[691] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[692] Raynaldus, in Annal. Eccles. Annal. Colm.
[693] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.
[694] Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[695] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.
[696] Dino Compagni, lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.
[697] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[698] Nell'Inferno.
[699] Benevenutus de Imola, Comment. in Dant.
[700] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 66. Ptolomaeus Lucensis, Histor.
Bernardus Guido, et alii.
[701] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[702] Corio, Istor. di Milano.
[703] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[704] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[705] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCIV. Indizione II.
BENEDETTO XI papa 2.
ALBERTO Austriaco re de' Romani 7.
I pensieri del buon _papa Benedetto XI_ miravano tutti alla pace. Non
era egli nè guelfo nè ghibellino, ma padre comune; non seminava, ma
toglieva le discordie; non pensava ad esaltar parenti, non a procacciar
moneta; e più all'indulgenza che al rigore era portato il benigno
animo suo. Diede l'assoluzione ai due deposti cardinali _Jacopo_ e
_Pietro_ Colonnesi, e restituì loro molti privilegii, ma non gli Stati,
nè il cappello cardinalizio. Fulminò le censure contra di Guglielmo
da Nogareto, Sciarra dalla Colonna ed altri che aveano insultato il
defunto pontefice, e rubato il tesoro della Chiesa in Anagni. Cassò
o mitigò molte costituzioni d'esso papa Bonifazio, perchè fatte di
suo capriccio, senza voler dipendere dal consiglio dei fratelli, cioè
del sacro collegio de' cardinali. Specialmente annullò quelle che
riguardavano _Filippo re_ di Francia, con rimettere quel re e regno
in possesso di tutti i suoi privilegii. Ma il santo padre, stando in
Roma, si trovava come in prigione, perchè in città piena allora di
fazioni e di prepotenti; e i primi fra essi erano i cardinali delle
famiglie grandi di Roma, che a modo loro voleano raggirar la corte;
laonde restavano impuniti i misfatti, e una sfrenata licenza regnava
dappertutto[707]. Al buon papa pareva mille anni un'ora, per potersi
levare da sì scompigliata città; e però, venuta la primavera, pubblicò
di voler per sua divozione passare ad Assisi. Se gli opposero forte
i cardinali, per paura che scappasse loro dalle unghie; ma per buona
fortuna il cardinal _Matteo Rosso_ degli Orsini, capo di gran fazione,
per suoi segreti fini approvò l'andata; e così venne il buon papa
a Perugia, dove piantò la sua residenza. Bramoso intanto di ridurre
alla pace i troppo disuniti Fiorentini, spedì colà _Niccolò da Prato_
cardinale e vescovo d'Ostia, personaggio di gran senno ed attività,
e ghibellino di nascita, incaricandolo specialmente di ridurre in
Firenze la parte de' Bianchi fuorusciti[708]. Andò il cardinale, trovò
il popolo tutto per lui, che gli diede ampia balia di far la pace.
Ma i grandi della parte nera, cioè guelfa, non potendo sofferire che
i Bianchi ghibellini tornassero e volessero parte nel governo, nè
sapendo come parar questo colpo, ricorsero ad un sottile inganno; e
fu quello di fingere una lettera a nome del cardinale legato, col suo
sigillo, ai Bolognesi, acciocchè venissero con tutte le loro forze
a Firenze. Arrivarono i Bolognesi con gran gente sino al piano di
Mugello; e, udita la lor venuta, come ordinata dal legato, i grandi
fiorentini ne fecero alti schiamazzi, e se ne risentì forte anche
il popolo. E tuttochè il cardinale protestasse di non avere mai
scritto perchè i Bolognesi venissero, e li rimandasse indietro; pure
s'incagliarono in maniera gli affari, che fu consigliato il cardinale
di andare a divertirsi per qualche giorno a Prato. Vi andò egli, ma
gli astuti Fiorentini avendo sovvertiti segretamente i Guazzalotti,
potente famiglia di quella terra, ed altri Guelfi, si levò a rumore il
popolo di Prato contra del cardinale, il quale non si aspettava nella
