[764] Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[765] Bernard. Guid., in Vit. Clementis V.
[766] Historia Dulcini, tom. 9 Rer. Ital. Bernardus Guid., Giovanni
Villani, et alii.
[767] Bernard. Guid. Ptolomaeus Lucens. Ferretus Vicent. et alii.
[768] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 95.
[769] Henric. Stero, in Chron. Albert. Argentinens., in Chron. Bernard.
Guid. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus, et alii.
[770] Joannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic. Franciscius Pipinus,
Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[771] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18
Rer. Ital. Peregrinus Priscianus. Annal. MSS. et alii.
[772] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.
[773] Raynaldus, Annal. Eccles.
[774] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[775] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.
[776] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[777] Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 346.
[778] Corio, Istor. di Milano. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[779] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
[780] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[781] Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCIX. Indizione VII.
CLEMENTE V papa 5.
ARRIGO VII re de' Romani 2.
Alla prepotenza di _Filippo il Bello_ re di Francia riuscì in
quest'anno e nel seguente d'indurre _papa Clemente_ a ricevere le
accuse contro la memoria di papa Bonifazio[783]; il che cagionò orrore
a tutta la cristianità, ben consapevole dell'iniquità e falsità di
quanto a lui veniva opposto in materia di fede. Frutti erano questi
dell'essere divenuta schiava di un re possente e malvagio la Sede
Apostolica; del che fu in colpa il pontefice stesso, il quale intanto
andava lusingando i Romani con far loro credere di voler venire in
Italia, mentre, inceppato dalle delizie della Francia, a tutt'altro
pensava che ad abbandonarla. Ma non permise Iddio che andasse molto
innanzi questa maligna persecuzione, e la vedremo finita in breve. Nel
dì 27 di marzo dell'anno presente, trovandosi esso papa in Avignone,
pubblicò contra de' Veneziani, come occupatori della città di Ferrara,
la più terribile ed ingiusta bolla che si sia mai udita. Oltre alle
scomuniche ed agl'interdetti, dichiarò infami tutti i Veneziani, e
incapaci i lor figliuoli sino alla quarta generazione d'alcuna dignità
ecclesiastica e secolare; confiscati in ogni parte del mondo tutti i
lor beni; data facoltà a ciaschedun di fare schiavo qualunque Veneziano
che lor capitasse alle mani nell'universa terra, senza distinzione
alcuna tra innocenti e rei: il che fa orrore, eppure fu eseguito in
vari paesi. Poscia aggiunse alle armi spirituali le temporali contra
di loro, inviando in Italia il cardinale _Arnaldo di Pelagrua_ suo
parente, con titolo di legato, il qual fece dappertutto predicar la
crociata contra d'essi Veneziani, come se si trattasse contra de'
Turchi. Copioso fu il concorso delle genti della Lombardia, marca di
Verona, Romagna e Toscana. Ferreto Vicentino[784] scrive che v'andarono
de' soli Bolognesi circa otto mila combattenti. Premeva a quel popolo
di riacquistar la grazia perduta del pontefice per lo scorno fatto
al _cardinal Napoleone_. Pel medesimo fine anche i Fiorentini colà
inviarono molte schiere d'armati. Nel dì 10 d'aprile di quest'anno
si disciolse la pace e l'accordo già fatto dal popolo di Ferrara coi
Veneziani, e si ricominciò la guerra. Di grossi rinforzi di gente e di
