[457] Barthol. de Neocastro, cap. 101, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus
Specialis, lib. 2, cap. 8, tom. 10 Rer. Ital.
[458] Raynald., in Annal, Eccles.
[459] Giovanni Villani, lib. 7, cap. III.
[460] Sigonius, de Regno Ital., lib. 20.
[461] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 102 et seq., tom. 13 Rer. Ital.
[462] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 323. Corio, Istor. di Milano.
[463] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens.,
tom. 11 Rer. Ital.
[464] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[465] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., lib. 24, cap. 13, tom. 11 Rer. Ital.
[466] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 8.
[467] S. Antonin., P. III, tit. 20, cap. 5. Raynald., Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCLXXXVII. Indiz. XV.
ONORIO IV papa 3
RIDOLFO re de' Romani 15.
Erasi mosso _Odoardo re_ d'Inghilterra, e venuto in Guascogna, ed
anche in Catalogna, per trattar della liberazione del suddetto re
di Napoli, ossia di Sicilia, ed avea già ridotto a buon termine il
negoziato[470]: con che la Sicilia e Reggio di Calabria restassero
a _Giacomo re_ di Sicilia, e che i Franzesi rinunziassero alle
pretensioni sopra l'Aragona. Informato di questo papa Onorio, con suo
Breve dato in Roma nel dì 4 di marzo, riprovò ed annullò esso accordo.
Questa fu delle ultime azioni, non so se lodevoli, d'esso pontefice;
imperocchè, infermatosi in Roma nel giovedì santo, giorno 3 di aprile,
passò a miglior vita[471], con avere anch'egli fatto il possibile per
arricchire ed ingrandire i suoi. Vacò dipoi lungo tempo la santa Sede
a cagion della discordia de' cardinali, alcuni de' quali la pagarono
caro, perchè dall'aria romana furono balzati all'altro mondo. Tramarono
in quest'anno due frati in Sicilia la ribellione della piccola città
di Augusta, ossia Agosta, credendosi di guadagnare gran ricompensa dal
papa e dal governo di Napoli, e fors'anche il paradiso con sì bella
impresa. Furono a Roma[472], e non fu fatto caso del loro progetto.
Andarono a Napoli, e _Roberto conte_ di Artois, balio del regno,
non si lasciò scappare la congiuntura. Fece egli muovere da Brindisi
quaranta galee piene di combattenti, e queste, nel dì primo di maggio,
presentatesi ad Augusta, senza fatica presero il possesso della terra
e del castello. Le galee, scaricati ch'ebbero gli armati, voltarono le
prore alla volta di Sorrento. A questa nuova il _re Giacomo_ ordinò
tosto all'ammiraglio _Ruggieri di Loria_, che fortunatamente era
tornato dalla Catalogna a Messina, d'allestire quanti legni potea.
Con questi esso re navigò a Catania, in tempo appunto che anche
quella città correva pericolo di cadere in mano dei nemici. Poscia
si portò all'assedio di Augusta, e tanto la tenne stretta e flagellò
colle macchine, che per mancanza di viveri e d'acqua, nel dì 23 di
giugno la costrinse alla resa, salva la vita de' cittadini, che furono
dispersi per le castella della Sicilia. Intanto il valente Ruggieri
di Loria, sapendo che si faceva un gran preparamento contro le terre
di Sicilia, uscì colla sua flotta in traccia de' nemici. Li trovò a
Castellamare, oppure a Napoli. La loro armata marittima consisteva
in ottantaquattro fra galee e galeazze, senza contar altre navi e
barche da trasporto e per la vettovaglia, e però superiore di gran
lunga alla siciliana. Tuttavia mandò Ruggieri la sfida pel dì 25 di
giugno all'ammiraglio nemico[473]; laonde per questo, o per gli scherni
lor fatti dalle ciurme siciliane, si disposero tutti i baroni alla
naval battaglia, animati spezialmente dalle grandi indulgenze che il
_cardinal Gherardo_ legato apostolico profuse in questa congiuntura.
