[782] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital Giovanni Villani, lib. 8,
cap. 96.
[783] Raynaldus, Annal. Eccles.
[784] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense,
tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[785] Bernardus Guido, in Vit. Clementis V. Giovanni Villani, lib. 8,
cap. 108.
[786] Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 31.
[787] Raynald., Annal. Eccl., ad hunc ann., §. 24.
[788] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.
[789] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 61. Corio, Istoria di Milano.
[790] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.
[791] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[792] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[793] Chron. Astense, tom. 9 Rer. Ital.
[794] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 114. Chronic. Estense, tom. 9 Rer.
Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[795] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[796] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 105.
[797] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.
[798] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 111. Ptolom. Lucens., in Vita
Clementis V.
Anno di CRISTO MCCCX. Indizione VIII.
CLEMENTE V papa 6.
ARRIGO VII re de' Romani 3.
Nel dì 26 di luglio dell'anno presente que' fuorusciti che erano
entrati in Ferrara dopo la caduta dei principi estensi[801], cioè
Salingerra de' Torrelli, Ramberto de' Ramberti e Francesco Menabò
colla fazion ghibellina, nemica degli Estensi guelfi, diede all'armi
con disegno di levar quella città dalle mani della Chiesa. Vi furono
ammazzamenti, massimamente di Catalani, e ruberie senza fine; e i
palagi dei marchesi furono da que' ribaldi dati alle fiamme. Già
tutta la città era in lor potere; ma, avvertito di ciò il _cardinal
Pelagrua_, soggiornante allora in Bologna, cavalcò a quella volta
con copiosa milizia di Bolognesi, ed entrò in Castello Tealdo, dove
s'erano ritirati que' pochi de' suoi che poterono sottrarsi alle
spade de' sollevati. In aiuto suo accorsero ancora da Rovigo con buon
numero d'armati il_ marchese Francesco, Rinaldo_ ed _Obizzo Estensi_.
Allora i Ferraresi, veggendosi come perduti, altro ripiego non ebbero
che di ricorrere alla misericordia del legato; ma questi, dopo aver
voluto prima in mano circa ottanta (altri dicono meno) de' migliori
della città, non altra misericordia usò loro che di lasciar la briglia
alle sue truppe, le quali, unite coi Guelfi, si spinsero contra de'
Ghibellini, e li forzarono alla fuga. In tal occasione seguirono
molte uccisioni e saccheggi di monisteri e chiese, certo non con lode
di esso legato, il qual poscia affaticò per molti dì il boia in far
impiccare i colpevoli di quella sedizione. Anche la città di Piacenza
fu in gran moto[802]. _Alberto Scotto_ ivi signore, tra perchè si
trovava incalzato dalla forza de' fuorusciti, cioè di Leone degli
Arcelli, Ubertino Lando ed altri Ghibellini, che erano spalleggiati da
_Guido dalla Torre_ signor di Milano; e perchè inoltre sentiva essere
in procinto _Arrigo VII_ di calare in Italia, prese il partito di
far pace cogli usciti, e di cedere il dominio della città, con che i
pubblici uffizii da lì innanzi fossero comuni fra le parti. Entrarono
in Piacenza quasi in trionfo i fuorusciti; ma siccome non si davano mai
posa gli animi troppo allora turbolenti degl'Italiani, appena entrati i
fuorusciti, svegliarono delle contese, e nel dì seguente a forza d'armi
ne scacciarono Alberto Scotto, il quale co' suoi aderenti si ridusse a
Castello Arquato, ed, impadronitosi di Fiorenzuola e Bobbio, cominciò
di nuovo a recar frequenti molestie al popolo dominante di Piacenza.
Obizzino Spinola cogli altri suoi consorti, anche essi fuorusciti di
Genova[803] e padroni di Monaco, s'impadronì in quest'anno delle terre
di Montaldo e Votaggio, e le distrusse da' fondamenti. La decantata
venuta del re de' Romani è credibile che movesse tanto essi Spinoli
e i lor partigiani, quanto il governo di Genova a far poco appresso
pace. Quaranta mila lire furono pagate agli Spinoli, che restituirono
al comune di Genova tutti i luoghi presi, ed ebbero accesso libero alla
città, eccettochè Obizzino, obbligato per due anni a starsene nelle
sue castella. Nell'Umbria i Perugini, rinforzati dal maliscalco del
re Roberto abitante in Firenze, fecero guerra nel mese di luglio alla
città di Todi[804]. Volle provarsi quel popolo ad una battaglia; ma
non l'avesse fatto, perchè ne andò malamente sconfitto. Nello stesso
mese furono cacciali i Guelfi da Spoleti, restando la signoria ai
Ghibellini. Ma per più tempo i Perugini talmente guerreggiarono contra
di quella città, che nell'anno seguente la forzarono a rimettere in
casa i Guelfi; ed altrettanto fece la città di Todi.
