[600] Nicol. Specialis, lib. 3, cap. 1, tom. 10 Rer. Ital.
[601] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.
[602] Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[603] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[604] Chron. Parmense.
[605] Chron. Forolivien.
[606] Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.
[607] Georgius Stella, Annal. Genuens., lib. 1, cap. 8, tom. 17 Rer.
Ital.
[608] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 14.
[609] Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.
[610] Corio, Istor. di Milano. Gualvaneus Flamma, Manip. Flor.
[611] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Benvenuto da S. Giorgio,
Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXCVII. Indizione X.
BONIFAZIO VIII papa 4.
ADOLFO re de' Romani 6.
Venne in quest'anno a Roma _Giacomo re_ d'Aragona, non tanto per far
costare a papa _Bonifazio_ l'onoratezza sua, e d'essere ben lontano
dall'approvare, non che dal proteggere, le risoluzioni prese da'
Siciliani e da _don Federigo_ suo fratello, quanto per vantaggiare i
proprii interessi con ismugnere nuove grazie dalla corte pontificia.
E fattosi conoscere dispostissimo ad impiegar tutte le sue forze dove
gli ordinasse il papa[615], e precisamente contra dello stesso suo
fratello: Bonifazio aprì gli scrigni della confidenza e liberalità
pontificia verso di lui, con investirlo della Sardegna e Corsica, dove
egli non possedeva un palmo di terreno, e con dichiararlo capitan
generale dell'armata che si dovea spedire contro gl'infedeli, per
ricuperar Terrasanta, o altri Stati dalle mani de' Saraceni. Questo
era il colore che spesse volte si dava in questi tempi alle imprese
che doveano farsi contra de' medesimi cristiani, e serviva di pretesto
per aggravar di decime le chiese della Cristianità. La intenzion
vera, siccome i fatti lo dimostrarono, era di assalir la Sicilia, e di
levarla a don Federigo per consegnarla al _re Carlo II_. Ed appunto
esso re Carlo venne anch'egli a Roma, e per istrignere maggiormente
nel suo partito il suddetto re Giacomo, conchiuse seco di dar per
moglie a _Roberto_ suo terzogenito _Jolanta_, ossia _Violanta_,
sorella del medesimo re Giacomo. Avea già esso Giacomo richiamati
dalla Sicilia tutti gli Aragonesi e Catalani, parte de' quali ubbidì,
e parte no[616]; e, stando in Roma, spedì un'ambasciata al fratello
don Federigo, pregandolo di voler venire sino all'isola di Ischia, per
abboccarsi con lui, e trattar seco de correnti affari. Don Federigo,
ricevuta questa ambasciata, dalla Calabria se ne tornò a Messina, e
colà ancora richiamò _Ruggieri di Loria_, il quale, dopo aver preso
Otranto, era passato sotto Brindisi, per consultare con lui e co'
Siciliani quello che convenisse di fare in sì scabrose contingenze.
Il parere di Ruggieri fu, ch'egli andasse; diedero il lor voto in
contrario i sindachi della Sicilia. Vennero poi lettere dal re Giacomo,
che chiamava a Roma Ruggieri di Loria, e don Federigo con isdegno gli
permise di andare, ma con promessa di ritornare. Tuttavia perchè egli
prima di mettersi in viaggio avea provveduto d'armi e di vettovaglia
alcune castella in Calabria, e dai maligni fu supposto a don Federigo
ciò fatto a tradimento da Ruggieri, come se egli già meditasse di
ribellarsi; andò tanto innanzi lo sconcerto degli animi, che Ruggieri
fu vicino ad essere ritenuto prigione; e poscia se ne fuggì, e, andato
a Roma, si acconciò col re Giacomo a' danni del fratello. Fatal colpo
di somma imprudenza di don Federigo, o de' suoi consiglieri, fu il
perdere, in occasione di tanto bisogno, un sì prode ed accreditato
ammiraglio, e non solo perderlo, ma farselo nemico. Altra ambasceria
venne dal re Giacomo alla _regina Costanza_ sua madre, con ordine di
passare a Roma con _Violanta_ sorella d'esso re, destinata in moglie
a _Roberto duca_ di Calabria. Venne la regina colla figliuola; fu
assoluta e ben veduta dal papa; seguirono le nozze di Violanta; e
Costanza si fermò dipoi fino alla morte in Roma. Altri dicono ch'ella
passò in Catalogna, ma afflitta ed inconsolabile, per vedere la
guerra imminente fra i due suoi figliuoli. Tornossene il re Giacomo in
Catalogna a fare i preparamenti necessarii por soddisfare all'impegno
contratto col pontefice e col re Carlo suo suocero. Don Federigo
informato della fuga di Ruggieri di Loria, dopo averlo fatto proclamare
nemico pubblico, e posto l'assedio a quante castella egli possedeva in
Sicilia, di tutto lo spogliò.
Ebbe principio in quest'anno la detestabil briga de' Colonnesi contro
papa _Bonifazio VIII_. Non si sa bene il motivo di tale rottura. Per
attestato di Giovanni Villani[617], perchè i due cardinali _Jacopo_ e
_Pietro_ erano stati contrarii alla sua elezione, Bonifazio conservò
sempre un mal animo contra di loro, pensando continuamente ad
abbassarli ed annientarli. Aggiugne il Villani, concorde in ciò con
Tolomeo da Lucca[618], che _Sciarra_, oppure _Stefano_ dalla Colonna,
nipote d'essi cardinali, avea prese le some degli arnesi e del tesoro
del papa che veniva da Anagni, ovvero, secondo altri[619], che andava
da Roma ad Anagni, ed erano ottanta some tra oro, argento e rame.
