[510] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[511] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 329.
[512] Corio, Istoria di Milano.
[513] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[514] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[515] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Parmense,
tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Annales Veteres
Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[516] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[517] Ptolomaeus Lucens. Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Hist. Pisana,
tom. 24 Rer. Ital.
[518] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 127.
[519] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[520] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[521] Franciscus Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Italic.
[522] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[523] Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Italic. Chron. Parmense, tom.
9 Rer. Ital.
[524] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[525] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[526] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[527] Bartholomaeus da Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.
[528] Bonfin., Rer. Hung., Dec. 2, lib. 9.
[529] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 134.
[530] Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Malvecius, Chron. Brixian.,
tom. 14 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXCI. Indizione IV.
NICCOLÒ IV papa 4.
RIDOLFO re de' Romani 19.
Lagrimevole fu quest'anno per la perdita della riguardevol città
d'Accon, ossia d'Acri, fatta dai cristiani in Soria. Era questa città,
dopo le disgrazie di Gerusalemme, divenuta un celebre emporio de'
fedeli in quelle parti; ma nel suo governo non si mirava che confusione
e discordia, perchè ogni nazione ed ognuno degli ordini de' cavalieri
vi mantenevano una specie di comando, potendo condannare a morte i
loro sudditi. Il lusso e la lussuria vi aveano posto un gran piede, e
l'ultimo pensiero era quello della religione. Una man di pellegrini,
arrivati di fresco colà, senza voler osservare la tregua stabilita col
sultano d'Egitto[531], cominciò per divozione a spogliare i mercatanti
saraceni, e fece anche delle scorrerie nel paese nemico. Allora il
sultano inviò suoi ambasciatori, chiedendo la riparazion dei danni, e
che se gli mandassero i malfattori. Con delle magre scuse fu risposto.
Laonde egli nel dì 5 d'aprile con un'armata, per quanto si disse, di
sessanta mila cavalli e di cento sessanta mila pedoni pose l'assedio a
quella città, e nel dì 18 di maggio, dato un terribil generale assalto,
i suoi v'entrarono vittoriosi[532]. Senza perdonar a sesso od età,
si fece un orrido macello di que' cristiani che non poterono salvarsi
colla fuga; e fra questi vi perì in una scialuppa, fuggendo, _Niccolò
patriarca_ di Gerusalemme. Si fa ascendere a sessanta mila persone il
numero de' morti e prigioni; ed immense furono le ricchezze trovate
dai Saraceni in una città di tanto commercio. A così infausta nuova
non credettero più d'essere sicuri i cristiani abitanti in Tiro, ed,
abbandonata quella città, si ritirarono in Cipri. Baruto fu preso a
tradimento. Così non restò più un palmo di terreno ai Latini in quelle
parti, dopo tanto sangue sparso, e dopo tanti tesori consumati nello
spazio di quasi cento anni per fare e mantener le conquiste di Terra
santa. Trafitti dal dolore rimasero per tal disavventura gli animi dei
cristiani europei, e specialmente se ne dolse il romano pontefice[533],
il quale tornò con più vigorose lettere e patetiche esortazioni e
promesse d'indulgenze a scuotere tutti i principi sì ecclesiastici che
secolari, per muovergli a nuove crociate. Ma l'Europa cristiana aveva
ormai dai passati successi e da molti inconvenienti, che non occorre
riferire, assai conosciuto quello che si potea sperare per l'avvenire,
e massimamente qual fosse la difficoltà di cominciar da capo, dopo aver
perduto tutto. Perciò di belle parole vennero in risposta, ma niuno
più si accinse daddovero a nuove spedizioni; e andò poscia in fascio
ogni progetto e disegno per la morte del medesimo pontefice, e per la
lunga susseguente vacanza della santa Sede: del che parlaremo all'anno
seguente. Fu in quest'anno[534] nel dì 15 di luglio chiamato da Dio
a miglior vita _Ridolfo re_ de' Romani, principe glorioso per le sue
molte virtù, e più ancora glorioso per tanti illustri imperadori che da
lui discesero, con venir finalmente meno la sua maschile discendenza
con grave danno di tutta la cristianità nell'anno 1740, conservandosi
la femminile in _Maria Teresa_ d'Austria regina di Ungheria e di
Boemia, e gran duchessa di Toscana. Successore di Ridolfo nel ducato
d'Austria e in altri Stati fu _Alberto I_ suo primogenito, e sino al
seguente anno non si conchiuse l'elezione d'un nuovo re.
Trattossi alla gagliarda in quest'anno nella città d'Aix in Provenza
la pace fra _Alfonso re_ d'Aragona e _Carlo II_ re di Napoli,
coll'assistenza di due cardinali legati e degli ambasciatori aragonesi.
