[728] Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.
[729] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[730] Annal. Estenses, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens,
tom. 11 Rer. Ital
[731] Ferretus Vicentinus, Hist., tom. 9 Rer. Ital.
[732] Chron. Parmense, tom. 19 Rer. Ital.
[733] Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[734] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.
[735] Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib.
8, cap. 82.
[736] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.
[737] Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense,
tom. 18 Rer. Ital.
[738] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[739] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[740] Corio, Istor. di Milano.
[741] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.
[742] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[743] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[744] Guillelmus Ventura, Chron. Astens., cap. 42 tom. 11 Rer. Ital.
[745] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.
Anno di CRISTO MCCCVII. Indizione V.
CLEMENTE V papa 3.
ALBERTO Austriaco re de' Romani 10.
Desiderando _Filippo re_ di Francia di fare un abboccamento col papa,
fu scelta a questo effetto la città di Poitiers[746]. Quivi il re,
non contento dell'avere dianzi il pontefice abolite le costituzioni di
papa Bonifazio VIII pregiudiziali ai diritti dei re franzesi, tuttavia,
pieno di livore, fece di forti istanze al papa perchè condannasse la
memoria di papa Bonifazio, con ispacciarlo per simoniaco ed eretico.
In prova di che, dicea d'aver testimonii degni di fede. Volle Dio
che _Niccolò cardinale_ da Prato eludesse il mal talento del re[747]
con suggerire al papa un ripiego atto a dilungare ed imbrogliar
la faccenda. E fu quello di rispondere, che cosa di tanto momento,
riguardante tutta la Chiesa, non si potea trattare e risolvere se
non in un concilio generale. Al che non potendo di meno, acconsentì
il re; e fu determinato di tenerlo in Vienna del Delfinato. Propose
ancora il re in quel congresso di processare i cavalieri del Tempio,
che, possedendo di grandi ricchezze e beni per tutta la cristianità,
si erano dati forte al lusso e al libertinaggio, pretendendo giunta
la depravazione dei lor costumi ai più abbominevoli ed enormi vizii,
e sino a rinnegar la fede di Gesù Cristo. Altro io non dirò intorno
a questa materia, se non che con mano forte si procedè contra d'essi
Templari, imprigionati per tutta la Francia, e poscia per gli altri
regni, il numero de' quali si fa ascendere da Ferreto Vicentino[748] a
quindici mila. Costoro, se crediamo ai processi fatti in questo e nei
susseguenti anni, furono trovati rei e convinti d'enormità inudite,
d'apostasia e d'idolatria. Si sa che nel concilio di Vienna fu poscia
abolito l'ordine, e confiscati gl'immensi lor beni a profitto del papa
e dei re; la maggior parte de' quali fu venduta ai cavalieri dello
Spedale, oggidì di Malta, con grande loro svantaggio nondimeno, perchè
si caricarono di tanti debiti per denari presi ad usura affin di far
sì grossi acquisti, che gran tempo ne languì l'ordine loro. Da molti
fu quella sentenza tenuta per giustissima. Ma non si potè levar di
capo ai più di que' tempi (e lo confessa il Villani[749] con altri
Italiani, e sopra ciò s'è veduto anche ai dì nostri un libro di autore
franzese) che quella non fosse un'iniqua invenzione di Filippo il Bello
re di Francia per arricchirsi colle spoglie loro, siccome dianzi avea
fatto delle tante ricchezze degli Ebrei che egli scacciò dal regno
suo. Dicevano essi che non ci voleva molto ai re il far comparire con
dei processi e tormenti colpevole chi era in loro disgrazia, o per
vendicarsi di loro o per assorbire i loro beni; e che se fosse toccato
al re Filippo di formar anche il processo a papa Bonifazio, egli
sarebbe apparuto simile ai Templari, quando pure ognun sapeva essere
false le imputazioni a lui date dal medesimo re. Noto è altresì che
il gran maestro e tanti altri cavalieri del Tempio bruciati vivi, o
in altra guisa giustiziati, protestaronsi sempre innocenti de' falli
loro apposti, e però da molti furono creduti martiri della cupidigia
di quel re, principe diffamato per altri suoi gravi eccessi. Il perchè
le disavventure occorse a lui, e la mancanza della sua linea furono
attribuite dagli speculativi de' giudizii di Dio a questi ed altri atti
della prepotenza sua. Guglielmo Ventura[750] scrittore contemporaneo,
santo Antonino[751] ed altri son da vedere intorno a questo argomento.
