[816] Ptolom. Lucensis, in Vita Clementis V.
[817] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[818] Albertinus Mussatus, lib. 1, tom. 8 Rer. Ital.
[819] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 7.
[820] Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.
[821] Murat., Anecdot. Latin., tom. 2.
[822] Bonincontrus Morigia, Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[823] Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[824] Johann. de Cermenate, cap. 18, tom. 9 Rer. Italic.
[825] Malvec., Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[826] Bonicontrus Morigia, tom. 12 Rer. Ital. Johannes de Cermen.,
tom. 9 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus
Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer.
Ital.
[827] Johann. de Cermenate, cap. 22, tom. 9 Rer. Ital. Giovanni
Villani, lib. 9, cap. 11. Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer.
Ital.
[828] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[829] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[830] Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Italic.
[831] Albertinus Mussat., Hist. Aug., tom. 8 Rer. Ital.
[832] Malvecius, Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
[833] Dino Compagni. Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[834] Corio, Istor. di Milano.
[835] Johannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic.
[836] Albertinus Mussat., lib. 4, tom. 8 Rer. Ital.
[837] Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital.
[838] Gualv. Flamma, Manipul. Flor.
[839] Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.
[840] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni
Villani. Albertinus Mussatus, et alii.
[841] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 18.
[842] Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.
[843] Albertinus Mussatus, lib. 2 et 3, rub. 3, tom. 8 Rer. Ital.
[844] Cortus, Histor., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.
[845] Albertinus Mussat., lib. 3, rub. 8, tom. 8 Rer. Ital.
[846] Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.
[847] Marino Sanuto, tom. 21 Rer. Ital.
[848] Raynaldus, Annal. Eccles. Baluzius, in Vita Pontific.
Anno di CRISTO MCCCXII. Indizione X.
CLEMENTE V papa 8.
ARRIGO VII re 5, imperad. 1.
I lamenti de' Genovesi, e il non poter più l'Augusto Arrigo ricavar
da essi alcun sussidio di moneta, di cui troppo egli scarseggiava, gli
fecero prendere la risoluzion di passare durante il verno a Pisa. Per
terra non si potea, essendo serrati i passi dalla lega di Toscana.
Trenta galee adunque de' Genovesi e Pisani furono allestite affine
di condurre per mare lui, e la corte e gente sua[849]. Nel dì 16 di
febbraio imbarcatosi fu forzato dal mare grosso a fermarsi parecchi
dì in Porto Venere. Finalmente nel dì 6 di marzo sbarcò a Porto
Pisano, accolto con indicibil festa ed onore dal popolo di Pisa. Colà
concorsero a furia i Ghibellini fuorusciti di Toscana e di Romagna,
ed egli nella stessa città aspettò il rinforzo di gente che gli dovea
venir di Germania. Intanto recò qualche molestia ai Lucchesi ribelli,
con tor loro alcune castella. Ma quel che dava a lui più da pensare,
era che il _re Roberto_, fingendo prima di volere amicizia con lui,
gli avea anche spediti ambasciatori a Genova per intavolar seco un
trattato di concordia e di matrimonio; ma furono sì alte ed ingorde
le pretensioni di Roberto, che Arrigo non potè consentirvi. Dipoi
mandò esso re Roberto a Roma _Giovanni_ suo fratello con più di mille
cavalli, il quale prese possesso della Basilica Vaticana e di altre
fortezze di quella insigne non sua città. Volle intendere Arrigo le
di lui intenzioni. Gli fu risposto (credo io per beffarsi di lui)
esser egli venuto per onorar la coronazione d'Arrigo, e non per fine
cattivo. Ma intanto s'andò esso Giovanni sempre più ingrossando di
