NOTE:

[799] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[800] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 113.

[801] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18

Rer. Ital. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.

[802] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.

Ital.

[803] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[804] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 5.

[805] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[806] Chron. Astens., cap. 53, tom. 11 Rer. Ital.

[807] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[808] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[809] Johannes de Cermenat., cap. 10, tom. 9 Rer. Ital.

[810] Albertinus Mussatus, lib. 1, cap. 6.

[811] Chron. Astense, cap. 58, tom. 11 Rer. Ital.

[812] Corio, Istor. di Milano. Bonincon. Morigia, Chron. tom. 12 Rer.

Ital.

[813] Dino Compagni, tom. 9 Rer. Ital.

[814] Johan. de Cermenat., cap. 13, tom. 9 Rer. Ital.

[815] Gualvan. Flamma, cap. 349. Chron. Astense, cap. 39, tom. 11 Rer.

Ital.

Anno di CRISTO MCCCXI. Indizione IX.

CLEMENTE V papa 7.

ARRIGO VII re de' Romani 4.

Per la corona del regno d'Italia, che dovea darsi al _re Arrigo_,

tutte le città di Lombardia e della marca di Verona inviarono i loro

ambasciatori a Milano[818], a riserva di Alessandria, d'Alba e d'altri

luoghi in Piemonte, che riguardavano per loro signore _Roberto re_

di Napoli. Intanto s'erano già cominciati a veder preparamenti di

guerra contra dello stesso Arrigo. I Fiorentini, Lucchesi ed altri

di Toscana[819] aveano nell'anno precedente eletti gli ambasciatori,

per mandar a protestare l'ossequio loro al novello sovrano; ma

all'improvviso restò la spedizione, e, per lo contrario, si diede

quel popolo a far gente, e contrasse lega col medesimo re e colle

città guelfe, per opporsi a lui. Altrettanto fecero i Bolognesi,

attendendo specialmente in questo anno a fortificare e ben provvedere

la loro città. Non si potrà fallare, attribuendo queste risoluzioni ai

maneggi del re Roberto e de' suoi ministri, che non voleano lasciar

crescere la potenza di Arrigo, credendola di troppo pregiudizio ai

loro interessi. Si aggiunse, essere ben venuto in Italia il novello

re con belle proteste di voler mettere la pace dappertutto, ridurre

nelle loro patrie gli usciti, non avere parzialità nè per Guelfi, nè

per Ghibellini, e di voler conservare tutti i diritti e privilegii

di qualsisia città. E, di vero, opinione fu che sul principio fosse

pura tal sua intenzione. Non parve poi così nell'andare innanzi.

In un general parlamento volle che ogni città avesse un vicario

imperiale[820]. Già gli avea messi in Torino, Asti e Milano; ed essi

in luogo dei podestà eletti dai cittadini: il che fu uno sminuire di

molto la libertà di quei popoli. Ora nel dì 6 di gennaio esso re fu

colla _regina Margherita_ coronato in santo Ambrosio di Milano per

le mani dell'arcivescovo milanese _Gastone dalla Torre_. Pretesero il

popolo e i canonici della nobil terra di Monza che nella lor basilica

di san Giovanni Batista dovesse egli prendere la corona del ferro, che

essi per antico privilegio conservano nel loro sacrario, e nella quale

hanno da un secolo e mezzo in qua immaginato che si conservi uno dei

sacri chiodi della croce del Signore[821]: cosa ignorata ne' secoli

precedenti. Ma dovettero tanto industriarsi i Milanesi, che nella

suddetta basilica di santo Ambrosio seguì quella grandiosa funzione,

siccome altre volte s'era fatto[822], coll'aver nondimeno Arrigo, mercè

d'un suo diploma, preservato il diritto che potesse competere a Monza.

