NOTE:

[633] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[634] Chron. Parmense, tom. eod.

[635] Dante, nell'Infern. Benvenuto de Imola, in Comment. in Dant.

tom.... Antiq. Ital.

[636] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6.

[637] Nicolaus Specialis, lib. 4 cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.

[638] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 29.

[639] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 1, tom. 9 Rer. Ital.

[640] Summonte, Ist. di Napoli.

[641] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[642] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus,

Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[643] Gualv. Flamma, Manip. Flor.

[644] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[645] Corio, Istor. di Milano.

[646] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[647] Benvenuto da San Giorgio, tom. 28 Rer. Italic.

[648] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.

[649] Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani lib. 8,

cap. 27. Stella, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 17 Rer. Ital.

[650] Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.

[651] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, Histor.,

lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCC. Indizione XIII.

BONIFAZIO VIII papa 7.

ALBERTO Austriaco re de' Romani 3.

Celebre fu l'anno presente per quello che noi chiamiamo ora giubileo

universale, inventato e celebrato per la prima volta da papa _Bonifazio

VIII_. S'era sparsa una voce in Roma, dilatata poi per gli altri paesi,

che di grandi indulgenze si guadagnavano visitando le chiese romane

nell'ultimo anno di ogni secolo[652]. Se ne cercarono i fondamenti, ma

senza trovarne vestigio; nè si andò allora a pescarli nel Testamento

vecchio, nè saltò fuori in que' tempi il nome di giubileo. Nel gennaio

e febbraio si vide un prodigioso concorso di pellegrini in Roma; e ciò

diede allora motivo a papa Bonifazio di formare una bolla, con cui

concedeva indulgenza plenaria a chiunque visitasse in quell'anno le

chiese di Roma ogni dì una volta nello spazio di quindici giorni per

li forestieri, e di trenta per li Romani. E questo per soddisfare alla

divozion dei popoli, divozione che tornava anche in sommo profitto del

papa a cagion delle grandi limosine che spontaneamente si faceano dai

pellegrini alle chiese, e andavano in borsa del papa[653]; siccome

ancora del guadagno che ne ridondava ai Romani, i quali esitavano

molto vantaggiosamente le lor grazie. Fin qui le indulgenze plenarie

erano cose rare, nè si soleano guadagnare, se non nell'occasion delle

crociate. Aperta questa maggior facilità di conseguirle, senza mettere

a rischio la vita propria, senza viaggi lontanissimi e pericolosi,

non si può dire che folla di gente da tutte le parti della cristianità

concorresse nell'anno presente. Pareva una continua processione, anzi

un esercito in marcia per tutte le vie maestre d'Italia; e Giovanni

Villani, che andò per tale occasione a Roma, ci assicura che quasi

non v'era giorno, in cui non si contassero in quell'alma città ducento

mila forestieri, d'ogni sesso ed età, venuti a quella divozione. Ed in

questo anno appunto diede esso Villani principio alla sua stimatissima

Cronica. La pace fu quasi universale per l'Italia, grande l'abbondanza

de' viveri in questo anno; e però dappertutto si viaggiava con

sicurezza, e nulla mancava ai viandanti che aveano da potere spendere.

Guglielmo Ventura, autore della Cronica di Asti[654], il quale si

portò anch'egli a guadagnar questa indulgenza, lasciò scritto essersi

fatto il conto che ben due milioni di persone concorsero in quest'anno

a Roma; e tanta essere stata la folla, che vide più volte uomini e

donne conculcate sotto i piedi degli altri, ed essersi egli trovato in

quel pericolo. Attesta anch'egli che abbondanza di pane, vino, carni,

pesci e vena si trovò in Roma; carissimo era il fieno, carissimi gli

alberghi. Poscia aggiugne: _Papa innumerabilem pecuniam ab eisdem

recepit, quia die ac nocte duo clerici stabant ad altare sancti Pauli,

tenentes in eorum manibus rastellos, rastellantes pecuniam infinitam_.

Fu istituita questa indulgenza per ogni centesimo anno da papa

Bonifazio; ma i successori, per soddisfare alla divozion dei popoli,

e al guadagno ancora de' Romani, fecero in ciò delle mutazioni, con

istabilirla in fine ad ogni venticinque anni, come è oggidì.