gente, e, fatto venire a Roma un rinforzo di soldati fiorentini, si unì
cogli Orsini ed altri Guelfi di Roma, e cominciò la guerra contra de'
Colonnesi ghibellini e fautori del futuro novello imperadore. Allora si
accertò Arrigo che l'invidia ed ambizione del re Roberto, non offeso
finora, nè minacciato da Arrigo, aveano mosse quelle armi contra di
lui per impedirgli il conseguimento della imperial corona. Tuttavia,
preso consiglio dal suo valore, ed, animato dai Colonnesi e da altri
Romani suoi fedeli che teneano il Laterano, il Coliseo ed altre
fortezze di Roma, nel dì 23 d'aprile s'inviò con due mila cavalieri
e grosse brigate di fanteria a quella volta. Arrivò a Viterbo, e per
più giorni quivi si fermò, perchè le genti del re Roberto aveano preso
e fortificato Ponte Molle. Nel qual tempo avendo tentato i Ghibellini
d'Orvieto di cacciare i Monaldeschi e gli altri Guelfi di quella città,
senza voler aspettare il soccorso di Arrigo, ebbero essi la peggio, e
furono spinti fuori di quella città. Finalmente rimessosi in viaggio
e superati gli oppositori a Ponte Molle, nel dì 7 di maggio entrò
in Roma con sue genti[850], e cominciò la guerra contro le milizie
del re Roberto con varii incontri ora prosperosi ed ora funesti de'
suoi. In uno d'essi lasciarono la vita _Teobaldo vescovo_ di Liegi e
_Pietro di Savoia_ fratello di _Lodovico_ senatore di Roma. Conoscendo
poi l'impossibilità di snidare dalla città leonina e dal Vaticano gli
armati spediti colà dal re Roberto, quasi per violenza a lui fatta dal
popolo romano, determinò di farsi coronare imperadore nella basilica
lateranense: funzione che fu solennemente eseguita nella festa de'
santi Apostoli Pietro e Paolo[851], cioè nel dì 29 di giugno, e non già
nella festa di san Pietro in Vincola al primo giorno d'agosto, come
ha Giovanni Villani[852]. Nel qual giorno ancora si contrassero gli
sponsali fra una figliuola del novello imperadore e _Pietro_ figliuolo
di _Federigo re_ di Sicilia, con cui Arrigo, dacchè vide il mal animo
del re Roberto, avea stabilita lega. Seguitò poi la guerra in Roma.
E qui può chiedere taluno: come mai si attribuì il re Roberto tanta
autorità di spedir le sue armi a Roma, con fare il padrone dove niun
diritto egli avea, e con chiara offesa ed obbrobrio del papa, signore
d'essa città? Non v'erano eglino più scomuniche per reprimere una
si fatta violenza? In altri tempi che strepito non si sarebbe udito?
Eppure niun risentimento non ne fu fatto, in maniera che avrebbe potuto
talun credere delle segrete intelligenze fra il pontefice e il re
Roberto. Ma il papa troppo s'era legate le mani, dappoichè antepose il
soggiorno della Provenza e di stare fra i ceppi, per così dire, del
re Roberto e del re di Francia, piuttosto che di portarsi alla sedia
di Roma, destinata dalla provvidenza di Dio alla libertà dei papi.
Non potea egli ciò che volea, nè ciò che esigeva il debito suo. Ce ne
avvedremo all'anno seguente.
Intanto cominciava a rincrescere di troppo questa musica al popolo
romano. Era sminuita non poco l'armata cesarea; quella di _Giovanni_
fratello di Roberto ogni di più s'andava rinforzando[853]. Però
l'Augusto Arrigo nel dì 20 di luglio si ritirò a Tivoli; poscia perchè
i fuorusciti toscani continue istanze gli faceano di volgere le sue
armi contro la Toscana, si inviò a quella volta nel seguente agosto.
Diede dei gravi danni ai Perugini, in passando pel loro distretto, ed
arrivò ad Arezzo, dove si vide ben accolto. Straordinarii preparamenti
fecero di armati e di viveri i Fiorentini[854], nè poco fu il loro
terrore, dacchè, entrato l'imperadore nel territorio loro, prese
Monte Varchi, San Giovanni, e Feghine, e fece fuggire dall'Ancisa
l'esercito di essi Fiorentini, con dar loro una spelazzata, e poi si
accampò intorno alla medesima città di Firenze nel dì 19 di settembre.
