terra questo sì strepitoso apparato di guerra.
Nel dì quinto d'agosto si mosse l'imperadore da Pisa con più di quattro
mila cavalieri, i più tedeschi, e con un fiorito esercito di fanteria;
il concorso era stato grande, perchè grande era la speranza di far buon
bottino. Passò nel territorio di Siena fino alle porte di quella città,
la quale ben fornita dagli aiuti della lega, non tremò punto alla di
lui comparsa. Vi era nondimeno trattato con alcuni di que' cittadini
di rendersi; ma questo, per l'avvedutezza di quel governo, andò in
fumo. Accampatosi a Monte Aperto, quivi fu sorpreso da alcune terzane,
delle quali non fece conto sulle prime. S'inoltrò dodici miglia di
là da Siena, ed, aggravatosi il male, si fece portare a Buonconvento,
dove nel dì festivo di san Bartolommeo 24 d'agosto[878] con esemplare
rassegnazione ai voleri di Dio spirò l'anima sua: principe, in cui
anche i nemici guelfi riconobbero un complesso di tante virtù e di sì
belle doti, che potè paragonarsi ai più gloriosi che abbiano retto il
romano imperio. Io non mi fermerò punto ne' suoi elogi, e solamente
dirò, che se i mali straordinarii dell'Italia erano allora capaci
di rimedio, non si potea scegliere medico più a proposito di questo.
Ma l'improvvisa sua morte guastò tutte le misure, e peggiorò sempre
più da lì innanzi la malattia degl'Italiani. Sparsesi voce ch'egli
fosse morto di veleno, e che un frate dell'ordine dei Predicatori,
suo confessore, l'avesse attossicato nel dargli alcuni dì prima la
sacra comunione; e tal voce, secondo il solito, si dilatò per tutta
Europa, credendola chiunque è più disposto a persuadersi del male che
del bene. Molti sono gli autori che ne parlano. Ma non ha essa punto
del verisimile. Albertino Mussato, Guglielmo Ventura[879], Ferreto
Vicentino[880], Giovanni da Cermenate e Tolomeo da Lucca, autori tutti
contemporanei, scrissero che egli era mancato di morte naturale e di
febbre, oppure di peste: segno che non si trovò allora vestigio alcuno
di veleno, e che tal ciarla non avea fondamento, oltre all'essere
narrata con gran diversità ancora nelle circostanze. Ferreto scrive,
essere stato un Tedesco che la disseminò; e che infuriati molti suoi
nazionali corsero al convento de' Predicatori di Pisa, ed alcuni ne
uccisero. Nulladimeno perchè questa calunniosa accusa tornava in grave
pregiudizio dell'ordine de' Predicatori, la fecero essi dopo alcuni
anni, per quanto poterono, distruggere con una bolla del successore
di papa Clemente[881], e con un autentico attestato di _Giovanni re_
di Boemia, figliuolo del medesimo imperadore Arrigo. Alcuni scrittori
protestanti, che di questo han parlato, danno bensì a conoscere il
loro livore, ma non recano già buone pruove del preteso veleno. Ora
è incomprensibile lo stordimento, la confusione, il dolore che così
inaspettato funestissimo caso recò all'armata cesarea e a tutto il
partito dei Ghibellini in Italia. In Pisa specialmente, città che avea
speso immensi tesori per sostener gl'impegni di questo imperadore, e si
figurava col braccio di lui di alzare in breve la testa sopra le altre
città della Toscana, all'avviso di sua morte, più e allorchè fu portato
colà il suo corpo per dargli sepoltura, i gemiti, gli urli, le lagrime
furono un compassionevole spettacolo della miseria umana. Federigo re
di Sicilia, che s'era già unito colla sua flotta ai Genovesi, udita nel
viaggio la morte d'Arrigo, veleggiò fino a Pisa per intendere meglio
in che stato rimanevano le cose. Trovò disperati i Pisani, e tutta
sbandata l'armata cesarea. Dicono[882] che il popolo di Pisa esibisse
a lui, e poscia ad _Amedeo conte di Savoia_ e ad _Arrigo di Fiandra_,
la signoria della città; ma niun d'essi si sentì voglia di entrare in
una sì sdruscita nave. Tornossene perciò Federigo[883], dopo avere
sofferta una lunga tempesta di mare, in Sicilia, per accudire alla
propria difesa, ben prevedendo che non avrebbe mancato il re Roberto
di cercar vendetta di quanto esso Federigo avea tramato alla rovina di
lui. Nè trovando i Pisani altro compenso alla lor vacillante fortuna,
elessero per loro signore _Uguccion dalla Faggiuola_, allora podestà di
Genova, uomo di credito negli affari della guerra, e di rara attività
ed accortezza. Assoldarono ancora da mille cavalieri tra tedeschi,
brabanzoni e fiamminghi, ed altra gente per mettersi alla difesa.