In quanto alla guerra di Sicilia, quattrocento e più uomini d'armi

furono spediti da' Fiorentini in rinforzo di _Roberto duca_ di

Calabria, e n'era capitano Rinieri de' Buondelmonti. Racconta Niccolò

Speciale[655] che questi Toscani, arrivati a Catania, dove esso

duca soggiornava, facevano dappertutto i tagliacantoni, vantandosi

spezialmente di voler condurre in quella città prigione il generale

dei Siciliani Blasco da Alagona. Ma che queste smargiassate andarono a

finire in nulla; laonde derisi non men dai Franzesi che da' Siciliani,

non passò il mese d'agosto che si dispersero, disertando la maggior

parte. Toccò in questo anno una maledetta percossa ai Siciliani.

Uscirono essi in corso colla lor flotta di ventisette galee comandata

da Corrado Doria, per bottinare nelle riviere del regno di Napoli[656].

Giunsero baldanzosi sino all'isola di Ponza. _Ruggieri di Loria_,

che era ito a Napoli per menare dei nuovi sussidii di gente e di

legni al duca di Calabria in Sicilia, mise anch'egli in punto la sua

flotta, con cui per buona ventura capitate sette galee genovesi de'

Grimaldi nemici dei Doria, si vennero ad unire. Andò poscia in traccia

dell'armata siciliana, la quale, contuttochè sapesse venire un sì prode

ammiraglio con quarantotto galee, invece di ritirarsi, volle piuttosto

azzardare una battaglia. Fu questa sanguinosa nel dì 14 di giugno,

e, secondo il costume, i più vinsero i meno. Sette sole galee de'

Siciliani scamparono; le altre tutte coll'ammiraglio Doria, Giovanni

di Chiaramonte ed altri nobili, oltre ad una gran ciurma, vennero in

potere di Ruggieri. Passato esso Ruggieri in Sicilia, seguirono varii

altri fatti ora prosperi, ora contrarii. Roberto duca di Calabria

assediò strettamente per mare Messina, di modo che quella città s'era

omai ridotta per la mancanza de' viveri agli estremi. S'aggiunse a

questo malore de' Messinesi l'altro dell'epidemia, che facea molta

strage; eppure quel popolo piuttosto elesse, se occorreva, di perdere

quante vite aveano, che darsi ai Franzesi: tanto era in orrore il loro

nome in quelle contrade. _Don Federigo_, principe d'incredibil coraggio

e senno, non mancò di portar più volte in persona all'afflitta città

soccorso di vettovaglie, e di asportarne i poveri, ridotti in pelle ed

ossa: finchè, entrata l'epidemia anche nell'armata del duca Roberto, si

sciolse l'assedio. Allora fu che la duchessa _Violanta_, moglie d'esso

duca e sorella di don Federigo, cominciò a trattare di tregua; e questa

fu conchiusa per sei mesi, e nel lido di Siracusa si abboccarono il

duca e don Federigo. Poscia Roberto, lasciata la moglie in Catania,

passò a Napoli per ragguagliare il padre dello stato delle cose, e

delle maniere di vincere la Sicilia.

Tutta fu nell'anno presente in festa la Lombardia per le soprammodo

magnifiche nozze di _Beatrice_ Estense, sorella di _Azzo VIII_ marchese

d'Este e signor di Ferrara, Modena e Reggio, e vedova del _conte

Nino_ de' Visconti di Pisa, signore di Gallura, cioè della quarta

parte della Sardegna, con _Galeazzo_ primogenito di _Matteo Visconte_

signor di Milano[657]. Certo è che nella festa di san Giovanni Batista

di giugno dell'anno presente furono esse solennizzate in Modena, con

avere il marchese fatto cavaliere esso Galeazzo Visconte; e però si

riconosce sconvolta di un anno la cronologia di Galvano Fiamma[658] e

degli Annali Milanesi[659], che ciò riferiscono all'anno precedente.

