[570] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[571] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.
[572] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.
[573] Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini V, Par. I, tom. 3 Rer.
Ital.
[574] Ptolom. Lucens., Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Italic.
[575] Jacopus a Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.
[576] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Jacob.
Cardinalis, in Vit. Coelestini, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, in
Hist.
[577] Corio, Istor. di Milano.
[578] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 333.
[579] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.
[580] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Continuator
Danduli, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXCV. Indizione VIII.
BONIFAZIO VIII papa 2.
ADOLFO re de' Romani 4.
Una delle prime imprese di papa _Bonifazio VIII_, non per anche
consecrato[582], fu quella di annullar tutte le grazie fatte da
papa _Niccolò IV_ e da _Celestino V_. Poscia nel primo, oppure nel
secondo giorno di gennaio del presente anno, senza far caso dell'aspra
stagione, s'inviò alla volta di Roma. Aveva egli mandato innanzi
accompagnato da più persone il già _papa Celestino_, tornato ad essere
Pietro da Morrone. Ma questi una notte con un solo compagno se ne
fuggì, per ritirarsi all'antica sua cella, e chi disse con pensiero di
scappare in Grecia, acciocchè niuno il tenesse più per papa. Bonifazio,
a questa nuova, s'inalberò non poco, e spedì gente sì egli, come il re
Carlo, dappertutto a cercarlo. Ritrovato che fu, il papa apprendendo
che se quel santo vecchio fosse lasciato in libertà, avrebbe per sua
semplicità potuto lasciarsi indurre a riassumere il pontificato, e far
nascere scisma, giacchè non mancavano persone che pretendevano nulla
la di lui rinunzia, e seguitavano a venerarlo qual papa: il confinò
nella rocca inespugnabile di Fumone, dove ben trattato, oppure, secondo
altri, maltrattato in una stretta prigione, attese a vivere e a far
delle orazioni, finchè nel dì 19 di maggio dell'anno 1296 diede fine
alla sua santa vita, e glorificato da Dio con molti miracoli, fu poi
solennemente messo nel catalogo de' santi da papa _Clemente V_. Si
mostra il suo cranio, come trafitto da un chiodo; ma non è probabile
che Bonifazio VIII, se l'avesse voluto levar dal mondo, avesse usata
sì barbara maniera, e non piuttosto il veleno. Se si ha da credere a
Giovanni Villani[583], per giugnere al papato col mezzo del re Carlo,
avea Bonifazio detto ad esso re che il suo papa Celestino l'avea
ben voluto servire per fargli ricuperare la perduta Sicilia, ma che
non avea saputo farlo; laddove, s'egli fosse eletto papa, vorrebbe,
saprebbe e potrebbe fargli ottenere l'intento. E gli mantenne la
parola[584]. Confermò la concordia fatta per cura di papa _Niccolò
IV_ fra il _re Carlo_ ed _Alfonso re_ di Aragona; e diede ordine a
Bonifazio da Calamandrano, gran maestro de' cavalieri oggidì appellati
di Malta, d'indurre allo stesso accordo e con più strette condizioni
_Giacomo re_ d'Aragona, succeduto al fratello Alfonso. Per liberarsi
dalla nemicizia dei re di Francia e di Napoli, Giacomo consentì, con
cedere al re Carlo i suoi diritti sopra la Sicilia, prendere per moglie
_Bianca_ figliuola di esso Carlo, benchè avesse già contratti gli
sponsali con una figliuola del re di Castiglia; e con altri patti di
pagamento di danari, di promesse della Sardegna e Corsica, e d'altri
vantaggi spettanti a _Carlo di Valois_, il quale rinunziò anch'egli
le sue pretensioni sopra il regno d'Aragona. Niccolò Speciale e il
Villani scrivono che ora solamente furono posti in libertà i principi
figliuoli del re Carlo, e questo ancora si deduce da un Breve di papa
Bonifazio[585]; laonde non so come Tolomeo da Lucca scrivesse che
furono liberati nell'anno precedente, e che passarono per Lucca.
