[681] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[682] Continuator Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Patavin.,
tom. eod.
[683] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.
[684] Nicol. Special., lib. 6, cap. 7, tom. 10 Rer. Ital.
[685] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.
[686] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.
[687] Gualv. Flamma, cap. 341. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
Corio, Istoria di Milano.
[688] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.
[689] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[690] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 51. Ptolom. Lucens., Annal. brev.
Anno di CRISTO MCCCIII. Indizione I.
BENEDETTO XI papa 1.
ALBERTO Austriaco re de' Romani 6.
Sempre più s'andava inasprendo la nemicizia fra _papa Bonifazio
VIII_ e _Filippo il Bello_ re di Francia, principe che quantunque Dio
l'avesse flagellato in questi tempi con delle vergognose rotte date
alle armate sue dai Fiamminghi, pure più fiero diveniva ed altero.
Si fortificò il pontefice in Germania contra gli attentati di questo
re, con tirar dalla sua _Alberto re de' Romani_, e riconoscer ora per
bella e buona la di lui elezione. Gli atti di questa riconciliazione, e
della confermazione a lui data dal papa, son riferiti dal Rinaldi[692].
E tutto fatto per muovere l'armi di esso Alberto contra del re di
Francia. Servì questo per maggiormente accendere lo sdegno del re
Filippo, il quale, per far dispetto al papa, e non già perchè sia
credibile ch'egli ciò credesse daddovero, pubblicò ventinove capi
d'accusa contra di lui, la maggior parte calunnie patenti, e prive
d'ogni colore di verisimiglianza, non che di verità. Cioè ch'egli
non credea l'immortalità dell'anima, la real presenza del Signore
nell'ostia consecrata, la fornicazione peccato; ch'egli era stregone,
simoniaco, eretico, con altre simili nefande imputazioni, rimettendosi
a provar tutto nel concilio generale, a cui egli appellava. Commosso
da sì orrendo procedere papa Bonifazio, fulminò contra di Filippo le
censure, dichiarò nulli tutti i suoi atti fatti e da farsi, assolvè i
sudditi dal giuramento di fedeltà, con pretendere ancora dipendente nel
temporale il regno di Francia dall'autorità e superiorità dei romani
pontefici. Intanto il re Filippo, spirando solamente vendetta, spedì
segretamente in Italia nel mese di marzo di questo anno Guglielmo
da Nogareto suo emissario, uomo di sottilissimo ingegno e di forte
stomaco, con un Fiorentino appellato messer Musciatto de' Franzesi, e
con buone lettere di cambio. Fermatosi costui ad un castello d'esso
Musciatto, si diede a far gente, e a spendere largamente danari e
promesse, con inviar messi e lettere per corrompere i nobili della
Campania romana e i cittadini d'Anagni. Allorchè fu all'ordine tutto il
trattato, di cui non traspirò mai agli orecchi del papa alcun menomo
avviso, trovandosi il medesimo pontefice senza sospetto in essa città
d'Anagni co' suoi cardinali e con tutta la sua corte, una mattina per
tempo nel dì 7 di settembre all'improvviso entrarono in quella città
Guglielmo di Nogareto, Sciarra dalla Colonna, i nobili da Ceccano e
da Supino, ed altri baroni, con trecento cavalieri e molta fanteria,
e colle insegne del re di Francia, cominciando a gridare: _Viva il re
di Francia. Muoia papa Bonifazio_. Anche il popolo d'Anagni, ingrato
a tanti benefizii ricevuti dal papa, si unì con loro, e fu anche detto
che alcuni dei cardinali fossero mischiati nel medesimo trattato, e fra
gli altri il _cardinal Napoleone degli Orsini_[693]. Certo è ch'essi
cardinali se ne fuggirono, o si nascosero tutti, lasciando il papa
assediato nel suo palazzo. Fece la famiglia sua quella resistenza che
potè; ma infine il palazzo fu preso. Allora il papa, tenendosi per
morto, volle almen prepararvisi con magnanimità, e, fattosi abbigliare