Con incredibil valore fu combattuto dall'una e dall'altra parte; ma in
fine restarono superiori i Siciliani con prendere quarantaquattro tra
galee e galeazze, e gran copia di baroni, fra i quali _Filippo_ figlio
del conte di Fiandra, _Raimondo del Balzo_ conte d'Avellino, e i conti
di Brenna, Monopello, Aquila, Joinvilla, e _Guido conte_ di Monforte,
i quali con altri nobili e circa cinque mila prigioni furono mandati
a Messina, ed accolti con immenso giubilo e plauso da quel popolo. Il
vittorioso Ruggieri si lasciò vedere dipoi davanti a Napoli; e se non
era prevenuto dal conte d'Artois e dal legato pontificio, che tennero
in dovere il popolo napoletano, questo già inclinava alla rivolta.
Si riscattarono poi con danaro tutti que' baroni, a riserva del conte
Guido di Monforte, che morì allora nelle prigioni, e meritava di morir
peggio tanto prima. Attribuisce Giovanni Villani con altri la colpa di
sì gran rotta ad Arrighino de' Mari ammiraglio, che colle sue galee
genovesi abbandonò la mischia. Per questo fortunato colpo crebbe di
molto la riputazion del re Giacomo, de' Siciliani e degli Aragonesi, e
calò non poco quella del conte d'Artois e del re Carlo II.
Attese in questi tempi _Ottone Visconte_ arcivescovo di Milano
ad esaltare la propria casa[474], coll'avere ottenuto che _Matteo
Visconte_, appellato poscia il Magno, ossia il Grande, suo nipote,
fosse dichiarato capitano del popolo di Milano. Ebbe questi da una
figliuola di Scazzino Borri, sua moglie, cinque figli maschi, cioè
_Galeazzo, Marco, Giovanni_, che fu poi arcivescovo di Milano,
_Luchino_ e _Stefano_. Forte era di corpo, ma maggiormente d'animo;
in accortezza e prudenza niuno gli andava innanzi; e lo studio suo
principale consisteva in guadagnarsi il cuore sì della nobiltà che
del basso popolo. Tendeva egli per questa via a quell'altezza a cui
il vedremo giunto a suo tempo. Tenne ancora l'arcivescovo Ottone nel
settembre un concilio provinciale, i cui atti furono da me già dati
alla luce[475]. Peggiorarono in questo anno gli affari di Reggio e
di Modena per la matta discordia dei cittadini. Nel dì 10 d'aprile
la parte detta di Sopra di Reggio[476] scacciò dalla città la parte
di Sotto, cioè i nobili di Fogliano e da Canossa coi loro aderenti.
Accorsero i Parmigiani[477] per medicar queste piaghe; ma gl'infermi
rigettarono il medico. Per sospetto che anche i Modenesi si levassero
a rumore, vennero gli ambasciatori di Parma e di Bologna coi loro
podestà a Modena, e nel dì 19 del suddetto mese, nel palazzo pubblico,
dove intervenne tutto il clero secolare e regolare, col braccio di san
Gemignano, con doppieri accesi e colle croci e turiboli, si confermò
la pace fra i cittadini. Ma che? Si coprivano, non si estinguevano gli
odii in quegl'infelici tempi. Però i Savignani colla parte ghibellina
de' Grasolfi, e con Tommasino signore di Sassuolo andarono formando
una mina, che scoppiò nel dì cinque di settembre. La Cronica di
Reggio mette il dì sei. Fatta una gran raunata di banditi da Modena
e Bologna, e di molta gente assoldata in Mantova e Verona, e di
molti Tedeschi inviati dal conte del Tirolo[478], si presentarono
alla porta bazovara di Modena, per entrarvi. Corse gente; e perchè
non si potè aprire quella porta in tutto, fu difesa. Intanto, data
campana a martello, ognuno colle armi volò contra dei mal venuti,
con ucciderne e prenderne non pochi. Il resto si ritirò a Sassuolo.
