NOTE:

[622] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[623] Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic. Chron. Astense,

cap. 18, tom. 11 Rer. Ital.

[624] Histor. Austr.

[625] Chron. Colmar. Henric. Stero, et alii.

[626] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[627] Benvenut., Hist. August.

[628] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 25. Bernard. Guid., in Vita

Bonifacii VIII, P. 1, tom. 3 Rer. Ital. Ptolom. Lucens., Annal. brev.,

tom. 11 Rer. Ital.

[629] Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[630] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Georgius Stella, Annal.

Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[631] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[632] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXCIX. Indizione XII.

BONIFAZIO VIII papa 6.

ALBERTO Austriaco re de' Romani 2.

La crociata contra de' Colonnesi, pubblicata da _papa Bonifazio_,

e la guerra lor fatta, avea prodotto finora che all'armi pontificie

s'erano arrendute le città di Nepi, Zagaruola, Colonna ed altre terre,

dopo lungo assedio e con molto spargimento di sangue, e donate agli

Orsini e ad altri nobili romani. Fu anche assediata Palestrina, dove

si trovava un gagliardo presidio che rendeva inutili tutti gli sforzi

dell'armata papale. Si rodeva di rabbia papa Bonifazio, veggendo di

non poter vincere questa pugna; e però, se è vero ciò che racconta

Dante poeta[635], il quale fiorì in questi tempi, fatto chiamare a sè

Guido, già conte di Montefeltro, allora frate minore, a lui, come ad

uomo mastro di guerra, volle raccomandar la direzione di quell'assedio.

Se ne scusò _Guido_, allegando l'incompetenza del suo abito con quel

secolaresco impiego. Continuò Bonifazio a fargli istanza, perchè almeno

gl'insegnasse la maniera di forzar quella terra alla resa. Allora

Guido stette sopra sè un pezzo, e finalmente rispose, che conoscendo

inespugnabile coll'armi la città di Palestrina, non gli andava per

mente se non un ripiego; ma che non si attentava di proporlo per timore

d'incorrere in peccato. Oh, se è per questo, replicò allora Bonifazio,

io te ne assolvo. Allora Guido gli disse che bisognava promettere molto

ed attener poco. Non c'è obbligazione di credere questo fatto a Dante,

persona troppo ghibellina, e che taglia dappertutto i panni addosso a

papa Bonifazio, tuttochè ancora Giovani Villani[636] ci descriva questo

pontefice per uomo di larga coscienza, ove si trattava di guadagnare,

e che dicea essergli lecito tutto, purchè fosse utile alla Chiesa.

Forse i malevoli inventarono questa novella, con ricavarla dal seguente

avvenimento. Imperocchè Bonifazio fece destramente proporre il perdono

ai Colonnesi, e, liberalissimo di promesse, rimase d'accordo ch'essi

in veste nera andassero a gittarsi ai piedi suoi, confessando i falli

ed implorando misericordia. Così fecero. Avuta che ebbe il papa in

sua mano Palestrina, lungi dal rimettere in pristino i Colonnesi, come

n'avea, per quanto dicono, data parola, fece spianare dai fondamenti

quella città, privandola d'ogni onore, e fino del nome, con fabbricarne

un'altra in altro sito, e darle il nome di Città Papale. Cacciò

ancora prigione Giovanni da Ceccano degli Annibaldeschi lor parente, e

confiscò tutti i suoi beni. Atterriti da questo procedere i Colonnesi,

tutti fuggirono, chi in Sicilia, chi in Francia ed in altri luoghi,

e tenendosi con somma cura celati, finchè arrivò l'ultima scena dello

stesso pontefice, che intanto di nuovo li bandì e perseguitò a tutto

potere.

