NOTE:

[714] Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.

[715] Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.

[716] Contin. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[717] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80.

[718] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[719] S. Antonin., P. III, tit. 21.

[720] Bernard. Guid., in Vit. Clement. V. Ptolomaeus Lucensis, Hist.

Eccles.

[721] Westmon. flosc., Histor.

[722] Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.

[723] Ptolom. Lucensis, in Vita Clement. V.

[724] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[725] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[726] Chron. Astense, cap. 15, tom. 11 Rer. Ital.

[727] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82. Istorie Pistolesi, tom. 11

Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCVI. Indizione IV.

CLEMENTE V papa 2.

ALBERTO Austriaco re de' Romani 9.

Rivocò in quest'anno _papa Clemente_ le esorbitanti costituzioni

di _papa Bonifazio VIII_, colle quali aveva asserito il re e regno

di Francia dipendenti e soggetti anche nel temporale ai romani

pontefici[729]. E intanto, sì entro che fuori d'Italia, emanavano

ordini di pagar decime ai re, specialmente di Francia, Napoli e

Sicilia, collo spezioso pretesto di conquistar l'imperio greco e

la Terra santa; al quale effetto si dicea farsi dei preparamenti da

_Carlo di Valois_. A tali imprese esortò il papa anche i Genovesi e

Veneziani con belle lettere. Certo è che furono pagate le decime, e

in borsa dei principi colò quel danaro, ma senza che ne sentissero

dolor di capo Greci, Turchi e Saraceni: se non che i cavalieri dello

Spedale, oggidì di Malta, colle lor forze impresero l'assedio di Rodi,

occupato dai Turchi, e continuando la guerra per lo spazio di quattro

anni, finalmente se ne impadronirono. Ma pelando con tal pretesto il

papa e i cardinali le chiese di Francia, sì gagliardi furono i lamenti

di quel clero, che lo stesso re, benchè tanto amico del pontefice,

s'interpose per metter freno agli abusi. Riuscì in quest'anno[730]

ai segreti maneggi de' Bolognesi e di _Giberto da Correggio_ signor

di Parma, di dare una fiera percossa ad _Azzo Estense_ signor di

Ferrara, con ordire tradimenti in Modena e Reggio, i quali ebbero il

desiato effetto. Nella notte precedente al dì 26 di gennaio si levò

a rumore il popolo di Modena, incitato specialmente da Manfredino

da Sassuolo (cioè da chi era costituito capitano della milizia dal

marchese, il quale più di lui che d'altri si fidava) e da Sassuolo

suo figliuolo, e da Rinaldo da Marcheria altro capitano del marchese.

Ferreto Vicentino[731] si stende molto nella narrativa del fatto. A me

basterà di dire, che quantunque Fresco, bastardo del marchese, cogli

stipendiati, venuto il giorno, facesse ogni possibil resistenza, pure

fu costretto a ritirarsi nel castello, e il castello fece poca difesa,

perchè non era provveduto di viveri, e convenne cederlo a patti di

buona guerra. In quello stesso giorno i Rangoni, Savignani, Boschetti

ed altri fuorusciti rientrarono nella città, e si fece gran festa e

galloria per avere ricuperata la libertà, ma libertà che costò ben cara

ai Modenesi, perchè tornò la discordia, e mali infiniti si scaricarono

da lì innanzi sopra questa città, che, credendo di star meglio, stette

peggio dipoi, finchè tornò sotto il dominio degli Estensi. La mutazion

di governo in Modena fu cagione che nel dì seguente anche i Reggiani,

animati da questo esempio, si ribellassero al marchese Azzo, e ne

cacciassero a forza il suo presidio colla morte di molti. Corse tosto

colà Giberto da Correggio con un grosso corpo d'armati; e forse perchè

andò poi tessendo delle reti, per ottener la signoria di quella città,

da lì a pochi giorni vi fu gran rumore, e Giberto prese la piazza e il

palazzo del comune. Ma infine, contentandosi che i Reggiani prendessero

per loro podestà Matteo suo fratello, se ne tornò a Parma, e strinse

in questo tempo parentela con _Alboino dalla Scala_ signor di Verona,

dandogli in moglie una sua figliuola. Diedene un'altra ancora a

Francesco figliuolo di Passerino de' Bonacossi, cioè di colui che fu

dipoi signore di Mantova. Presero i Mantovani in queste rivoluzioni il

castello di Reggiuolo ai Reggiani, nè più lo renderono, con grave danno

e doglia del popolo di Reggio. Nel mese di febbraio[732] si strinsero

in lega le città di Parma, Modena, Reggio, Mantova, Verona e Brescia,

tutte a' danni del _marchese Azzo_, con disegno di cacciarlo anche

fuori di Ferrara, ma con tutti i loro sforzi non venne lor fatto il

colpo.