Seguì poscia in Roma la solenne coronazione di papa Bonifazio nel
dì 16 di gennaio. Leggesi diffusamente descritta in versi da _Jacopo
Gaetano_ cardinale di San Giorgio[586] quella magnifica funzione, a cui
forse una simile non s'era veduta in addietro. Vi assisterono i due re
Carli, padre e figliuolo, con tener le redini del cavallo pontificio
nella cavalcata, e con servirlo alla mensa. Scrive il Rinaldi, che
in quest'anno mancò di vita il suddetto giovane re, cioè _Carlo
Martello_, che portava il titolo di re d'Ungheria. Di ciò parleremo
all'anno 1301. Attese in questi tempi con tutto vigore papa Bonifazio
a far eseguire il trattato della pace fra il _re Carlo II_ e _Giacomo
re_ d'Aragona per la restituzion della Sicilia; ma si cominciarono a
trovare degl'intoppi dalla parte dei Siciliani stessi. Appena passò
in quell'isola la voce di quell'accordo, e che il re Giacomo s'era
impegnato di consegnarla al re Carlo, che, tenutosi un parlamento dalla
_regina Costanza_, governatrice di quel regno, e da _don Federigo_
suo figliuolo, fu risoluto di inviar ambasciatori al re Giacomo in
Catalogna per chiarirsi della verità del fatto. Andarono questi, e,
udito che così stava la cosa, proruppero in lamenti, in preghiere
e in proteste; e trovando il re fisso nel suo proposito, perchè più
non potea tornare indietro, dopo essersi fatto dare in iscritto un
atto autentico di tale rinunzia, se ne tornarono vestiti da corruccio
in Sicilia, portando la dolorosa nuova, che fu una spada nel cuore
a que' popoli, giacchè si vedeano sagrificati ai Franzesi, gente da
essi odiata a morte e temuta. In questo tempo l'accorto papa Bonifazio
desiderò che don Federigo, fratello del re Giacomo, venisse dalla
Sicilia a trovarlo, per guadagnarsi il lui animo, ed impedire ch'egli
non frastornasse la restituzion di quel regno. Venne lo spiritoso
infante con una bella flotta, accompagnato da' suoi due ministri,
_Giovanni da Procida_ e _Ruggieri di Loria_, e sbarcato si abboccò in
Velletri col papa, che gli fece un affettuoso accoglimento, e con auree
parole l'esortò a dar tutta la mano alla pace, offerendogli in moglie
_Caterina_, unica figliuola di _Filippo_ imperadore, ma solamente di
titolo, di Costantinopoli, figlio del re Carlo II, con ricchissima
dote, e coi diritti sopra l'imperio greco, di cui papa Bonifazio, come
se l'avesse in pugno, gli dipigneva non solo facile, ma infallibile
la conquista. Rispose saviamente il giovanetto principe che farebbe
quanto fosse in suo potere; ma che conveniva intendersela ancora coi
popoli; e, licenziatosi, se ne tornò colla sua flotta in Sicilia. Fu
sentimento d'alcuni che in questa occasione Bonifazio traesse alle sue
voglie il valoroso, ma ambizioso Ruggieri di Loria, con farlo principe
dell'isole delle Gerbe e di Carchim in Africa, e con altre lusinghe.
Ma forse per altri più tardi si staccò Ruggieri dal suo amore verso
la Sicilia; ed egli in questi tempi, e molto più Giovanni da Procida
inclinarono a dichiarare re di Sicilia _don Federigo_, e di voler
piuttosto tentar la fortuna della guerra, che tornare sotto l'abborrito
giogo dei Franzesi. Fu spedito in Sicilia dal pontefice il suddetto
Giovanni di Calamandrano, per proferire a quei popoli quante mai grazie
ed esenzioni sapessero immaginare. Ma gli fu detto che i Siciliani
colla spada, e non già con delle carte pecore cercavano la pace; e che,
se non isloggiava presto dalla Sicilia, vi avrebbe lasciata la vita. Di
più non occorse per farlo tornar di galoppo indietro.