cogli abiti pontificii, colla sacra tiara in capo e colla croce in
mano, assiso in una sedia stette aspettando i nemici. Dicono che
Guglielmo da Nogareto gli dicesse d'essere venuto non per torgli la
vita, ma per condurlo a Lione, dove si terrebbe un concilio generale,
e che egli risponderebbe alle accuse pubblicate contra di lui. Certo
è che Sciarra dalla Colonna il caricò di villanie e d'obbrobrii, ed
anche volle obbligarlo a rinunziare il papato; ma il trovò fermo in
voler piuttosto morire che cedere. In così misero stato fu ritenuto
per tre dì sotto buona guardia il pontefice, senza che volesse indursi
a prendere cibo: tale e tanto era il suo sdegno mischiato col timore e
colla sua confusione. Fors'anche dovea temer di veleno. Intanto fu dato
il sacco al palazzo e agl'immensi tesori ed arredi del papa. Dopo i
tre giorni il _cardinal Luca del Fiesco_, commiserando le disavventure
e la prigionia del pontefice, tanto s'ingegnò, che mosse a rumore il
popolo di Anagni, il quale cominciò con alte voci a gridare: _Viva il
papa, e muoiano i traditori_. Allora fu che Sciarra, andato al papa
gli parlò con riverenti e dolci parole, esibendogli la libertà, se pur
voleva concedergli l'assoluzion dei misfatti, con altre richieste che
non si sanno. Tutto gli accordò Bonifazio; e però, usciti della città
quei masnadieri, restò libero. Non si è mai potuto intendere perchè
costoro tenessero per tanto tempo in quell'agonia il misero pontefice.
Se pensavano di condurlo vivo e sano a Lione, non dovevano tardar tanto
a metterlo in viaggio, e poteano a man salva farlo sulle prime. Nè
si capisce perchè papa Bonifazio, personaggio sì accorto, se voleano
promesse, ed anche rinunzie, a tutto non condiscendesse; giacchè non
sarebbe egli stato tenuto ad obbligazioni contratte con tanta e così
empia violenza.
Comunque sia, Dio non permise che costoro facessero di peggio; e
Bonifazio, rimesso in libertà, si affrettò per ritornarsene a Roma,
dove giunse, incontrato con indicibil concorso e plauso del popolo
romano[694]. Ma che? Sopravvisse ben egli parecchi giorni ancora,
ma colla mente sconvolta, parendogli sempre di aver presenti uomini
armati che gli volessero levar la vita, e agitato dai fantasmi degli
obbrobrii ed oltraggi patiti, tanto più sensibili a lui, quanto
che, per confessione di tutti, fu il più superbo uomo del mondo, e
maggiormente per l'esecrabile affronto in lui fatto al tanto venerabil
carattere di vicario di Cristo, e di capo visibile della Chiesa
militante. Meditava egli bensì delle strepitose vendette e un concilio
generale, per quivi esporre l'ingiuria ridondante sulla Chiesa tutta;
ma, non reggendo allo sdegno ed al dolore, per cui s'infermò, fuori
di sè spirò l'anima nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente. Racconta
qui Ferreto Vicentino[695], autore vivuto in questi tempi, delle
particolarità taciute dagli altri, le quali non mantengo per vere,
ma che tuttavia non han ciera di favole, e forse furono soppresse da
altri per non dispiacere a chi tradì lo stesso pontefice. Narra egli
adunque che uscirono ad incontrare il papa con una frotta d'armati
due dei cardinali Orsini, _Matteo Rosso_ e _Jacopo_, e il condussero
a dirittura al palazzo del Vaticano. A me è noto che allora nella casa
degli Orsini fiorivano due cardinali. Napoleone e Matteo Rosso. Nulla
so di un Jacopo. Il Ciacconio v'aggiugne il terzo, cioè _Francesco_
cardinale Orsino, creato da papa Bonifazio. E Dino Compagni[696]
anch'egli il chiama degli Orsini. Probabilmente parla Ferreto del
cardinal _Jacopo Gaetano_ de' Stefaneschi, nipote degli Orsini, che
ci diede la Vita di san Celestino V. Ora il papa, che s'era mezzo
accorto dell'avere il suddetto cardinal Napoleone, e, per attestato
del suddetto Dino Compagni, anche il cardinal Francesco avuta mano
nella trama suddetta, con volto torvo cominciò a guatar gli Orsini.