In tal congiuntura egli creò cavalieri circa dugento nobili di varie

città. Attese di poi a pacificare le città di Lombardia, e in molte di

esse mise i suoi vicarii, volendo che in ciascuna d'esse rientrassero

gli sbanditi, fossero guelfi o ghibellini. Mise in Modena[823] per

vicario Guidaloste dei Vercellesi da Pistoia, che v'introdusse tutti

i fuorusciti guelfi. L'ultimo a comparire alla corte fu _Matteo Maggi_

signore di Brescia, di fazion ghibellina[824], non già per poco affetto

al re, ma per timore di Tebaldo Brusato di fazion guelfa, bandito da

Brescia negli anni addietro, che, venuto a Milano, avea già guadagnato

nella corte di molti protettori. Il buon Arrigo, che mirava al sollievo

e bene di tutti, propose al Maggi di ricevere in Brescia Tebaldo. Il

Maggi allora disse quanto potè per far conoscere al re come Tebaldo

era il maggior perfido e mancator di parola che fosse al mondo, e

sfibbiò tutti i tradimenti da lui fatti, e le crudeltà da lui usate in

varii tempi. A nulla servì; il re stette saldo in dire che bisognava

perdonare, e convenne accomodarsi al di lui volere, con ricevere

Tebaldo e i suoi seguaci in Brescia[825]. Seguì pertanto uno strumento

di pace fra i Guelfi e Ghibellini di quella città; ed, avendo Matteo

Maggi rinunziata quella signoria, Arrigo mandò colà per suo vicario

Alberto da Castelbarco. Non andrà molto che ne vedremo gli effetti.

Diede esso re Arrigo per suo vicario a Milano Giovanni dalla Calcia

Franzese, uomo inetto, che neppure un mese durò in quel posto. Gli

sustituì Niccolò Bonsignore, un pezzo di mala carne, già bandito per

le sue ribalderie da Siena sua patria, che cominciò a maltrattare quel

popolo. Richiese il re un dono gratuito dai Milanesi, perchè era corto

di moneta. Fu proposto nel consiglio della città il quanto, e rimesso

in Guglielmo Posterla il tassarlo. Disse cinquanta mila fiorini d'oro.

Tutti consentivano, se non che Matteo Visconte soggiunse che gli parea

conveniente donarne anche dieci mila alla regina. Allora Guido dalla

Torre s'alzò in collera, riprovando il far così da liberale colla roba

altrui; e, nell'uscire del consiglio, disse: _E perchè non se ne danno

cento mila? questo numero è più perfetto_. Perciò i ministri del re

scrissero cento mila, e bisognò poi darli. E fin qui era durato il bel

sereno; ed Arrigo si figurava di aver data da padre la pace a tutte

le città di Lombardia, senza far distinzione tra Guelfo e Ghibellino;