navi furono spediti da Venezia ai suoi; e nel mese di giugno, usciti
di Castel Tealdo i Veneziani, mentre i Ferraresi erano a cena, fecero
contra di essi un feroce insulto. Tutta fu in armi la città. _Francesco
marchese_ d'Este con _Galeazzo visconte_ marito di _Beatrice Estense_,
alla testa di tutti andò ad assalirli, e ne fece aspro macello. Per
consiglio ancora di lui, fu fabbricato un ponte sopra Po, non ostante
la gagliarda opposizion de' Veneziani, i quali un giorno diedero una
fiera rotta ai Bolognesi. Ma nel dì 28 d'agosto, cioè nella festa
di santo Agostino, per ordine del cardinal Pelagrua, si venne ad una
general battaglia contro la flotta veneziana esistente in Po, la quale
restò interamente disfatta e in potere dei Ferraresi con tutte le
macchine e l'armamento. Tra uccisi ed annegati nel fiume si contarono
circa sei mila Veneziani. Questa insigne vittoria, accompagnata da
un immenso bottino, decise la controversia; perciocchè non istette
molto a rendersi Castello Tealdo al legato, il quale, dimenticandosi
d'essere uomo di Chiesa, fece impiccare quanti Ferraresi trovò complici
de' Veneziani. Fu anche spedito Lamberto da Polenta con Bernardino
suo fratello, e coi Ravegnani e parte dei Ferraresi ad espugnare
il castello di Marcamò, fabbricato da essi Veneti nel distretto di
Ravenna; e l'ebbe a patti di buona guerra nel dì 23 di settembre, nè
vi lasciò pietra sopra pietra. Così venne liberamente Ferrara in potere
del pontificio legato, il quale, d'ordine della corte, ne diede da lì a
non molto il vicariato a _Roberto re_ di Napoli, niuna considerazione
avendo degli Estensi, che aveano suggettata quella città alla Chiesa,
e massimamente del marchese Francesco, che tanto s'era affaticato per
riacquistarla. Quivi esso re Roberto mise per governatore Dalmasio con
un corpo di Catalani, la maggior parte capestri da forca, che fecero
ben provare al popolo di Ferrara la differenza che passa fra l'avere il
proprio principe e l'essere governati da gente straniera.
Giacchè abbiam fatta menzione del re Roberto, convien ora dire che
in questo anno nel dì cinque di maggio arrivò al fine di sua vita
_Carlo II_ re di Napoli e conte di Provenza[785], principe che per
la sua liberalità, dabbenaggine e clemenza non ebbe pari; e perciò
amaramente pianto da' suoi sudditi, ma più dai Napoletani, a lui molto
tenuti pei tanti benefizii ed ornamenti accresciuti alla loro città.
Per la successione in quel regno nacque disputa fra _Roberto duca_ di
Calabria suo secondogenito e _Carlo Uberto_ divenuto re d'Ungheria,
che si pretendeva anteriore nel diritto a Roberto, perchè figliuolo
di _Carlo Martello_, primogenito di esso re Carlo II. Fu acremente
dibattuta fra i legisti la quistione; ma buon fu per Roberto l'esser
egli passato in persona alla corte pontificia di Avignone, dove
seppe ben far da avvocato a sè stesso, e muovere colle macchine più
gagliarde gli animi de' giudici in suo favore. Fu creduto che più la
ragion politica che la legale facesse sentenziare in favor di Roberto,
principe riputato allora di gran saviezza e valore, ed atto e tener
l'Italia in freno nella lontananza dei papi. Tuttavia, se è vero
che Carlo II suo padre nell'ultimo suo testamento (il qual si dice
fatto nel dì 16 di marzo dell'anno precedente, e fu dato alla luce
dal Leibnizio[786]) lasciasse Roberto erede di tutti i suoi Stati,
giacchè dovea considerare assai provveduta la linea del re d'Ungheria,
par bene che fosse ben appoggiata la pretension del medesimo Roberto.
