[561] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[562] Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini, P. I, tom. 3, Rer. Ital.
[563] Gualvanus Flamma, Manip. Flor., cap. 332.
[564] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[565] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer.
Ital.
[566] Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[567] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Parmens., tom. 9
Rer. Ital.
[568] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 2.
[569] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXCIV. Indizione VII.
CELESTINO V papa 1.
BONIFAZIO VIII papa 1.
ADOLFO re de' Romani 3.
Pel verno ancora del presente anno continuò la discordia fra i
cardinali in Perugia, non venendo essi mai ad una concordia per
eleggere un nuovo capo della Chiesa cattolica. Da Tolomeo da Lucca[571]
e dalla Cronica Sanese[572] abbiamo che nell'anno 1293 _Carlo II re_
di Napoli co' suoi figliuoli, e col giovinetto marchese del Monferrato
_Giovanni_, sul fine del verno arrivò a Lucca, venendo dalla Provenza.
Ma secondo i conti fatti di sopra, in quest'anno dovette succedere
il suo passaggio. La differenza delle città italiane nel contare il
principio dell'anno non è un picciolo imbroglio a chi brama di fissare
i tempi nella storia. Ora, secondo i Fiorentini ed altri popoli, il
1293 durava sino al dì 25 di marzo dell'anno presente. Per attestato
d'esso Tolomeo, il suddetto re Carlo in Lucca trattato fu con tanta
solennità d'incontro, di bagordi, danze e conviti, che non v'era
memoria in Toscana di somigliante festa. Aggiugne poscia _Jacopo
cardinale_ di San Giorgio[573], che gli era andato incontro _Carlo
Martello_, suo primogenito, re allora d'Ungheria solamente di nome o di
titolo, venuto da Capoa per vedere il padre. Giunto che fu il re Carlo
vicino a Perugia, gli fecero anche i cardinali tutto il possibile onore
con un magnifico incontro. E perciocchè a lui premeva forte di veder
creato presto un papa tutto suo, non risparmiò in tal congiuntura le
sue doglianze per la scandalosa dilazione, e le sue esortazioni, perchè
la sbrigassero una volta. Tolomeo da Lucca, che in questi tempi vivea,
attesta[574] ch'egli _dura verba habuit cum domino Benedicto Gaytani_,
che fu poi Bonifazio VIII, il quale, da superbo come era, probabilmente
gli rispose che non toccava a lui il prefiggere ai cardinali il quando
s'avea da creare il papa. Forse anche fu creduto ch'egli quel fosse che
imbrogliava questo grande affare. Andossene il re Carlo; e, continuando
la disunione suddetta nel sacro collegio, cosa avvenne che stordì tutto
il mondo cristiano. Era già il mese di giugno, e per la morte di un
giovane, fratello del _cardinal Napoleone_ degli Orsini, cominciò il
cardinal tuscolano _Giovanni Boccamazza_ a parlar delle burle che fa la
morte ai giovani, e più s'hanno da temer dai vecchi, predendo motivo
da ciò di non differir più lungamente il dare un capo alla Chiesa.