patria sua un trattamento di tanta ingratitudine; e però se ne partì
tosto, con lasciare scomunicati i Pratesi, e sotto l'interdetto la
terra. Tornossene a Firenze; ma, per quanto dicesse e facesse, trovò
ostinati nemici della concordia que' cittadini; sicchè, veggendoli già
in procinto di tumultuare contra di lui, gli convenne andarsene, con
dare la maledizione e sottoporre all'interdetto quella città. Nè si
dee tacere che, mentre egli era in Firenze, accadde che quei popolani
fecero in Arno sopra barche una rappresentazione orrida dell'inferno:
spettacolo veramente convenevole a quei barbarici tempi. V'accorse il
popolo, e tanta fu la folla sul ponte della Carraia, fabbricato allora
di legno, che esso sprofondò, e molta gente ne rimase annegata o morta,
o guasta in altra maniera. Partito poscia il cardinal da Firenze, nel
dì 10 di giugno, vennero all'armi que' cittadini che tenevano per la
pace, e gli altri che la ricusavano. In tal congiuntura fu attaccato
ad alcune case il fuoco[709], e questo, non trovando chi corresse
a smorzarlo, cotanto si dilatò, che distrusse palagi, torri, case e
fondachi senza numero. Il Villani parla di più di mille e settecento
case rimaste in preda alle fiamme, con perdita immensa di robe e
mercatanzie. Nè mai arrivavano i pazzi popoli a conoscere i dolci
frutti della concordia, gli amari della discordia. Tentarono poscia i
fuorusciti di Firenze di sorprendere la città; e venuti nel dì 20 di
luglio sino alle porte con isforzo di molte migliaia di persone, si
studiarono d'entrarvi; ma dal popolo, che tutto fu in armi, furono non
solo respinti, ma anche sconfitti colla perdita di molte persone.
Poco tempo godè la Chiesa di Dio dell'ottimo papa _Benedetto XI_,
imperciocchè, soggiornando egli in Perugia, nel mese di luglio del
presente anno passò a miglior vita[710]. Intorno al giorno della sua
morte veggo assai discordi gli scrittori. Fu così inaspettata morte
attribuita a veleno, dicendosi, che mentre egli era a tavola, venne
un giovinetto vestito da donna, che a nome della badessa di santa
Petronilla gli presentò un bacino d'argento con dei fichi-fiori, che
soleano molto piacergli. Ivi era nascosa la sua morte: però, dopo
averne mangiati assai, cadde tosto infermo di febbre, e in pochi
dì sbrigò da questa vita. Ferreto Vicentino, che fa due scalchi
del pontefice manipolatori di questo, non so se vero o immaginato,
assassinio, scrive che ne fu data la colpa a _Filippo il Bello_ re
di Francia, perchè corse voce che questo papa volesse confermare la
scomunica contra di lui: cosa che non si accorda coi brevi favorevoli
ad esso re, rapportati dal Rinaldi[711]. Se pur ha fondamento la di
lui morte violenta, più verisimile è quanto scrive Giovanni Villani:
cioè che essa venisse da qualche cardinale di depravata coscienza,
giacchè non ne mancava in que' tempi, o perchè egli avea riprovati
molti atti di papa Bonifazio VIII, o perchè, secondo l'asserzion di
Ferreto, si scoprì ch'egli volea fissar la sua residenza in Lombardia,
per sottrarsi alla tirannia d'alcuni di que' porporati che poteano
a lui fare ciò che aveano fatto al suddetto papa Bonifazio. Quel che
intanto è certo, morì questo buon pontefice in concetto di santità;
Dio ancora il glorificò dopo morte con varii miracoli, di modo che
pochi anni sono che _Benedetto XIII_ sommo pontefice il registrò nel
catalogo de' beati, e la sua vita si legge scritta e publicata dal
canonico Antonio Scotto di Trivigi. Come poi passasse il conclave
per l'elezion di un successore, lo dirò all'anno seguente. Nel mese
di marzo del presente anno _Alberto Scotto_ signor di Piacenza[712],
dappoichè colle frodi s'era tirata addosso la nemicizia de' popoli
circonvicini, fatta oste contro ai Pavesi, prese alcune loro castella,
e diede il guasto al paese: nella qual occasione i Parmigiani mandarono
in aiuto di lui cento uomini d'armi da due cavalli l'uno. Ma nel
maggio appresso i Pavesi, Milanesi, Lodigiani, Vercellini, Novaresi,
Cremaschi e Comaschi, Giovanni marchese di Monferrato, un figliuolo del