Fu conchiuso, siccome apparisce dalla capitolazione riferita da
Bartolommeo di Neocastro: che cesserebbe ogni guerra dei re di Francia
e di Napoli contra dell'Aragona, e si restituirebbono gli ostaggi; che
_Carlo di Valois_ rinunzierebbe a tutte le sue pretensioni sopra il
regno aragonese: che Alfonso non darebbe alcun soccorso direttamente
o indirettamente alla Sicilia, e andrebbe a militare in Terra santa, e
poi procederebbe ostilmente contro la Sicilia, per farla restituire al
re Carlo II. E per ottenere che Carlo di Valois, fratello di Filippo
re di Francia, facesse quella rinunzia, il re Carlo II gli diede in
moglie Margherita sua figliuola, e in dote le contee d'Angiò e del
Maine. Tralascio il resto, per dire che l'esecuzione d'esso trattato
rimase frastornata dalla morte del medesimo _re Alfonso_, succeduta
circa il dì 18 di giugno dell'anno presente[535], mentre egli era in
procinto di ricevere in moglie una figliuola del re d'Inghilterra.
Gran doglia avea provato _Giacomo re_ di Sicilia all'avviso che il re
Alfonso suo fratello avesse abbandonato tutti i di lui interessi per
migliorar i proprii; e giacchè per lui non v'era pace, con quaranta
galee passò in Calabria, dove s'impadronì della città di Gieraci e
d'altre terre. Sopraggiuntagli poi la nuova della morte inaspettata del
fratello re, in fretta se ne tornò a Messina; e, dichiarato suo vicario
in Sicilia l'infante _don Federigo_ suo minor fratello colla _regina
Costanza_ sua madre, s'imbarcò e fece vela verso la Catalogna. Approdò
nelle spiagge di Valenza nel dì 6 d'agosto; passò dipoi a Barcellona,
e prese il possesso de' regni paterni. Era intanto venuto il re Carlo
II coi due cardinali nel mese di marzo a Genova[536], dove fermatosi
qualche giorno, trattò con que' cittadini di ottener da essi un grosso
rinforzo di galee per l'impresa di Sicilia, e trovò molti particolari
che s'impegnarono al suo servigio[537], ma non già il comune. Però,
divolgatosi in Sicilia un tale armamento più ancora di quel che era,
l'infante don Federigo inviò un suo ambasciatore a Genova, pel cui
maneggio esso comune ordinò che niuno ardisse di prendere parte negli
affari della Sicilia. Abbiamo dagli Annali di Genova che in quest'anno
i Pisani da Piombino passarono all'isola dell'Elba, e, preso il paese,
s'applicarono all'assedio di quel castello, detenuto dai Genovesi. Vi
accorse bensì Giorgio Doria con tre galee, un galeone ed altri legni
per farli sloggiare; ma furono sì destri i Pisani, che riuscì loro di
rimettersi in possesso di quella terra. Per valore eziandio del _conte
Guido_ da Montefeltro, tolsero essi Pisani il castello di Pontedera
ai Fiorentini[538]. Cessò nell'anno presente in Genova la capitaneria
di _Oberto Spinola_ e di _Corrado Doria_, e fu dato quell'ufficio
ad Antonio Lanfranco de' Soardi da Bergamo, anteponendo quel popolo
il governo de' forestieri a quello dei suoi proprii cittadini. Era
tuttavia nelle carceri di Ravenna _Stefano dalla Colonna_ conte
della Romagna[539]. Il pontefice Niccolò, per rimediare al bisogno
di quella provincia, dove già s'erano ribellate alla Chiesa romana
varie città, dichiarò conte della Romagna _Ildobrandino da Romena_
vescovo di Arezzo, il quale nel mese di agosto venne a Castrocaro,
e poscia a Faenza, dove fu onorevolmente ricevuto. Chiamati colà ad
un parlamento gli ambasciatori di Rimini, Cesena, Forlì, Bologna e
Firenze, si trattò della liberazione del suddetto Stefano, il quale fu
rilasciato dai Polentani, condannati anche a pagare tre mila fiorini
d'oro[540] in risarcimento de' danni a lui inferiti. Ma dipoi ebbe
esso Ildobrandino delle liti col popolo di Cesena, che non voleva
ricevere dalle di lui mani un podestà, e con quello di Faenza, che
gli serrò le porte in faccia per timore che vi volesse introdurre i
Manfredi. Tutto nondimeno si acconciò per la molta sua destrezza e
pazienza. Per attestato della Cronica di Parma[541], in quest'anno
_Bardelone_, figliuolo di _Pinamonte_ de' Bonacossi signore di
Mantova, mal sofferendo che il padre lasciasse comandar le feste a
_Carpio_, non so se suo fratello maggiore o minore, e l'avesse anche
nel testamento dichiarato suo successore nel dominio, prese egli le
redini del governo, cacciò in prigione esso suo padre col fratello e
con altri molti, fece pace cogli Scaligeri signori di Verona, e lega
coi Veneziani, Padovani e Bolognesi. La Cronica Estense[542] mette
questo fatto sotto l'anno seguente, e chiama _Taino_ con più ragione
l'imprigionato di lui fratello. Vien così nominato anche nelle Croniche
di Roma, e da Bartolommeo Platina[543]. Finalmente in quest'anno nel
dì 11 di novembre si diede fine alla lunga guerra, durata fin qui tra
i Veneziani dall'una parte, e il patriarca d'Aquileia, il conte di
Gorizia e i Triestini dall'altra[544].