Nella notte del dì 8 di agosto del presente anno, venendo il dì 9,
terminò i suoi giorni[587] _Ottone Visconte_ arcivescovo e signore
di Milano, a cui dee la sua esaltazione la nobil casa de' Visconti
Milanese. Lasciò egli _Matteo_, suo nipote in alto stato. Secondo
Galvano Fiamma[588], alcuni nobili milanesi passarono a Lodi, e si
acconciarono coi Torriani, i quali con quel popolo e coi Cremonesi
andarono all'assedio di Castiglione; ma portatosi colà Matteo Visconte
coi Piacentini e Bresciani, li fece ben tosto decampare. Nel mese
di giugno, secondo il Corio[589], l'armata milanese andò fin sotto
le porte di Lodi, danneggiando il paese; ma nel settembre fu fatta e
gridata la pace, oppur la tregua fra Milano e Lodi. Di questi fatti ci
assicura anche la Cronica di Parma[590]. Contrassero in quest'anno lega
i Parmigiani coi Bolognesi, e seguirono poi delle funeste novità nella
loro città. Era stato eletto arcivescovo di Ravenna _Obizzo da San
Vitale_, vescovo allora di Parma: del che fu fatta grande allegrezza da
quei della sua fazione. Ma nel dì 23 d'agosto la fazione contraria de'
Correggeschi, facendo correre voce che il medesimo prelato macchinasse
contro alla patria, ed avesse fatta massa d'armi nel suo palagio, mosse
a rumore il popolo, e furiosamente con esso andò a quella volta. Il
vescovo ebbe la sorte di salvarsi, e, fuggito a Reggio, si trasferì
poscia a Ravenna. Furono mandati ai confini moltissimi seguaci della
parte ghibellina; e i Bolognesi inviarono a Parma ducento uomini d'armi
da tre cavalli l'uno con cinquecento pedoni. Più strepitosa ancora fu
la sollevazione che si fece nella stessa città di Parma nella festa
di santa Lucia, in cui amendue le fazioni vennero alle mani, e dopo
lungo combattimento rimasero rotti i Sanvitali e posti in fuga, e
il monistero di san Giovanni de' Benedettini fu messo a sacco, con
altri non pochi disordini. Ritiraronsi gli usciti a Cuvriago, e vi si
fecero forti coll'aiuto del marchese _Azzo VIII_ d'Este, il quale fu
creduto che avesse mano in cotali turbolenze con disegno d'acquistare
la signoria di Parma. Comunque sia, avendo presa il marchese la
protezione di quei fuorusciti, guerra nacque fra lui e il popolo
di Parma. _Alberto Scotto_, signor di Piacenza, spedì un suo nipote
con soldatesche in aiuto de' Parmigiani. Colà parimente Milano inviò
un buon rinforzo; e i Bolognesi, dopo avervi trasmessa di nuovo una
compagnia di cento uomini d'armi, determinarono di far guerra per essi
al marchese d'Este. Diede esso marchese[591] il passo per Modena e
Reggio ai lor soldati ed ambasciatori, perchè protestarono di passare
a Parma per rimettere la concordia fra que' cittadini e la parte del
vescovo; ma si trovò poi burlato, ed anch'egli si diede a far gente
in sua casa, e broglio in Romagna contra de' Bolognesi. Nel mese
d'ottobre esso marchese Azzo nella sua terra di Rovigo fece cavaliere
_Ricciardo_, figliuolo di _Gherardo_ da _Camino_ signore di Trivigi,
_sic magnifice_, per attestato della Cronaca di Parma, _quod numquam
auditum fuerat de aliquo, quod sic fieret_.
Nell'anno presente ancora si fecero delle novità in Brescia[592];
imperciocchè per maneggio di _Matteo Visconte_ tutti i partigiani
della casa della Torre, cioè i Guelfi, furono scacciati dalla città
e banditi col guasto di tutti i loro beni: perlochè si rifugiarono al
marchese d'Este capo della parte guelfa. Per lo contrario, _Bardelone_
de' Bonacossi signore di Mantova[593] cavò dalle carceri _Taino_
suo fratello con un suo nipote, e li mandò a' confini; ed, oltre a
ciò, rimise in Mantova due mila persone già bandite, cassando ogni
statuto fatto contra di loro: del che dovette riportare gran lode.
Ma non si può abbastanza spiegare, come lo spirito della bestial
discordia si diffondesse in questi tempi per l'Italia. In Firenze
il popolo superiorizzava, ed avea fatto degli statuti molto gravosi
contra de' nobili e grandi[594], mosso specialmente da Giano della
Bella, arditissimo popolano. Non potendo più sofferire i nobili questo
aggravio, nel dì 6 di luglio, dopo aver fatta congiura, e ragunata di
gran gente, fecero istanza che fossero cassate quelle ingiuste leggi.
Per questo fu in armi tutta la città. Si schierarono i grandi colle
lor masnade nella piazza di San Giovanni, e voleano correre la terra.
Ma il popolo asserragliò e sbarrò le strade, acciocchè la cavalleria
non potesse correre, e stette così ben unito e forte al palazzo del
podestà, che i grandi non osarono di più. Prese da ciò maggior piede la
gara e il mal animo dell'una contra dell'altra parte; e di qui cominciò
la città di Firenze a declinare in malo stato con gravi sciagure, che
andremo a poco a poco accennando. Anche in Pistoja, secondochè s'ha da
Tolomeo da Lucca[595], in quest'anno ebbe principio una fiera discordia
fra i nobili della casa de' Cancellieri, i quali si divisero in due
fazioni. Bianchi e Neri, cadauna delle quali ebbe gran seguito. Ne
succederono ammazzamenti, e si sparse dipoi questo veleno per le città
di Firenze, di Lucca e d'altri luoghi, ne' quali cadauna d'esse fazioni
trovò protettori e partigiani. Il Villani e la Storia Pistoiese pare
che mettano il cominciamento di questa maledetta divisione all'anno
1300.