Mandarono le città collegate gagliardi soccorsi di gente armata ai
Fiorentini, i quali certo ne aveano almeno il doppio più che l'esercito
imperiale; pure non osarono mai di uscire a battaglia. A sacco e fuoco
era messo intanto il loro contado. Immenso fu il bottino che fecero
i Tedeschi e i fuorusciti di Toscana. Veggendo poscia l'imperadore
che perdeva il tempo intorno a Firenze, si ritirò a San Casciano, ed
ivi celebrò la festa del santo Natale. Ma se la Toscana si trovava in
gran moto, minor non era quello della Lombardia. I Padovani, siccome
quelli che non poteano digerire la perdita di Vicenza, loro tolta da
Cane dalla Scala, ribellatisi espressamente all'imperadore, diedero
principio alla guerra contra di quella città, che divenne, e per lungo
tempo fu, il teatro delle miserie. Saccheggiarono le ville del Veronese
sino a Legnago e Tiene, Marostica ed altri luoghi del Vicentino. Ma
non istette colle mani alla cintola lo Scaligero. Anch'egli entrò nel
Padovano, distrusse colle fiamme varie terre, e fra l'altre quella di
Montagnana, senza potere impadronirsi del castello. Avea l'imperadore
Arrigo, all'udire gli sconcerti della Lombardia, inviato per suo
vicario generale il _conte Guarnieri_ di Oemburg[855], da altri
appellato di Ottomburg, cavaliere tedesco. In una sua lettera al comune
di Monza è scritto _de Humbergh_. Questi fu chiamato in suo aiuto da
Cane dalla Scala; ma per poco tempo stette ai danni de' Padovani. Essi,
rinforzati da _Francesco marchese_ d'Este e dai Trivisani, fecero dipoi
nuove scorrerie sul Vicentino e Veronese. In quest'anno _Ricciardo
da Camino_, signore di Trivigi, Feltre e Belluno, fu ucciso con una
ronca da un contadino[856], il quale fu subito messo in pezzi dalle
guardie, senza sapersi chi fosse, nè da chi mandato. In quella signoria
succedette _Guecelo_ suo fratello. Anche il suddetto _Francesco
marchese_ d'Este[857] venuto a Ferrara, mentre tornava dalla caccia
del falcone in città, alla porta del Lione fu assalito dai soldati
catalani, e per ordine di Dalmasio, governatore di quella città pel
re Roberto, fu barbaramente ucciso: cosa che fece orrore a tutta la
Lombardia. _Guglielmo Cavalcabò_, gran fazionario della parte guelfa
(e che avea poc'anzi nel mese di marzo fatto ribellare Cremona[858],
con farne fuggire Galeazzo Visconte, che era ivi vicario imperiale),
mentre, unito con Passerino dalla Torre, dopo essersi impadronito
della ricca terra di Soncino, era intento ad espugnar quel castello,
trovò anch'egli ciò che non s'aspettava. Veniva il _conte Guarnieri_
vicario generale da Brescia per dar soccorso al castello suddetto; ed
accoppiatesi con lui le soldatesche milanesi, inviategli da _Matteo
Visconte_, prima sconfisse lo sforzo de' Cremonesi che andava in
aiuto del Cavalcabò, poscia, entrato in Soncino, mise in fuga quegli
assedianti. Condotto a lui preso Guglielmo Cavalcabò, gli disse: _Io
non vo' che da qui innanzi tu abbi a cavalcare nè bue nè cavallo_; e
con un colpo di mazza lo stese morto a terra. Per questa perdita saltò
un gran terrore addosso ai Cremonesi, presso i quali in questi giorni
diede fine alla sua vita _Guido dalla Torre_, già signor di Milano.