Benchè alcuni degli antichi scrittori col non accennare gli anni e i

tempi precisi degli avvenimenti, sieno di non poco imbroglio ai posteri

che prendono a compilare una storia; e di questo difetto non vada

esente Niccolò Speciale, e dopo di lui il Fazello, storici siciliani;

pure vo' io credendo che gli affari della Sicilia si possano registrare

nella forma seguente[637]. _Giacomo re_ d'Aragona nell'anno precedente

tornato a Roma, e partitosene carico di benedizioni e insieme di oro

pontificio, passò a Napoli per concertare col _re Carlo II_ suocero suo

le operazioni da farsi contra della Sicilia. Fece segretamente esortare

_don Federigo_ suo fratello, che almeno rinunziasse le conquiste fatte

in Calabria: che così si sarebbe maneggiato qualche accordo; ma non

gli fu dato orecchio. Pertanto, unite le forze sue con quelle d'esso re

Carlo, e composta una potente armata di vele, coll'insigne ammiraglio

_Ruggieri di Loria_, sul fine d'agosto di esso anno andò a sbarcare in

Sicilia. Impadronitosi a tutta prima di Patti, Milazzo e d'altre terre,

si pose dipoi all'assedio di Siracusa, città che fu valorosamente

difesa da Giovanni di Chiaramonte. Avendo egli poi spedito Giovanni

di Loria, nipote dell'ammiraglio Ruggieri con venti galee per recar

vettovaglie al castello di Patti, assediato dai Siciliani, i Messinesi,

usciti con sedici galee contra di lui, gli diedero battaglia e lo

sconfissero. Quattro soli dei suoi legni si sottrassero colla fuga, gli

altri col capitano furono condotti presi a Messina. Questa disavventura

e la perdita di molta gente o per malattie o per assalti inutilmente

dati a Siracusa, fece prendere al re Giacomo la risoluzione di levare

il campo di sotto a quella città, e di ritirarsi a Napoli. Giunto alle

coste di Milazzo, fece istanza a don Federigo suo fratello per riaver

le galee prese con Giovanni di Loria e con altri prigioni, promettendo

con ciò di non mai più mettere il piede in Sicilia. Ma nel consiglio di

don Federigo prevalse il cattivo parere di nulla volergli concedere.

Anzi infelloniti più che mai i Siciliani contro Ruggieri di Loria,

per fargli dispetto e vendicarsi di lui, fecero mozzare il capo allo

stesso Giovanni suo nipote e a Jacopo della Rocca, come a ribelli del

re Federigo.

Passò il re Giacomo il verno in Napoli, nel qual tempo anche Federigo

ricuperò molte castella che o spontaneamente o per forza aveano alzate

le bandiere del re suo fratello. Come è il costume, non mancarono

mormorazioni contra del re Giacomo per la poca prospera campagna

dell'anno precedente, non potendosi levar di testa alla gente ch'egli

la volesse più per li Franzesi suoi antichi nemici, che pel fratello.

Pertanto, affine di smentir queste voci, e di far sempre più palese

la sua lealtà al papa e al re Carlo, fatto un maggiore sforzo di

gente e di navi, s'imbarcò sul fine di giugno insieme con _Roberto

duca_ di Calabria e con _Filippo principe_ di Taranto, e dirizzò le

vele verso la Sicilia. Don Federigo e gli orgogliosi, anzi temerarii

Siciliani che si teneano sempre in pugno la vittoria, non vollero

aspettarlo, e con quaranta galee (altri dicono di più) vennero alla

volta di Napoli. Il Villani[638] fa loro ammiraglio Federigo Doria;

