[746] Raynald., in Annal. Eccl.
[747] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 91.
[748] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.
[749] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 92.
[750] Guillel. Ventura, Chron. Astense, cap. 27, tom. 11 Rer. Ital.
[751] S. Anton., P. III, tit. 21, Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.,
pag. 518.
[752] Annales Veteres Mutinenses, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Bononiense,
tom. 18 Rer. Ital. Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Italic.
[753] Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.
[754] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[755] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[756] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[757] Corio, Istor. di Milano.
[758] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.
[759] Chron. Astense, cap. 44, tom. 11 Rer. Ital.
[760] Corio, Istoria di Milano.
[761] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 89.
[762] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[763] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCVIII. Indizione VI.
CLEMENTE V papa 4.
ARRIGO VI, detto VII, re dei Romani 1.
Succedette nel primo dì di maggio di quest'anno la morte funesta
di _Alberto Austriaco_ re de' Romani[767]. Grande odio gli portava
Giovanni figliuolo di un suo fratello primogenito, pretendendosi
gravato da lui, perchè gli negava una parte, nonchè il tutto, degli
Stati dovuti a lui per le ragioni del padre. Partitosi da Baden il
re Alberto, nel passare il fiume Orsa, fu assalito dal nipote con
una mano di sicarii, e trafitto da più spade, quivi lasciò la vita.
Restarono di lui più figliuoli, il primogenito de' quali _Federigo_ fu
duca d'Austria e signore d'altri Stati spettanti a quella nobilissima
casa. Trattossi dipoi di eleggere il successore; ed uno di quei che più
vi aspiravano, fu lo stesso duca Federigo. Ma insorta gran discordia
fra gli elettori, si mise allora in pensiero _Filippo il Bello_ re
di Francia di far cadere quella corona in capo a Carlo di Valois suo
fratello, che ne avea già avuto promessa da _papa Bonifazio VIII_[768].
Fu perciò risoluto nel suo consiglio di preparar un'armata per entrare
in Germania, e dar calore alla dimanda coll'efficace raccomandazione
dell'armi, e intanto di procurar anche i premurosi ufficii pel papa.
Penetrò la corte pontificia questi disegni non senza affanno del
pontefice, il quale, se s'ha a credere a Giovanni Villani, richiese
del suo parere l'accortissimo _cardinale Niccolò da Prato_. Questi
il consigliò di scrivere immediatamente agli elettori dell'imperio,
ordinando che senza dilazione procedessero all'elezione, con suggerir
loro ancora che _Arrigo conte_ di Lucemburgo, principe pio, savio e
ornato d'altre belle doti, pareva a lui il più a proposito pel romano
imperio. Camminò la faccenda come avea divisato il papa col cardinale.
Arrigo fu eletto quasi a voti pieni re dei Romani nel dì di santa
Caterina[769], e poi pubblicata l'elezion sua nel dì 27 di novembre,
e non già nell'Ognissanti, o in altro giorno, come alcuni lasciarono
scritto. Meraviglia recò ad ognuno l'udire preferito a tanti altri
potenti principi Arrigo, principe di nobile schiatta bensì, ma di pochi
Stati provveduto. Secondo il Villani, corse subito la nuova di questa
inaspettata elezione alla corte del re di Francia, mentre egli si
apparecchiava per andare al papa, affine di averlo favorevole in questo
affare; ed accortosi che Clemente V vi aveva avuta mano per escludere
Carlo suo fratello, da lì innanzi non fu più suo amico. Ma non si sa
intendere come il re Filippo dal dì primo di maggio, in cui tolto fu
dal mondo il re Alberto, sino al dì 25 o 27 di novembre, giorno nel
quale si pubblicò L'elezione di Arrigo, tardasse tanto, giacchè ardea
di voglia di quella corona, ad impegnare gli uffizii del pontefice in
favor del fratello. Sembra ben più probabile che se li procacciasse
per tempo, ma che restasse burlato con altre segrete insinuazioni
fatte fare dal medesimo Clemente. Furono poi spediti da esso Arrigo
solenni ambasciatori al papa, cioè i vescovi di Basilea e di Coira,_
Amedeo conte_ di Savoia _Guido conte_ di Fiandra, _Giovanni Delfino_
di Vienna, ed altri baroni[770], per ottenere il consenso pontificio:
il che fu facilmente conceduto. Tale ambasceria vien dai più riferita
all'anno seguente, ma dovette precederne un'altra almeno, certo essendo
che Arrigo fu coronato in Aquisgrana nell'Epifania dell'anno seguente,
e ciò non par fatto senza la precedente approvazione del papa. Fu
questo _Arrigo_ il _sesto_ fra gl'imperadori, ma comunemente vien
chiamato _Arrigo settimo_, perchè tale nell'ordine dei re di Germania
di tal nome.