In Lodi la fazion guelfa de' Vistarini, coll'aiuto di _Giberto da
Correggio_ e degli altri Guelfi, cacciò fuori della città il vicario
imperiale; ed, oppressa e dispersa la fazione de' Sommariva, si fece
padrona di quella città. In Pavia _Filippone conte_ di Langusco, e
gran caporale de' Guelfi, pose in prigione Manfredi da Beccaria, e
cacciò dalla città i grandi della fazion ghibellina: al che parve
che consentisse _Filippo di Savoia_ principe della Morea, vicario
allora di quella città, e di Vercelli e Novara. La pendenza di questo
principe verso i Guelfi rendè dubbiosa la sua fede all'imperadore. Ma
l'astuto Matteo Visconte seppe indurlo ad inimicarsi con esso Filippone
e con Simone da Colobiano, capo de' Guelfi in Vercelli. E in effetto
quel principe con frode ritenne prigioniere Ricciardino primogenito
di Filippone e il suddetto Simone con molti altri de' maggiori di
Pavia: per la quale azione si screditò non poco in Lombardia. Allora
il Visconte, chiamati a sè i marchesi di Monferrato e di Saluzzo,
spinse Galeazzo suo figliuolo nella Lomellina a' danni de' Pavesi,
con rovinare i raccolti, saccheggiar le castella, e prendere Mortara e
Garlasco. Prima di questo fatto si suscitò anche in Vercelli una fiera
ed impetuosa guerra tra le fazioni degli Avvocati e de' Tizzoni[859]:
guerra che dicono durata entro quella città circa quarantanove giorni.
Fu essa cagione di aperta rottura fra il suddetto Filippo di Savoia e
il conte Guarnieri vicario generale dell'imperadore. Accorsero amendue
a Vercelli colle lor milizie, e si venne ad una zuffa fra loro, in cui
restarono tutti e due feriti. Il principe dipoi, sentendo che veniva
lo sforzo de' Milanesi, se ne tornò a Torino. Abbiamo da Giovanni da
Cermenate[860], che essendo restato questo Filippo, appellato principe
della Morea, in età pupillare sotto la tutela di _Amedeo di Savoia_ suo
zio, gli fu da lui usurpata la contea di Savoia, e che il conte Amedeo,
per compensazione, gli cedette infine, oltre ad alcune castella del
Piemonte, la città di Torino, ch'egli probabilmente avea conseguito
dall'Augusto Arrigo in ricompensa del suo fedele attaccamento. Il
bello fu che, essendo restata indecisa la question di Vercelli,
perchè n'era stato fatto compromesso nella contessa di Savoia e nel
marchese di Monferrato: Filippone da Langusco coi Pavesi ed altri amici
guelfi corse colà nel mese di luglio[861], ben ricevuto da _Oberto
da Colobiano_ vescovo della città, chiamato con errore Simone dal
Mussato; ed abbattuta affatto la parte dei Tizzoni ghibellini, ridusse
in poter suo e degli Avvocati guelfi quella città. Nella Cronica di
Piacenza[862] è distintamente narrato questo fatto; e come Filippone,
dopo avere sconfitto un corpo di Milanesi inviato da Matteo Visconte
a Vercelli, si portò colà col pennone d'esso Matteo, fingendosi Marco
di lui figliuolo; e con questo avendo ingannato _Teodoro marchese_
di Monferrato, ch'era rimasto alla guardia della città, con facilità
se ne impadronì. Di molte novità furono ancora in Piacenza. Nel dì
18 di febbraio fu in armi quel popolo, e i Guelfi ne scacciarono
il vicario imperiale e i Ghibellini. Unitisi questi fuorusciti con
_Alberto Scotto_, ebbero maniera nel dì 18 di marzo di rientrare in
Piacenza, e di dar la fuga ai Guelfi: con che tornò ivi a signoreggiar
l'imperadore, che vi pose per vicario Lodrisio Visconte. Poscia nel dì
20 di settembre lo stesso Alberto Scotto, levato rumore, spinse fuori
della città Ubertino Lando co' suoi seguaci ghibellini, e per la terza
volta si fece proclamar signor di Piacenza.