Accaddero in quest'anno anche in Bologna delle fiere rivoluzioni[733].

Fu creduto o provato che la fazion de' Lambertazzi e Bianchi, cioè

quella de' Ghibellini, volesse far delle novità: però fu in armi

il popolo gridando: _Muoiano i Ghibellini, vivano i Guelfi_. Per

testimonianza di Dino Compagni, fu questa una mena de' Fiorentini,

nemicissimi de' Ghibellini. Molti d'essi Lambertazzi furono morti,

il resto prese la fuga, e ne seguirono saccheggi e abbattimenti di

parecchie case. In queste turbolenze Romeo de Pepoli con altri nobili

preso, fu posto in quelle carceri, ma poi rilasciato. Tornò quella

città a parte guelfa. Molte altre guerre seguirono per questo sconcerto

nel contado di Bologna, ch'io tralascio. Ora, l'essere divenuta la

parte guelfa trionfante in Bologna, servì a rimettere la buona armonia

fra quel comune ed il marchese Azzo d'Este, capo dei Guelfi; e perciò

non solamente pace, ma anche lega fu stabilita fra loro; e tanto essi

Bolognesi che i Fiorentini, caporali anche essi della fazione guelfa,

mandarono soccorsi di gente al marchese, contra del quale _Bottesella

dei Bonacossi_ signor di Mantova, _Alboino dalla Scala_ signor di

Verona coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Piacentini

ed altri della lor lega fecero grande oste nel mese di luglio[734].

Presero essi nel distretto di Ferrara Massa, Melara, Figheruolo e

la Stellata, con arrivar anche sino alle porte di Ferrara, ma con

ritrovarvi quel popolo ben disposto alla difesa; e però se ne tornarono

a casa. Vennero poi di nuovo essi collegati nel mese di ottobre nel

distretto di Ferrara, ed ebbero a tradimento il forte castello di

Bregantino, nè poterono far di più. Continuava tuttavia l'assedio

di Pistoia, sostenuto con gran vigore e disagi per tutto il verno

dai Fiorentini[735] e Lucchesi, quando s'udì che veniva in Italia il

_cardinal Napoleone_ degli Orsini, ghibellino di genio, spedito da papa

Clemente V per legato in Italia, affin di pacificare le città troppo

divise nell'interno loro, o in rotta coi vicini. I Fiorentini, gente

che sapeva far la punta agli aghi, s'avvisarono tosto che egli verrebbe

per intorbidare il conquisto di Pistoia, giacchè sapeano disgustato

il pontefice per la già mostrata disubbidienza: provvidero al bisogno

con un tradimento. Cioè fecero entrare un frate in Pistoia, il quale

per parte loro promise le più belle cose del mondo a quel popolo, di

maniera che parte per la fame, giunta quasi all'estremo, e parte pel

dolce suono delle esibite vantaggiose condizioni, renderono infine

la terra nel dì 10 d'aprile[736]. Niuna promessa fu loro attenuta;

anzi un terribile strazio si fece di quell'infelice città. Divisero i

Fiorentini e Lucchesi fra loro il contado, atterrarono tutte le mura

e fortezze della città, e ne spianarono le fosse. Infierirono ancora

contro i palagi e le case dei Ghibellini e Bianchi, diroccandole: in

una parola, restò Pistoia uno scheletro, e sotto l'aspro governo de'

vincitori. Venne in Italia il cardinal Napoleone, e, udita la resa di

Pistoia, ne fu molto dolente. Andossene a Bologna per rimetter quivi la

pace e gli usciti. Anche ivi lavorarono sottomano i Fiorentini[737],

con far giocare danaro, e indussero que' maggiorenti ad opporgli un

trattato pregiudiziale allo stato loro. Perciò nel dì 22 di maggio

commosso il popolo a rumore, colle armi in mano corse al palazzo del

legato con tal furore e minaccie, che gli convenne sloggiare, e furono

morti alcuni di sua famiglia, e rubata, nell'andarsene, buona parte de'

