[581] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[582] Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.
[583] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6. Ferretus Vicentinus, Hist.,
lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.
[584] Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 20, tom. 10 Rer. Ital.
[585] Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. 1, tom. 3 Rer. Ital.
[586] Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 22, tom. 10 Rer. Ital.
[587] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[588] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 334.
[589] Corio, Istor. di Milano.
[590] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[591] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[592] Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.
[593] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.
[594] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 12.
[595] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.
[596] Jacobus de Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.
[597] Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.
[598] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 14. Jacobus de Varagine, Chron.
Genuens., tom. 9 Rer. Ital. Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17
Rer. Ital.
[599] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXCVI. Indiz. IX.
BONIFAZIO VIII papa 3.
ADOLFO re de' Romani 5.
Quando si credeva papa _Bonifazio VIII_ d'essere come in porto
nell'affare della restituzion della Sicilia, egli se ne trovò più
che mai lontano. Irritati al maggior segno i Siciliani, perchè il re
_Giacomo_ senza alcuna contezza, nonchè assenso d'essi, avesse ceduto,
e, per dir così, venduto quel regno ai troppo odiati Franzesi, nel dì
25 di marzo, in cui cadde la Pasqua dell'anno presente, proclamarono
re di Sicilia l'infante _don Federigo_ fratello dello stesso re
Giacomo. Fu egli con gran solennità coronato nella cattedrale di
Palermo, e in quello stesso giorno fece molti cavalieri, alzò altri
al grado di conti, e dispensò molte altre grazie[600]. Dappertutto si
videro giuochi e bagordi; e, mossosi il re novello da Palermo, passò
a Messina, dove trovò tutto quel popolo in festa e pronto a servirlo.
Andossene dipoi a Reggio in Calabria, e, dato ordine a _Ruggieri di
Loria_ che uscisse in mare colla sua flotta, egli stesso coll'esercito
di terra andò a mettere l'assedio alla città di Squillaci, e con
levare ai cittadini i canali dell'acqua, gli obbligò a rendersi. Di là
portossi sotto Catanzaro, dove si trovava Pietro Ruffo, conte di quella
forte città, ed uno de' primi baroni della Calabria, a cui non mancava
gente in bravura e copia, molto atta ad una gagliarda difesa. Era
Ruggieri di Loria parente del conte, e come tale dissuase la impresa.
Stette saldo il re Federigo a volerla; ed allorchè coi furiosi assalti
si vide essa città vicina a cadere, ottenne il medesimo Ruggieri che
si venisse a patti, e che, se in termine di quaranta giorni non veniva
soccorso, la città si rendesse. Passato il tempo, fu osservata la
capitolazione, e Catanzaro venne alle sue mani. Fu anche dato soccorso
a Rocca Imperiale, ed acquistato Policoro. Sotto Cotrone, preso
anch'esso e saccheggiato, cominciò a sconciarsi la buona armonia fra
il re e Ruggieri di Loria, ma per allora non ne fu altro. Impadronissi
dipoi il re Federigo di Santa Severina e di Rossano. Intanto, portata
a papa Bonifazio la nuova che don Federigo avea presa la corona di
Sicilia, non solamente contra di lui, ma contra ancora del re Giacomo
suo fratello si accese di collera, figurandosi che fra amendue passasse
intelligenza segreta, per burlare in questa guisa non meno il re Carlo
che il papa stesso. Annullò dunque tosto, per quanto a lui apparteneva,
tutti gli atti di don Federigo e de' Siciliani, e spiegò contra d'essi
tutto l'apparato delle pene spirituali e temporali; per le quali
nondimeno nulla si cambiò il cuor di quei popoli. Risentitamente ne
scrisse ancora al re Giacomo; ma questi ampiamente rispose e giurò
di non aver parte nella risoluzion presa dal fratello (e dicea il
vero), esibendosi pronto ad eseguir dal suo canto quanto era da lui
stato promesso. Anzi egli, non so se chiamato dal papa, oppure di
sua spontanea volontà, si preparò per venire a Roma, affine di meglio
sincerare esso pontefice e il re Carlo del suo retto procedere.
