NOTE:

[495] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[496] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.

[497] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[498] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[499] Bartholom. de Neocastro, cap. 112, tom. 13 Rer. Ital.

[500] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 133.

[501] Nicol. Specialis, lib. 2, cap. 13, tom. 10 Rer. Ital.

[502] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 130. Ptolom. Lucens., Annales

brev., tom. 11 Rer. Ital.

[503] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[504] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Italic. Gualvaneus Flamma, Manipol.

Flor., cap. 328. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[505] Corio, Istor. di Milano.

[506] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.

[507] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[508] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[509] Continuator Dandoli, tom. 12 Rer. Italic. Annales Estenses, tom.

15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXC. Indizione III.

NICCOLÒ IV papa 3.

RIDOLFO re de' Romani 18.

Stendeva ogni dì più l'ali _Guglielmo_ potentissimo marchese del

Monferrato. Già oltre agli antichi suoi Stati, a' quali aveva aggiunto

Casale di Sant'Evasio[510], oggidì città, egli signoreggiava nelle

città di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed

Ivrea. Era dietro a cose più grandi, ma non gli mancavano dei potenti

nemici[511]. Con un copioso esercito uscito di Pavia, ostilmente

passò nel mese d'agosto nel Milanese, per vendicarsi di quel popolo

che dianzi avea fatta un'incursione nel Novarese, e presi alcuni

luoghi[512]. Seco erano Mosca ed Arrigo dalla Torre cogli usciti di

Milano, appellati Malisardi. Arrivò sino a Morimondo; ma mossisi i

Milanesi coi Comaschi, Cremonesi, Bresciani e Cremaschi, egli se ne

tornò indietro[513]. Fece inoltre un'irruzione nel Piacentino; ma il

popolo di Piacenza gli rendè ben la pariglia. Ebbe lo stesso marchese

guerra ancora cogli Astigiani, i quali ben si provvidero per non essere

ingoiati, facendo lega coi suddetti Milanesi, Piacentini, Genovesi,

Cremonesi e Bresciani, i quali comuni inviarono ad Asti quattrocento

uomini d'armi a due cavalli l'uno. Condussero anche al loro soldo

_Amedeo conte_ di Savoia, che con cinquecento lancie venne in loro

servigio. La Cronica di Parma asserisce ch'esso conte vi condusse mille

ducento cavalieri, e gran copia di balestrieri e fanti. Rinforzato da

questi aiuti quel popolo fece delle ostilità nel Monferrato, e collo

sborso di dieci mila fiorini d'oro ebbe a tradimento Vignale, da dove

fra l'altre robe fu asportato il vasto padiglione del marchese, a

condurre il quale appena bastarono dieci paia di buoi. Ordirono inoltre

gli Astigiani una segreta trama cogli Alessandrini, promettendo loro

trentacinque mila fiorini d'oro, se faceano un bel colpo. Il marchese,

che non dormiva, avuto qualche sentore di questi maneggi, volò ad

Alessandria con assai gente, per opprimere i congiurati; ma questo

servi ad affrettar la risoluzione de' cittadini[514]; e però, levati

a rumore nel dì 8 di settembre, presero il marchese con tutti i suoi

provvisionati. Lui chiusero in gabbia di ferro sotto buone guardie, e

lasciarono andar con Dio il resto di sua gente, ma spogliata. In quella

barbarica carcere stette languendo dipoi il marchese sino al dì 6 di

febbraio dell'anno 1292, in cui colla morte diede fine ai presenti

guai. E in questa tragica maniera andò a terminar sua vita _Guglielmo

marchese_ di Monferrato, il cui nome e le cui imprese risonarono un

pezzo entro e fuori d'Italia. Grandi furono le di lui virtù, maggiori

nondimeno i suoi vizii, per li quali era odiatissimo: felice se seppe

profittar del tempo che Dio gli lasciò per far di cuore penitenza de'

falli suoi! Successore ed erede restò _Giovanni marchese_ suo figliuolo

in età assai giovanile, che andò a trovare _Carlo II_ re di Napoli,

che era ito in Provenza. Dopo la caduta di questo principe fecero a

gara i popoli per mettersi in libertà e per iscaldarsi tutti, giacchè

al bosco era attaccato il fuoco. Gli Astigiani s'impadronirono di

varie terre; altrettanto fece il popolo d'Alba e quello d'Alessandria.