ma non tardò ad intorbidarsi il cielo. Perchè Arrigo, sotto spezie

di onore, ma veramente per aver degli ostaggi, dimandò che cento

figliuoli de' nobili milanesi lo accompagnassero a Roma, si trovarono

molte difficoltà, ed insorsero sospetti di sedizione. Furono anche

veduti fuor d'una porta Franceschino figliuolo di Guido dalla Torre,

e Galeazzo figliuolo di Matteo Visconte, parlar lungamente insieme, e

toccarsi la mano nel congedarsi[826]. Fu riferito ad Arrigo, e fatto

credere che il Visconte ed il Torriano macchinassero contra la sua

real persona, ed avessero già fatta massa di gente. Però nel dì 12 di

febbraio egli mandò una squadra di cavalleria a visitar le case dei

nobili. Matteo Visconte, avutone l'avviso, col mantello indosso avanti

il suo palazzo li stette aspettando, ragionando intanto con alcuni

amici. Arrivati i Tedeschi, come se nulla sapesse, invitolli a bere,

e gl'introdusse in casa. Se n'andarono tutti contenti, e persuasi

della sua fedeltà. Non così fu al palazzo di Guido dalla Torre. Quivi

erano molti armati, quivi si cominciò un tumulto, e si venne alle mani

coi tedeschi. Trassero colà i parziali de' Torriani, e dall'altro

canto s'andarono ingrossando le truppe del re, il quale fu in gran

pena per questo, massimamente dappoichè gli fu riferito che anche

Matteo Visconte e Galeazzo suo figliuolo erano uniti coi Torriani. Ma

eccoti comparir Matteo col mantello alla corte; ecco da lì un pezzo un

messo, che assicurò Arrigo, come Galeazzo Visconte combatteva insieme

coi Tedeschi contra de' Torriani: il che tranquillò l'animo di sua

maestà. La conclusione fu, che i serragli e palagi dei Torriani furono

superati, dato il sacco alle lor ricche suppellettili, spogliate

anche tutte le case innocenti del vicinato. Guido dalla Torre e gli

altri suoi parenti, chi qua chi là fuggendo, si sottrassero al furor

dei Tedeschi, e se ne andarono in esilio, nè mai più ritornarono in

Milano. Non si seppe mai bene la verità di questo fatto. Fu detto che

i Torriani veramente aveano congiurato, e che nel dì seguente dovea

scoppiar la mina[827]. Ma i più credettero, e con fondamento, che

questa fosse una sottile orditura dello scaltro Matteo Visconte per

atterrare i Torriani, siccome gli venne fatto, con fingersi prima unito

ad essi, e con poscia abbandonarli nel bisogno. Nulladimeno, con tutto

che egli si facesse conoscer fedele in tal congiuntura ad Arrigo, da

lì ad alquanti dì l'invidia di molti grandi milanesi, ed il timore che

Matteo tornasse al principato, e si vendicasse di chi l'avea tradito

nell'anno 1302, cotanto poterono presso Arrigo, che Matteo fu mandato

a' confini ad Asti, e Galeazzo suo figliuolo a Trivigi. Poco nondimeno

stette Matteo in esilio. Il suo fedele amico Francesco da Garbagnate,

fatto conoscere al re che per fini torti aveano gl'invidiosi

allontanato da lui un sì savio consigliere[828], cagion fu che Arrigo

nel dì 7 d'aprile il richiamò e rimise in sua grazia.

Gran terrore diede alle città guelfe di Lombardia la caduta de'

Torriani guelfi. Lodi, Cremona e Brescia per questo alzarono le

bandiere contra d'Arrigo. Per confessione di Giovanni Villani,

i Fiorentini e Bolognesi con loro maneggi e danari soffiarono in

questo fuoco. Antonio da Fissiraga signore di Lodi corse colà; ma,

ritrovata quivi dell'impotenza a sostenersi per la poca provvision

di vettovaglia, tornò a Milano ad implorar la misericordia del re, e,

per mezzo della regina e di _Amedeo conte di Savoia_, l'ottenne. Mandò

Arrigo a prendere il possesso di quella città, e v'introdusse tutti i

fuorusciti; poscia nel dì 17 d'aprile coll'armata s'inviò alla volta

della ribellata Cremona. S'era imbarcato quel popolo senza biscotto;