Aggiunse il cardinale _Latino Malabranca_ vescovo d'Ostia, essere
stato rivelato da Dio ad un santo uomo, che se non si affrettavano ad
eleggere un papa, la collera di Dio era per iscoppiar sopra di loro
prima dell'Ognissanti. Sorridendo allora il soprammentovato cardinale
Benedetto Gaetano, disse: _E' forse questa una delle visioni di Pietro
da Morrone? Signor sì_, rispose il vescovo d'Ostia, e disse d'avere
sopra ciò lettera da lui. Qui si venne a discorrere di questo santo
romito, e chi raccontò l'austerità della sua vita, chi le molte sue
virtù, chi i suoi miracoli; e vi fu chi disse ch'esso era degno
d'essere papa. Non cadde in terra la proposizione. Fu il primo a
dargli la sua voce il cardinale ostiense nel dì quinto di luglio, e
tanti altri vi concorsero, che _Pietro da Morrone_, povero, ma santo
romito, nato in Molise in Terra di Lavoro, soggiornante allora in una
colletta del territorio di Sulmona in mezzo alle montagne di Morrone,
fu eletto e proclamato papa. Furono a lui spediti tre vescovi col
decreto dell'elezione; ed egli, dopo aver fatta orazione, vi consentì,
e prese il nome di _Celestino V_. Sparsa questa nuova, empiè di stupor
tutte quelle contrade; cominciarono vescovi, ecclesiastici e popoli
a concorrere a folla per vedere questo inusitato spettacolo, cioè
un povero romitello alzato alla più sublime dignità della repubblica
cristiana. Vi accorse ancora il _re Carlo II_ col _re Carlo Martello_
suo figliuolo, e gli fecero amendue una gran corte, con addestrarlo
dipoi, tenendo le redini d'un asino, su cui egli volle entrar nella
città dell'Aquila, giacchè quivi fissò il pensiero d'essere consecrato,
senza far caso delle premurose lettere de' cardinali che il chiamavano
a Perugia. Alla sua consecrazione si trovarono più di ducento mila
persone, fra queste Tolomeo da Lucca, autore di questo racconto.
Diedesi poi il novello papa a far delle elezioni non abbastanza caute
di ministri, di vescovi ed abbati, lasciandosi governare da' laici, e
poco consultando i cardinali. Ma più degli altri attese a profittare
della di lui semplicità il re Carlo, tutto lieto d'avere un papa nato
suddito suo, e da poter aggirare a suo talento. L'indusse a fare nel
dì 18 di settembre la promozione di dodici cardinali, secondochè a
lui piacque, cioè sette franzesi, tre del regno di Napoli, il suo
cancelliere, ed appena un romano, cioè un nipote del soprannominato
cardinal_ Benedetto Gaetano_. Si credeva ch'esso cardinal Gaetano non
sarebbe andato all'Aquila, dove era il re Carlo, dianzi da lui offeso
con poco rispettose parole. Ma vi andò, e seppe così ben condurre le
sue faccende, che divenne intrinseco del suddetto re Carlo, e come
padrone della corte pontificia, mercè dell'innata sua astuzia, come
osservò Tolomeo da Lucca.
Intanto il buon pontefice, sì per la sua decrepita età, come per
la sua inesperienza, era tutto dì ingannato da' suoi uffiziali nel
dispensar le grazie e conferir le chiese; talmente che _Jacopo da
Varagine_ arcivescovo di Genova, vivente in questi tempi, ebbe a
dire[575] che Celestino fece molte cose _de plenitudine potestatis_,
ma molt'altre più _de plenitudine simplicitatis_. Il peggio fu che,
lasciatosi adescare dal re Carlo, andò a mettere la sua residenza in
Napoli, cioè a farsi maggiormente schiavo del medesimo: risoluzione
che, non potutasi impedire dai cardinali, troppo trafisse il loro
cuore. Oh allora sì che più che mai s'avvidero quei porporati padri
del maiuscolo sproposito e dei mali effetti della sregolata lor
dissensione, e cominciarono a desiderar di disfare ciò che era già
fatto. Puzza di favola ciò che alcuni lasciarono scritto, di avergli il
suddetto cardinal Benedetto Gaetano, che fu poi papa Bonifazio VIII,
di notte con una tromba, come se fosse venuta dal cielo, insinuato di
abbandonare il pontificato. La verità si è, che alcuni de' cardinali
cominciarono a parlargli di rinunziare, stante la sua incapacità di
governar la nave di Pietro, e il grave danno che ne veniva alla Chiesa,
e il pericolo dell'anima sua. _Celestino_, in cuore di cui non era
punto scemata per così grande altezza l'antica sua umiltà, lo sprezzo