Niccolò Speciale gli dà il nome di Corrado, ma nol dice intervenuto

a questa battaglia. Scontraronsi le due armate a Capo Orlando, e si

venne nel dì 4 di luglio ad un duro e sanguinoso combattimento, in cui,

quantunque i Siciliani combattessero da disperati, pure dall'industria

e valor di Ruggieri di Loria, ammiraglio nemico, rimasero interamente

sconfitti[639]. Il numero de' morti e presi della lor parte si fa

ascendere a più di sei mila persone, e ventidue galee restarono in

mano dei vincitori. Si salvò, ma con gran fatica, nella sua galea a

forza di remi don Federigo, e fu detto che il re Giacomo l'ebbe, o

potè averlo prigione, ma lasciollo andare. Periron nel conflitto anche

molti Catalani e Pugliesi. Passò dipoi il re Giacomo in Calabria, e,

prendendo seco molte truppe preparate ivi per ordine del re Carlo II,

colla giunta di dieci galee, sbarcò l'esercito in Sicilia. E allora

fu ch'egli fece sapere a _Roberto duca_ di Calabria e a _Filippo

principe_ di Taranto suoi cognati, che i suoi affari il richiamavano

in Catalogna; essere la Sicilia ridotta in istato che non potea più

fare resistenza; non reggergli il cuore a vedere, e meno a procurare

ulteriormente la rovina del già rovinato fratello; e voler egli lasciar

loro tutta la gloria di terminar quel conquisto. Di colà dunque si

portò a Napoli al re Carlo colle medesime scuse, e poi si trasferì

in Catalogna, dopo aver ottenute le promesse da lui fatte al papa ed

al suocero. Vi ha chi dice[640] che fu ben visto dal buon Carlo II,

il quale si obbligò a rifargli le spese occorse in quell'armamento,

ascendenti alla somma di più di ducento mila oncie d'oro. Altri

narrano che fu mal veduto, e creduto d'accordo col fratello, in guisa

che discaro a' Franzesi, e maledetto dai Siciliani, abbandonò in

fine l'Italia. La Cronica di Forlì[641] aggiugne ch'egli si partì,

perchè non gli era pagato il soldo promessogli da papa Bonifazio VIII.

La partenza del re Giacomo e il buon cuore de' Messinesi rinforzò

in tante avversità l'animo di don Federigo. Ma il duca di Calabria

Roberto occupò intanto varie terre di Sicilia, e massimamente quella

di Chiaramonte. Presentatosi ancora coll'esercito sotto Catania,

guadagnò ivi de' traditori, che gli diedero in mano senza spendere

sangue quella città. Ribellaronsi pure altre non poche terre in Valle

di Noto, con apparenza che già inclinasse la fortuna a troncare affatto

le ali a don Federigo, quando essa all'improvviso si dichiarò in suo

favore. Aveva il duca di Calabria spedito Filippo principe di Taranto

suo fratello con un corpo d'armata per terra, assistito da alquante

galee per mare, nella valle di Mazara, per far altre conquiste in

quelle parti. Don Federigo, che s'era postato nel forte castello di San

Giovanni per vegliare agli andamenti dei nemici, con quelle forze che

potè raunare andò a trovare il principe nel piano di Formicara, e gli

diede battaglia. Rimase sconfitto il principe, ed egli stesso, ferito

e scavalcato, fu in pericolo d'essere ucciso dai Catalani in vendetta

di Corradino, se non accorreva a tempo don Federigo, che gli salvò

la vita. Quasi tutto il resto de' vinti fu condotto nelle prigioni.

A questa disavventura de' Franzesi tenne dietro un'altra. Fu data

speranza da un prigione ai baroni del duca di Calabria di metterli in

possesso del forte castello di Gallerano. Andarono moltissimi d'essi

col conte di Brenna loro comandante a prendere questo boccone. Ma

il trattato era doppio. Sorpresi all'improvviso da Blasco di Alagona

capitano di don Federigo, tutti furono fatti prigioni. Così procedevano

gli affari della Sicilia.

Nel febbraio dell'anno presente fu posto fine alla guerra che bolliva

tra _Azzo VIII marchese_ d'Este, signor di Ferrara, e i Bolognesi.

Il pontefice e i Fiorentini ne furono i mediatori[642]. Fatto

un compromesso nel medesimo papa per le castella disputate fra i

Bolognesi e Modenesi, egli proferì un laudo, che fu creduto iniquo

dai Modenesi. Benchè Galvano Fiamma[643] e gli Annali Milanesi[644]