medesimo Alberto ribello del padre, entrarono dalla parte del Pavese
con un grosso esercito sul Piacentino, e, fermato il campo a Fontana,
cominciarono a saccheggiar il paese sin quasi alle porte di quella
città. In aiuto dello Scotto si mosse Matteo da Correggio, fratello
di Giberto signore di Parma, con tutta la cavalleria e fanteria
parmigiana. Vi corsero ancora gli Alessandrini, Tortonesi ed Astigiani,
e _Galeazzo_ figliuolo di _Matteo Visconte_. Erano usciti anche i
Cremonesi contra di Piacenza, ma si fermarono perchè i Mantovani e
Veronesi minacciarono di assalire il loro distretto. Non ostante questa
gran mossa d'armi, niun combattimento seguì, e il tutto si ridusse a
guasti e saccheggi. Ma sì gravi nemicizie di Alberto Scotto faceano
star malcontenti i più dei Piacentini, perché ne pagavano essi il
fio; e però nel mese d'agosto tentarono di deporlo. Prevalse egli,
e rimasero morti e banditi molti dei congiurati, e nominatamente due
della nobil casa de' Confalonieri, le case dei quali, siccome ancor
quelle de' Visconti Piacentini, furono atterrate. Tornarono poscia
nel settembre i collegati sopraddetti dalla parte di Cremona a guastar
il contado di Piacenza sino alle porte della città, con fare immenso
bottino. E nel novembre tolsero il castello di Rivalgerio e la città
di Bobbio che dianzi ubbidiva a Piacenza. Disperati per tanti danni
i Piacentini, si rivoltarono quasi tutti contra di Alberto Scotto.
Sotto colore di sostenerlo accorse colà _Giberto da Correggio_ signore
di Parma con tutta la sua gente e milizia; andò a finir la faccenda
in un giuoco di mano, perchè il Correggiesco consigliò lo Scotto
a ritirarsi per ora in Parma; e dacchè fu partito, Giberto si fece
proclamar signore di Piacenza da alcuni di que' cittadini, e da tutta
la gente sua. Così una volpe cacciò l'altra. Ma ebbero corti i piedi
le contentezze e frodi del Correggiesco. I Piacentini, che non voleano
avere cacciato un padrone per averne un altro, tutti un dì diedero
di mano all'armi, gridando _popolo, popolo,_ e bisognò che Giberto si
affrettasse a scapparsene a Parma. Fu poi bandito Alberto Scotto con
assai de' suoi amici, spianati i suoi palagi, e rimessi in città tutti
i fuorusciti. Ancora in Asti succederono delle novità. Comandava quasi
a bacchetta in quella città _Giovanni marchese_ di Monferrato[713];
e temendo quel popolo di perdere un dì la libertà, segretamente si
raccomandò a _Carlo II_ re di Napoli, e a _Filippo di Savoia_ principe
della Morea, che mandarono molta gente in aiuto di essi e dei Soleri,
nobil famiglia fuoruscita. Con queste forze nel mese di maggio,
correndo la festa dell'Ascensione, rientrarono in quella città i
Soleri per forza, e ne scacciarono i Gottuari ed altri loro avversarii,
col saccheggio e bruciamento delle lor case. Parimente in Bergamo fu
mutazione, perchè, entrativi i Bonghi e Rivoli, ne fecero uscire i
Soardi e Coleoni e i lor seguaci. Tali erano in questi tempi le gran
faccende, cioè le pazzie di tante città italiane. Certamente quantunque
niun tempo possa vantar esenzione da' guai, pure cieco ed ingrato a
Dio sarebbe chi non riconoscesse la felicità de' nostri, paragonando
col presente lo stato sempre inquieto e sedizioso della Italia ne'
secoli, de' quali ora parliamo. Fu eziandio guerra in quest'anno fra i
Padovani e Veneziani, perchè i primi voleano far delle saline al lido
del mare: il che veniva loro contrastato dagli altri, che pretendeano
di lor giurisdizione quei siti. Fabbricarono anche i Padovani alcune
fortezze in que' siti, e in vicinanza di Chiozza una terra, a cui,
per far onta a' Veneziani, posero il nome di Genova picciola. Perciò
ne seguirono zuffe ed ammazzamenti[714]; ma, per interposizione di
amici, si venne in questo medesimo anno a buona concordia. Ferreto
Vicentino[715] scrive che n'ebbero i Padovani delle percosse; e però i
saggi s'appigliarono ai consigli di pace. In Verona[716] nel dì 7 di
marzo diede fine a' suoi giorni _Bartolommeo dalla Scala_ signor di
quella città, e succedette a lui nel dominio _Alboino_ suo fratello.