Perciò questi, guadagnate le guardie pontificie, cominciarono a tenerlo
stretto: laonde Bonifazio determinò di levarsi dal Vaticano, per
passare al palazzo del Laterano, credendosi in questa maniera sottrarsi
alla potenza e alle frodi degli Orsini. Ciò risaputo, Matteo cardinale
con altri suoi partigiani fu a pregarlo di non muoversi, col pretesto
di nuovi pericoli dalla parte del re di Francia; e trovatolo fermo
nel suo proposito, gl'intonò a visiera calata che non ne partirebbe, e
che essi non voleano vedere de' nuovi scandali. Allora il papa diede
in escandescenze; e tentando pure di voler eseguire il suo disegno,
fu con buona copia di guardie rinserrato nella sua camera, facendosi
intanto correre voce, come è credibile, che ciò si facea perchè il
papa era fuor di cervello per la passata orrenda burrasca. Infine,
chiedendo egli, se era prigione, gli fu risposto di sì; e che, se
avea fatto finora a modo suo, da lì innanzi vivrebbe a modo altrui. A
queste intimazioni si accorò l'infelice pontefice, diede nelle smanie,
non volle più cibarsi, non potè più prendere sonno, ma furioso diede
poi termine alla sua vita una notte, senza che se ne accorgessero i
cortigiani suoi. Anche la Cronica di Parma[697] attesta questa nuova
prigionia del pontefice. Ma forse procedette ciò dalla prudenza di
quei cardinali in vedere il misero pontefice fuor di senno e nelle
furie; laonde fu creduto necessario il tenerlo stretto, perchè non ne
seguissero altre scandalose novità. E tal fu il fine di papa Bonifazio
VIII, personaggio che nella grandezza dell'animo, nella magnificenza,
nella facondia ed accortezza, e nel promuovere gli uomini degni alle
cariche, e nella perizia delle leggi e dei canoni ebbe pochi pari; ma
perchè mancante di quell'umiltà che sta bene a tutti, e massimamente a
chi esercita le veci di Cristo, maestro d'ogni virtù, e soprattutto di
questa; e perchè pieno d'albagia e di fasto, fu amato da pochi, odiato
da moltissimi, e temuto da tutti. Non lasciò indietro diligenza alcuna
per ingrandire ed arricchire i suoi parenti, per accumular tesori,
ed anche per vie poco lodevoli. Fu uomo pieno d'idee mondane, nemico
implacabile de' Ghibellini, e li perseguitò per quanto potè; ed essi,
in ricompensa, ne dissero quanto male mai seppero, e il cacciarono ne'
più profondi buroni dell'inferno, come si vede nel poema di Dante[698].
Benvenuto da Imola parte il lodò[699], parte il biasimò, conchiudendo
in fine ch'egli era _un magnanimo peccatore_; e divolgarono, aver _papa
Celestino V_ detto che egli entrerebbe nel pontificato qual volpe,
regnerebbe come lione, morrebbe come cane. Verisimilmente quel santo
uomo non proferì mai queste parole. Piuttosto le inventarono i suoi
malevoli, autorizzandole poi col metterle in bocca di un santo. Il
frutto di chi non sa farsi amare è quello di farsi almeno lacerare,
se non succede di peggio. Radunatisi alcuni giorni dopo la morte e
sepoltura di papa Bonifazio i cardinali nel conclave, diedero da lì
a poco, cioè nel dì 22 d'ottobre, per successore ad un papa mondano,
turbolento e iracondo, un papa santo e pacifico[700]; cioè _Niccolò
dell'ordine de' Predicatori_, cardinale e vescovo di Ostia, bassamente
nato nel territorio di Trivigi, ma per le insigni sue virtù alzato ai
primi onori, e dignissimo di sedere nella cattedra di san Pietro. Prese
egli il nome di _Benedetto XI_, e fu coronato nella festa d'Ognissanti.
Si trovò a quella funzione _Carlo II_ re di Napoli con _Roberto duca_
di Calabria e _Filippo principe_ di Taranto suoi figliuoli, essendovi
egli accorso con molte milizie per assicurare la quiete di Roma. Fu
detto che papa Bonifazio, perchè questo re gli avea negato l'aiuto
dell'armi contra del re di Francia, se fosse vivuto, gli avrebbe fatto
gran male; e che già se la intendeva per questo con _don Federigo_ re
di Sicilia: dal che nondimeno esso don Federigo si mostrò alieno, e
venne solamente con delle navi ad Ostia per dar soccorso al pontefice
nelle ultime sue sciagure.