Vegniamo ora ai fatti della Lombardia. Nel dì 18 di maggio, _Galeazzo_,
figliuolo di _Matteo Visconte_ vicario imperiale di Milano, fu dal
vivente allora Arrigo creato vicario di Piacenza[884]. Questi nel dì
29 di luglio, per consiglio del padre, mostrando di farlo ad oggetto
della pubblica quiete, fece prendere sette de' principali Guelfi, ed
altrettanti de' Ghibellini, e li mandò a Milano. Matteo rilasciò i
Ghibellini, e ritenne i Guelfi, uno de' quali era _Alberto Scotto_
già signor di Piacenza. Narra Ferreto Vicentino[885] che Galeazzo
fece guerra ad Arquato, castello ricco e fiorente d'esso Alberto.
Ne scrisse questi a Matteo, il quale con sue lettere mandò ordine al
figliuolo di non molestarlo, e segretamente con altre gli ordinò di
seguitare innanzi. Mostrò Galeazzo d'essere in collera col padre, ed,
abboccatosi con Alberto, gli fece le maggiori esibizioni del mondo,
se gli rendeva la terra. Gliela rendè, e poi si portò a Milano, dove
Matteo gli fece quante carezze desiderò, nutrendolo sempre di speranze
di ristabilirlo in Piacenza nel possesso de' suoi beni. Ma non venne
mai quel dì. Accortosi finalmente Alberto che non era uscita di mente
a Matteo la frode fattagli allorchè gli fu levata la signoria di
Milano, se ne fuggì a Cremona, dove, mal veduto da que' cittadini,
poco si fermò. Albertino Mussato[886] scrive che Fiorenzuola e
Castello Arquato si diedero ai Cremonesi. Comunque sia, mentre Alberto
soggiornava in Milano, commosse i vecchi suoi amici, cioè _Filippone
conte_ di Langusco signor di Pavia, e _Giberto da Correggio_, contra
di Piacenza. Vennero questi una notte con tutte le loro forze, e coi
Torriani e coi banditi piacentini, l'uno dal ponente, e l'altro dal
levante verso quella città, dove con intelligenza d'alcuni di que'
cittadini speravano di furtivamente entrare[887]. Uscì valorosamente
di Piacenza Galeazzo Visconte, e diede all'improvviso addosso alle
milizie di Filippone, le sconfisse colla morte e prigionia di molti.
Lo stesso Filippone, in fuggendo, fu preso e mandato a Milano. Quivi,
serrato nelle carceri, trovò compagno delle sue sciagure _Antonio da
Fissiraga_, già signor di Lodi, e durò la sua vita, finchè, giuntogli
l'avviso che Ricciardino suo figliuolo era stato ucciso, per la
doglia si accorò, e finì infelicemente i suoi giorni. Questo colpo
sconcertò non poco i disegni de' Guelfi, e liberò Matteo Visconte da'
gravi insulti che gli minacciavano le nemiche circonvicine città.
Dopo la prigionia di Filippone, i Pavesi diedero la signoria al
suddetto _Ricciardino_ suo figliuolo, che scorrettamente nel testo
di Albertino Mussato vien chiamato Gherardino. Non si sottrassero per
questo i Pavesi dalla sovranità del _re Roberto. Galeazzo Visconte_,
dappoichè si divulgò la morte dell'imperadore, nel dì 10 di settembre
fu eletto signore perpetuo di Piacenza dalla fazion ghibellina quivi
dominante[888].