Per attestato di Bernardo Guidone, fu egli coronato in Avignone re di
Sicilia (benchè solamente comandasse al regno di Napoli) nella prima
domenica d'agosto dell'anno presente, e non già nella festa della
Natività della Vergine, come scrive Giovanni Villani. Ed il papa
liberalmente gli condonò le somme immense d'oro, delle quali il re
Carlo suo padre andava debitore alla santa Sede. Quel che è strano,
secondo i documenti accennati dal Rinaldi[787], seguì una segreta
convenzione fra papa Clemente e Giacomo re di Aragona, ch'esso re,
oltre alla Sardegna e Corsica, delle quali era stato investito da papa
_Bonifazio VIII_, conquistasse ancora Pisa coll'isola dell'Elba, e la
riconoscesse poi in feudo dai romani pontefici: vergognosa concessione,
trattandosi di spogliare senza ragione alcuna il romano imperio d'una
sì cospicua città, e quel popolo della sua libertà. Se fossero ancora
assai ragionevolmente concedute al medesimo re le decime del clero, per
impiegarle in levar la Sardegna e Corsica ai Pisani e ad altri principi
cristiani, io non mi metterò a ricercarlo. Fin qui l'innata saviezza
dei nobili Veneziani avea saputo così ben regolare e tenere unita la
lor città, che quando tante altre libere città d'Italia bollivano per
le discordie cittadinesche, ed erano divise in Guelfi e Ghibellini,
sola essa era felice e gloriosa per la sua mirabil unione, ancorchè non
fosse esente da diversità di genii e fazioni: del che fu anche lodata
dallo storico Rolandino nel precedente secolo. Ma in quest'anno patì
anch'essa un'eclissi. Baiamonte Tiepolo, capo della fazione guelfa,
fece una congiura con altri di casa Querina e Badoera contra di _Pietro
Gradenigo_ doge[788], e nel dì 15 di giugno scoppiò questo incendio. Vi
fu gran combattimento, ma infine dopo la morte di molti restò sconfitto
Baiamonte, il quale scampò colla fuga. Simili sedizioni le abbiamo
vedute familiari in altre città; fu questa considerata come stravagante
cosa in Venezia, e ne dura quivi anche oggidì con orrore la memoria. A
cagion d'essa furono mandati ai confini assaissimi nobili e popolari
di quella insigne città. Era in questi tempi _Guido dalla Torre_ in
auge di fortuna, siccome signore perpetuo di Milano e di Piacenza, con
assai amici e collegati d'intorno. Scrivono[789], che, volendo saper
nuove di _Matteo Visconte_, il quale privatamente vivea nella villa di
Nogaruola, diede incumbenza ad un accorto uomo di andarlo a trovare
per ispiare i fatti suoi, promettendogli un palafreno e una veste di
vaio, se gli portava la risposta a due quesiti da fargli. Andò costui,
e trovò il Visconte in abito dimesso, che passeggiava; e, dopo varii
discorsi, quando fu per andarsene, il pregò di fargli guadagnare un
palafreno e una veste col rispondere a due sue interrogazioni. La
prima: _Come gli parea di stare, e qual vita era la sua_; la seconda:
_Quando egli si credea di poter tornare a Milano_. Molto ben s'avvide
l'accorto Matteo onde procedevano queste dimande, e che erano fatte
per ischernire il suo povero stato. Adunque rispose alla prima: _Egli
mi par di star bene, perchè so vivere secondo il tempo_. Alla seconda:
_Dirai al tuo signor Guidotto, che quando i suoi peccati soperchieranno
i miei, allora io tornerò a Milano_. Portate queste risposte a Guido,
le lodò come d'uomo savio, e regalò quel messo.
In quest'anno appunto cominciò a declinar la fortuna del Torriano.
Nel principio di maggio si alzò a poco a poco una nebbia di vicina
sollevazione in Piacenza[790], veggendosi il vescovo _Leone da Fontana_
colla fazion guelfa macchinar delle novità contra dei Landi, Fulgosi
ed altri di parte ghibellina. Mandò ben Guido dalla Torre un corpo
di gente da Milano per vegliare alla quiete di quella città; ma
nel dì cinque d'esso mese _Alberto Scotto_, avendo con belle parole
addormentato lo sciocco podestà, nella notte raunata tutta la sua
fazione, e impadronitosi della piazza, diede addosso agli avversarii
sprovveduti, e li fece fuggir fuori di città. Racconta il Corio, che,
