NOTE:

[664] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 38.

[665] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[666] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[667] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[668] Ptolom. Lucens., Annal. brev. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[669] Dino Compagni, lib. 2, tom. eod.

[670] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 48.

[671] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[672] Ptolom. Lucens., Annal. brev.

[673] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[674] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[675] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[676] Costan. Summonte, et alii.

[677] Raynaldus, Annal. Eccles., ad annum 1295.

[678] Bonfin., de Reb. Hungaric.

[679] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[680] Ptolom. Lucens., Annal. Brev.

Anno di CRISTO MCCCII. Indizione XV.

BONIFAZIO VIII papa 9.

ALBERTO Austriaco re de' Romani 5.

L'anno fu questo in cui _papa Bonifazio_ e _Carlo II re_ di Napoli si

credettero di dar l'ultimo crollo alla Sicilia, sì per la potentissima

flotta preparata contro quell'isola, come ancora perchè dovea avere

il comando di sì bell'armata _Carlo di Valois_, principe già rinomato

pel suo valore e per le vittorie di Fiandra. A questo effetto nel

mese d'aprile esso Carlo, partitosi da Firenze, accompagnato da mille

maledizioni, passò alla corte di Roma, e di là a Napoli, dove trovò

preparato quell'armamento, ascendente, secondo il Villani[683],

a più di cento tra galee, uscieri e legni grossi, senza contare i

sottili[684]. Imbarcatosi con _Roberto duca_ di Calabria e Raimondo

Berengario di lui fratello, andò a sbarcare in Sicilia, dove ebbe tosto

a tradimento Termoli e pochi altri luoghi da nulla. Mise poi l'assedio

alla terra di Sacca; e intanto _don Federigo_, non avendo forze da

poter contrastare in campagna aperta, or qua or là scorrendo, andava

pizzicando l'armata nimica, e impedendo ad essa il trasporto delle

vettovaglie. E ben gli giovò l'usar questa spezie di guerra, perchè la

mancanza dei viveri, a cui si aggiunse l'epidemia entrata nei cavalli,

e molto più nei soldati, crebbe a segno, che Carlo di Valois, per

cavarsi con onore da sì sfortunata impresa, cominciò a trattar di pace

con assenso del duca di Calabria. Si abboccarono questi tre principi,

e fu concordato che don Federigo prendesse in moglie _Leonora_

terzogenita del re Carlo II, con ritenere sua vita natural durante

il regno di Sicilia, a condizione che dopo la sua morte esso regno

decadesse al re Carlo e ai suoi discendenti; e che si restituissero i

prigioni e tutti i luoghi di Sicilia tolti a don Federigo; il quale,

in ricompensa, cedesse al re Carlo tutte le conquiste già fatte nella

Calabria. Altre condizioni di tal accordo si possono vedere presso

il Villani e nella Cronica di Niccolò Speciale. Con questa pace ebbe

per ora fine la gran contesa della Sicilia, e si prestò un delizioso

pascolo ai cacciatori delle novelle e ai varii giudizii degli oziosi

politici. Chi volea male a Carlo di Valois, non mancò di chiamarlo

traditore, quasichè, per essere nato da una Aragonese, potesse, ma non

volesse, prendere la Sicilia, per compassione allo stretto suo parente

don Federigo. E corse per Italia questo satirico motto[685]: _Che Carlo

era venuto a Firenze per mettervi pace, e lasciolla in guerra; e andato

in Sicilia per farvi guerra, ne era ritornato con una vergognosa pace_.

Furono messi in libertà i prigioni, fra' quali _Filippo principe_ di

Taranto, fratello del re Roberto. Si mandò anche la capitolazione al

pontefice, affinchè la confermasse; ma egli vi trovò delle difficoltà.

Infine perchè cominciava a divampare la di lui rottura con _Filippo il

Bello re_ di Francia, per aver dalla sua don Federigo, vi acconsentì

nell'anno seguente, obbligandolo a pagare ogni anno di censo alla

Chiesa romana tremila oncie d'oro, ossia quindici mila fiorini d'oro,

con altri patti. Ed esso Federigo, di consentimento poi del re Carlo,

cominciò ad usare il titolo di re della Trinacria, e non già di

Sicilia. Celebrò ancora don Federigo, sì gloriosamente uscito di questa

guerra, le sue nozze colla suddetta Leonora figliuola del re Carlo II.

