NOTE:

[531] S. Antonin., Hist., tom. 3. Sanutus, Histor., lib. 3. Ptolom.,

Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[532] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 120, tom. 13 Rer. Ital.

[533] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[534] Albertus Argentin. Siero, in Histor. Ptolomaeus Lucensis,

Giovanni Villani ed altri.

[535] Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 2, cap. 17, tom. 10 Rer.

Ital.

[536] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[537] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 119, tom. 13 Rer. Ital.

[538] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 147.

[539] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXCII. Indizione V.

Santa Sede vacante.

ADOLFO re de' Romani 1.

Nel mentre che il sommo pontefice _Niccolò IV_ era tutto immerso

ne' pensieri di nuove crociate contra gl'infedeli, venne la morte a

rapirlo, secondo il Rinaldi[545], nel dì 4 d'aprile dell'anno presente

in Roma. Il Cronista di Parma[546] il fa mancato di vita nel dì 2 del

mese suddetto ma anche il Continuatore di Caffaro mette la morte sua

nel dì 4 di aprile[547]. La sua umiltà, la sua rettitudine, il suo

zelo ecclesiastico, fecero restare la sua memoria in benedizione. Io

non so perchè Giovanni Villani[548] cel rappresenti come ghibellino.

Così dovette parere ai Guelfi, perchè egli non fulminò tutto di

scomuniche ed interdetti contra ai Ghibellini, come avea fatto qualche

suo predecessore. Certamente non apparisce dalle azioni sue questa

parzialità verso d'essi Ghibellini, contraria alla professione della

corte pontificia d'allora. Dopo la sua morte ne' dodici cardinali che

si raunarono per l'elezione di un nuovo pontefice, più del solito entrò

la discordia. Erano sei romani, quattro italiani e due francesi. Diviso

in due fazioni il sacro collegio, dell'una era capo il cardinal _Matteo

Rosso_ degli Orsini, che voleva un papa affezionalo al _re Carlo_ di

Napoli. Capo dell'altra era il cardinal _Jacopo dalla Colonna_, di

sentimenti affatto contrarii[549]. Per questi fini politici e private

passioni, abborrite da Dio, dove si tratta del pubblico ben della

Chiesa, restò più di due anni vacante la cattedra di san Pietro, non

senza grave scandalo di tutti i fedeli. Gran dissensione ancora fu

in Germania per l'elezione di un nuovo re de' Romani. _Alberto duca_

d'Austria, imparentato co' primi principi della Germania, e _Venceslao

re_ di Boemia erano i principali concorrenti a quella corona[550].

L'arcivescovo di Mangonza, in cui fu rimessa la facoltà di eleggere,

tutti li burlò col nominare al regno _Adolfo conte_ di Nassau, principe

giovane d'età, vecchio per la prudenza, magnanimo e valoroso, ma di

troppo angusta potenza, e povero di parentele e di pecunia. Secondo

gli autori tedeschi, l'elezione sua accadde nel dì primo di maggio.

Tolomeo da Lucca scrive[551] che fu eletto vivente ancora papa Niccolò

IV, e v'ha chi ciò riferisce al principio di quest'anno. Certo è bensì

ch'egli nella festa di san Giovanni Batista di giugno fu coronato in

Acquisgrana. Defraudato di sua speranza Alberto duca d'Austria, non

ebbe mai buon cuore verso di questo re, e gliel fece anche conoscere

col negargli in moglie una sua figliuola. _Matteo Visconte_, capitano

dei Milanesi, Vercellesi e Novaresi, andava ogni dì più crescendo

in potere[552]. Avvenne gran dissensione tra il popolo di Como e il

loro vescovo _Giovanni_. Cavalcò Matteo a quella volta con assaissime

squadre d'armati nel gennaio dell'anno presente, e parte per amore,

parte per forza, fu eletto da amendue le fazioni per capitano di

quella città per cinque anni avvenire. E contuttochè nel giugno

seguente tornassero all'armi i Rusconi e Vitani, e seguissero quivi

di molte rivoluzioni, pure Matteo confermato nel dominio vi tornò a

signoreggiare.

All'infelice sua vita diede fine in questo anno nel dì 6 di febbraio

_Guglielmo Spadalunga_, marchese di Monferrato, dopo quasi due anni di

prigionia in Alessandria[553]. Quel popolo, cui per quante offerte e

maneggi fossero stati fatti, mai non avea voluto rilasciarlo, neppur

fidandosi di lui dopo morte, volle ben accertarsi che veramente

l'anima di lui fosse separata dal corpo, e ne fece la pruova con

gocciargli addosso del lardo bollente e del piombo disfatto. Gli fu

data onorevol sepoltura nella badia di Lucedio. Colla sua morte liberi

restarono molti dal timore, e fra gli altri Matteo Visconte cercò

allora di vendicarsi di questo nemico contra i di lui Stati, giacchè

_Giovanni marchese_ di Monferrato suo figliuolo, oltre alla sua verde

età di quindici anni, si trovava anche passato alla corte di _Carlo

II re_ di Napoli, nè potea fargli contrasto. Adunque, secondo gli

storici milanesi[554], Matteo, raunato un possente esercito, passò

nel Monferrato. S'impadronì colla forza della terra e castello di

Trino, del ponte della Stura e di Monte Calvo. Entrò in Casale di

Santo Evasio, e tal terrore portò in quelle contrade, che i popoli

convennero di dichiararlo capitano del Monferrato coll'annuo salario

di tre mila lire, moneta d'Asti. Poco durò la quiete nella Romagna.