suoi ricchi arnesi. Pien di vergogna e rabbia si ritirò il cardinale ad

Imola, e, quivi stando, nel dì 24 di giugno[738] scomunicò i rettori

ed anziani di Bologna, mise l'interdetto alla città, la privò dello

Studio, con dichiarare scomunicato chi v'andasse a studiare: il che fu

la fortuna di Padova, perchè tutti gli scolari passarono allo Studio

di quella città. Aveva egli fatto sapere anche a' Fiorentini di voler

visitare la lor città, per liberarla dall'interdetto e dalle censure.

Gli fu fatto intendere che non s'incomodasse, perchè per allora non

aveano bisogno di sue benedizioni: con che restò egli nemico ancora

di Firenze, e riconfermò l'interdetto e l'altre pene spirituali, delle

quali erano già aggravati. Signori di Bertinoro in questi tempi erano i

Calboli, e faceano mal governo. Alberguccio dei Mainardi, aiutato da'

Forlivesi e Faentini, nel dì 6 di giugno prese la terra; ed essendosi

ritirati i Calboli nel Girone, por mancanza di vettovaglia, furono

astretti a renderlo, salve le robe e le persone. Secondo la Cronica

Forlivese[739], passò quella nobil terra in potere del comune di

Forlì. Una somigliante disgrazia accadde a _Pandolfo Malatesta_, che

era podestà e quasi signore di Fano. Ne fu egli scacciato nel luglio

di quest'anno, ancorchè avesse per sua guardia cinquecento cavalieri e

trecento pedoni. Poscia nel seguente agosto anche il popolo di Pesaro,

di cui era podestà, il fece con mala grazia uscire della lor città.

Perdè egli finalmente anche Sinigaglia, di cui era quasi signore. Per

attestato del Corio[740], _Matteo Visconte_ venne con un buon corpo

di soldatesche in quest'anno per prendere Vavro sul fiume Adda; ma,

accorsi i Milanesi coi lor collegati, fecero restar vani i di lui

attentati. Però, conoscendo egli troppo contraria a sè la presente

fortuna, si ritirò finalmente in solitario luogo a far vita privata

e nascosa, aspettando tempi più propizii a' suoi desiderii. Ferreto

Vicentino[741] scrive che egli si ricoverò prima al lago d'Iseo, e

poscia andò ad abitare nella villa di Nogarola, che era di Bailardino

da Nogarola, nei confini di Mantova, dove da povero signore dimorò

circa cinque anni. _Galeazzo_ suo figliuolo fu in questi tempi podestà

di Trivigi.

In Genova[742] per la festa dell'Epifania i Doria (a riserva di Bernabò

Doria) con altri grandi della fazion mascherata, cioè ghibellina,

presero l'armi per abbassargli Spinoli e la parte popolare. Furono

vinti dalla forza del popolo, e se n'andarono in esilio. Allora il

popolo costituì capitani e governatori della città il suddetto Bernabò

ed Obizzone Spinola da Lucolo. Anche il popolo piacentino[743] diviso

in due fazioni fu in armi nel dì 16 di maggio. Restarono superiori

nel conflitto i Laudi, i Fulgosi e Visconte Pelavicino, e fu cacciata

dalla città la famiglia de' Fontana con tutti i suoi seguaci. Approdò

in quest'anno a Genova _Teodoro_ figliuolo di _Andronico Comneno_

imperador de' Greci, venuto per entrare in dominio del Monferrato[744],

lasciatogli in eredità dal fu _marchese Giovanni_ suo zio. Ma trovò

quegli Stati per la maggior parte occupati da _Manfredi marchese_

di Saluzzo e dai fuorusciti d'Asti. Si prevalse di quella occasione

_Obizzino Spinola_, uno de' capitani e come signori di Genova, per

fargli prendere in moglie Argentina sua figliuola, al che condiscese

Teodoro per isperanza d'essere assistito ne' correnti suoi bisogni

dal potente suocero, e in considerazione ancora di un'altra figliuola

d'esso Obizzino Spinola, maritata con _Filippone conte_ di Langusco

e signor di Pavia, la cui parentela potea molto giovargli. Ciò fatto,

venne a Casale di Sant'Evasio, accolto con gran festa da quel popolo

e da altre terre del Monferrato, che s'erano conservate fedeli, e

si gloriavano di aver per loro padrone il figliuolo d'un imperadore.