mettano sotto l'anno precedente ciò che ora io son per dire degli

avvenimenti della Lombardia, pure sembra più sicuro il seguitar qui

il Corio[645], assistito dalla Cronica d'Asti[646] e da Benvenuto

da San Giorgio nella Storia del Monferrato[647]. Era già arrivato

_Giovanni marchese_ d'esso Monferrato all'età capace di consigli

politici e militari; e dispiacendogli la potenza di _Matteo Visconte_

che signoreggiava non solamente in Milano, Vercelli e Novara, ma

anche in Casale di Sant'Evasio, e teneva una specie di dominio nel

Monferrato stesso: collegatosi col marchese di Saluzzo, col conte

Filippo da Langusco e coi Pavesi, nel mese di marzo fece rivoltare

la città di Novara, da cui appena si salvò _Galeazzo_, primogenito

d'esso Matteo, che v'era per podestà. Altrettanto fece la città

di Vercelli, e poi Casale suddetto. Susseguentemente tutti questi

signori e popoli si collegarono nel mese di maggio coi Bergamaschi,

Ferraresi e Cremonesi, e con Azzo marchese d'Este signor di Ferrara,

contro al Visconte. Uscirono poscia in campagna, cadauno dalla lor

parte, ed uscì anche Matteo Visconte aiutato con gagliarde forze da

_Alberto Scotto_ signor di Piacenza, dai Parmigiani e da _Alberto

dalla Scala_ signor di Verona, al cui figliuolo _Alboino_ avea Matteo

data in moglie una sua sorella. Nulladimeno con tanti movimenti d'armi

ciascuno si guardò dall'avventurarsi a battaglia. Ed avvenne che Azzo

marchese d'Este[648] con settecento uomini d'armi e quattro mila fanti,

mossosi in soccorso de' Cremonesi, arrivò sino a Crema. Ma perciocchè

corsero sospetti ch'egli macchinasse l'acquisto di Cremona, o perchè

i maligni seminarono delle zizzanie; certo è ch'egli giudicò meglio

di ritornarsene a casa. Matteo Visconte, che si vedea attorniato da

tante armi, siccome accorto e saggio personaggio, addormentò tutti

con un trattato di pace, che fu conchiuso e pubblicato sul principio

d'agosto. In tal credito era salita in questi tempi la potenza de'

Genovesi per le riportate vittorie[649], che i Veneziani presero lo

spediente di venire alla pace con loro. Questa fu maneggiata di comune

concordia da Matteo Visconte, e n'ebbero molto onore i Genovesi, perchè

s'obbligarono i Veneziani di non navigare nel mare Maggiore, nè in

Soria con galee armate per tredici anni avvenire. Furono perciò rimessi

in libertà tutti i prigioni. Similmente i Pisani comperarono la pace

da essi Genovesi con due condizioni, cioè con cedere loro una parte

della Sardegna e Bonifazio in Corsica, e promettere di non uscire in

mare con galee armate per lo spazio di quindici anni venturi. Nel mese

ancora d'aprile seguì in Faenza[650] un congresso degli ambasciatori di

Matteo Visconte, di Alberto dalla Scala, di Azzo e Francesco marchesi

d'Este, e de' Bolognesi, per mettere concordia fra essi Bolognesi e le

città della Romagna e i Lambertazzi fuorusciti di Bologna. Fu questa

pur anche dipoi conchiusa: laonde riuscì degno di memoria quest'anno

per cagione di tante paci. Ma in Mantova succederono delle novità[651].

Era quivi signore _Bardelone_ de' Bonacossi. _Taino_ suo fratello,

voglioso di quel dominio, ricorse ad Azzo marchese d'Este per aiuto;

ma poi, senza voler la gente che gli veniva esibita, se ne tornò a

Mantova. Rimasero poi burlati tanto egli, quanto Bardelone, perchè

_Botticella_ de' Bonacossi loro nipote, figliuolo di Giovannino,

ottenuto un buon corpo di soldatesche da Alberto dalla Scala signor

di Verona, scacciò l'uno e l'altro, e prese egli la signoria di quella

città. Se ne fuggirono i fratelli scacciati a Ferrara, dove furono con

onore accolti dal marchese. Bardelone poscia passò a Padova, dove poco

ben veduto da que' nobili, perchè caduto in povertà, nel terzo anno

del suo esilio miseramente terminò la vita. Allora si trovò più sicuro

nella sua signoria Boticella co' suoi due fratelli _Rinaldo Passerino_

e _Butirone_: nomi o sopprannomi strani di questi secoli.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 47 / 216 题