Fecero in quest'anno nel dì quinto di novembre i Torriani e fuorusciti
guelfi di Milano un accordo col re Roberto, dandogli, per quanto
poterono, il dominio di Milano. Prima di ciò _Tommaso Marzano_ conte
di Squillaci, e marescalco d'esso re, coi suddetti e co' Pavesi ed
altre amistà formato un potente esercito nel contado di Milano, diedero
una rotta alle genti di Matteo Visconte, e giunsero sino ai borghi
di Milano, credendosi di sentir quivi una sollevazione promessa[889].
Ma andò fallita la loro speranza, e confusi e pelati se ne tornarono
a Pavia con gran perdita di gente, dove il popolo insorse contra il
suddetto marescalco, e vergognosamente il discacciò, con voce sparsa
nel volgo che l'oro del Visconte l'avesse accecato e corrotto. Corse
certamente un gran pericolo Matteo; ma la sua industria, oppur la
buona fortuna il salvò. Fu nel mese di marzo nella villa di Quatorda
dell'Astigiano[890] un incontro e conflitto fra il _conte Guarnieri_
vicario generale dell'imperio e _Teodoro marchese_ di Monferrato
dall'un canto, ed _Ugo dal Balzo_ marescalco del re Roberto, assistito
dagli Astigiani ed Alessandrini, dall'altro. Restò superiore il regio
comandante. In quest'anno ancora continuò la guerra fra i Padovani e
Cane dalla Scala[891]. Andarono i primi sul fine di giugno con tutte
le lor forze saccheggiando e bruciando sino alle porte di Verona, e
diedero anche un assalto, ma inutile, al borgo San Michele. Indicibile
fu il danno che patì, in tal congiuntura, il territorio di Verona.
I Cremonesi s'impadronirono di Soncino, e _Galeazzo Visconte_ colle
sue genti venne fino alle porte di Parma, facendo gran guasto, e
diede da temere a _Giberto da Correggio_, signore di quella città.
Più e più volte aveano i Veneziani spediti ambasciatori o preghiere a
_papa Clemente V_, per ottener l'assoluzione dalle terribili censure
fulminate contra di loro per l'occupazion di Ferrara[892]. L'ottennero
solamente nel dì 14 di gennaio dell'anno presente[893], ma a caro
prezzo, perchè dovettero pagare al papa cento mila fiorini d'oro.
Nel medesimo mese il re Roberto, che era dietro ad assorbir tutta
l'Italia, se non era impedito, ottenne da esso pontefice il dominio
di Ferrara coll'annuo pagamento di un censo. Leggesi presso Albertino
Mussato[894] la lettera con cui egli diede avviso di questo suo
acquisto al comune di Padova. Inoltre operò egli tanto, coll'assistenza
ancora degli uffizii del re di Francia _Filippo_, che esso Clemente
procedesse contro la memoria del defunto _Arrigo imperadore_: del
che favelleremo all'anno seguente. Succedette nel presente a' dì 12,
oppure 13 di febbraio, un fatto empio e scandaloso nel territorio
di Modena[895], _Raimondo d'Aspello_, marchese della marca d'Ancona,
guascone di patria, e nipote del pontefice, venne con Francesco dalla
Torre a Bologna, per condurre dall'Italia in Provenza il tesoro del
papa, con grandi fatiche raunato da lui. Gran gola fece ai nobili
malviventi di allora la vista di sì ricca salmeria. Paganino conte da
Panico Bolognese se l'intese con alcuni Modenesi ghibellini, cioè con
Guidinello da Montecuccolo e con Arriverio da Magreta, nobili amendue;
e contuttochè il marchese suddetto avesse ottenuto un passaporto,
allorchè egli giunse a Sant'Eusebio sul Modenese, l'assalirono costoro
con una forte mano di sgherri. Nel conflitto restò ucciso esso marchese
con quaranta dei cavalieri di sua scorta, e fu rubato l'intero tesoro,
presi i cavalli, e tutti i ricchi arnesi di lui e de' suoi. Matteo
Griffone[896] fa ascendere il valore di quel tesoro a più di settanta
mila fiorini d'oro; Albertino Mussato a novanta mila[897]. Ma Bonifazio
Morano, storico modenese di questi tempi, parla fino di dugento mila
ducati, cioè fiorini d'oro. Per questo sacrilego eccesso, benchè
commesso da' particolari, il papa sottomise Modena all'interdetto[898],
con altre gravi pene e censure contro gli autori del misfatto, ed anche
contra chi non vi avea avuta parte alcuna.