[706] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 68. Dino Compagni, lib. 3.
[707] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.
[708] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 69. Dino Compagni, lib. 3.
[709] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[710] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80. Ferretus Vicentinus, lib. 3,
tom. 9 Rer. Ital.
[711] Raynald., in Annal. Eccles.
[712] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron Placent., tom. 16 Rer.
Ital.
[713] Chron. Astense, cap. 53, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom.
9 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCV. Indizione III.
CLEMENTE V papa 1.
ALBERTO Austriaco re de' Romani 8.
Per undici mesi stettero disputando in Perugia i cardinali, senza
mai potersi accordare nell'elezione del novello pontefice. Erano essi
divisi in due fazioni[717]. Capo dell'una il _cardinal Matteo Rosso_
degli Orsini con _Francesco Gaetano_ nipote di papa Bonifazio VIII,
guelfi amendue, che desideravano un papa italiano, amico della memoria
d'esso Bonifazio. Capo dell'altra il _cardinale Napoleone_ degli Orsini
dal Monte col _cardinale Niccolò da Prato_, tutti e due parziali del
re di Francia e de' Colonnesi, e però bramosi di un papa franzese,
opposto alle massime di papa Bonifazio. Soffiavano dall'una parte i
Colonnesi, segretamente venuti a Perugia; dall'altra faceano negoziati
_Carlo II re_ di Napoli e_ Filippo il Bello re_ di Francia[718],
e fu creduto ancora che il danaro franzese entrasse a perorare in
questa congiuntura. Finalmente i Perugini, veggendo andar troppo in
lungo questa mena, ristrinsero quei porporati, e cominciarono anche
a tenerli corti di vivanda, acciocchè s'inducessero ad accordarsi.
Ora L'astuto cardinal da Prato propose un dì al cardinal Francesco
Gaetano un ripiego per terminar questa pendenza. E fu, che la fazion
di Matteo Orsino nominasse tre oltramontani abili al papato, e che
quella di Napoleone eleggesse uno dei tre, qual più le piaceva.
Accettato il partito, i primi nominarono tre arcivescovi franzesi[719],
creature di papa Bonifazio VIII, ponendo in capo di lista _Bertrando
del Gotto_, appellato Raimondo per errore dal Villani, arcivescovo
di Bordeaux, tanto più perchè esso era poco amico del re Filippo, per
gravi dissapori occorsi fra loro, immaginandosi che qualunque d'essi
che fosse eletto, sarebbe nemico del re di Francia, e amico della
memoria di papa Bonifazio. Allora lo scaltro cardinal da Prato per
secreti messi con tutta diligenza spediti fece intendere al re Filippo
di cattivarsi l'amicizia dell'arcivescovo di Bordeaux, perchè quello
sarebbe il papa. A questo avviso, il re segretamente fu ad abboccarsi
con esso arcivescovo, dicendogli essere in mano sua il farlo papa, e
che il farebbe, purchè s'obbligasse ad accordargli sei grazie: cioè di
riconciliar lui e tutti i suoi seguaci colla Chiesa, dando il perdono
del misfatto commesso nella presura di papa Bonifazio; di abolire la
memoria d'esso Bonifazio; di rendere il cappello a _Jacopo_ e _Pietro
dalla Colonna_; di far cardinali alcuni che egli proporrebbe; e di
accordargli le decime del clero di Francia per cinque anni. Riserbossi
in petto la sesta, la quale, secondo le apparenze, fu di trasportare in
Francia la Sede apostolica. L'arcivescovo, tutto ansante di vedersi in
capo la tiara pontificia, stabilì tosto il mercato, giurò le promesse
sopra il corpo del Signore, diede anche per ostaggi al re un suo
fratello e due suoi nipoti, e però il re immediatamente rispedì il
segreto messo al cardinale di Prato e agli altri di sua fazione, con
ordine di prendere per papa Bertrando del Gotto; e infatti ne seguì
l'elezione secondo il concerto. Ah mali arnesi della Chiesa di Dio! In
mano d'essi avea la Provvidenza messo l'eleggere un sommo pontefice,
non già per servire alle mondane cupidigie di loro e de' principi della
terra, ma bensì per procurare il maggior bene del popolo cristiano:
ecco il frutto dello scisma, della cabala e dell'ambizione, che li