Intanto a noi conviene il sospendere qui i giudizii nostri, lasciando a
Dio solo, che non può ingannarsi, la cognizione della verità, bastando
a noi d'avere inteso il fatto e le varie opinioni d'allora.
Vidersi ancora nell'anno presente di grandi rivoluzioni in Italia.
Cominciarono i Modenesi a provare il frutto della lor ribellione alla
casa d'Este[752]. A tradimento tolsero loro i Bolognesi la terra di
Nonantola; e l'arciprete de' Guidoni (dal Morani è detto de' Guidotti,
siccome ancora dal Gazata[753]) occupò l'altra del Finale. Inoltre
menavano essi Bolognesi un trattato coi Guelfi modenesi d'impadronirsi
della città di Modena, e vennero coll'esercito fino a Spilamberto. Ma
scoperto il macchinato tradimento verso la festa di Pasqua, furono in
armi le due interne fazioni, e riuscì a quei di Sassuolo, da Livizzano,
da Ganaceto e ai Grassoni, tutti Ghibellini, di superare e cacciar
fuori di città i Savignani, Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pedrezzani
ed altri Guelfi. L'autore della Cronica di Parma, vivente in questi
tempi, fa qui un brutto elogio di Modena, con dire che essa[754]
_semper fuit in his partibus Lombardiae exordium motionum, et novitatum
origo, ex antiguis odiis partium, scilicet guelfae et ghibellinae_:
quasi che anche tant'altre città di Lombardia, Toscana, Romagna, ec.
non fossero infette del medesimo morbo. Furono parimente non pochi
rumori nel mese di marzo in Parma, dove s'era tramata una congiura per
torre la signoria a _Giberto da Correggio_. Molti perciò furono presi
e tormentati, ed altri, sì nobili che plebei, mandati ai confini.
Scoprissi ancora nel mese di giugno un nuovo trattato contra d'esso
Giberto; ed altri ne fuggirono, o furono confinati. Più strepito ancora
fecero in questi tempi le rivoluzioni di Piacenza. _Alberto Scotto_
cogli altri usciti di quella città, e con gli usciti di Parma ed altri
amici[755], dopo aver data una rotta ai Piacentini a Roncaruolo, entrò
in castello Arquato, e in Fiorenzuola nella vigilia di san Jacopo. Nel
dì seguente cavalcò alla volta di Piacenza, e gli fu data una porta, e
però con tutti i suoi liberamente v'entrò. Ne fuggirono tutti i suoi
avversarii, cioè Ubertino Lando, i Pelavicini, Anguissoli ed altre
nobili famiglie ghibelline, e si ridussero in Bobbio. In tali occasioni
compassionevole spettacolo era il veder anche le nobili donne coi loro
figliuolini andarsene raminghe in esilio, e il mirar saccheggiate
ed atterrate le case loro. Diedero poi essi fuorusciti una rotta ai
Piacentini dominanti al luogo di Pigazzano. Questo avvenimento, secondo
la Cronica di Piacenza, fece risolvere, sul fine dell'anno, quel
popolo a prendere per due anni in suo capitano, difensore e signore
Guido dalla Torre, poco prima divenuto signor di Milano, il quale
mandò colà per podestà Passerino dalla Torre. Guerra grande fatta fu
in quest'anno dai Mantovani, Veronesi, Bresciani e Parmigiani[756] al
comune di Cremona. Perchè tanti si unissero contra de' Cremonesi, non
l'accennano le storie. Probabilmente fu perchè essi si governavano
a parte ghibellina, e Guelfi erano i cremonesi. In aiuto di Cremona
mandò il comune di Milano[757] due mila fanti con molta cavalleria
nel dì 24 d'agosto: nel qual tempo i Mantovani con grosso naviglio per
Po, secondati da tutte le forze de' Parmigiani, entrati nel distretto
cremonese, presero e diedero alle fiamme il ponte di Dosolo, Montesoro,
Viadana, Portiolo, Casalmaggiore, Rivaruolo, Luzzara, Pomponesco
ed altri luoghi. A Giberto da Correggio signor di Parma si arrendè
Guastalla, ed egli ne fece spianar le fosse ed atterrar tutte le
fortificazioni. Da gran tempo era Guastalla de' Cremonesi, e di qua
apparisce fin dove si stendeva allora la giurisdizion di Cremona. I
Veronesi dal canto loro presero e distrussero la terra di Piadena.