In quanto alle liti già insorte fra papa Bonifazio e Filippo il Bello

re di Francia, brevemente dirò esser elle nate dal volere il re fare

il padron delle chiese, e prendere le rendite de' beni ecclesiastici

dopo la morte de' prelati (del che si è disputato anche ai dì nostri),

e dall'avere imprigionato il vescovo di Pamiers, e impedito ad altri

vescovi di venire a Roma. Papa Bonifazio VIII, che era alto alla

mano, e disgustato ancora, perchè il re facea carezze a Stefano dalla

Colonna rifugiato in Francia, gli scrisse lettere minacciose, per le

quali si attribuiva autorità anche sul temporale dei re, e facoltà di

deporli. Filippo il Bello, che in alterigia non la cedeva a chi che

sia, nè guardava misura ne' suoi trasporti, si irritò forte contra di

papa Bonifazio, e giunse tanto innanzi lo sfrenato impegno, che il

papa, benchè non con espresse parole, lo scomunicò; e all'incontro

esso re dichiarò pubblicamente di non più riconoscere Bonifazio per

papa, ma bensì di tenerlo per un simoniaco ed eretico manifesto ed

incorreggibile, appellando perciò al concilio generale. Carlo di

Valois, che parea dianzi il Beniamino del papa, o perchè divenuto a

lui sospetto tanto per questa diabolica lite, quanto per l'operato

in Sicilia, oppure perchè facesse sperare di far cessare il temporal

mosso dal re suo fratello: corse in Francia, ma fu dipoi in suo favore

contra del pontefice. Se crediamo a Ferreto Vicentino[686], questo,

principe nel suo passaggio per Roma fu sì aspramente rampognato dal

papa, che poco mancò che non mettesse mano alla spada per ucciderlo.

Venne in questa maniera il tempo che papa Bonifazio, per procacciar chi

l'aiutasse contro la prepotenza del re di Francia, cominciò a mirar

di buon occhio _Alberto Austriaco_ re de' Romani, e a trovar buona

l'elezion sua, con intavolar seco amicizia e lega, siccome vedremo

all'anno seguente.

In questo succedette la stravagante caduta di _Matteo Visconte_ da un

alto in un miserabile stato[687]. Signoreggiava egli in Milano, Bergamo

ed altri luoghi; non gli mancavano collegati ed amici, e massimamente

erano per lui i Parmigiani ed _Azzo marchese d'Este_, signor di

Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo, ec., la cui sorella era divenuta

sua nuora. Ma appunto questa alleanza gli tirò addosso l'invidia e

malevolenza de' vicini, perchè s'andava dicendo che, unita insieme

la potenza del Visconte con quella dello Estense, facile loro era il

conquistar tutta la Lombardia. Sopra gli altri avea conceputo odio

contra di lui _Alberto Scotto_[688], perchè, avendo esso marchese Azzo

destinata a lui in moglie Beatrice sua sorella, Matteo se la procacciò

per Galeazzo suo figliuolo. Perciò segretamente congiurarono alla

di lui rovina _Filippo conte_ di Langusco signor di Pavia, _Antonio

da Fisiraga_ signor di Lodi, gli Avvocati di Vercelli, i Brusati di

Novara, il marchese di Monferrato, gli Alessandrini, i fuorusciti di

Bergamo, i Cremaschi, i Cremonesi, ed altri popoli della Lombardia.

Manipolatore di questa lega era il suddetto Alberto Scotto, signore

di Piacenza, cabalista di prima riga, che nello stesso tempo facea

l'amico intrinseco di Matteo Visconte. Ebbero la loro zampa in

questi trattati anche Mosca, Guido ed altri Torriani, che dal Friuli

volarono a Lodi per fare la lor parte nella tragedia. Il peggio fu

che la nobiltà di Milano, e lo stesso Pietro zio ed altri parenti del

Visconte, occultamente rivoltatisi contra di lui entrarono in questa

forte lega[689]. Ora nel mese di giugno si diede fuoco alla macchina.