Peggiori e più strepitosi furono in quest'anno gli avvenimenti di
Modena[863]. Qui era per vicario dell'imperadore _Francesco Pico_ della
Mirandola. I Rangoni, Boschetti, Guidoni e da Rodeglia, cogli altri
di fazione guelfa, segretamente tessevano un trattato coi Bolognesi.
Non fu esso sì occulto che non traspirasse; e però queste famiglie,
conosciuto il periglio, fuggendo dalla città, e ridottesi alle loro
castella, cominciarono la guerra contro la patria, assistite da un
buon nerbo di cavalleria e fanteria bolognese, e da quei di Sassuolo.
Essendo essi Guelfi venuti a dare il sacco e il fuoco alla villa di
Bazovara, Francesco dalla Mirandola coi Modenesi arditamente diede loro
battaglia nel dì 9 di luglio, ma ne andò sconfitto. Restarono sul campo
uccisi de' principali Prendiparte suo figliuolo, Tommasino da Gorzano,
Uberto da Fredo, Niccolò degli Adelardi, con circa cento cinquanta
altri de' migliori cittadini, e presi circa cento. Per questa rotta
fu in somma costernazione Modena, e il popolo ricorse tosto per aiuto
a _Can Grande_ dalla Scala signor di Verona, a _Rinaldo_, appellato
_Passerino_ de' Bonacossi, signor di Mantova, e a _Matteo Visconte_
signor di Milano; ben prevedendo che i Bolognesi nel caldo di questa
vittoria sarebbono corsi con grande sforzo per impossessarsi della loro
città, siccome infatti fu da essi tentato. Ma accorsi in persona Cane
e Passerino con gente assai, frastornarono tutti i disegni dell'armata
di Bologna, la quale, frettolosamente venuta, era fin giunta alle fosse
della città, ed avea già dato principio all'assedio e agli assalti.
Allora fu che Passerino seppe profittare del tempo propizio; perchè,
trovandosi i Modenesi in tanto bisogno, si fece nel quarto, oppur
quinto giorno d'ottobre, eleggere signor di Mantova, e governolla
dipoi per anni parecchi da tiranno. Fiera eziandio continuò in questo
anno la guerra fra i Padovani e Can Grande dalla Scala. Distrussero
i primi una gran quantità di ville del Vicentino ne' mesi d'agosto
e di settembre, e pervennero saccheggiando fin quasi alle porte di
Vicenza, mancando allo Scaligero forze da poter loro resistere. Non
finì quest'anno, che Guecelo da Camino, partendosi dalla lega de'
Padovani, trattò di unirsi con Cane dalla Scala, col conte di Gorizia
e coi Ghibellini. Essendosi ciò scoperto, e venendo riprovato dal
popolo di Trivigi[864], congiurarono contra di lui _Castellano vescovo_
della città, Rambaldo conte di Collalto, Biachino da Camino ed altri
Guelfi; e poscia nel dì 15 di dicembre, gridato all'armi, per forza
il privarono del dominio. Cacciato egli dalla città, si ritirò al
suo castello di Serravalle; e Trivigi tornò all'essere di repubblica.