tolta in questa forma la signoria di Piacenza al Torriano, Alberto
Scotto ne fu egli proclamato di nuovo signore. La Cronica di Piacenza
ha, che la signoria fu data allora al vescovo Fontana suddetto; ma
si contraddice poi all'anno seguente, dove confessa che lo Scotto era
stato signor di Piacenza un anno e quattro mesi. Anche dalla Cronica
Estense apparisce[791] che esso Scotto tornò in signoria, e fece lega
coi Parmigiani, Mantovani, Veronesi, Reggiani, Modenesi e Bresciani,
tutti di parte ghibellina. Inimicatosi per questo contra de' Piacentini
Guido dalla Torre, con tutto lo sforzo de' suoi Milanesi, de' Pavesi,
Novaresi, Vercellesi e fuorusciti piacentini, venne, sul principio di
giugno, e di nuovo nel settembre, ai danni del distretto di Piacenza,
con prendere alcune castella, e dare il guasto fino alle porte di
quella città. Presero anche il ponte de' Piacentini sul Po; ma, uscito
Alberto co' suoi, così virilmente assalì i nemici, che li ruppe, colla
morte di circa secento d'essi. Peggio nondimeno avvenne allo stesso
Guido Torriano per altro fatto che servì di principio alla total sua
rovina. Nel primo dì di ottobre egli fece prendere _Gaston dalla Torre_
ossia Cassone, arcivescovo di Milano, parente suo, ed il mandò nella
rocca d'Anghiera con altri suoi tre fratelli, figliuoli del fu Mosca,
pretendendo che avessero formata una congiura contra di lui, per torgli
non solamente lo Stato, ma anche la vita. Fu egli scomunicato per
questa violenza dal _cardinale Pelagrua_ legato, dimorante allora in
Bologna, e sottoposta la città all'interdetto. Venne apposta a Milano
_Pagano dalla Torre_ vescovo di Padova, per rimediare a così scandalosa
scissura fra i suoi consorti. Vi concorsero ancora _Filippone da
Langusco_ signor di Pavia, _Antonio da Fissiraga_ signor di Lodi,
_Guglielmo Brusato_ signor di Novara, _Simone da Colobiano_ signor di
Crema, cogli ambasciatori di Bergamo e di Como. Costoro, in un gran
parlamento tenuto nel dì 28 d'ottobre nella metropolitana di Milano,
conchiusero un accordo, per cui Gastone arcivescovo ed altri Torriani
riebbero la libertà, ma con obbligo di andare ai confini; e questi
poi si ridussero a Padova. L'arcivescovo non ebbe più buon cuore per
Guido, e sollecitò la venuta di _Arrigo VII_ in Italia: il che, se
fosse utile a Guido, lo scorgeremo fra poco. Nel dì 16 di settembre
i Parmigiani, rinforzati da gran quantità di cavalleria e fanteria
di Verona, Mantova, Brescia, Modena e Reggio, fecero oste a Borgo San
Donnino[792], dove s'erano fortificati i Rossi, Lupi ed altri usciti
della loro città, e vi stettero sotto ben tre mesi con dei trabucchi
che incessantemente gittavano pietre, e con una forte circonvallazione
intorno alla terra. Mandò Guido dalla Torre secento uomini d'armi
e trecento fanti a Cremona con ordine di soccorrere gli assediati;
ma questa gente non osò mai d'inoltrarsi, perchè i Parmigiani gli
aspettavano a piè fermo per dar loro battaglia. S'interpose dipoi il
vescovo di Parma per l'accordo, e fu fatto compromesso con ostaggi
in Guglielmino da Canossa e Matteo da Fogliano, nobili reggiani,
che fecero cessar quell'assedio; ed eletti amendue podestà di Parma,
proferirono sul principio dell'anno seguente il loro laudo, al quale
niuna delle parti volle ubbidire. Nel dì 28 di maggio dell'anno
presente il popolo d'Asti[793] coll'aiuto di quei di Chieri, uscito
in campagna contra de' suoi fuorusciti, ebbe una rotta nella villa di
Quatordo. Restarono gli Astigiani sì intimiditi per questa disgrazia,
che diedero balia ad _Amedeo conte_ di Savoia e a _Filippo di Savoia_,
principe della Morea suo nipote, per trattar di pace fra i cittadini e
fuorusciti. Fu poi proferita da questi principi la sentenza della pace,
per cui i Gottuari cogli altri usciti nella festa di santa Caterina
di novembre rientrarono in Asti. Fra gli altri capitoli vi fu, che il
suddetto principe dovesse restar governatore della pace in Asti col
salario di diciassette mila lire l'anno: del che si dolsero non poco
gli Astigiani.