portò ad eleggere sì lontano un pastore da loro mal conosciuto; ed
ecco come tradirono l'intenzion di Dio e le coscienze proprie con
una elezione per sè stessa illecita e scandalosa, recando, insieme
colla rovina dell'Italia, una piaga sempre memorabile alla Sede
di san Pietro. Stettero ben poco ad accorgersi del deplorabile lor
fallo i cardinali[720]; perchè accettata che fu nel dì 23 di luglio
l'elezione dall'arcivescovo (il qual prese il nome di _Clemente V_),
furono chiamati in Francia, e per quante ragioni sapessero addurre in
contrario, bisognò ubbidire. Così passò in Francia la Sede apostolica,
e vi restò poi per settanta anni, in cattività somigliante alla
babilonica, perchè schiava delle voglie dei re franzesi, con provenirne
infiniti disordini e mali alla Chiesa e all'Italia, dei quali si andrà
in parte favellando negli anni seguenti. Venuto a Lione il novello
papa, ivi nella domenica fra l'ottava di san Martino fu solennemente
coronato, e servito da _Filippo re_ di Francia, da _Carlo di Valois_
e da altri principi, col concorso d'innumerabil popolo. Ma occorse una
sciagura che fu presa per mal augurio. Nella processione, o cavalcata,
per la gran calca della gente, si rovesciò un muro in vicinanza del
papa, per cui egli stesso cadde da cavallo, e andò per terra la corona
pontificia, un cui carbonchio o rubino di valore di sei mila fiorini
d'oro si perdè, ma fu poi ritrovato. Vi morirono alcuni baroni, e fra
gli altri Giovanni duca di Bretagna. Gravemente ancora ne fu leso
Carlo fratello del re, ma ne guarì. Per questo caso immense furono
le dicerie della gente. Anche nel dì 25 del mese di novembre, nata
rissa tra la famiglia del papa e de' cardinali, vi restò ucciso un di
lui fratello[721]. Fece poi nel seguente dicembre papa Clemente una
promozione di dieci cardinali, nove franzesi a petizione del re di
Francia, ed uno inglese. Se questo piacesse ai cardinali italiani, Dio
vel dica. Restituì inoltre il cappello cardinalizio a Jacopo e Pietro
dalla Colonna.
Nel mese d'aprile di quest'anno _Azzo VIII marchese_ d'Este, signor di
Ferrara, Modena e Reggio[722], condusse in moglie _Beatrice_ figliuola
di _Carlo II re_ di Napoli. Gran solennità fu fatta in tale occasione.
Ma queste nozze misero in gelosia i suoi vicini, temendo tutti che la
sua alleanza con un principe sì potente mirasse a mettere il giogo ai
popoli d'intorno. Furbescamente ancora si disseminò una voce, che il
marchese volea dare in dote alla regal sua moglie le città di Modena
e di Reggio: il che diede molta apprensione a chi le prestò fede[723].
Ora accadde che nel dì 6 d'agosto le fazioni di Parma vennero all'armi,
e gran tumulto ne succedette[724]. La peggio toccò alle nobili famiglie
de' Rossi e dei Lupi, che si salvarono colla fuga, e perciò furono
bandite con tutti i loro seguaci. Per questo la parte guelfa di Parma
s'infievolì non poco; e rientrati in quella città molti Ghibellini
banditi in addietro, vi rinforzarono maggiormente la loro fazione.
Da lì a non molto si scoprì il disegno d'alcuni nobili, di deporre
dalla signoria di Parma _Giberto da Correggio_, e fu detto che il
marchese Azzo Estense tenesse mano al trattato. Vero o falso che ciò
fosse, perchè Giberto sapeva ben fabbricar delle tele, certo è ch'egli
segretamente si collegò coi Bolognesi, Veronesi e Mantovani, a' danni
del marchese; e non solo ebbe dalla sua i fuorusciti di Reggio e di
Modena, ma nelle stesse due città maneggiò delle congiure. Poscia
nel mese d'ottobre, quando a tutt'altro pensava il marchese, Giberto
co' Parmigiani venne alle porte di Reggio, e i Bolognesi con tutto il
loro sforzo, dopo aver preso a tradimento il ponte di Sant'Ambrosio,
giunsero alle porte di Modena, credendosi di mettere il piede in tutte
e due queste città. I provvisionati del marchese valorosamente difesero
Reggio. In Modena i nobili da Savignano levarono il rumore contra
la guarnigione marchesana; ma questa prevalse, e si sostenne tanto,
che, arrivato da Ferrara il marchese, i Bolognesi si ritirarono, e si
quetò la burrasca colla prigionia di diciassette de' nobili suddetti.
