[483] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bern. Guid.
Giovanni Villani.
[484] Papebrochius Propyl. ad Act. Sanct. Memorial. Potest. Regiens.,
tom. 8 Rer. Ital.
[485] Raynald., Annal. Eccl.
[486] Rymer, Acta publ. Angl.
[487] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 119.
[488] Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.
[489] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10.
[490] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[491] Memoriale Potest. Regiens.
[492] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.
[493] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[494] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXXIX. Indiz. II.
NICCOLÒ IV papa 2.
RIDOLFO re de' Romani 17.
Fu accolto con dimostrazioni grandi d'onore e d'amore _Carlo II_ re
di Napoli, appellato _Zoppo_, oppure _Sciancato_ (perchè difettoso in
un'anca o gamba), già liberato dalle carceri di Catalogna, da _Filippo
il Bello_, re di Francia, e dagli altri principi della casa reale. Ma
quando si venne a far premura perchè _Carlo di Valois_, fratello d'esso
Filippo, rinunziasse al privilegio dell'Aragona, a lui conceduto dal
papa, non si trovò mai conclusione alcuna. Carlo di Valois, che non
possedeva Stati, mirava quel boccone, benchè difficile a prendersi,
con troppa avidità. Però il re Carlo, perduta la speranza di ottener lo
intento, sen venne in Italia. Nel dì 2 di maggio arrivò a Firenze[496].
Onor grande e grandi regali gli furono fatti dai Fiorentini. Passò
dipoi a Rieti, dove era la corte pontificia, e dal pontefice _Niccolò
IV_ e da' suoi cardinali onorevolmente ricevuto; poi nella festa della
Pentecoste, cioè nel dì 29 di maggio, e non già in Roma, come scrive
Giovanni Villani, ma nella stessa città di Rieti, come ha l'autore
della Cronica di Reggio[497], che vi era presente, fu solennemente
coronato colla _regina Maria_ sua moglie dal papa in re della Sicilia,
Puglia e Gerusalemme, ed investito di quanto avea posseduto il re Carlo
I suo padre, per cui anch'egli fece l'omaggio e il dovuto giuramento
alla Chiesa romana[498]. In suo favore ancora cassò il pontefice tutti
i patti e le convenzioni da lui fatte con _Alfonso re_ di Aragona,
per uscire di carcere: con cattivo esempio ai posteri di non fidarsi
più di simili atti; al che poi non badò _Carlo V_ imperadore nella
liberazione di _Francesco I_ re di Francia. Dopo di che, ben regalato
dal papa esso Carlo II si trasferì a Napoli, dove fu con indicibil
festa accolto, perchè principe di buon cuore, clemente e liberale,
e non erede del genio rigido e superbo del padre. Da lì innanzi egli
attese a riformar gli abusi, e a ben regolare il nuovo suo governo, e
insieme a difendersi da _Giacomo re_ di Sicilia, il quale, veggendosi
escluso dalla capitolazione fatta dal re _Alfonso_ suo fratello,
cominciò a far guerra al re Carlo. Venuto dunque a Reggio in Calabria,
nel dì 15 di maggio, colla sua armata navale, comandata da _Ruggieri
di Loria_, prese varie terre di quella provincia; ma, accorso il conte
d'Artois colle sue genti, mise freno alle conquiste de' Siciliani ed
Aragonesi, minutamente descritte da Bartolommeo da Neocastro[499].
Scrive Giovanni Villani[500] che esso conte assediò Catanzaro, e
sconfisse il soccorso inviato da Ruggieri di Loria, con far prigioni
ducento cavalieri Catalani. Imbarcatosi di nuovo il re Giacomo, visitò
la Scalea, il castello dell'Abbate, e le isole di Capri, Procida ed
Ischia, che ubbidivano alla sua corona; e perciocchè da alcuni della
città di Gaeta gli era stata data speranza che, s'egli fosse venuto,
gli avrebbono aperte le porte, fece vela colà, e andò ad accamparsi
sotto la città[501]. Ma, o s'erano cangiati gli animi de' Gaetani,
oppure mancò lor la maniera di compiere quanto aveano promesso.