Troppo erano i grandi di quella contrada avvezzi a signoreggiare,

nè sapeano sottomettersi, se non con parole, agli uffiziali che vi

spedivano i papi. Secondo la Cronica di Parma[555], e per attestato

di Girolamo Rossi[556], nel dì 5 di giugno dell'anno presente

_Ildobrandino vescovo_ d'Arezzo e conte di essa Romagna fu scacciato da

Forlì, e furono ritenuti prigioni Aginolfo suo fratello e due nipoti.

Manipolatori di questa insolenza furono Maghinardo da Susinana e i

Calboli potente famiglia di Forlì. Con esso loro tenevano le città

d'Imola, Faenza, Cesena, Rimini e molte castella. Abbiamo dalla Cronica

di Forlì[557] che i Bolognesi spedirono varie ambasciate ai Forlivesi,

per trattar di concordia fra essi e il conte suddetto, richiedendo che

fosse fatto compromesso in loro; ma nè il popolo di Forlì, nè quelli di

Faenza e Cervia, per segrete insinuazioni del sopraddetto Maghinardo,

vollero mai consentirvi. E perciocchè si sentiva che i Bolognesi

faceano armamento, con apparenza di voler cavalcare addosso a Faenza,

Maghinardo, che comandava in quella città, fatto un dì dare campana a

martello, raunò il popolo, e tutti disperatamente si misero a cavar

le fosse della lor città, già spianate dai Bolognesi, e a rimettere

lo steccato e le altre fortificazioni. Per sostenere questa risoluzion

dei Faentini, che fu con rabbia intesa dai Bolognesi e dal conte della

Romagna, corsero a Faenza tutte le milizie di Forlì, e quelle di Cesena

comandate da Malatestino lor podestà, e quelle di Cervia con Bernardino

da Polenta lor podestà, e quelle di Ravenna con Ostasio da Polenta

lor podestà, e quelle di Rimini condotte da Giovanni de' Malatesti.

Vi concorsero anche quei di Bertinoro, Castrocaro e Bagnacavallo, e

Bandino conte di Modigliana: di maniera che si trovarono in Faenza

circa trenta mila pedoni, oltre alla cavalleria di varii paesi. Fu

ben assicurata quella città, ed avendo i Bolognesi fatto venire il

podestà e gli ambasciatori di Firenze, acciocchè maneggiassero pace

fra Bologna e le città della Romagna, con esigere che si rasassero

le fortificazioni e si spianassero le fosse di Faenza, come fatte in

loro ingiuria, i Romagnuoli se ne risero, e con sole belle parole li

rimandarono a casa.

Qualor sussista la cronologia del Cronista di Forlì, il _conte Guido_

da Montefeltro in quest'anno con trecento uomini d'armi e due mila

pedoni entrò nella città d'Urbino, e si diede a fortificarla con

buone fosse e steccati, giacchè tutte le sue fortificazioni erano

state smantellate negli anni addietro. Penso io che succedesse

più tardi questa impresa del conte Guido, perch'egli nell'anno

presente era capitano e signor di Pisa, e la difese contro gli

sforzi de' Fiorentini. Nel mese di giugno usciti essi Fiorentini coi

Lucchesi[558], ed aiutati dall'altre loro amistà, fatta un'armata di

due mila e cinquecento cavalli e di otto mila pedoni, marciarono fino

alle porte di Pisa, guastando e bruciando il paese. Fecero correre

il pallio sotto le mura di quella città nella festa di san Giovanni

Batista; nè potendo di più, se ne tornarono a riposare in Firenze. Il

conte Guido si tenne alla difesa, e non ardì d'uscire, perchè trovò

alquanto invilito il popolo di Pisa. Nel medesimo mese di giugno[559]

_Ruggieri di Loria_ tornato di Catalogna a Messina colla squadra delle

galee siciliane, siccome persona nemica dell'ozio, fece uno sbarco in

Calabria, dove Guglielmo Stendardo, uffiziale del re Carlo, era venuto

per ricuperar le terre già conquistate dai Siciliani. Si venne alle

mani; furono rotti i Franzesi, e lo stesso Stendardo, portando seco

più ferite, spronò forte per mettersi in salvo. Ruggieri per rallegrar

la sua gente, ed anche per pagarle il soldo alle spese altrui, passò

in Grecia alla città di Malvasia, e, col pretesto che que' cittadini

dessero ricetto ai Franzesi nemici del re di Sicilia, sorprese di

notte e saccheggiò quella città. Lo arcivescovo menato via prigione,

fu obbligato a riscattarsi col pagamento di buona somma d'oro. Passò

anche Ruggieri all'isola di Scio, e vi fece un buon bottino di mastice,

e nel mese d'ottobre si restituì a Messina. Abbiam poi dalla Cronica

di Parma[560], che dopo la morte di papa Niccolò IV fu in guerra la

Marca d'Ancona. Il popolo della città di Fermo con quei di Ancona

e Jesi diede il guasto a Cittanuova e al distretto d'Osimo. Due

senatori eziandio furono creati in Roma a petizion delle due fazioni,

cioè de' Colonnesi ed Orsini. L'un d'essi fu Stefano dalla Colonna

e l'altro un nipote del _cardinal Matteo_ della famiglia Orsina. La

loro elezione dovette quetare il popolo romano, il quale nel febbraio

di quest'anno per le divisioni bollenti fra loro sbrigliatamente era

venuto a battaglia, ed avea spogliate molte chiese con bruciamenti e

saccheggi di varie case. In Genova[561] comparvero gli ambasciatori

del re di Francia e di Carlo II re di Napoli, ed uno ancora spedito dal

collegio de' cardinali, per impegnare i Genovesi contra della Sicilia,

minacciando di scacciar dalla Francia, Aragona e Puglia tutta la lor

nazione, se non acconsentivano. Destramente schivarono questa rete

quei che aveano più senno in quella repubblica, e congedarono con buona

maniera quegli ambasciatori.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 40 / 216 题