Dava molto da pensare a _Roberto re_ di Napoli la disposizione
di _Arrigo VII re_ de' Romani, di calar in Italia, ben prevedendo
ch'egli sosterrebbe il partito dei Ghibellini amici dell'imperio con
depressione de' Guelfi, de' quali egli era il capo. Gli parve dunque
di non dovere maggiormente differire il suo ritorno dalla Provenza
in Italia per dar sesto a' suoi affari. Coll'avere indotto il papa a
fermare la sua residenza in Avignone, città della Provenza, e perciò
di suo dominio, egli era divenuto come arbitro della corte pontificia.
E fu in quest'anno[805] ch'egli ottenne il vicariato della Romagna
e di Ferrara, ed inviò colà i suoi ministri a comandar le feste.
Il pontefice Clemente intanto barcheggiava. Mostravasi egli tutto
favorevole ad Arrigo VII, con approvar la sua venuta a prendere la
corona imperiale; avea anche destinati i cardinali, che gliela dessero
in Roma, e scrisse per lui lettere ai vescovi, principi e città
d'Italia. Tuttavia gran cura avea di non disgustare il re Roberto, e
non gli doveano dispiacere gli avanzamenti della fazione guelfa. Ora
esso re Roberto nel dì 10 di giugno arrivò a Cuneo in Piemonte[806].
Visitò Montevico, Fossano, Savigliano, Cherasco ed Alba, terre di sua
giurisdizione, _Filippo di Savoia_, che si trovava allora in Asti, fece
un'imperiosa intimazione agli Astigiani di guardarsi dall'amicizia
di quel re. Altrettanto fecero il vescovo di Basilea, _Luigi di
Savoia_, ed altri ambasciatori del re Arrigo, ch'erano pervenuti in
quella città, e passarono dipoi a Savona, Genova e Pisa, annunziando
dappertutto, la venuta d'esso Arrigo alla corona. Di belle parole
dissero gli Astigiani, ma poi, spediti ambasciatori ad Alba, fecero
una specie di lega col suddetto re Roberto; e questi dipoi nel dì 9
di agosto venne ad Asti, ed ebbe ad un gran convito i grandi di quella
città. Si fece allora le maraviglie Guglielmo Ventura, il quale vi si
trovò presente, al vedere che tutti mangiarono e bebbero solamente
in vasi d'argento, perchè un lusso tale era tuttavia incognito
agl'Italiani. Passò Roberto nel dì 10 d'agosto ad Alessandria, e ne
scacciò gl'Inviziati e i Lanzavecchi ghibellini, e si fece dar la
signoria di quella città dai Guelfi. Ecco come il buon re andava
stendendo l'ali alle spese del romano imperio. Ito poscia a Lucca
e a Firenze, dove indarno si studiò di pacificare insieme i Guelfi
disuniti, inviò al governo della Romagna Niccolò Caracciolo[807], il
quale, arrivato colà nel mese d'ottobre, ebbe ubbidienza da quasi tutte
quelle città, e procurò di mettere pace dappertutto con ridurre nelle
lor patrie i fuorusciti. Su due piedi egli ascoltava le liti, e senza
strepito di giudizio le decideva. Di uno di questi abbisognerebbe ogni
città. Dovette trovare ne' Forlivesi qualche durezza[808], perchè ne
fece spianar le fosse, e mise in prigione Scarpetta, Pino e Bartolommeo
degli Ordelaffi, e alcuni dei Calboli e degli Argogliosi. Lasciò poi
in libertà i Guelfi, e ritenne i Ghibellini. Ora, avendo Arrigo re de
Romani stabilita la sua venuta in Italia, mandò varii ambasciatori a
notificarlo alle città. Venne a Milano il vescovo di Costanza[809],
e con bella orazione espose come il re era per prendere la corona
del ferro dall'arcivescovo di Milano. Mostraronsi pronti i Milanesi a
ricevere con tutto onore il sovrano; il solo _Guido dalla Torre_ signor
della città buffava, nè volea che si parlasse di questo grande affare.
Chiamò poi ad un parlamento il _conte Filippone_ da Langusco signor
di Pavia, _Antonio da Fissiraga_ signor di Lodi, _Guglielmo Cavalcabò_
principal cittadino o signore di Cremona, e _Simone degli Avvocati_ da
Colobiano cittadin primario o signore di Vercelli, per udir il loro
parere. Tutti erano di fazion guelfa. Schiettamente disse Filippone
fra i primi ch'egli non voleva essere ribello al re suo signore. Gli
altri dissero che bisognava prendere consiglio sul fatto, ma che allora
non si potea. Guido dalla Torre era di parere che tutti si unissero
contra di questo Tedesco; e smanioso girava per le camere, borbottando
e parlando da sè solo. Finì il parlamento senza conchiusione alcuna.