e ciò per la prepotenza di _Guglielmo Cavalcabò_ capo della fazione

guelfa, il quale avea fatto sconsigliatamente un trattato col fallito

Guido dalla Torre. Sicchè, all'udire che il re veniva in persona con

tutte le sue forze e con quelle de' Milanesi contra di Cremona, se ne

fuggì. Sopramonte degli Amati, altro capo de' Ghibellini, uomo savio

e amante della patria, allora consigliò di gittarsi alla misericordia

del re. Venne egli coi principali della nobiltà e del popolo sino a

Paderno, dieci miglia lungi da Cremona; e tutti colle corde al collo,

inginocchiati sulla strada, allorchè arrivò Arrigo, con pietose voci

e lagrime implorarono il perdono. Era la clemenza una delle virtù

di questo re; ma se ne dimenticò egli questa volta, ed ebbe bene a

pentirsene col tempo. Comandò che ognun di loro fosse imprigionato e

mandato in varii luoghi, dove quasi tutti nelle carceri miseramente

terminarono dipoi i lor giorni. Fu questo un nulla. Arrivato a Cremona,

non volle entrarvi sotto il baldacchino preparato da' cittadini, fece

smantellar le mura, spianar le fosse, abbassar le torri della città. Da

lì ancora a qualche giorno impose una gravissima contribuzione di cento

mila fiorini d'oro, e fu dato il sacco all'infelice città[829], che

restò anche priva di tutti i suoi privilegii e diritti. Da qualsivoglia

saggio fu creduto che questi atti di crudeltà, sconvenevoli ad un re

fornito di tante virtù, pel terrore che diedero a tutti, rompessero

affatto il corso alla pace d'Italia ed alla fortuna d'Arrigo, addosso

a cui vennero poi le dure traversie che andremo accennando. Dacchè

per benignità e favore d'esso re rientrò in Brescia Tebaldo Brusato

cogli altri fuorusciti guelfi, andò costui pensando come esaltar la

sua fazione[830]. Nel dì 24 di febbraio, levato rumore, prese Matteo

Maggi, capo de' Ghibellini, con altri grandi di quella città, e si

fece proclamar signore, o almen capo della fazion guelfa, che restò

sola al dominio. Albertino Mussato[831] scrive che i Maggi furono i

primi a rompere la concordia, e che poi rimasero al disotto. Jacopo

Malvezzo[832] ed altri scrittori bresciani non la finiscono di esaltar

con lodi la persona di Tebaldo Brusato. Ma gli autori contemporanei ed

il fatto stesso ci vengono dicendo che egli fu un ingrato ai benefizii

ricevuti dal re Arrigo, e un traditore, avendo egli scacciato il di

lui vicario, e fatta ribellare contra di lui quella città, in cui la

real clemenza, di bandito e ramingo ch'egli era, l'avea rimesso. Dopo

avere il re tentato, col mandare innanzi _Valerano_ suo fratello, se i

Bresciani si voleano umiliare, e trovato che no[833], tutto sdegno nel

mese di maggio mosse l'armata contra di quella città, e n'intraprese

l'assedio. Fu parere del Villani, che s'egli, dopo la presa di Cremona,

continuava il viaggio, Bologna, Firenze e la Toscana tutta veniva

facilmente all'ubbidienza sua. A quell'assedio furono chiamate le

milizie delle città lombarde. Spezialmente vi comparve la cavalleria e

fanteria milanese. _Giberto da Correggio_, oltre all'aver condotto colà

la milizia di Parma, donò ad Arrigo la corona di _Federigo II_ Augusto,

presa allorchè quell'imperadore fu rotto sotto Parma. Per questo

egli, se crediamo al Corio[834], ottenne il vicariato di quella città.

Albertino Mussato scrive che quivi fu messo per vicario un Malaspina.

Nulla mi fermerò io a descrivere gli avvenimenti del famoso assedio

di Brescia. Basterammi di dire che la città era forte per mura e per

torri, ma più per la bravura de' cittadini, i quali per più di quattro

mesi renderono inutili tutti gli assalti e le macchine dell'esercito

nemico. Circa la metà di giugno, in una sortita restò prigion de'

Tedeschi l'indefesso Tebaldo Brusato, e coll'essere strascinato

e squartato pagò la pena dei suoi misfatti. Infierirono perciò i

Bresciani contra dei prigioni tedeschi, e si accesero maggiormente ad

un'ostinata difesa. In un incontro anche _Valerano_ fratello del re,

mortalmente ferito, cessò di vivere.

Per tali successi era forte scontento il re Arrigo. L'onor suo non gli

permettea di ritirarsi; ed intanto maniera non si vedea di vincere la

nemica città. Mancava il danaro per la sussistenza dell'armata; e il

peggio fu, che in essa entrò una fiera epidemia, ossia la peste vera,

che facea grande strage[835]. Dio portò al campo tre cardinali legati

spediti dal papa per coronare in Roma, e sollecitar per questo il re

Arrigo, cioè i _vescovi d'Ostia_ e _d'Albano_, e _Luca dal Fiesco_.

Questi mossero parola di perdono e di pace. Entrò il Fiesco col

patriarca d'Aquileia in Brescia, e trovò delle durezze. Vi ritornò,

e finalmente conchiuse l'accordo. Fu in salvo la vita e la roba dei

cittadini, e si scaricò sopra le mura della città il gastigo della

ribellione, le quali furono smantellate, e per esse entrò Arrigo nella

città nel dì 24 di settembre, seco menando i fuorusciti. Oltre a ciò,

settanta mila fiorini d'oro volle da quel popolo, con altri aggravii,

per quanto scrive il Malvezzi, e lo conferma Ferreto Vicentino, contro

le promesse fatte al cardinale dal Fiesco. Da Brescia passò a Cremona,

indi a Piacenza, dove lasciò un vicario[836], rimanendo deluso _Alberto

Scotto_, il quale poco dopo ricominciò le ostilità contro la patria.