del mondo e la delicatezza della coscienza, vi prestò molto bene
l'orecchio[576]. Ma il re Carlo, penetrato il broglio, commosse tutta
Napoli, che processionalmente si portò sotto le finestre del papa,
pregandolo di non consentire a rinuncia alcuna. V'era presente Tolomeo
da Lucca. In termini ambigui fece dar loro risposta Celestino, e poi
nel dì 13 di dicembre spiegò nel concistoro la fissata risoluzione
sua di dimettere il pontificato. Gli fu suggerito di far prima una
costituzione dichiarativa, che in alcuni casi il romano pontefice può
lecitamente abdicare il pontificato: il che fatto, ed accettata dal
sacro collegio la di lui rinunzia, si spogliò Celestino degli abiti
pontificali, e ripigliato l'eremitico, si ritirò dalla corte tutto
lieto d'aver deposto un sì pesante fardello, e sol bramoso di ritornare
al suo niente e alla cara sua solitudine, con esempio d'umiltà da
ammirarsi da tutti, da imitarsi da pochi o da niuno. Da lì a non
molto, rinchiusi nel conclave i cardinali, vennero all'elezione di
un nuovo papa; e giacchè il cardinal _Benedetto Gaetano_ da Agnani,
personaggio di somma sagacità e perizia nelle leggi canoniche e
civili, avea saputo guadagnarsi l'amicizia e patrocinio del re Carlo
II, giusta i cui voleri si moveano allora le sfere, in lui concorsero
i voti de' cardinali. Fu egli eletto nella vigilia del santo Natale,
e, preso il nome di _Bonifazio VIII_, si mise poi in viaggio verso
Roma nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente, siccome diremo, per esser
ivi consecrato. Studiavasi sempre più _Matteo Visconte_, capitano di
Milano, Como, Vercelli e Novara, di assodare ed ampliare la potenza
sua[577]; e sapendo che possente efficacia avesse il danaro presso
_Adolfo_, re povero de' Romani, ottenne dal medesimo per questa via
di essere creato vicario generale della Lombardia. Pertanto, venuti
a Milano quattro ambasciatori d'esso Adolfo, nella domenica prima di
maggio, in un solenne parlamento tenuto in Milano, gli fu solennemente
data l'investitura del vicariato. Allora i Milanesi giurarono fedeltà
al re Adolfo; e, passati dipoi essi ambasciatori cogli uffiziali
del visconte alle altre città lombarde, da esse ricavarono un simil
giuramento di fedeltà[578]. Ma i Cremonesi e Lodigiani, non piacendo
loro che Matteo Visconte cominciasse a far da superiore nelle loro
città, si collegarono contra di lui, e fecero venire i Torriani in
Lombardia. Cominciossi pertanto la guerra da questi due comuni contra
del Visconte, ed unironsi con essi anche molti nobili milanesi, mal
soddisfatti del presente governo dello stesso Matteo.
Tendendo in questi tempi i maneggi del _marchese Aldrovandino_
d'Este[579] alla rovina del _marchese Azzo VIII_ signor di Ferrara,
Modena e Reggio, suo fratello, senza por mente s'egli rovinava anche
la propria casa, mosse il comune di Padova alla guerra. Presero essi
Padovani, dominanti allora in Vicenza, le terre di Este, Cerro e
Calaone, e si accingevano a far di peggio, quantunque il marchese Azzo
fosse uscito in campagna con un buon esercito. Ma, interpostosi il
patriarca d'Aquileia _Raimondo dalla Torre_ con alcuni frati minori,
si venne ad una pace, in cui restò deluso il marchese Aldrovandino,
e fu convenuto che si spianassero le fortezze e rocche delle tre
suddette terre, e che restassero in potere de' Padovani la terra
della Badia, la terza parte di Lendenara, Lusia, il castello di
Veneze, ed altri diritti, sconsigliatamente loro ceduti dal marchese
Aldrovandino. A ciò s'indusse il marchese Azzo, perchè, unitisi i
Padovani in lega con _Alberto dalla Scala_, era divenuto pericoloso il
continuar questa guerra. Tenne dipoi esso marchese in Ferrara per la
festa dell'Ognissanti una suntuosissima corte bandita, dove concorse
una straordinaria copia di nobili di tutta la Lombardia; e ciò in
occasione di prender egli l'ordine della cavalleria cogli speroni d'oro
da _Gherardo da Camino_ signor di Trivigi. Fece il suddetto marchese
dipoi cavalieri il _marchese Francesco_ suo fratello, e cinquantadue
altri nobili di varie città di Lombardia; tutto alle spese sue:
il che diede molto da pensare e da dire ai politici di que' tempi.