Nella città d'Asti[865] regnava il partito de' Gottuari, ossia di quei
da Castello ghibellini, e v'era per vicario dell'imperadore Tommasino
da Enzola. I Solari cogli altri Guelfi fuorusciti si raccomandarono
ad _Ugo del Balzo_ Provenzale siniscalco del _re Roberto_, che diede
loro assistenza colle sue genti. Nel dì 4 di aprile fu aspra battaglia
fra loro e gli Astigiani, ed, essendo rimasti perditori gli ultimi,
e fatti ben mille prigioni d'essi, i fuorusciti entrarono in Asti, e
giurarono poi fedeltà al re Roberto nella maniera che aveano praticato
gli Alessandrini. Il medesimo Ugo del Balzo, nel mentre che _Teodoro
marchese_ di Monferrato era nel mese di giugno al guasto delle ville
del Pavese, entrò per forza in Casale di Monferrato, bandì molti di
quei cittadini, ed obbligò gli altri a riconoscere per lor signore il
suddetto re Roberto. Aggiugne il Ventura, da cui abbiam tali notizie,
autore contemporaneo, che anche la città di Pavia prestò al medesimo
re un simile giuramento, con iscusarsi _Filippone conte_ di Langusco
di essere stato tradito da _Filippo di Savoia_, principe della Morea,
che avea sotto la buona fede fatto prigione, e tuttavia ritenea nelle
carceri, Riccardino, ossia Ricciardino suo figliuolo, e dieci de'
primarii cittadini di Pavia; con allegar eziandio d'essere stato troppo
maltrattato dal _conte Guarnieri_, da _Matteo Visconte_ e dai Milanesi,
che aveano distrutte e prese tante ville e castella del Pavese. Dopo
aver _Marino Giorgi_ per poco più di dieci mesi tenuto il governo di
Venezia, sbrigossi da questa vita, e in suo luogo fu eletto doge di
quella repubblica _Giovanni Soranzo_ nel dì 13 di giugno, secondo il
Continuator del Dandolo[866]; ma, secondo il Sanuto[867] (e forse più
fondatamente), nel dì 15 di luglio. Diede fine in quest'anno _papa
Clemente V_ al concilio generale di Vienna, in cui fu abolito l'ordine
de' Templari, e posto fine alle ingiuriose procedure contro la memoria
di _papa Bonifazio VIII_, la cui credenza fu dichiarata cattolica ed
incorrotta[868]. Due cavalieri catalani si esibirono pronti a provarla
in duello: il che confuse chiunque gli volea male. Fece anche il papa
una promozione di nove cardinali tutti franzesi in grave danno della
Sedia di san Pietro, che sempre più veniva a restare in mano degli
oltramontani[869]. Allorchè l'Augusto _Arrigo_ si partì dalla vinta
città di Brescia, seco menò per ostaggi settanta de' migliori cittadini
d'essa città sino a Genova[870]. Siccome erano tenuti senza guardia, di
là se ne fuggirono tutti, e, tornati alla patria, fecero commozione nel
popolo, e fu battaglia civile fra i Guelfi e Ghibellini. Gli ultimi ne
furono cacciati, e contra l'imperadore si ribellò la città. Aiutarono
parimente essi Bresciani guelfi i Guelfi di Cremona a rientrar nella
loro città. Ma perciocchè i fuorusciti ghibellini bresciani occupavano
di molte castella, e faceano gran guerra alla patria, fu mossa
parola di concordia fra loro; e andò sì innanzi il trattato, che, per
mezzo di _Federigo vescovo_ di quella città, nel dì 13 di ottobre si
conchiuse pace fra loro, ed ognuno potè ritornare alle proprie case:
pace maggiormente poi fortificata da molti maritaggi che seguirono
fra quelle fazioni. E tale fu l'anno presente, fecondo di tanti
avvenimenti, funesto per tante rivoluzioni, e per uno quasi universale
sconcerto di tutta quanta l'Italia, di modo che a voler minutamente
riferire i fatti d'allora, moltissimi fogli non basterebbono. L'assunto
mio, inclinato alla brevità, non mi permette di più. Il che dico
ancora per quello che resta della presente storia, in cui piuttosto
accennerò le avventure dell'Italia, lasciando, a chi più ne desidera,
il ricorrere ai fonti, cioè agli scrittori che cominciano ad abbondare
in questo secolo, e diffusamente trattano di questi affari.