Trasferitosi a Pavia, quivi si trovarono per la peste calata a tal

segno le sue soldatesche, che _Filippone da Langusco_, non più signore

di quella città, avrebbe potuto assassinarlo, se il mal talento gliene

fosse venuto. E ne corse anche il sospetto; perlochè portossi colà

_Matteo Visconte_ con possente corpo di Milanesi; ma Filippone gli

chiuse le porte in faccia. Matteo, dico, il quale, stando Arrigo sotto

Brescia, non tralasciò ossequio e diligenza veruna per assisterlo con

gente, danari e vettovaglie; laonde meritò d'essere creato vicario

di Milano, e di poter accudire da lì innanzi all'esaltazione della

propria casa. In Pavia mancò di vita, per le malattie contratte

all'assedio di Brescia, il valoroso _Guido conte di Fiandra_. E quivi,

a persuasione di _Amedeo conte di Savoia_, Arrigo dichiarò vicario di

Pavia, Vercelli, Novara e Piemonte _Filippo di Savoia_, principe allora

solamente di titolo della Morea. Scrive Giovanni da Cermenate[837], e

con lui va d'accordo Galvano Fiamma[838] col Malvezzi[839], che questo

principe, unitosi dipoi con Filippone di Langusco e cogli altri Guelfi,

fece ribellar quelle città, ed altre ancora al re suo benefattore.

Nel dì 21 d'ottobre arrivò Arrigo a Genova, accolto da quel popolo

con sommo onore; ed avuta che ebbe la signoria della città, si

studiò di metter pace fra que' di lor natura alteri, ed allora troppo

discordanti, cittadini, e rimise in città Obizzino Spinola con tutti i

fuorusciti[840]. Ma quivi nel dì 13 di dicembre da immatura morte fu

rapita la regal sua moglie _Margherita_ di Brabante, principessa per

le sue rare virtù degna di più lunga vita. Intanto si scoprirono suoi

palesi nemici i Fiorentini, Lucchesi, Perugini, Sanesi ed altri popoli

di Toscana, i quali, sommossi ed assistiti dal _re Roberto_, fatto

grande armamento, presero i passi della Lunigiana, per impedirgli il

viaggio per terra. Erano all'incontro per lui gli Aretini e Pisani; i

quali ultimi mandarono a Genova una solenne ambasceria ad invitarlo,

con fargli il dono di una sì magnifica tenda militare, che sotto vi

poteano stare dieci mila persone. Lo scrive Albertino Mussato; e chi

non vuol credere sì smisurata cosa dazio non pagherà. Per più di due

mesi si fermò in Genova il re Arrigo, nè si può negare che tendeva

il suo buon volere a ricuperare bensì i diritti molto scaduti del

romano imperio; ma insieme, se avesse potuto, a rimettere la quiete

in ogni città, e ad abolir le matte e sanguinarie fazioni de' Guelfi e

Ghibellini. Tutto il contrario avvenne. La venuta sua mise in maggior

moto gli animi alterati e divisi de' popoli.

_Giberto da Correggio_, guadagnato e soccorso da' Fiorentini e

Bolognesi, mosse a ribellione Parma e Reggio. In Cremona fu una

sedizione non picciola, e ne fu cacciato il ministro del re. _Filippone

da Langusco_ insorse in Pavia contra dei Beccheria ed altri Ghibellini,

e, col favore di _Filippo di Savoia_, li scacciò. Lo stesso accadde

ai Ghibellini d'Asti, Novara e Vercelli. Anche in Brescia ed in altre

città furono tumulti e sedizioni. In Romagna altresì il vicario del re

Roberto mise le mani addosso ai capi dei Ghibellini di Imola, Faenza,

Forlì e d'altri luoghi, e sbandì la loro fazione[841]. Pesaro e Fano,

città ribellate al papa, furono ricuperate dal marchese d'Ancona[842].