Pavia scosse il giogo anch'ella, ed essendovi rientrato _Manfredi_,

ossia _Manfredino da Beccheria_, gli fu data la signoria della città

per dieci anni: il che fu cagione che i Torriani con altri assai del

partito a lui contrario uscirono di Pavia. Profittò di così bella

congiuntura anche _Matteo Visconte_ capitano de' Milanesi, che in varie

storie viene chiamato _Maffeo_, perchè ottenne di essere dichiarato suo

capitano dalla città di Vercelli per cinque anni. Quasi lo stesso era

allora l'essere capitano che signore.

Nè queste sole mutazioni accaddero in Lombardia. Trovavasi afflitta

per le tante guerre civili anche la città di Reggio[515], e mirando

la quiete, di cui già godea Modena sotto il pacifico e dolce governo

di _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara, tanto i cittadini

dominanti, quanto i fuorusciti, si accordarono ad eleggere esso

marchese per tre anni loro signore nel dì 15 di gennaio del presente

anno. Il perchè egli tosto, accompagnato da molta cavalleria e

fanteria, si portò colà, e vi fu con grande amore accolto. Licenziò

egli tutti i soldati forestieri, ridusse in città i Roberti,

soprannominati da Tripoli, e quei da Sesso e da Fogliano con tutti

gli altri usciti; e diede insieme buon ordine, perchè rifiorisse fra

loro la pace. Per questi benefizii fu poco appresso proclamato signore

perpetuo di quella città. Nè mancarono novità in Piacenza[516]. Più

d'una volta fece oste quel popolo addosso ai Pavesi, saccheggiando e

bruciando; e specialmente nel mese di maggio con tutta la lor milizia

e con tutta quella di Cremona, e con rinforzo di Milanesi e Breciani,

uscirono essi Piacentini in campagna contra de' medesimi Pavesi. Ma,

dopo aver prese e bruciate le terre di Casegio e Broni, nacque nel

loro campo discordia, nè volendo passar oltre i Cremonesi, se ne tornò

indietro quell'armata con poco onore. Per questo fu molto rumore in

Piacenza, ed, incolpati alcuni, ebbero il bando dalla città. Seppe

in tale occasione _Alberto Scotto_ farsi dichiarar capitano e signore

perpetuo di quella città. Ed ecco come in poco tempo tante repubbliche

di Lombardia cominciarono a passare ad una specie di monarchia: colpa

delle matte fazioni de' Guelfi e Ghibellini; colpa delle frequenti

animosità fra la nobiltà ed il popolo, oppure della divisione e

discordia de' cittadini per altri motivi di ambizione, di vendetta o

di liti civili. Il vero è nondimeno che, dato il governo ad un solo,

d'ordinario cessavano le gare dei privati. Ho quasi tralasciato di

dire che anche i Pisani, veggendosi a mal partito, perchè circondati

all'intorno da potenti nemici, Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, ed altri

di parte guelfa, fin dall'anno 1288 cercarono di avere un valente

capitano di guerra che li sostenesse ne' lor bisogni. Fecero dunque

venire a Pisa _Guido conte_ di Montefeltro, che era stato mandato

dal papa ai confini, e soggiornava in Asti[517]. Il ricevettero con

grande onore, e a lui diedero la signoria della loro città per tre

anni. Abbiamo da Giovanni Villani[518] e dal Rinaldi[519] che il

pontefice, stando in Orvieto, nel dì 18 di novembre dell'anno presente,

sottopose all'interdetto la città di Pisa per questo, e scomunicò

esso conte Guido, se entro lo spazio di un mese non abbandonava

il governo di quella città: pena che parrà strana ai tempi nostri,

giacchè si trattava di città libera e non suggetta nel temporale ai

romani pontefici. Cominciò il conte Guido a ricuperar le terre tolte

ai Pisani; ma non potè impedire[520] che i Genovesi non prendessero

l'isola dell'Elba in quest'anno, e che poscia nel mese di settembre

uniti coi Fiorentini e Lucchesi non facessero oste a Porto Pisano, e lo

prendessero. Furono allora disfatte le torri (che o non furono dianzi

guaste, o erano state rifatte), il fanale, e tutte le case di quel

luogo; e colla stessa rabbia fu guasto il poco distante Livorno. Dopo

di che trionfanti se ne tornarono que' popoli alle lor case; ma dappoi

il conte Guido ripigliò ai Fiorentini le castella di Monto Foscolo e di

Montecchio.