Abbiamo in quest'anno da Guglielmo Ventura, dal Villani e dalle
Croniche Estense e Parmigiana[794] che seguirono delle novità in
Genova. Scopertasi molta amicizia fra _Bernabò Doria_, uno de' due
capitani di Genova, e i Grimaldi fuorusciti, _Obizzino Spinola_, cioè
l'altro capitano, fece imprigionare il Doria. Questi ebbe la fortuna
di fuggirsene dalla carcere, e con tutti quei di sua casa si ritirò
al castello della Stella, che fu preso da Obizzino. Venuti poscia
i fuorusciti, cioè i suddetti Grimaldi, Doria, Fieschi ed altri in
Genova con assai forze, andò ad assalirli lo Spinola; e benchè fosse
superiore di gente armata, pure ne rimase sconfitto, e vi morì il
podestà di Genova. Allora i fuorusciti entrarono pacificamente in
Genova, e tolsero ad Obizzino Ventimiglia, Porto Venere e Lerice,
con passar anche al guasto di Gavi, dove s'era ritirato il suddetto
Obizzino, le cui case in Genova furono date alle fiamme. Giorgio
Stella riferisce[795] questo fatto all'anno seguente; ma dee prevalere
l'autorità degli storici sovraccitati, e spezialmente dell'autore
contemporaneo della Cronica di Parma, che finì di scrivere in
quest'anno. Confessa il medesimo Stella d'aver vedute storie che
ne parlano all'anno presente. Mette egli la battaglia nel dì 10 di
giugno. La Cronica di Parma ha, ch'essa accadde nella festa di san
Gervasio, cioè nel dì 19 d'esso mese. Il Villani la riferisce al dì
11. Io sto colla Cronica Parmigiana. In Toscana a' dì 10 di febbraio
i Fiorentini si mossero con sei mila pedoni e quattrocento cinquanta
cavalieri, per dare il guasto ad Arezzo. Quei cavalieri la maggior
parte erano Catalani, mandati in loro aiuto dal _re Roberto_[796],
giacchè più fede avea questo re in quella gente, e ne teneva anche
in Ferrara, siccome abbiam detto. Arditamente vennero loro incontro
gli Aretini con _Uguccion dalla Faggiuola_ lor capitano, ma andarono
in isconfitta, e più che di galoppo se ne fuggirono ad Arezzo. Con
più possente esercito nel dì 8 di giugno tornarono i Fiorentini fin
sotto quella città, devastando tutti i contorni; ed ancorchè venissero
ordini di _Arrigo VII_ re dei Romani di non molestare Arezzo, se ne
rise il popolo allora superbo di Firenze. Anzi, essendo giunto _Luigi
di Savoia_ con altri ambasciatori per parte di esso Arrigo a Firenze
a notificar la di lui venuta per la corona, ne riportarono risposte
villane, che assai diedero a conoscere ciò che poscia avvenne. Aspro
governo intanto faceano essi Fiorentini e Lucchesi di Pistoia[797], ma
gli ultimi specialmente, attendendo i loro uffiziali più a rubare che
a governare, e non era sicuro l'onor delle donne[798]. Condotto dalla
disperazione quel popolo, levò rumore nel dì primo di giugno, e tutti
a furia uomini e donne, fanciulli, preti e frati, con tavole, legnami
e pietre si diedero a fare uno steccato posticcio alla lor città, e a
cavar le fosse, giacchè ogni sua fortificazione era negli anni addietro
stata spianata. A questo avviso, s'inviò a quella volta tutto sdegno
il popolo di Lucca. Risoluti i poveri Pistoiesi di lasciar la vita
l'un presso all'altro, piuttostochè di sofferir più lungamente sì duro
giogo, si animarono alla difesa; ma non avrebbono potuto reggere alla
superiorità dei Lucchesi. Per buona ventura certi Fiorentini fecero
fermar l'esercito di Lucca a Pontelungo: con che lasciarono tempo a'
Pistoiesi di maggiormente afforzarsi, e di spedire a Siena, pregando
quel comune che s'interponesse per la pace. Vennero infatti gli
ambasciatori di Siena, ed ottennero buoni patti. Pistoia si fortificò,
e si governò da lì innanzi a comune, con solamente prendere i podestà e
capitani da Firenze e da Lucca. Nello stesso giorno primo di giugno fu
anche in Cesena[799] una sollevazione della fazion guelfa, alla quale
venne fatto di abbattere e mettere in fuga i Ghibellini; ma questo
movimento costò a quella città delle grandi ruberie ed altri malanni.
In questi tempi, secondo la Cronica di Cesena, era capitano per la
Chiesa romana in Jesi ed in altre terre della marca d'Ancona _Federigo
conte di Montefeltro_, figliuolo del fu conte Guido. Fecero oste gli
Anconitani sopra il contado di Jesi[800]; ma esso conte Federigo per
attestato del Villani, colla gente di Jesi, Osimo e d'altri marchigiani
ghibellini andò ad assalirli, e diede loro una gran rotta, di modo che
più di cinque mila Anconitani vi restarono tra morti e presi.