Alberto Scotto co' Piacentini, Torriani e gli altri collegati, uscito

in campagna alla testa di un formidabile esercito, andò a postarsi

nella terra di San Martino del contado di Lodi. Venne loro incontro

Matteo Visconte con quelle forze che potè raunare; ma, mentre egli era

al campo, scoppiò in Milano una sedizion popolare, per cui Galeazzo

suo figliuolo, che coi Parmigiani v'era in guardia, ne fu scacciato

fuori. Inoltre _Corrado Rusca_ signor di Como, e genero d'esso Matteo,

nell'aiuto del quale egli confidava non poco, si unì cogli altri

a' suoi danni. Però, scorgendo egli la volubilità della fortuna, e

l'impotenza di resistere a tanti nemici, andò nel dì 13 di giugno,

oppure nel dì seguente a mettersi in mano del fraudolento Alberto

Scotto, capo della lega, che mostrò di voler essere mediatore di

pace, e cedettegli il bastone della signoria di Milano, con che gli

fosse conservato il godimento de' suoi beni: il che fu promesso. Ma

si trovò egli ben tosto deluso; e condotto come prigione a Piacenza,

non fu rilasciato, finchè non ebbe consegnato il forte castello di San

Colombano, che fu immediatamente distrutto. Venne Matteo a Borgo San

Donnino; poscia dopo varii tentativi inutili, per sostener la sfasciata

sua fortuna, de' quali parleremo, andò a cercarsi un ritiro, dove ebbe

quanto agio volle per ben ravvisare quanto grande sia l'incostanza e

caducità delle cose umane. _Galeazzo_ suo figliuolo fuggito a Bergamo,

dove non potè sussistere, sen venne a Ferrara con _Beatrice Estense_

sua moglie, che quivi gli partorì un figliuolo, a cui fu posto il

nome del marchese Azzo suo zio, e che vedremo ai suoi tempi uno de'

più gloriosi principi della casa Visconte, Entrarono in questo mentre

i Torriani in Milano, e, ricuperati gli antichi lor beni, si diedero

anche a far maneggi per ritornare in signoria coll'appoggio del popolo,

e scacciarono dalla città Pietro Visconte con altri nobili, che dianzi

furono contrarii anche a Matteo Visconte, perchè voleano repubblica e

non signori. Alberto Scotto, gran faccendiere, nel mese di luglio tenne

un parlamento in Piacenza, dove si trovarono i Milanesi coi Torriani,

Pavesi, Bergamaschi, Lodigiani, Astigiani, Novaresi, Vercellesi,

Cremaschi, Comaschi, Cremonesi, Alessandrini e Bolognesi. E fatta una

lega, fu data autorità ad esso Alberto di ridurre per amore o per forza

nelle lor città tutti i fuorusciti guelfi. Restò ancora conchiuso di

obbligar Azzo marchese d'Este a mettere in libertà Modena e Reggio, e

di tirar nella lega i Parmigiani, acciocchè questi dessero principio

alla guerra contra d'esso marchese; e cominciarono a riedificare e

fortificare il castello di Borgo San Donnino, e a far gran levata di

gente. Cagion furono le disgrazie de' Visconti che anche in Bergamo

si levò il popolo a rumore, ed aprì le porte ai fuorusciti, con

iscacciarne poi chi favoriva i medesimi Visconti. Così venne quella

città alla ubbidienza d'Alberto Scotto, ed altrettanto fece ancor

quella di Tortona. Perchè si erano ridotti in Pistoia molti degli

usciti di Firenze e di Lucca, e in quella città signoreggiava la parte

Bianca, cioè la ghibellina[690], i Fiorentini e Lucchesi con possente

esercito si portarono allo assedio di quella città, guastando tutto il

paese all'intorno. Tale nondimeno fu la difesa, che, conosciuto vano

il lor disegno, stimarono meglio di ritirarsi, e di strignere il forte

castello di Serravalle. Vi stettero sotto i Lucchesi gran tempo, tanto

che nel dì 6 di settembre, per mancanza di vettovaglia, si arrenderono

i Pistoiesi che vi erano dentro in numero di circa mille, e tutti

furono condotti prigioni a Lucca. Presero inoltre essi Lucchesi il

castello di Larciano, e misero in rotta i Pistoiesi che venivano per

dargli soccorso. In quest'anno a dì 22 di ottobre _Federigo_ conte di

Montefeltro, _Uguccion della Faggiuola_ cogli Aretini, e _Bernardino

da Polenta coi Ravegnani_[691] fecero oste sopra Cesena, assediarono

quella città, saccheggiarono tutto il suo distretto; non vi fu castello

che loro non si rendesse, a riserva di Riversano e Firmignano. Immenso

fu il danno di quella città, e fu incolpato di tutto Mazzolino de'

Mazzolini da Brescia lor podestà. Era in questi tempi governatore della

Romagna _Rinaldo vescovo_ di Vicenza. Mentre egli dimorava in Forlì,

gli Ordelaffi, cioè i più potenti di quella città, un dì levarono

rumore contra di lui, e il ferirono a morte. Ed ecco quante scene

di furori e di pazzia si mirassero in questi tempi per buona parte

d'Italia.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 50 / 216 题