Da moltissimi anni era anche divisa la città di Genova in due fazioni,
cioè ne' Mascherati ghibellini, e ne' Rampini guelfi. Più che mai ciò
non ostante, si accendeva la guerra fra quel popolo e i Veneziani.
Questo bisogno del pubblico e la cura massimamente di _Jacopo da
Varagine_ arcivescovo di Genova[596] portarono nel mese di gennaio
alla pace e concordia gli animi loro divisi. E quivi vedendosi che
in Venezia si faceva un terribile armamento di legni, col vantarsi
alcuni di voler venire fino a Genova, stimolati dal punto d'onore
e dall'antica gara i Genovesi, si misero anch'essi a farne uno più
grande e strepitoso. S'interpose _papa Bonifazio_ nei mese di marzo,
e chiamati a Roma i deputati di amendue le città, intimò una tregua
fra loro sino alla festa di san Giovanni Batista, sperando intanto
di ridurre queste due feroci nazioni a concordia; ma nulla si potè
conchiudere. Mirabile e quasi incredibil cosa è l'udire, per attestato
del suddetto Jacopo da Varagine, che i Genovesi giunsero ad armare
ducento galee, che furono poi ridotte a sole cento cinquantacinque,
cadauna delle quali aveva almeno ducento venti armati, altre ducento
cinquanta, ed altre sino a trecento. Mandarono poscia a Venezia
dicendo, che se i Veneziani aveano il prurito di venire a Genova
per combattere, non s'incomodassero a far sì lungo viaggio; perchè
i Genovesi con Uberto Doria loro ammiraglio andavano in Sicilia ad
aspettarli, e che quivi li sodavano a battaglia[597]. Udita questa
sinfonia, i saggi veneziani stimarono meglio di disarmare, e di
lasciar che gli altri passassero, siccome fecero soli, a fare una
bella comparsa ne' mari di Sicilia. Ma che? tornati che furono a casa i
Genovesi pieni di boria, come se avessero annientata la potenza veneta,
si risvegliò fra loro il non estinto fuoco delle fazioni per gare
di preminenza e risse cominciate nell'armata suddetta[598]. Però sul
finire dell'anno la parte guelfa, capi di cui erano i Grimaldi, venne
alle mani colla ghibellina, onde erano capi i Doria e gli Spinoli, e
cominciarono un'aspra guerra cittadinesca che impegnò tutto il popolo
della città: del che parleremo all'anno seguente. In Romagna[599]
nell'aprile di quest'anno fu inviato per conte e governatore _Pietro
arcivescovo_ di Monreale, il qual fece alcune paci in quella provincia,
tolse a _Maghinardo da Susinana_ l'ufficio di capitano di Faenza, e in
Ravenna fece abbattere i palagi di _Guido da Polenta_ e di _Lamberto_
suo figliuolo. Dopo aver ridotto in Faenza i fuorusciti, si stette poco
a sentire una sollevazione in quella città fra i conti di Cunio e i
Manfredi dall'una parte, e Maghinardo, i Rauli ed Acarisi dall'altra.
Si venne a battaglia, e andarono sconfitti i primi, obbligati perciò
ad uscire di quella città, e restarono burlati i Bolognesi, i quali
passavano d'intelligenza con essi per isperanza di tornar padroni di
Faenza. Poco durò il governo del suddetto arcivescovo di Monreale,
perchè nell'ottobre arrivò a Rimini _Guglielmo Durante_ vescovo
mimatense, ossia di Mande in Linguadoca, eletto da papa _Bonifazio
VIII_ marchese della marca di Ancona e conte della Romagna, celebre
giurisconsulto, autore dello _Speculum_ _juris_, onde fu appellato
_Speculator_, e di altre opere, il quale per molto tempo era stato
pubblico lettore di leggi e canoni nella città di Modena. Fu ricevuto
con onore da tutte le città della Romagna. Ma nel dì 19 di dicembre
venne all'armi _Malatesta da Verucchio_ nella città di Rimini colla
sua fazione guelfa contro la ghibellina di Parcità, e la spinse fuori
colla morte di molti. _Guido conte_ di Montefeltro, rimesso in grazia
del papa, venne in quest'anno a Forlì, e gli furono restituiti tutti i
suoi beni. D'uomo tale par che facesse capitale papa Bonifazio per le
sue occorrenze. Ma egli di lì a poco, cioè nell'anno seguente, o perchè
si mutò il vento, oppure per vero desiderio di darsi alla penitenza
de' suoi peccati, si fece frate dell'ordine francescano, e in quello
terminò poi i suoi giorni, ma non sì presto.