La guerra insorta fra _Azzo VIII_ marchese d'Este, signor di Ferrara,
e i Parmigiani e Bolognesi collegati, andava ogni dì più prendendo
vigore[601]. Dal canto loro maggiormente si afforzarono i Parmigiani,
con accrescere la loro lega, nella quale entrarono il comune di
Brescia e i fuorusciti di Reggio e di Modena, tutti contro il marchese
Azzo. Seguirono poi varie ostilità in quest'anno fra essi Parmigiani
e le milizie dell'Estense sul Reggiano, che non meritano d'essere
registrate. Studiossi anche il marchese dal canto suo d'avere de'
partigiani dalla parte della Romagna. Tirò in Argenta a parlamento
_Maghinardo da Susinana_ coi Faentini, _Scarpetta degli Ordelaffi_
coi deputati di Forlì e di Cesena, _Uguccione_ dalla _Faggiuola_,
che comincia in questi tempi a far udire il suo nome, coi Lambertazzi
usciti di Bologna, ed altri Ghibellini di Ravenna, Rimini e Bertinoro.
Fu risoluto di togliere Imola ai Bolognesi. Di questo trattato
_Guglielmo Durante_ conte della Romagna spedì l'avviso a Bologna,
acciocchè prendessero le necessarie misure e precauzioni. E infatti i
Bolognesi inviarono quattro mila pedoni e molta cavalleria in rinforzo
d'Imola. Ma nel dì primo d'aprile, venuto l'esercito del marchese
Azzo con Maghinardo e cogli altri collegati, arrivò al fiume Santerno,
alla cui opposta riva trovò schierati i Bolognesi, Imolesi ed usciti
di Faenza, per impedire il passo del fiume che era allora assai
grosso[602]. Ma, valicato il Santerno dai Ferraresi e Romagnuoli, si
venne ad un caldo combattimento. Non ressero lungo tempo i Bolognesi;
molti ne furono morti, molti presi; e fuggendo il resto verso Imola, i
vincitori in inseguirli entrarono anch'essi nella città, e ne divennero
padroni. L'autore della Cronica Forlivese[603] scrive che furono fatti
prigioni più di duemila persone.
Nello stesso dì primo d'aprile il marchese Azzo con altro esercito
dalla parte di Modena andò a fortificare le castella di Vignola,
Spilamberto e Savignano; e soprattutto attese[604] a rimettere in
piedi le fortificazioni di Bazzano, dove lasciò un buon presidio.
Concertarono poscia insieme i Bolognesi e Parmigiani di unitamente far
oste ad uno stesso tempo nell'autunno, gli uni contro Modena, e gli
altri contra di Reggio. Ma i soli Bolognesi effettuarono il concordato;
imperciocchè, unito un possente esercito di lor gente co' signori
da Polenta, coi Malatesti ed altri Romagnuoli, e con un rinforzo di
Fiorentini, ripigliarono per forza il castello di Savignano. Coll'aiuto
de' Rangoni e d'altri fuorusciti di Modena presero Montese ed altre
castella del Frignano; e si misero poi con grave vigore all'assedio
di Bazzano. Si sostenne quella guarnigione, composta di quattrocento
cavalieri e di mille fanti, per lo spazio d'un mese; ma vinta in fine
dalla fame, e veggendo che non veniva soccorso (giacchè il marchese
accompagnato da Maghinardo uscì bene in campagna con molte forze, ma
non giudicò utile l'azzardare una battaglia), a patti di buona guerra
nel dì 25 di novembre cadde in poter de' Bolognesi. Altre ostilità
succederono in quest'anno[605], perchè il marchese Azzo co' Modenesi e
Reggiani cavalcò sul Bolognese nel dì 6 di giugno sino a Crespellano e
al borgo di Panigale; e nello stesso tempo il _marchese Francesco_ suo
fratello co' Ferraresi venne dalla sua parte sino alla terra di Peole
e al Tedo, saccheggiando, bruciando e, facendo prigioni. E intanto
il _conte Galasso_ da Montefeltro, e Maghinardo Pagano da Susinana,
capitano della lega colle milizie di Faenza, Forlì, Imola e Cesena,
assalì il distretto di Bologna, venendo a Castel San Pietro e alle
terre di Legnano, Vedriano, Frassineto, Galigata e Medecina, con orridi
saccheggi e bruciamento di più di due mila case. La Cronica di Forlì,
più delle altre esatta e copiosa in questi tempi, descrive minutamente
questi fatti della Romagna con assaissimi altri, che troppo lungo
sarebbe il voler qui rammentare. Ma non si dee tacere che nel dì 15 di
luglio i Calboli coi Riminesi, Ravennati ed altre loro amistà, presero
la città di Forlì colla morte di molti: il che udito da Scarpetta degli
Ordelaffi e da Maghinardo che erano all'assedio di Castelnuovo[606],
a spron battuto volarono colà, e ricuperarono la città, uccidendo e
prendendo non pochi degli entrati. E poscia renderono la pariglia ai
Ravegnani con iscorrere ed incendiare il lor paese sino alle mura della
città. Nel dì 26 d'aprile Guglielmo Durante conte della Romagna, stando
in Rimini, privò di tutti i lor privilegii, onori e dignità le città
di Cesena, Forlì, Faenza ed Imola: rimedii da nulla per guarire i mali
umori di tempi sì sconcertati.