Cadde infermo in quest'anno ancora _Azzo VIII marchese_ d'Este, signor
di Ferrara, Rovigo e d'altri Stati, ed anche conte d'Andria nel regno
di Napoli[771]. Fecesi portare ad Este, sperando miglioramento da
quell'aria salubre; e furono a visitarlo, e a far pace con lui i
suoi due fratelli _Francesco_ e _Aldrovandino marchesi_. Ma quivi
nell'ultimo dì di gennaio finì di vivere. Questo principe d'alte idee,
ma d'idee mal condotte, dopo aver vivente recati notabili danni alla
sua casa coll'aver perdute le città di Modena e di Reggio, ben peggio
fece morendo, perchè lasciò suo successore nel dominio di Ferrara
e degli altri suoi Stati Folco, figliuolo legittimo di Fresco suo
figliuolo bastardo, con escludere i Suoi legittimi fratelli Francesco
ed Aldrovandino, e i figliuoli di quest'ultimo. La Cronica Estense[772]
ha, ch'egli ritrattò un sì fatto testamento; ma certamente gli effetti
si videro in contrario, e di qua venne un gran crollo alla famiglia
estense. Fresco, aiutato dai Bolognesi, giacchè il figliuolo non era
giunto ad età capace di governo, prese le redini della signoria di
Ferrara, che gli fu confermata, benchè mal volentieri, dal popolo. Ma
nel medesimo tempo il marchese Francesco d'Este co' suoi nipoti si mise
in possesso d'Este, di Rovigo e d'altre terre, e in quella della Fratta
diede una rotta alle genti di Fresco. Così cominciò la guerra fra loro.
Stabilì Fresco pace coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani,
Reggiani e Modenesi. Il popolo di Ferrara, essendo molto portato a
voler i principi estensi legittimi, cominciò a fare delle congiure
contra di lui, le quali svanirono colla morte di molti. Ricorsero gli
Estensi legittimi al papa in Francia per implorar il suo patrocinio
ed aiuto; ed oh con che benignità furono ascoltati! Promise quella
corte mari e monti, purchè riconoscessero Ferrara per città della
Chiesa romana; dal che s'erano nel secolo addietro guardati gli altri
Estensi. Dacchè questo fu ottenuto, allora furono spediti uffiziali e
milizie in Italia per prendere il possesso di Ferrara coll'assistenza
del marchese Francesco; e per questo i Ferraresi cominciarono a
tumultuar più che mai contra di Fresco[773]. Veggendo la mal parata,
fece anch'egli ricorso ai Veneziani, e propose di ceder loro con varii
patti quella città. Niuna fatica si durò perchè essi accettassero la
proposizione, e non tardarono ad inviar colà gran copia di soldatesche,
le quali entrarono e si fortificarono in castel Tealdo; cosa che
maggiormente accese l'ira de' Ferraresi, popolo già avvezzo ad avere il
suo principe, e alieno dall'ubbidire agli stranieri. Per altro, anche
i Bolognesi, Mantovani e Veronesi amoreggiavano in queste occasioni
Ferrara, e mossero l'armi per tentarne l'acquisto. Anzi Bernardino da
Polenta co' Ravegnani e Cerviesi proditoriamente v'entrò una notte,
e si fece eleggere signore d'essa città per cinque anni avvenire. Ma
non vi si fermò che otto giorni, saccheggiando tutto quel che potè. I
Veneziani quei furono che riportarono il pallio. Li fece ben ammonire
il papa[774] di desistere e ritirarsi da quella impresa, perchè Ferrara
era terra della Chiesa romana; ma si parlò ai sordi. Un dì poscia le
milizie pontificie con Francesco marchese d'Este ed altri fuorusciti, e
con Lamberto da Polenta condottiere de' Ravegnani entrarono in quella
città, gridando invano il popolo: _Viva il marchese Francesco_; e ne
presero il possesso a nome del papa, senza più poi pensare a rimetterla
in mano degli Estensi. Succederono poi varie battaglie tra i Ferraresi
e Veneziani, e talmente prevalsero gli ultimi, che nel dì 27 di
novembre convenne ai Ferraresi d'implorare pace o tregua, e di prendere
quel podestà che piacque ai Veneziani. Allora furono ammesse in città
le famiglie de' Torelli, Ramberti, Fontanesi, Turchi, Pagani ed altri
sbanditi dalla città, perchè Ghibellini e nemici degli Estensi.
In Parma non furono minori le rivoluzioni[775]. Nel dì 24 di marzo
cominciarono una rissa fra loro i Ghibellini ed i Guelfi; e nel dì
seguente passò questa in una fiera guerra civile, in cui rimasero morte
molte persone, rubate ed incendiate moltissime case. Maggiormente si
rinforzò nel dì 26 la tempesta dell'armi, stando sempre Giberto da
Correggio signore della città colle sue genti in possesso della piazza.