Tentò in quest'anno _Matteo Visconte_ di ritornar in Milano, e fece
de' negoziati con _Alberto Scotto_ signore di Piacenza[701], quel
medesimo che l'avea poco anzi tradito. Era lo Scotto uomo volubile,
e forse mal soddisfatto de' Torriani, laonde infatti s'accordò col
Visconte. Ritiratosi dunque dalla lega suddetta, uscì in campagna nel
mese d'ottobre, menando un grosso esercito unito cogli Alessandrini
e Tortonesi, affine di ricondurre Matteo col figliuolo Galeazzo
in Milano. Fu secondato ancora dai Parmigiani, i quali inviarono
gente a far le guardie a Piacenza. Dal canto loro si mossero ancora
i Veronesi e Mantovani in favore del Visconte. Ma i Torriani coi
Milanesi, Bergamaschi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Cremaschi,
Pavesi, Vercellini e Novaresi, potentemente anche essi fecero
oste per impedire i tentativi de' nemici[702]; e venne in persona
_Giovanni marchese_ di Monferrato a Milano, siccome antico nemico de'
Visconti, per contrastar loro ogni avanzamento. Per così gagliarda
opposizione nulla potè fare Alberto Scotto; e Matteo Visconte, che si
era impadronito di Bellinzona, Lugano, Varese e del Borgo di Vico, e
teneva come assediata la città di Como, al vedere che si facea un gran
preparamento di armi per isnidarlo da que' paesi, si ritirò anch'egli,
e venne ad assicurarsi in Piacenza. Negli anni addietro la città di
Brescia[703] si trovava in somma disunione per varie fazioni interne
e per li Ghibellini fuorusciti. Nel marzo dell'anno 1298 presero
que' cittadini il salutevol consiglio di riunirsi, e di richiamare
in città i nobili sbanditi. Il che fatto, per ischivar le preminenze
e gare nel governo, costituirono per loro governatore _Bernardo
de' Maggi_ vescovo della città per cinque anni avvenire. Terminava
in questo anno la giurisdizione sua; ma avendo egli assaggiato il
dolce del comando, e volendo continuar nella signoria, perchè se gli
opponeva Tebaldo de' Brusati, uno de' più potenti nobili, guelfo di
professione, coll'adoperar la forza, il cacciò in esilio con altre
nobili famiglie, e massimamente i Griffi, Gonfalonieri ed Ugoni.
Questo Tebaldo fu poi nell'anno seguente mandato[704] per conte ossia
governator della Romagna da _papa Benedetto XI_. Anche in Parma[705]
fu proposto di rimettere in città tutti gli usciti, cioè la parte del
vescovo. _Ghiberto da Correggio_ quegli era che più degli altri si
sbracciava per questa pace. Non mancavano contradditori, e si fu alla
vigilia d'una battaglia fra loro; ma, per cura di _Cavalcabò marchese_
di Viadana e d'altri Cremonesi, cessò l'animosità e il rumore, e
finalmente, accettata la concordia, nella festa di san Jacopo di
luglio rientrarono in Parma tutti gli usciti con ghirlande in capo, e
non ne seguì contrasto alcuno. Si venne allora a conoscere il perchè
Giberto da Correggio si fosse cotanto scaldalo per questa concordia.
Dopo la nona del giorno stesso i medesimi usciti già guadagnati,
unitisi cogli amici e fautori d'esso Giberto, cominciarono con alte
voci a gridare: _Viva, viva il signor Giberto_. Tumultuariamente per
questo si tenne consiglio, e in esso fu data al medesimo Giberto la
signoria della città. Fecesi in quest'anno sentire un fiero tremuoto
nella marca d'Ancona, nella Romagna, in Venezia e Schiavonia, per cui
spezialmente in Fano e Sinigaglia caddero a terra molte torri e case.
In Firenze[706], per la prepotenza di Corso Donati, capo della parte
nera, cioè guelfa, si venne a tal rottura fra i cittadini, che era per
succederne lo sterminio della città, se non accorrevano i Lucchesi
con grosso nerbo di cavalleria e fanteria per mettere pace. Loro fu
conceduta per questo molta balia, ed essi pubblicarono varii bandi,
tanto che si quetò la terra per allora.