Nel dì 30 del precedente dicembre[607] si diede principio entro la
città di Genova alla guerra e alle battaglie fra i Grimaldi e Fieschi,
e loro aderenti guelfi dall'una parte, e i Doria e Spinoli coi loro
parziali ghibellini dall'altra. Nelle lor torri e case si difendeano,
e da esse offendevano, cercando or l'una or l'altra di occupare il
palazzo del pubblico e gli altri siti forti. Vi restarono preda del
fuoco moltissime case, e fu bruciato fino il tetto della cattedrale
di San Lorenzo[608], perchè i Grimaldi s'erano afforzati nella torre
maggiore d'essa chiesa. Dalla Lombardia e da altri luoghi concorse gran
gente in aiuto di cadauna delle parti; ma più furono i combattenti di
quella dei Doria e Spinoli: laonde dopo più di un mese della tragica
scena di quei combattimenti, soccombendo i Grimaldi e Fieschi, si
videro nel dì 7 di febbraio obbligati a cercar lo scampo colla fuga
fuori della città. Furono appresso eletti capitani governatori di
Genova _Corrado Spinola_ e _Corrado Doria_, e cessò tutto il rumore. Ma
per mare seguitò la guerra fra essi Genovesi e i Veneziani[609]. Azione
nondimeno che meriti osservazione non accadde fra loro, se non che da
Venezia furono spedite venticinque galee ben armate sotto il comando di
Giovanni Soranzo, le quali ite a Caffa, città posseduta dai Genovesi
nella Crimea, la presero e saccheggiarono, con bruciare alquante navi
e galee d'essi nemici. Era divisa anche la città di Bergamo nelle
fazioni de' Soardi e Coleoni[610]. Nel mese di marzo vennero queste
alle mani, e i Coleoni ne furono scacciati. Rientrati poi questi
nella città nel dì 6 di giugno, e rinforzati dai Rivoli e Bongi,
costrinsero alla fuga i Soardi, di modo che _Matteo Visconte_ rimase
escluso affatto dal dominio di quella città. Di torri e di case ivi si
fece allora un gran guasto. Nell'anno presente _Giovanni marchese_ di
Monferrato prese per moglie _Margherita_ figliuola di _Amedeo_ conte
di Savoia[611]. Poi, fatta lega con _Manfredi marchese_ di Saluzzo,
ed unito un buon esercito, prese e mise a sacco la città d'Asti, con
iscacciarne i Solari e gli altri del partito guelfo. In Toscana non si
udì novità alcuna degna di conto, se non che, per attestato di Tolomeo
da Lucca[612], _Adolfo re_ dei Romani inviò colà per suo vicario
Giovanni da Caviglione. I Toscani, a' quali rincrescevano forte le
visite di questi uffiziali cesarei, ricorsero a papa _Bonifazio VIII_,
perchè li liberasse da costui, esibendo ottanta mila fiorini di oro,
quattordici mila de' quali toccarono per la sua rata al comune di
Lucca. Il papa rimandò a casa sua questo vicario, contentandolo con
dare il vescovato di Liegi ad un suo fratello, e mise nella borsa sua
il danaro pagato dai buoni Toscani. Trovarono i Pisani in quest'anno un
bel ripiego per farsi rispettare dai vicini nemici[613], e fu quello di
eleggere per podestà e governatore della loro città lo stesso Bonifazio
papa, con assegnargli quattro mila lire annualmente per suo salario.
Accettò benignamente il pontefice questo impiego, e, sciolti i Pisani
dall'interdetto e dalle scomuniche, mandò colà per suo vicario Elia
conte di Colle di Val d'Elsa. Richiamò esso papa dal governo della
Romagna[614] _Guglielmo Durante_ vescovo, e colà inviò con titolo di
conte Masino da Piperno, fratello di _Pietro cardinale_ di Piperno.
Entrò egli in quella provincia sul fine di settembre, e fece ritirare
l'esercito di Maghinardo dall'assedio di Massa de' Lombardi.