NOTE:

[468] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 7, cap.

109.

[469] Rubeus, Hist. Ravenn. Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.

[470] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[471] Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[472] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 110, tom. 13 Rer. Ital.

[473] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 116.

[474] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 324.

[475] Tom. 8 Rer. Ital.

[476] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[477] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[478] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[479] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 114.

[480] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[481] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[482] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXXXVIII. Indiz. I.

NICCOLÒ IV papa 1.

RIDOLFO re de' Romani 16.

Il trovarsi chiusi i cardinali per sì lungo tempo nel palazzo del

papa Onorio IV a Santa Sabina, senza potersi accordare nell'elezione

di un nuovo pontefice, cagion fu che vi morirono sei di essi, e gli

altri spaventati si ritirarono alle case loro[483]. Il _cardinal

Girolamo_ nativo d'Ascoli, già ministro generale de' frati minori, ed

allora vescovo di Palestrina, stando solo fermo nel conclave, si seppe

difendere dai cattivi influssi dell'aria con far fuoco tutta la state

nella sua camera. Ora avvenne che raunati i cardinali restanti nella

festa della cattedra di san Pietro, cioè nel dì 22 di febbraio[484]

(e non già nel dì 15 d'esso mese, come taluno ha scritto), concorsero

tutti ad una voce ad eleggere il suddetto cardinal Girolamo, il quale

fu il primo de' frati minori che giugnesse al pontificato, e prese il

nome di _Niccolò IV_ per gratitudine al suo promotore Niccolò III. Da

Roma passò egli a Rieti, e quivi sino all'anno venturo tenne la sua

residenza. Una delle sue prime occupazioni fu di citare con discrete

esortazioni e minaccie _Giacomo re_ di Sicilia[485], e di procurar

in tutte le forme la liberazione di _Carlo II_ re di Napoli, che era

prigione in Catalogna. Fece dipoi nella Pentecoste una promozion di

varii cardinali. Sì efficacemente si adoperò in quest'anno _Odoardo

re_ d'Inghilterra, che in Oleron di Bearn fu conchiusa la liberazione

di esso Carlo II re di Sicilia, ch'io mi farò lecito di chiamare

re di Napoli per minor confusione della storia. Era questo principe

stanco di vedersi ristretto in una fortezza, e però acconsentì alle

condizioni che furono stabilite da _Alfonso re_ d'Aragona, e dal re

d'Inghilterra mediatore. E lasciovvisi indurre anche Alfonso, perchè

i Franzesi faceano di grandi minaccie contra de' suoi Stati. Le

condizioni furono[486]: Che Carlo desse per ostaggi al re d'Aragona

tre suoi figliuoli, cioè _Luigi_ suo secondogenito, che fu poi santo

vescovo, _Roberto_ terzogenito, che fu poi re di Napoli, e _Giovanni_

ottavogenito, che portò poi il titolo di principe della Morea, e

sessanta nobili provenzali; che pagasse trenta mila marche d'argento;

che procurasse da _Carlo di Valois_ la rinunzia di sue pretensioni alla

corona aragonese; che lasciasse la Sicilia al _re Giacomo_ fratello

d'esso Alfonso, con altre ch'io tralascio. E, non potendo eseguir le

condizioni suddette nel termine d'un anno, dovesse Carlo ritornare in

prigione. Spedita a Rieti questa capitolazione, fu disapprovata; e però

convenne modificarla, lasciando andar il punto riguardante la Sicilia.

Fu dunque Carlo nel mese di novembre messo in libertà, ed allora egli

assunse il titolo di re di Sicilia, e venne alla corte di Parigi per

trattar dell'esecuzione di sue promesse.

S'erano rinforzati di molto gli Aretini col concorso di sì gran

copia di Ghibellini non solo della Toscana, ma anche della Romagna,

del ducato di Spoleti e della marca d'Ancona: il che dava molto da

pensare ai Guelfi di Toscana. Perciò i Fiorentini, siccome caporioni

della parte guelfa, determinarono di uscire in campagna contra di

Arezzo[487]; e messe insieme le lor forze, chiamate ancora le amistà

di Lucca, Pistoia, Prato, Volterra e d'altre terre, con un'armata di

due mila e secento cavalieri e di dodici mila pedoni fecero oste nel

distretto d'Arezzo, con prendere le castella di Leona, Castiglione

degli Ubertini, e quarant'altri luoghi. Posersi dipoi all'assedio di

Laterina; e colà giunsero ancora i Sanesi con quattrocento cavalli e

tre mila fanti. Si rendè Laterina; un gran guasto fu dato al paese, e

nella festa di san Giovanni Batista, arrivato l'esercito fiorentino

alle porte di Arezzo, quivi fece correre il pallio, come s'usa in

Firenze quel dì, per far onta agli Aretini; e poi se ne tornarono a

riposare a Firenze. Non vollero i Sanesi accompagnarsi con loro, ma

baldanzosamente s'avviarono a casa per la loro via; ma i caporali

aretini, sentendo ciò, misero in agguato trecento uomini d'armi e

due mila pedoni al valico della Pieve al Toppo. Colà giunti i Sanesi

sprovveduti e senza ordine, furono facilmente sconfitti, e vi restarono

tra morti e prigioni più di trecento de' migliori cittadini di Siena e

gentiluomini di Maremma[488], fra' quali è da notare Ranuccio di Pepo

Farnese, che era capitano di taglia della parte di Toscana. Questo

avvenimento non poco aumentò la baldanza degli Aretini, e sbigottì non

poco i Guelfi di Toscana.