Ostinossi allora il re Giacomo a voler colla forza ciò che non potea
conseguir per amore; e vigorosamente assediò e cominciò a tormentar la
città, dove trovò una gagliarda difesa fatta dal conte d'Avellino e da
que' cittadini. Peggio gli avvenne fra pochi giorni; perciocchè il re
Carlo e il conte d'Artois con immenso esercito raccolto dalla Puglia e
dagli Stati della Chiesa, e coi Saraceni di Nocera, venne ad assediare
lo stesso assediator di Gaeta. Erano crocesignati tutti i combattenti
cristiani di quell'esercito, e guadagnavano di grandi indulgenze;
giacchè, siccome abbiam più volte accennato, secondo la condizion
delle cose umane, molte delle quali nate con lodevoli principii, vanno
col tempo degenerando, un pezzo era che le crociate, istituite contro
i nemici del nome cristiano, facilmente si bandivano contra degli
stessi cristiani e cattolici, e per interessi temporali; e a questo
bel mestiere concorrevano fin le donne, per acquistarsi del merito in
paradiso. Stettero un pezzo le due armate a vista, senza che potessero
i Siciliani espugnar quella città, ed il re Carlo forzare a battaglia
i Siciliani per cagion della situazione e de' buoni trincieramenti,
e tanto più perchè non avea flotta in mare. A lungo andar nondimeno
pareva che sarebbe restato al di sotto il re Giacomo, se il re
d'Inghilterra e il re di Aragona, intesa questa pericolosa briga,
non avessero spedito in tutta fretta i lor messi al papa, pregandolo
d'interporsi unitamente con loro per un accordo. Inviò il pontefice con
essi un cardinale legato, e tutti poi così felicemente maneggiarono
l'affare, che si conchiuse fra i due re litiganti una tregua di due
anni, esclusa nondimeno la Calabria. Fu il primo a ritirarsi il re
Carlo; da lì a due giorni s'imbarcò parimente il re Giacomo, e nel dì
30 d'agosto arrivò a Messina. Tanto dispiacque al conte d'Artois e agli
altri baroni franzesi la tregua suddetta, che, dopo aver biasimato
forte il re Carlo, se ne tornarono sdegnati in Francia. Il Rinaldi
negli Annali Ecclesiastici mette questo fatto sotto l'anno seguente ma,
a mio credere, non battono bene i suoi conti.
Fecero i Fiorentini nel presente anno risonar la fama della lor
bravura e fortuna per un gran fatto d'armi fra loro e gli Aretini ed
altri Ghibellini. Erano essi Fiorentini[502] usciti in campagna con
un potente esercito, accresciuto dalle taglie dell'altre città guelfe
di Toscana, per dare il guasto al territorio d'Arezzo[503]. Vennero a
Bibiena, per fermar questo torrente, gli Aretini con ottocento cavalli
e otto mila pedoni; e tuttochè la armata nemica fosse più del doppio
superiore alla loro, pure dispregiandola, perchè dal loro canto aveano
migliori capitani di guerra, vollero venire ad una giornata campale nel
dì 11 di giugno, festa di san Barnaba. Se n'ebbero a pentire, perchè
andarono sconfitti, lasciando estinte sul campo circa mille settecento
persone, e prigioni più di mille de' lor combattenti. Fra i morti si
contò il vescovo d'Arezzo _Guglielmo_ degli Ubertini, fatto venire alla
battaglia dagli Aretini stessi, per sospetto di un trattato ch'egli
segretamente menava co' Fiorentini in danno del comune d'Arezzo.
Morivvi ancora _Buonconte_ figliuolo del _conte Guido_ da Montefeltro
con altri riguardevoli personaggi. Presero poscia i Fiorentini Bibiena
ed altre terre; e, posto l'assedio ad Arezzo, vi manganarono dentro
asini colla mitra in capo, per rimproverar loro la morte del loro
vescovo. Ma infine, avendo gli Aretini messo il fuoco alle torri di
legname ed altre macchine da guerra dei Fiorentini, presero questi
la risoluzione di tornarsene a casa nel dì 23 di luglio, dopo aver
disfatto quasi tutto il distretto d'Arezzo. Ancorchè i Pavesi fossero
in lega coi Milanesi ed altre città contra di _Bonifazio marchese_ di
Monferrato[504], pure seppe far tanto l'accorto marchese, che tirò
segretamente nel suo partito molti di que' nobili. Fatto dipoi un
esercito generale contra di Pavia, prese una terra grossa chiamata
Rosaiano. Allora uscì contra di lui tutta la milizia di Pavia; ma o
fosse perchè trovassero assai pericoloso il venire a battaglia, oppure
che prendessero i congiurati il tempo propizio; un certo Capellino
Zembaldo, alzata sopra una lancia una bandiera, ch'egli avea preparata,
cominciò a gridare: _Qua venga chi vuol pace_. L'unione fu grande; il
marchese entrò con essi in Pavia, e nel dì seguente fu creato capitano
della città per dieci anni avvenire. Tutto ciò s'ha da Guglielmo
Ventura nella Cronica d'Asti, il quale aggiugne che, essendosi fatto
tutto questo maneggio senza saputa, anzi ad onta di Manfredino da
Beccheria, uno de' più potenti di quella città, indispettito egli,
per confondere gli emuli suoi, volle in un altro consiglio che il
marchese fosse capitano e signore assoluto, sua vita natural durante.