Scorgendo il comune di Genova più disposti alla guerra che alla pace
i Veneziani, cominciò a fare un potente armamento dal canto suo. Non
fece di meno il comune di Venezia[580]. Ora accadde che Marco Basilio
con ventotto galee venete ed altri legni andando in traccia dei
Genovesi che navigavano in Romania, scontratosi con tre grosse navi
mercantili riccamente cariche d'essi Genovesi, le prese. Informati di
questa perdita i Genovesi abitanti in Pera, spedirono bensì Niccolò
Spinola a chiederne la restituzione, ma senza frutto alcuno di tale
spedizione. Allora si misero alla vela venti galee e undici fuste
genovesi sotto il comando di esso Spinola, per ottener coll'armi ciò
che non poteano colle parole; e trovata la flotta veneziana verso
Laiaccio, attaccarono una feroce battaglia. Si dichiarò la fortuna
in favore de' Genovesi, in poter de' quali oltre alle proprie navi
ricuperate, restarono venticinque galee venete col capitano, e i
mercatanti e loro mercatanzie. Appena tre galee ebbero la sorte di
salvarsi colla fuga. Giunta questa infausta nuova a Venezia, riempiè
di cordoglio e di sdegno quel popolo, massimamente perchè il fiore dei
marinari era caduto in man de' nemici; ma siccome gente magnanima, si
diede tosto a far maggiori preparamenti, e mise in mare sessanta galee
ben armate, delle quali creò ammiraglio Niccolò Querino, con ordine
di cercar ne' mari di Grecia la flotta nemica. Seppero i Genovesi
schivarne l'incontro; e, giunti alla Canea nell'isola di Candia,
per forza v'entrarono, e dopo il sacco lasciarono quasi tutta quella
città in preda alle fiamme. Allorchè _Carlo II re_ di Napoli comandava
le feste sotto il nome di papa Celestino V, ottenne che si levasse
dalla Romagna[581] _Ildebrandino vescovo_ d'Arezzo; e in suo luogo
fosse creato conte di essa un certo Roberto di Cornay, probabilmente
Provenzale. Costui venne nel mese d'ottobre, ed entrò in Rimini,
Cesena, Forlì, Faenza ed Imola, ricevuto con onore dappertutto; ma non
fece le radici in quelle contrade, perchè nell'anno seguente ad altri
fu dato il medesimo governo. Formossi in quest'anno una sollevazione
in Forlì, per cui i Calboli colla lor fazione furono scacciati, ed
alcuni vi restarono prigioni con _Guido da Polenta_ capitano di quella
città, e _Ramberto_ suo figliuolo. Ma corso colà Maghinardo Pagano
da Susinana, fece rilasciare i prigioni, e fu egli creato podestà di
quella città. Nell'autunno ancora del presente anno nota la Cronica di
Forlì, essersi per le smisurate pioggie sì eccessivamente gonfiato il
Po, che allagò tutto il paese contiguo alle rive, cioè del Piacentino,
Cremonese, Bresciano, Parmigiano, Reggiano, Modenese e Padovano, di
maniera che fu chiamato un diluvio particolare, per le tante ville
sommerse.