Fecesi anche in Pisa gran novità. Avea il conte Ugolino de'

Gherardeschi col mezzo di varie doppiezze ed iniquità occupato il

dominio di quella città; s'era guadagnata l'amicizia de' Fiorentini

e Lucchesi con rendere loro alcune castella del comune, e andava poi

attraversando la pace co' Genovesi, desiderata da molti per riavere i

lor prigioni. Trovavasi allora Pisa divisa in molte fazioni; quella

dell'arcivescovo _Ruggieri_ degli Ubaldini era la più forte, ed

egli appunto nudriva un odio intenso contra del conte, fra le altre

cagioni, perchè gli avea bestialmente ucciso un nipote. Ordinò dunque

il prelato una congiura, che ebbe il suo effetto nel dì 11 del mese di

luglio[489]; perchè, alzatosi a rumore il popolo con assai dei nobili,

espugnò il palazzo, dove fece difesa, finchè potè, il conte Ugolino,

ma in fine venne in mano degl'infuriati nemici. Fu egli cacciato nel

fondo di una torre con due suoi piccioli figli e tre nipoti, figliuoli

del figliuolo, e quivi chiuso, con essersi poi gittate le chiavi in

Arno, per lasciarli morire ivi tutti di fame. Questa orrida scena si

vede mirabilmente descritta da Dante nel suo Inferno; e quantunque

alla malvagità del conte Ugolino stesse bene ogni gastigo, pure gran

biasimo di crudeltà incorsero dappertutto i Pisani per la morte di

quegl'innocenti fanciulli. Con ciò Pisa tornò a parte ghibellina, e

ne furono cacciati tutti i parenti ed aderenti del conte, e con loro i

Guelfi, capo de' quali essendo il giudice di Gallura Nino de' Visconti,

questi, unito coi Lucchesi, occupò il castello d'Asciano, tre miglia

vicino a Pisa. Abbiamo dagli Annali di Genova che in questo anno i

comuni di Genova, Milano, Pavia, Cremona, Piacenza e Brescia fecero

una lega contra di _Guglielmo marchese_ di Monferrato. La Cronica

d'Asti[490] ci assicura che gli Astigiani entrarono anche essi in

questa alleanza. Crescendo ogni dì più le animosità e gli odii fra i

cittadini di Modena e di Reggio[491] e i loro fuorusciti, i Reggiani,

assistiti da cento cavalieri di Modena, si portarono all'assedio di

Monte Calvoli; ma dopo due giorni nel dì 15 di giugno furono assaliti

con tal bravura dagli usciti di Reggio, ragunati prima a Mozzadella,

che della lor brigata moltissimi vi perirono, e molti più de' migliori

cittadini di Reggio vi rimasero prigioni: il resto si salvò col favor

delle gambe. Questa ed altre perdite fatte dal popolo di Reggio, e

il veder massimamente assistiti i loro usciti dai signori di Mantova

e di Verona, gli indusse a cercar la pace. Fatto dunque compromesso

nel comune di Parma, seguì nell'ottobre l'accordo, ma ne restarono

esclusi quei da Sesso e gli altri Ghibellini. Matteo da Correggio fu

allora creato podestà di Reggio[492]. Nel dì 28 dello stesso ottobre, i

signori di Savignano cogli altri sbanditi di Modena, e con cinquecento

cavalli, entrarono in Savignano, e si diedero a rifabbricarlo e

fortificarlo in fretta. Accorse ben presto colà il popolo di Modena;

ma, conosciuta l'impossibilità di scacciarli, dopo aver alzata una

specie di fortezza in vicinanza di quel luogo, se ne tornarono a casa.

E allora fu che i Modenesi, oramai scorgendo la pazzia, e gli immensi

danni e le continue inquietudini prodotte dalla discordia e fazioni,

presero il sano consiglio di ottener la quiete, con darsi ad _Obizzo

marchese_ d'Este e signor di Ferrara. Però nel dì 15 di dicembre[493]

spedirono il loro vescovo, cioè _Filippo dei Boschetti_, Lanfranco

de' Rangoni, Guido de' Guidoni con altri ambasciatori a Ferrara, dove

presentarono al marchese le chiavi della città, e la elezione di lui

fatta in signore perpetuo di Modena. Mandò egli il conte Anello suo

cognato con cento cinquanta cavalieri a prenderne il possesso, con

promessa di venir egli in persona fra pochi giorni. In questi tempi

Armanno de' Monaldeschi da Orvieto fu mandato da papa _Niccolò IV_ per

conte della Romagna[494], e nel dì 7 di maggio entrò nel governo di

quella provincia, e tenne un parlamento generale nella città di Forlì.

Fu cacciato nello stesso mese fuor di Rimini Malatesta da Verucchio,

che andò tosto a trovar esso conte. Ma da li a qualche tempo, avendo

Giovanni soprannominato Zotto, cioè Zoppo, figliuolo del medesimo

Malatesta, occupato il Poggio di Monte Sant'Arcangelo del distretto

di Rimini, corsero ad assediarlo i Riminesi: laonde il conte Armanno

fece proclamare un general esercito di tutta la Romagna, e andò a quel

castello, per quanto pare, in aiuto del Malatesta. Anche Malatestino,

altro figliuolo del suddetto Malatesta, s'impadronì del castello di

Monte Scutolo, che fu poi assediato e ricuperato dai Riminesi[495], non

ostante che il conte Armanno minacciasse di soccorrerlo, con restarvi

prigione esso Malatestino e tutti i suoi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 36 / 216 题