Ma finì presto l'allegrezza di queste nozze. Poco stettero i Pavesi a
pentirsi dello strafalcione da loro commesso, non sapendo accomodare
la lor testa sotto un padrone sì fatto; e però chiamarono segretamente
i Milanesi, i quali entrarono nella stessa Pavia per lo spazio di due
balestrate; ma, accorse le milizie del marchese co' suoi aderenti, li
fecero retrocedere, e tornarsene con le pive nel sacco a casa. Manfredi
da Beccheria, perchè a cagion di questo fatto insorsero dei sospetti
contra di lui, uscì della città con alquanti suoi fidati, e si ridusse
e Castello Acuto, che era suo, e quivi si fortificò. Fu egli per
questo sbandito, ed atterrato il suo palagio. Venne anche il marchese
ad assediarlo in quel castello, e vi fabbricò in vicinanza un bastia.
Ma i Milanesi, Cremonesi, Piacentini e Bresciani, in un parlamento
tenuto in Cremona, impresero la difesa del Beccheria, siccome popoli,
ai quali dava troppo da pensare e da temere il soverchio ingrandimento
del marchese, signore allora anche di Vercelli, Alessandria e Tortona.
Infatti i Piacentini con tutte le lor forze iti a Monte Acuto, misero
in rotta i Pavesi, e liberarono quel luogo. Racconta il Corio[505]
molte altre particolarità spettanti a questa mutazion di Pavia, ed ai
movimenti de' Milanesi contra del suddetto marchese.
Nuove scene di discordia nell'anno presente si videro in Reggio[506].
Nel dì 7 di agosto il popolo si levò a rumore contra de' nobili e
potenti, e, presine assaissimi, li mise nelle carceri. Corsero colà
i Parmigiani colla lor cavalleria, e, fattasi dare la signoria della
città, condussero a Parma tutti que' prigioni. Poscia, chiamati alla
lor città i podestà e gli ambasciatori di Bologna e Cremona, nel dì
primo di ottobre conchiusero pace fra i nobili ed il popolo di Reggio,
e in confermazione d'essa rilasciarono il dì seguente i carcerati.
Ma questa fu una pace canina[507]. Nel dì 17 di novembre vennero di
nuovo all'armi i Reggiani, e le due fazioni di Sopra e di Sotto fecero
lungo combattimento fra loro, finchè verso la mezza notte, prevalendo
la Soprana, spinse fuori della città la Sottana, la quale si ridusse
a Castellarano e Rubiera. Seguirono nella prima, e più nella seconda
molti ammazzamenti e incendii, e dirupamenti di case, e furono involti
in questa disavventura anche i palazzi del pubblico e del vescovo.
Qual riparo si trovasse a così bestiali e perniciose divisioni lo
vedremo all'anno seguente. Mentre _Obizzo marchese_ d'Este e signor
di Ferrara[508] si andava disponendo per venire alla nuovamente
acquistata città di Modena, un giorno, nel levarsi da tavola, se gli
avventò Lamberto figliuolo di Niccolò dei Bacilieri, nobile bolognese,
per ucciderlo, e il ferì nel volto. Corsero i cortigiani presenti, e
gl'impedirono il far di peggio; corse _Azzo_ figliuolo del marchese,
che teneva corte a parte, pranzando in una sala vicina, ed erano per
uccidere l'assassino, se il marchese non avesse gridato di no, per
intendere prima i motori e complici del misfatto. Posto costui nei
tormenti, si trovò che era un forsennato, e strascinato dipoi per
la città, lasciò la vita sulle forche. Ciò non ostante, nel mese di
gennaio venne il marchese Obizzo a Modena, accolto con festa immensa
dal popolo, che solennemente il dichiarò e confermò suo signore
perpetuo insieme co' suoi discendenti. Ed egli poi con amore paterno
ridusse in città tutti i fuorusciti: con che, cessate tutte le gare e
gli odii civili, cominciò una volta questo popolo a godere la sospirata
tranquillità e pace. Essendo già rimasto vedovo il suddetto marchese
Obizzo per la morte di _Jacopina dal Fiesco_ nell'anno 1287, prese egli
per moglie nel presente _Costanza_, figliuola di _Alberto dalla Scala_
signore di Verona, che nel mese di luglio fu condotta a Ferrara, e si
celebrarono le nozze con gran festa e solennità. Seguitando la guerra
fra la repubblica veneta[509] e _Raimondo dalla Torre_ patriarca di
Aquileia, andarono i Veneziani all'assedio di Trieste. Ma, all'avviso
ch'esso patriarca e il conte di Gorizia venivano con sei mila cavalli
e trenta mila fanti per soccorrere la città, i Veneziani, senza voler
aspettar questa visita, a gara si misero in fuga, lasciando indietro
padiglioni, macchine ed equipaggio; e molti ancora vi restarono per la
pressa morti. Usciti poscia i Triestini colle lor navi, vennero fino
a Caproli e a Malamocco, e v'incendiarono que' luoghi. Per la morte di
_Giovanni Dandolo_ doge di Venezia, accaduta nell'anno presente, fu nei
dì 25 di novembre eletto per suo successore in quella dignità Pietro
Gradenigo, che era in questi tempi podestà di Capo di Istria, e fu
mandato a prendere con cinque galee e un vascello ben armato.