Concordano tutti gli scrittori che straordinaria fu la magnificenza di

tali nozze: sì grandi furono gli apparati, i conviti, le giostre, gli

spettacoli, il concorso degli ambasciatori e della nobiltà di tutte

le città di Lombardia e marca d'Ancona. Nè solo in Modena, ma anche in

Parma, e massimamente in Milano, si replicarono gli addobbi, le feste e

i bagordi con tale suntuosità, che memoria non v'era d'una somigliante

in Italia, e neppur ne' regni vicini. Vennero in questo anno alle

mani in Pavia la fazione di _Filippo conte_ di Langusco, appellato

anche _Filippone_, e quella di Manfredi da Beccheria, e ne seguirono

ammazzamenti, ruberie e prigioni[660]. Restò al di sotto Manfredi, e

gli convenne andarsene ramingo, e il conte rimase signore della città.

Matteo Visconte, volpe vecchia, si mischiò in questa discordia sotto

colore di maneggiar l'accordo, e favorì il conte, al cui figliuolo

ancora promise in moglie una sua figliuola; ma, scopertosi poi che

Matteo sotto mano amoreggiava Pavia, si sciolse fra loro la amicizia,

divenendo nemici giurati da lì innanzi. In quest'anno nel dì 25 di

maggio[661], _Federigo conte_ di Montelfetro, figliuolo del fu _conte

Guido, Uberto dei Malatesti_ e _Uguccione dalla Faggiuola_, allora

podestà di Gubbio, di concordia scacciarono da quella città la parte

guelfa. Avendo questa fatto ricorso a papa _Bonifazio VIII_, venne

tosto ordine al _cardinal Napoleone_ degli Orsini, governatore del

ducato di Spoleti, di assediar Gubbio. Fu eseguito il comandamento, e

nel dì 25 di giugno, coll'aiuto de' Perugini, vi rientrarono i Guelfi,

scacciandone i Ghibellini, e commettendo assaissimi saccheggi ed

uccisioni[662].

Mandò nel mese di ottobre il papa per governatore della Romagna

il _cardinal Matteo_ d'Acquasparta: nel qual tempo Forlì, Faenza,

Cesena ed Imola erano disubbidienti alla Chiesa. Cominciò egli con

buona maniera a pacificar queste città. Ma in questi tempi fece gran

progressi nella Toscana il veleno della discordia. Riferisce Giovanni

Villani all'anno presente il principio delle rivoluzioni di Pistoia:

Tolomeo da Lucca[663] le fa cominciate molto prima. In quella città

si divise in due fazioni la potente famiglia de' Cancellieri, a cagion

di brighe sopravvenute fra loro, e ne seguì un funesto sconvolgimento

de' cittadini per le parzialità, con battaglie ed ammazzamenti. I

Fiorentini, a' quali premeva che quella città stesse ferma nel partito

guelfo, s'interposero allora con forza, e operarono che i principali

tanto della parte Bianca come della Nera fossero mandati ai confini.

I più si ridussero a Firenze, cioè i Neri in casa de' Frescobaldi, i

Bianchi in quella de' Cerchi, tutte e due ricche e possenti famiglie.

Era Firenze in questi tempi in alto stato, morbida per la gran

popolazione, e più per le ricchezze. Descrive il Villani le delizie e

sollazzi[664] che si praticavano allora in quella città; ma giacchè

non aveano ora que' cittadini da spendere i lor pensieri intorno

alla guerra, perchè si trovavano in pace co' vicini, cominciarono a

gareggiare e riottar fra loro a cagione de' Pistoiesi, con prendere

gli uni a favorire i Neri, e gli altri a proteggere i Bianchi. Perciò

quasi tutte le famiglie fiorentine de' grandi s'impegnarono in queste

scomunicate brighe. Capo della setta de' Neri fu Corso de' Donati, e

Vieri de' Cerchi, capo dell'opposto, venendo perciò a dividersi tutta

la città di Firenze. Nè si stette molto a prorompere in contese, zuffe

ed amarezze mortali. Papa Bonifazio, avvertito di questo detestabil

disordine, e pregato di rimedio, spedì colà il suddetto cardinal Matteo

d'Acquasparta, uomo savio, con ordine di riformare la terra. Venne ben

egli, e fece quanto potè; ma ritrovò tali durezze nelle teste ambiziose

della parte Bianca, padrona allora del governo, che gli convenne

tornarsene a Roma, con lasciar la città peggio che prima sconvolta:

incendio che divampò dipoi in aperte sedizioni e scandali più gravi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 48 / 216 题