Sì smisuratamente era portato papa _Niccolò IV_ all'amore e

all'ingrandimento della nobil casa romana dalla Colonna, che, per

attestato di fra Francesco Pipino[521], dipendeva tutto dal consiglio

dei Colonnesi, e non si saziava di votar sopra loro le grazie sue: di

modo che in un libro di questi tempi, intitolalo _Initium malorum_,

egli fu dipinto chiuso in una colonna, fuori di cui appariva solamente

il suo capo mitrato, con due colonne davanti a lui. Probabilmente son

qui disegnati i due cardinali allora viventi di casa Colonna, cioè

_Jacopo_ creato da Niccolò III, e _Pietro_ promosso al cardinalato

dallo stesso Niccolò IV. Abbiamo dalla Cronica di Forlì[522] che

anche _Giovanni_ dalla Colonna fu creato marchese d'Ancona; e questi

nell'anno precedente venne a Rimini per metter pace fra quella città e

Malatesta da Verucchio. Fece ben liberar dalle carceri molti prigioni,

ma non potè conchiudere quell'accordo. Oltre a ciò, il papa, non mai

sazio di beneficar quell'illustre famiglia, creò ancora conte della

Romagna _Stefano_ dalla Colonna, signore di Ginazzano, con levar

quel governo al Monaldeschi. Venne questo nuovo conte in Romagna, e

perchè Corrado figliuolo di Dadeo, ossia Taddeo, conte di Montefeltro,

aveva occupata la città d'Urbino, nè la volea rendere, coll'esercito

colà condotto le diede un generale assalto, e l'obbligò alla resa.

Fu poi onorevolmente ricevuto nelle città di Cesena, Rimini, Imola e

Forlì, dove tenne un gran parlamento, e stabilì pace fra i Riminesi

e Malatesta, mandando quest'ultimo a' confini nel suo castello di

Roncofreddo. Ma nella stessa città di Rimini essendo insorta rissa

fra quei di sua famiglia e i popolari, si fece un fiero conflitto

colla morte di molti, e fu in pericolo lo stesso conte: perlochè egli

dipoi privò di ogni onore quella città. Portossi ancora nel novembre a

Ravenna, con pretendere tutte le fortezze di quella riguardevol città.

_Ostasio_ e _Ramberto_ figliuoli di _Guido_ da Polenta, che erano come

signori di Ravenna, se gli opposero; e, temendo poi che Stefano se ne

risentisse contra di loro, passarono ad un'ardita risoluzione. Cioè,

fatta venire molta cavalleria e fanteria de' loro amici romagnuoli in

Ravenna[523], una notte mossero a rumore il popolo, e fecero prigione

il suddetto conte Stefano con un suo figliuolo ed un suo nipote, che

era maresciallo, e con tutti i suoi stipendiati, dopo aver tolto loro

arme e cavalli. Gran rumore fece questa novità per quelle contrade,

e diede moto a molte sollevazioni. In Imola le due fazioni degli

Alidosi e Nordili vennero alle mani, e non pochi vi restarono morti;

ma sopravvenuti i Bolognesi in soccorso dei Nordili, misero in fuga

gli Alidosi, e poi spianarono tutti gli steccati, le fosse, ed ogni

altra fortezza di quella città. Anche i _Manfredi_ s'impadroniron di

Faenza; ma non andò molto che ne furono scacciati da _Maghinardo da

Susinana_, e da _Ramberto da Polenta_, i quali presero il dominio della

città medesima. Nè già stette in ozio _Malatesta da Verucchio_, perchè

anch'egli, scacciato da Rimini il podestà messovi dal conte, si fece

proclamar signore da quel popolo. E nel dì 20 di dicembre i suddetti

_Maghinardo e Lamberto_, signori di Faenza, _Guido da Polenta_ coi

Ravegnani, e _Malatesta_ con quei di Rimini, di Cervia, Forlimpopoli

e Bertinoro, andarono a Forlì, e ne occuparono il dominio. Ecco se

fieramente si sconvolse la Romagna in questi tempi. Da Girolamo

Rossi[524] e dalla Cronica Forlivese[525] minutamente si veggono

descritte colali rivoluzioni, le quali io per amor della brevità ho

solamente accennate.