Ma niuna menzione di questo facendo il papa nella bolla fulminatrice
contra de' Colonnesi, si può dubitare della verità del fatto. Non altra
ragion forte in essa bolla[620] adduce Bonifazio, se non che questi
due cardinali tenevano corrispondenza con _don Federigo_ usurpator
della Sicilia, e che, avvertiti, non aveano lasciato questo commercio,
nè aveano permesso che Stefano dalla Colonna, fratello del cardinal
Pietro, ammettesse presidio pontificio nelle loro terre di Palestrina,
Colonna e Zagaruolo: per li quali enormi delitti con bolla pubblicata
nel dì 10 di maggio, non solamente scomunicò i suddetti due cardinali,
ma li depose ancora, privandoli del cardinalato e d'ogni altro
benefizio, con altre pene e censure contra de' lor parenti e fautori.
S'erano ritirati alle lor terre questi cardinali, con _Agapito_,
_Stefano_ e _Sciarra_, tutti dalla Colonna; e ossia che essi avessero
molto prima il cuor guasto, e sparlassero del papa, incitati sotto mano
da qualche principe; oppure che, irritati per questo fiero, creduto
da loro non meritato, gastigo, si lasciarono trasportare a dar fuori
uno scandaloso manifesto, in cui dichiaravano di non credere vero papa
Benedetto Gaetano, cioè il pontefice Bonifazio VIII, benchè fin qui
da essi riconosciuto e venerato per tale, allegando nulla la rinunzia
di papa _Celestino V_, per sè stessa, ed anche perchè procurata con
frodi ed inganni, e perciò appellando al futuro concilio. V'ha chi
pretende che tal manifesto, tendente ad uno scisma, uscisse fuori prima
della bolla e deposizione suddetta; ma il contrario si raccoglie da
un'altra bolla d'esso papa Bonifazio, fulminata nel dì dell'Ascensione
del Signore contra di essi cardinali deposti e di tutti i Colonnesi,
in cui per cagion di questo libello aggrava le lor pene, li priva di
tutti i loro stati e beni, e vuol che si proceda contra d'essi come
scismatici ed eretici. Fece egli dipoi diroccare in Roma i palagi, e
spedì le milizie all'assedio delle lor terre. Circa questi tempi ancora
insorsero dissapori fra il papa e _Filippo il Bello_ re di Francia, a
cagione di avere il re pubblicata una legge (e questa dura tuttavia)
che non si potesse estraere danaro fuori del regno, pretendendo il papa
ch'egli perciò fosse incorso nella scomunica, mentre con ciò s'impediva
il venir le rugiade solite, e quelle massimamente delle decime, alla
corte di Roma. Diede anche ordine il pontefice ai due cardinali legati
che erano in Francia, di apertamente pubblicare scomunicato il re e i
suoi uffiziali, se veniva impedito il trasporto d'esso danaro dovuto
alla santa Sede: cose tutte che col tempo si tirarono dietro delle
pessime conseguenze, figlie dell'interesse, che da tanti secoli va e
sempre forse pur troppo andrà sconcertando il mondo.
Durando la guerra fra il _marchese Azzo_ d'Este e i Parmigiani, ognuna
delle parti facea quel maggior danno che poteva all'altra[621]. Si
frapposero amici, persuadendo la pace; e sopra tutto ne fece premura
Guido da Correggio, potente presso i Parmigiani, perchè tutto il suo
era sotto il guasto. Si conchiuse adunque l'accordo fra essi nel mese
di luglio, e nel dì quinto di agosto furono rilasciati i prigioni.
Ma di questa pace particolare si dolsero forte i Bolognesi, perchè
lasciati soli in ballo dai Parmigiani, e ne furono anche malcontenti
gli usciti di Parma, perchè abbandonati dal marchese; e però
continuarono essi la guerra contra della loro città. Altrettanto fece
il marchese Azzo coi collegati romagnuoli[622] contra de' Bolognesi,
seguitando i guasti e gli incendii dall'una parte e dall'altra. Fu
eletto in quest'anno per lor capitano di guerra dalle città di Cesena,
Forlì, Faenza ed Imola, _Uguccione dalla Faggiuola_, il quale nel dì
21 di febbraio in Forlì prese il baston da comando, poscia nel mese
di maggio uscì con potente esercito a' danni de' Bolognesi. Giunto
nelle vicinanze di Castello San Pietro, sfidò a battaglia l'armata
vicina dei medesimi Bolognesi, i quali si guardarono di entrare in
così pericoloso cimento. Intanto papa Bonifazio non rallentava il
suo studio, premendogli forte di far cessare questa guerra; ma per
ora non gli venne fatto, siccome neppure ai Fiorentini, che spedirono
anch'essi degli ambasciatori a questo fine. Nell'anno presente[623] i
Grimaldi e Fieschi usciti di Genova fecero più che mai guerra contro
la lor patria; ed accadde che Francesco dei Grimaldi, per soprannome
Malizia, vestito da frate minore, s'introdusse nella terra di Monaco,
e s'impadronì di esso e de' suoi due castelli, e quivi fortificatosi
inferì dei gravissimi danni a Genova, corseggiando per mare.
Signoreggia tuttavia in quella terra con titolo principesco la famiglia
Grimalda.