Fecero poi le genti del marchese delle scorrerie sul Parmigiano,
tentando di far rimuovere i Correggeschi dall'assedio di Soragna,
dove s'erano afforzati i Rossi e i Lupi fuorusciti di Parma; ma non
poterono impedire che quella terra non si arrendesse sul fine dell'anno
a patti di buona guerra. Nel gennaio di quest'anno _Giovanni marchese_
di Monferrato diede fine alla sua vita, e alla diritta nobilissima
linea di que' principi, perchè morì senza figliuoli[725]. Lasciò erede
de' suoi Stati _Jolanta_, ossia _Violanta_ sua sorella, imperadrice
di Costantinopoli, e i suoi figliuoli. Ora _Manfredi marchese_ di
Saluzzo, il quale, per testimonianza di Guglielmo Ventura[726], per
linea traversale mascolina discendeva dal medesimo sangue de' marchesi
di Monferrato, senza voler attendere il testamento di Giovanni,
entrò coll'armi in possesso della maggior parte del Monferrato. Ma,
secondo i documenti recati da Benvenuto da San Giorgio, sulle prime
il marchese di Saluzzo prese solamente il titolo di governatore e
difensore del marchesato del Monferrato, insieme col comune di Pavia
e con _Filippone conte_ di Langusco, signore di Pavia. E si vede
che col loro consentimento i Monferrini spedirono ambasciatori a
Costantinopoli, pregando l'imperadrice di venir ella in persona a
prendere il possesso e governo degli Stati, oppure di mandar loro
uno de' suoi figliuoli. Fu fatta poi correre voce, la qual giunse
anche a Costantinopoli, che _Margherita di Savoia_, rimasta vedova
del marchese Giovanni, era gravida, il che ritardò le risoluzioni
della corte greca: tutte invenzioni del suddetto marchese di Saluzzo,
il quale aspirava alla padronanza del Monferrato. Ma, chiarita la
falsità di questa gravidanza, il greco imperadore _Andronico_ _Comneno_
Paleologo e _Jolanta_ sua moglie, chiamata _Irene_ dai Greci, presero
la risoluzione d'inviare in Italia il _principe_ _Teodoro_ lor
secondogenito a prendere il possesso del Monferrato. A questo fine
prepararono gli occorrenti navigli, e un nobile accompagnamento di sua
persona. Era in questi tempi[727] la città di Pistoia un buon nido de'
Bianchi, ossia de' Ghibellini di Toscana; e temendo i Fiorentini che
crescesse la di lei potenza coll'aiuto de' Pisani, Aretini e Bolognesi,
tutti allora di parte ghibellina, pregarono il re Carlo II di mandar
loro per capitano uno de' principi suoi figliuoli. Spedì egli _Roberto
duca_ di Calabria nel mese di aprile con trecento lancie e molta
fanteria d'Aragonesi e Catalani, gente a lui somministrata da _Giacomo
re_ d'Aragona suo genero. Ricevuto questo rinforzo, i Fiorentini nel
dì 26 di maggio con tutte le lor forze andarono ad assediar Pistoia
dall'un lato, e i Lucchesi dall'altro. Vi stettero sotto più mesi; e
benchè il _cardinal Napoleone_ e quello da Prato, siccome ghibellini,
inducessero papa Clemente ad inviar colà ordini pressanti[728], perchè
lasciassero in pace Pistoia; pure i Fiorentini seguitarono a far i
fatti loro; perlochè furono scomunicati i rettori della città e i
capitani dell'oste, e fu messo l'interdetto a Firenze.