Andavano intanto alla peggio gli affari della cristianità in

Soria[526]. Nel precedente anno presa fu dagl'infedeli l'importante

città di Tripoli con altre terre. La stessa disavventura veniva

minacciata alla ricca e mercantile città di Accon, ossia d'Acri.

Perciò non ommise il pontefice _Niccolò_ premura e diligenza veruna

per soccorrere que' cristiani, con far predicare la crociata non

solamente per tutta l'Italia, ma anche per tutti i regni cristiani, e

intimar decime, e somministrar egli quanto oro potè per quella sacra

spedizione. Per attestato della Cronica Parmigiana, circa secento

persone nella città di Parma presero la croce, e si mossero per passare

in Levante. Così a proporzione fecero altre città. Armaronsi in Venezia

venti galee pel trasporto di questa gente. Non si sa che i Genovesi

si movessero punto per questa crociata, essendo essi unicamente

intenti a pelare i Pisani. Di molto avrebbe potuto far _Giacomo re_ di

Sicilia, siccome principe provveduto di molti legni e di un valente

ammiraglio[527]; ed egli ancora, con ispedire alla corte pontificia

Giovanni da Procida, fece l'esibizion di tutte le sue forze al papa,

purchè potesse aver pace, ed essere rimesso in grazia della Chiesa

romana. Ma restò senza frutto cotesta ambasceria, e gl'interessi

particolari de' Franzesi e di _Carlo II re_ di Napoli guastarono ogni

buon concerto per sostenere il pubblico della cristianità. Passando

per Messina Giovanni di Grilliè Franzese, che era stato inviato dai

cristiani di Soria al sommo pontefice per ottener soccorso, il re

Giacomo gli diede sette galee ben armate di Siciliani, acciocchè per

quattro mesi militassero in favor de' cristiani in Levante. Mancò di

vita nel luglio di quest'anno[528] senza successione maschile Ladislao

re d'Ungheria. Oltre al _re Ridolfo_, che pretendea quel regno con

titolo di feudo dell'impero, e giunse anche ad investirne _Alberto

duca d'Austria_ suo figliuolo, vi aspirava ancora _Carlo Martello_

primogenito di _Carlo II re_ di Napoli, siccome figliuolo di _Maria_

sorella dello stesso re Ladislao[529]. Ed infatti il re Carlo suo padre

nel dì della Natività della Vergine il fece solennemente coronare da

un legato del papa re d'Ungheria in Napoli. Ma _Andrea III_ figliuolo

di Stefano, nato da _Andrea II re_ d'Ungheria e da _Beatrice_ Estense,

che, dopo avere sposata Tommasina dei Morosini, soggiornava in Venezia,

udita la morte di Ladislao, chiamato anche dai nazionali, volò in

Ungheria, entrò in possesso di quel regno, e poscia acconciò i fatti

suoi con Alberto duca d'Austria, col prendere in moglie una di lui

figliuola. Fu in quest'anno guerra fra i Bresciani e Bergamaschi[530],

e riuscì ai primi di prendere ai secondi la torre di Mura, e di dar

loro qualche percossa; ma, frappostisi dei pacieri, ritornò la quiete

fra loro. Se noi avessimo la storia romana di questi tempi, meglio

s'intenderebbe una rilevante particolarità a noi conservata dall'autore

della Cronica di Parma, degno di fede, perchè contemporaneo. Scrive

egli che i Romani crearono loro signore _Jacopo dalla Colonna_, e il

condussero per Roma sopra un cocchio a guisa degli antichi imperadori,

con dargli anche il titolo di Cesare. Fecero oste di poi sopra Viterbo

e contro altre terre, ma senza vedere effettuati i loro disegni. Come

ciò fosse, e come il papa, sì forte portato a favorire i Colonnesi,

sofferisse un tale attentato, lo tace la storia.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 38 / 216 题