Ma udito che i Rossi e i Lupi di Soragna con altri banditi erano venuti
alla porta di Santa Croce, colà si portò, ed uscì ancora per mettergli
in fuga; ma toccò a lui di fuggire in città, perchè contra di lui si
rivoltarono non pochi de' suoi. V'entrarono anche i suddetti sbanditi,
in favor dei quali essendosi dichiarati molti del popolo, andò si
fattamente crescendo la forza de' Guelfi, che Giberto e Matteo fratelli
da Correggio coi loro aderenti dovettero cercar colla fuga di salvarsi
a Castelnuovo. Però tutti gli altri usciti guelfi tornarono alla
patria. Infinite furono le ruberie fatte in questa occasione per la
città; molte le case bruciate; e i contadini entrati corsero al palazzo
pubblico, e vi stracciarono tutti i libri dei bandi e maleficii, e
diedero il sacco ad ogni mobile e scrittura di Giberto. Seguitarono
poi anche per molti giorni i saccheggi e gl'incendii, e i bandi di
chi era creduto Ghibellino; e intanto i fuorusciti faceano guerra
alla città. Contra d'essi nel mese di giugno uscì in campagna tutto
l'esercito de' Parmigiani dominanti. Giberto da Correggio anch'egli,
fatto forte dai Modenesi, che v'andarono tutti col loro capitano, e dai
banditi di Bologna, e dal _marchese Francesco Malaspina_ co' suoi di
Lunigiana, e da copiose schiere d'altri Ghibellini, nel dì 19 di giugno
andò a ritrovare i Parmigiani, ed attaccò la mischia. Vigorosamente si
combattè sul principio da amendue le parti; ma poco stettero ad essere
sbaragliati i Parmigiani, de' quali assaissimi restarono morti con più
di dugento Lucchesi, ch'erano al loro soldo, e quasi dissi innumerabili
restarono prigioni colla perdita di tutto il bagaglio[776]. Dopo
la vittoria corse Giberto alla città, ma non potè entrarvi allora.
V'entrò nel dì 28, perchè, colla mediazione di _Anselmo abbate_ di
San Giovanni, fu fatta una pace generale, e permesso a tutti gli
usciti di ripatriare. Secondo il diabolico costume di que' tempi, andò
presto per terra questa pace. Giberto da Correggio, che prometteva e
giurava a misura del bisogno, senza credersi poi tenuto a giuramenti
e promesse, ben disposti i suoi pezzi, nel dì 3 d'agosto levò rumore,
e colla forza de' suoi scacciò dalla città i Rossi e Lupi, con tutti i
loro amici guelfi, i quali si ridussero a Borgo San Donnino e ad altri
luoghi, e continuò poi la guerra fra loro. Essendo passato al paese
dei più in quest'anno, e non già nel precedente, come ha il testo di
Galvano Fiamma[777], _Francesco da Parma_ arcivescovo di Milano, fu
in suo luogo eletto _Castone_ ossia Gastone, comunemente appellato
_Cassone dalla Torre_, figliuolo di Mosca[778], e la sua elezione
fu approvata dal _cardinal Napoleone_ legato apostolico. Poscia nel
dì 24 di settembre, tenutosi un general parlamento in Milano, quivi
concordemente fu eletto perpetuo signor di Milano _Guido dalla Torre_.
Ebbero in quest'anno guerra i Milanesi co' Bresciani, ma ne seguì
anche pace. Mancò di vita in essa città di Brescia nell'ottobre del
presente anno _Berardo de' Maggi_, vescovo d'essa città, dopo esserne
stato anche per anni parecchi signore nel temporale, con governarla a
parte dell'imperio, ossia ghibellina. Molti benefizii da lui fatti a
quella città indussero quel popolo ad eleggere per suo successor nella
chiesa _Federigo de' Maggi_[779]. Inoltre _Maffeo_, ossia _Matteo de'
Maggi_, fratello d'esso Berardo, fu proclamato signore della città.
Guido dalla Torre, siccome signor di Piacenza, nell'anno presente
stabilì pace fra quei cittadini e i lor fuorusciti[780], che lieti
rientrarono nella lor patria. Nella Romagna[781] il conte di Cunio con
altri suoi partigiani occupò, contro il voler de' Faentini ed Imolesi,
la terra di Bagnacavallo nel dì 24 di luglio. Poscia nel dì 28 di
agosto fu fatta pace fra i Bolognesi, Riminesi e Cesenati dall'una
parte, e i Forlivesi, Faentini, Imolesi e Bertinoresi dall'altra,
colla liberazion di tutti i prigioni. Ma in Firenze fu una gran
commozione di popolo[782]. Perchè Corso de' Donati, a cui la parte
nera, ossia guelfa, era obbligata dal presente suo stato dominante,
voleva soprastare di troppo agli altri nobili, l'ambizione e l'invidia
fecero dividere in due fazioni i grandi stessi. Rosso dalla Tosa, capo
dell'una, seppe tanto screditar esso Corso, che gli tagliò infine le
gambe; facendo soprattutto valere contra di lui la parentela da esso
contratta con Uguccion dalla Faggiuola gran ghibellino. Levossi dunque
a rumore contra di lui il popolo tutto; ed essendosi esso Corso ben
asserragliato, assistito anche da molti suoi amici, fece gran difesa;
infine gli convenne prendere la fuga, ma, raggiunto da certi Catalani
a cavallo, fu ucciso: con che tornò la quiete in Firenze.