Qual fosse lo stato allora del Monferrato e del Piemonte, l'abbiamo da

Guglielmo Ventura, chiamato Ruffino da Benvenuto da San Giorgio[745].

Avea il suddetto marchese di Saluzzo occupate molte terre che erano

in Piemonte, già possedute da _Carlo I re_ di Sicilia. Nell'anno

precedente mandò il _re Carlo II_, nel mese di marzo, Rinaldo da

Leto Pugliese suo siniscalco con cento uomini d'armi ed altrettanti

balestrieri in Piemonte. La città d'Alba e le terre di Cherasco,

Savigliano e Montevico giurarono nelle di lui mani di nuovo fedeltà

al re. Dopo di che egli, coll'aiuto degli Astigiani, tolse Cuneo

ed altri luoghi al marchese di Saluzzo, il quale tra per levarsi di

dosso questo possente nemico, e per poter tenere le molte terre già

occupate nel Monferrato, venne ad un accordo col re Carlo II nel dì

7 di febbraio dell'anno presente, con riconoscere da lui in feudo il

marchesato del Monferrato, e cedergli Nizza della Paglia e Castagnole,

terre del medesimo marchesato. Niuna ragione avea il re Carlo sopra del

Monferrato; ma il marchese venne a questo atto per sostener la preda

colla protezione ed aiuto del re contra del greco Teodoro. Quanto agli

Astigiani, essendo capitato ad Asti _Filippo di Savoia_ principe della

Morea, che tornava di Levante con due soli compagni, e trovandosi quel

popolo assai stretto per le molte terre del loro contado occupate dalla

fazion dei Gottuari fuorusciti, venne in parere di prendere questo

principe per suo capitano per tre anni avvenire, dandogli ventisette

mila lire ogni anno: con che egli dovesse tenere cento uomini d'armi

al loro servigio. A man baciata accettò il principe questo impiego,

sperando fra qualche tempo di piantar quivi le radici con divenir

signore di quella allora assai ricca città. Nè passarono mesi, ch'egli

imperiosamente ne richiese il dominio a que' cittadini, la metà per

lui, e l'altra per _Amedeo conte_ di Savoia suo parente. Fu in pericolo

della vita per questo, tanto se ne sdegnarono gli Astigiani; ma si

disdisse, e cessò il rumore. Avendo poi desiderato il marchese Teodoro

d'abboccarsi con esso principe e coi deputati d'Asti al ponte della

Rotta, si videro insieme, e, per attestato del Ventura, Filippo corse

ad abbracciare e baciare, con bacio poco corrispondente al cuore, il

marchese; e, poi trattatosi di lega, promise quanto l'altro desiderò.

Ma appena fu ritornato ad Asti, che scoprì il suo mal animo contra

di Teodoro, ed aspramente comandò agli Astigiani di astenersi dal far

lega con lui, non senza maraviglia di chi era intervenuto al suddetto

abboccamento. Anche un uffiziale del re Carlo avea voluto indurlo con

vantaggiose condizioni a far lega col suo signore contra del marchese

di Saluzzo; e il principe ricusò tutto. Ne fu informato il re con

esagerazion dell'uffiziale, e andò così in collera, che giurò di

vendicarsene; e gli attenne la parola, perchè spedì _Filippo principe_

di Taranto suo figliuolo con una armata che gli occupò il principato

della Morea. Allora Filippo di Savoia quasi per forza contrasse lega

in Piemonte col re Carlo, e perchè gli Astigiani presero la villa di

Cavalerio senza sua saputa, si ritirò da Asti; e favorendo poscia i

fuorusciti di quella città, seguitò a guerreggiare unito co' Provenzali

contra di Teodoro marchese di Monferrato. Tale era allora lo stato di

quelle contrade.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 54 / 216 题