Ed i Bresciani andarono a Rebecco, ed arrivarono sino alle porte di
Cremona saccheggiando e bruciando dappertutto. Chi non dirà forsennati
gli Italiani d'allora sempre inquieti, sempre torbidi, sempre rivolti
a distruggersi l'un l'altro, disuniti in casa, e talvolta uniti co'
vicini solamente per portare ad altri la rovina e la morte? Si rinnovò
poi questo flagello anche nel settembre, con essere ritornati questi
popoli ai danni del Cremonese. Vennero anche i Milanesi, Piacentini,
Lodigiani e Pavesi con tutte le lor forze sino a Borgo San Donnino, e
diedero il guasto a quei contorni, a e Soragna e ad altri luoghi. In
favor di Cremona uscì ancora _Azzo marchese _d'Este co' Ferraresi[758],
e con un buon corpo di Catalani a lui inviati dal _re Carlo II_ suocero
suo, menando un copioso e possente naviglio per Po, col disegno di
mettere l'assedio ad Ostiglia, terra allora de' Veronesi; ma quel
presidio, senza volerlo aspettare, attaccò il fuoco alla terra, e
se n'andò. Di là passò il marchese estense ad assalir Serravalle
dei Mantovani; lo prese per forza, e ne tagliò il ponte, con poscia
dirupare il castello, le torri e fortezze di quella terra. Ed allora
fu ch'egli soggiogò tutte le navi armate de' Mantovani e Veronesi;
fra le quali erano sei grosse galee, ed altre barche incastellate
con battifredi da due ponti; e tutte con gran bottino le condusse a
Ferrara.
_Teodoro marchese_ di Monferrato coll'aiuto di _Filippone conte_ di
Langusco e signor di Pavia, suo cognato[759], ricuperò in quest'anno
la terra di Luy. Ma Rinaldo da Leto, siniscalco del re _Carlo II_,
con _Filippo di Savoia_ e _Giorgio marchese_ di Ceva, ammassato un
buon esercito, uscì in campo nel mese d'agosto contra di lui. Il conte
di Langusco, dopo aver fatto ritirare Teodoro in luogo sicuro, andò,
benchè inferiore di forze, arditamente ad azzuffarsi coi nemici,
ed aspra fu la battaglia. Ma sbaragliati rimasero i Monferrini
e Pavesi; e Filippone, fatto prigione, fu inviato al re Carlo,
dimorante in Marsilia, che gli diede per carcere un castello della
Provenza. _Obizzino Spinola_, capitano allora di Genova, e suocero
d'esso Filippone e del marchese Teodoro, con promettere ad esso re
il soccorso di un grande stuolo di galee genovesi per ricuperar la
Sicilia, ottenne, dopo sei mesi, la libertà di esso suo genero. Fece
anche cedere a sè stesso ogni pretensione che potesse avere il re
sopra il Monferrato. Inoltre impetrò la restituzion delle terre di
Moncalvo e Vignale, occupate al Monferrato, le quali egli ritenne per
sè senza renderle al genero marchese Teodoro. Mancarono di vita in
quest'anno nella città di Milano[760] Mosca e Martino dalla Torre.