Sul fine d'ottobre arrivò a Susa, e poscia a Torino, il _re Arrigo_
colla _regina Margherita_ sua moglie, mille arcieri e mille uomini
d'arme, dopo avere, mercè di un matrimonio, fatto divenir _Giovanni_
suo figliuolo re di Boemia. _Amedeo conte di Savoia, Filippo_ e _Luigi_
parimente di Savoia erano tutti per lui, e seppero ben fare il lor
negozio con questo attaccamento. Nella corte d'esso re si contavano
l'arcivescovo di Treviri _Baldovino_ suo fratello, _Teobaldo vescovo_
di Liegi, _Ugo delfino di Vienna_, il duca di Brabante ed altri
principi e baroni. Andarono colà a fargli riverenza Filippone conte di
Langusco, _Teodoro marchese di Monferrato_, i vescovi, i signori e gli
ambasciatori di varie città, e nominatamente i romani, che comparvero
con gran fasto. Tutti condussero gente armata per accompagnarlo. Per
attestato di Albertino Mussato[810], mise un suo vicario in Torino:
segno che quella era allora città libera. Nel dì 10 di novembre venne
ad Asti[811], e v'introdusse i fuorusciti ghibellini. Gli fu data
(malvolentieri nondimeno) la signoria di quella città, ed egli pose
quivi un vicario, che cominciò molto bene ad aggravar quel popolo.
Usava in corte d'esso re, ed era ben veduto da lui Francesco da
Garbagnate[812], giovane milanese assai disinvolto, che gli avea più
volte detto gran bene di _Matteo Visconte_ esiliato da Milano, con
dipignerglielo pel più savio, attivo ed onorato uomo di Lombardia,
e perciò capace di ben servirlo ne' correnti affari. Mostrò Arrigo
voglia di vederlo. Il Garbagnate, che tenea buon filo col Visconte,
gliel fece tosto sapere; e Matteo travestito per solitarii cammini
si portò ad Asti, dove, datosi a conoscere, non vi fu cortesia che
non ricevesse da quella corte, ed anche dal re. I soli magnati guelfi
il guardarono con occhio bieco, e villanamente ancora parlarono di
lui, ma senza ch'egli mostrasse di alterarsene punto. Il favorevole
accoglimento a lui fatto da Arrigo cagionò bensì che molti Milanesi e
Lombardi abbracciarono il suo partito. Ed essendo giunto colà anche
l'arcivescovo di Milano _Gaston dalla Torre_, già esiliato, stabilì
pace e lega con esso Matteo, a nome ancora de' suoi fratelli, alcuni
dei quali erano tuttavia detenuti prigioni da Guido dalla Torre. Non
si fidava molto Arrigo d'andare a Milano, siccome abbastanza informato
delle cattive disposizioni di Guido dalla Torre; anzi diffidava non
poco di tutti gl'Italiani, perchè sessant'anni correano che non aveano
veduto imperadori o re de' Romani; ed avvezzati a vivere a lor modo,
non amavano al certo di riconoscere superiore alcuno. Matteo Visconte,
per conto di Milano, gli levò le apprensioni del cuore, ben conoscendo
egli quanto se ne potea promettere. Il distornò ancora dal differir la
sua entrata in Milano, al che l'andavano sotto varii pretesti esortando
i capi de' Guelfi[813]. Passò dunque Arrigo a Casale, a Vercelli e
a Novara, accolto con allegria da que' popoli. In Vercelli mise fine
alla guerra civile fra i Tizzoni ed Avvocati, in Novara fra i Brusati
e Tornielli. Ogni fuoruscito potè ritornare alla sua patria. Cavalcò
poscia il re, ed, invece di andare a Pavia, dove il conte Filippone
l'aspettava, per consiglio di Matteo Visconte, passato il Ticino,
s'inviò alla volta di Milano, incontrato di mano in mano da varie
schiere di nobili milanesi, tutti in festa e gala, che gli baciavano
il piede: dal che s'avvide avergli il Visconte dato buon consiglio.
L'ultimo a venirgli incontro fuori de' borghi di Milano fu Guido dalla
Torre[814]. Lo sdegno e la superbia erano con lui. Laddove gli altri,
all'appressarsi del re, abbassavano le loro insegne, Guido portava
diritto la sua. Gl'insegnarono i Tedeschi le creanze ed il dovere, con
buttargliela per terra. All'arrivo del re, smontò Guido da cavallo,
e gli andò come incantato a baciare il piede. Arrigo, con volto umano
riguardandolo, gli disse: _Guido, riconosci il tuo re, perchè duro è il
ricalcitrar contro lo stimolo_. Entrò il re nel dì 23 di dicembre, e
non già nel dì seguente, come scrivono alcuni[815], in Milano, e seco
Gastone arcivescovo, Matteo Visconte ed ogni altro fuoruscito. Volle
il dominio della città, che gli fu dato, e Guido dalla Torre andò a
sedere: disgrazia per altro da lui preveduta, ma senza avere cercata,
o, per meglio dire, trovata maniera di provvedervi. Fece poi far pace
fra i Torriani e Visconti, e quetò le altre nemicizie, desiderando
che tutti vivessero in pace e concordia. Attese dipoi a far le sue
disposizioni per ricevere la corona del ferro, alla qual funzione fu
destinato il dì dell'Epifania dell'anno seguente. Fece in quest'anno
papa Clemente nelle quattro tempora del Natale una promozione di cinque
cardinali, tutti Guasconi[816]: se con piacere degl'Italiani, Dio vel
dica. Nè voglio tacere che i Ghibellini di Modena nel mese di luglio
cacciarono fuori di città quei da Sassuolo, da Ganaceto e i Grassoni,
tutti di fazione guelfa[817].