In Mantova volle il re Arrigo che tornassero gli sbanditi guelfi, e

quivi pose per vicario Lappo Farinata degli liberti. Ma _Passerino_ e

_Butirone de' Bonacossi_, dianzi padroni della città, presero un giorno

l'armi col popolo, e costrinsero que' miseri a tornarsene in esilio,

senza rispetto alcuno al vicario regio. Era l'Augusto Arrigo in gran

bisogno di moneta. Una buona offerta gli fu fatta da essi Bonacossi,

ed ottennero con ciò il privilegio di vicarii imperiali di Mantova. Di

questo potente strumento seppe ben valersi anche _Ricciardo da Camino_

per impetrare il vicariato di Trivigi. E per la stessa via parimente

giunsero _Alboino_ e _Cane dalla Scala_ fratelli ad ottener quello di

Verona. Nè qui si fermò l'industria loro. In questi tempi la città

di Padova per la goduta lunga pace[843], e perchè dominava anche in

Vicenza, si trovava in un invidiabile stato per le ricchezze e per la

cresciuta popolazione. Questa grassezza, secondo il solito, serviva

di eccitamento e fomento all'alterigia de' cittadini, in guisa che,

avendo il re Arrigo fatto lor sapere di voler inviare colà un vicario,

e richiesti sessanta mila fiorini d'oro per la sua coronazione, quel

popolo se ne irritò forte; e, a suggestione ancora de' Bolognesi

e Fiorentini, negò di ubbidire, e proruppe inoltre in parole di

ribellione. Cane dalla Scala, siccome quegli che già aspirava a gran

cose, conosciuta anche la disposizion de' Vicentini, che pretendeano

d'essere maltrattati dagli uffiziali padovani, e s'erano invogliati di

mettersi in libertà, prese il tempo, e consigliò ad Arrigo di gastigar

l'arroganza di Padova con levarle Vicenza. Ebbe effetto la mina. Cane

accompagnato da _Aimone vescovo_ di Genevra, e colle milizie di Verona

e Mantova[844], nel dì 15 d'aprile (e non già di marzo, come ha lo

scorretto testo di Ferreto Vicentino) entrò in quella città, e ne

cacciò il presidio padovano. I Vicentini, che si credeano di ricoverar

la libertà, non solamente caddero sotto un più pesante giogo, ma

piansero il saccheggio della loro città per iniquità di Cane, che non

attenne i patti. Calò allora l'albagia del popolo padovano; cercò poi

accordo, e l'ottenne, ma con suo notabile svantaggio; perchè, oltre

all'avere ricevuto per vicario imperiale Gherardo da Enzola da Parma,

in vece di sessanta, dovette pagare cento mila fiorini d'oro alla cassa

del re.

Morì in quest'anno _Alboino dalla Scala_, e restò solo _Can Grande_ suo

fratello nella signoria di Verona, con tener anche il piede in Vicenza.

Tale era allora lo stato, ma fluttuante, della Lombardia e dell'Italia.

I soli Veneziani si stavano in pace, osservando senza muoversi

le commozioni altrui. Aveano spediti ad Arrigo, subito ch'egli fu

giunto in Italia, i loro ambasciatori con regali, a titolo non già di

suggezione, ma d'amicizia, e con ordine di non baciargli il piede[845].

Venne poscia in quest'anno a Venezia il vescovo di Genevra ambasciatore

d'Arrigo; ma non dimandò a quel popolo nè fedeltà nè ubbidienza.

Terminò i suoi giorni in quest'anno appunto[846] _Pietro Gradenigo_

doge di Venezia, e nel dì 22 d'agosto (il Sanuto[847] scrive nel dì 13)

fu surrogato in suo luogo _Marino Giorgi_, assai vecchio, che poco più

di dieci mesi tenne quel governo. Sotto Brescia, siccome accennammo,

cominciò ad infierir la peste nell'armata regale, e si diffuse poi

per varie città. Ne restò spopolala Piacenza, Brescia, Pavia, ed altri

popoli empierono i lor cimiterii. Portò il re Arrigo colle sue genti a

Genova questo malore, e però quivi fu gran mortalità. Diede principio

papa _Clemente V_[848] nell'ottobre di quest'anno al concilio generale

in Vienna del Delfinato, al quale intervennero circa trecento vescovi.

Era riuscito alla saggia destrezza d'esso pontefice e de' cardinali

il far desistere _Filippo il Bello re_ di Francia dal proseguir le

calunniose accuse contro la memoria di _papa Bonifazio VIII_. Nel

concilio si avea da trattare, ma poco si trattò de' tanti abusi che

allora si osservavano nel clero e nella stessa corte pontificia,

massimamente in riguardo alla collazion de' benefizii e alla simonia:

intorno a che restano varie memorie e scritture di quei tempi, che io

tralascio, rimettendo i lettori alla storia ecclesiastica, dove se ne

parla _ex professo_.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 59 / 216 题