Capo di quella casa restò _Guido_ figliuolo di Francesco. Questi nel
dì 17 di settembre nel pieno consiglio fu eletto capitano del popolo
per un anno: il che vuol dire signore. E in questa cronologia sembra
più fedele ed esatto il Corio storico milanese, che Galvano Fiamma
e l'autor degli Annali di Milano. Consultò il primo migliori memorie
che gli altri. Da lì a non molto, siccome ho detto, anche i Piacentini
presero esso Guido per lor capitano. Passò in quest'anno dalla Romagna
ad Arezzo il _cardinal Napoleone_ degli Orsini, legato pontificio[761],
e siccome disgustato dei Fiorentini che non voleano prestargli
ubbidienza alcuna, cominciò a fare una gran raunata di gente, tanto
di terra di Roma, del ducato di Spoleti, della marca d'Ancona, quanto
della Romagna e dei Ghibellini di Toscana. I Fiorentini, che vedeano
prepararsi questo nuvolo contra di loro, nol vollero aspettare; e
richiesti gli amici, misero insieme un'armata dì quindici mila fanti
e tre mila cavalli, e con essa entrarono nel contado d'Arezzo, facendo
ivi que' buoni trattamenti che solea far la guerra di que' tempi. Per
consiglio dei saggi, uscì d'Arezzo il cardinale, facendo vista di andar
pel Casentino alla volta di Firenze. Allora i Fiorentini, per timore
che egli avesse delle intelligenze nella loro città, disordinatamente
alzarono il campo, e chi più potea si affrettò per correre a Firenze.
Se il cardinale era ben avvertito, li potea con facilità mettere in
isconfitta. Andò egli poscia a Chiusi, e mandò innanzi e indietro
ambasciate a' Fiorentini per ridurre gli usciti in Firenze[762]; ma
nulla potè ottenere; di modo che, vedendo scemato il suo credito e
potere, e sè stesso anche dileggiato, se ne tornò assai malcontento
di là da' monti ad informar la corte pontificia della sua fallita
legazione, che gli fu anche levata: tante furono le segrete cabale de'
Fiorentini nella corte papale. Volle in quest'anno _Malatestino dei
Malatesti_ tentare di ricuperar Bertinoro[763], e ne avea già ordito
il tradimento con Alberguccio de' Mainardi. V'andò nel dì 6 d'agosto
con parte della milizia di Rimini e con tutta quella di Cesena, ed ebbe
una parte della terra, ma non il girone e la torre. Portatone l'avviso
a Forlì, _Scarpetta degli Ordelaffi_, capitano di quella città, marciò
in fretta con tutta la soldatesca, diede loro battaglia e li sconfisse.
Si rifugiò parte de' Riminesi e Cesenati nel castello; ma da lì a due
giorni, per difetto di vettovaglia, furono costretti a rendersi. Quasi
due mila persone restarono prigioniere, e andarono a far penitenza
nelle carceri di Forlì. Anche i Bolognesi fecero guerra a Faenza ed
Imola[764], e s'impadronirono del castello di Lugo. In Roma si attaccò
il fuoco alla sacra basilica lateranense, e tutta la bruciò, insieme
colle case dei canonici: disgrazia che recò sommo dolore al popolo
romano, e fu presa per presagio delle calamità che avvennero. Ma non
passarono molti anni, che unitisi i buoni di Roma, uomini e donne, ed
aiutati anche dal papa, la rifecero come prima[765]. Erano già più
anni che Dulcino, nato in Val d'Ossela, diocesi di Novara, eretico
della setta de' Catari ossieno Gazzeri, specie di Manichei[766], andava
infettando la Lombardia co' suoi perversi errori. Si ridusse costui in
una montagna del Vercellese co' suoi seguaci in numero di circa mille
e trecento, dove, per mantenersi quella canaglia, altro ripiego non
avea che di saccheggiare le ville vicine. Predicata contra di essi la
crociata, furono essi assediati in quel monte, e finalmente nel dì 23
di marzo dell'anno presente obbligati per la fame a rendersi. Dulcino
colla moglie Margherita ed altri pochi, senza volersi mai ravvedere,
furono bruciati vivi: con che estirpata rimase la pestilente sua setta.