Corsero i Reggiani guelfi in aiuto di Modena, i Reggiani ghibellini
in soccorso de' fuorusciti. Anche cento uomini d'armi a tre cavalli
per uno furono spediti da Parma a Modena. Giunta dipoi una falsa voce
a Sassuolo, che venivano colà tutte le milizie di Bologna, Parma,
Cremona, e di tutta la parte della Chiesa, Tommasino da Sassuolo, che
principalmente avea maneggiato il suddetto trattato, con tutti quei
banditi se ne fuggì: il che riferito al popolo di Modena, gli servì di
stimolo per andare a Sassuolo, e ridurre col fuoco un monte di pietre
quella terra. Bernardino da Polenta, che era allora podestà di Modena,
fece prendere molti nobili e potenti della città, ed uno de' Lamberti
da Ferrara, incolpati di avere tenuta mano in quella trama, e ne fece
impiccare trentadue: cosa riputata da tutte per un'orrida crudeltà e
pazzia. Tante premure de' Parmigiani, ed anche de' Bolognesi, i quali
parimente aveano spedita gente in tal congiuntura a Modena, nascevano
dal timore che questa città si gittasse nel partito dei Ghibellini:
essendo fuor di dubbio che _Pinamonte Bonacossi_ signore di Mantova,
e _Alberto dalla Scala_ signor di Verona fomentavano ed aiutavano gli
usciti ghibellini di Modena. Anzi palesemente nel mese di luglio di
questo anno furono in aiuto de' fuorusciti di Reggio, i quali s'erano
già messi in possesso di molte castella del Reggiano, e faceano gran
guerra alla città. Andò il popolo di Reggio con cento cavalieri venuti
da Modena ad assediare la rocca di Tumberga, dove stavano alcuni de'
Fogliani e Canossi. Mossesi allora Alberto dalla Scala con tutta la
cavalleria di Verona e con due figliuoli di Pinamonte, e gran quantità
di cavalieri mantovani, e venne per liberar quella rocca dall'assedio;
prese anche il castello di Santo Stefano, situato due miglia lungi da
Sassuolo. Trattarono gli ambasciatori di Bologna un accordo per essa
rocca, ed ebbe fine quel rumore, ma non già la nemicizia e guerra
fra quelle fazioni, contuttochè fosse fatto compromesso nel comune
di Bologna, e proferito il laudo, che non ebbe effetto alcuno. Fu
anche nell'anno presente novità in Toscana. Imperocchè nel mese di
giugno[479] i Bostoli e Tarlato di Pietramala, e tutti i grandi di
Arezzo ghibellini, fatto concerto col vescovo e con altri vicini di lor
fazione, oppressero all'improvviso la parte guelfa, e la spinsero fuori
della città, con dichiarare poscia signore il vescovo suddetto degli
Ubertini, gran ghibellino. Per questo insorse guerra fra i Fiorentini
ed Aretini. Venne anche ad Arezzo Prinzivalle dal Fiesco, vicario
del re Ridolfo, con alcune poche squadre di Tedeschi, e colà trassero
tutti i Ghibellini di Toscana. Durando tuttavia la guerra fra Genova
e Pisa[480], mandarono i Genovesi alquante loro galee ad infestar
Porto Pisano. A queste riuscì di rompere la catena e di entrarvi, con
bruciar ivi alcuni legni e varie macchine da guerra: il che fatto,
se ne tornarono come trionfanti a Genova. Ebbero anche i Pisani una
spelazzata dai Lucchesi a Buisi[481], essendo restati prigioni molti
nobili di quella città, e fra gli altri Baldino degli Ubaldini, nipote
dell'arcivescovo di Pisa. Se pure in questi tempi è da fidarsi della
cronologia degli Annali di Forlì[482], era seguita una lega fra i
comuni di Forlì e di Faenza a propria difesa contra del conte della
Romagna. Malatesta potente cittadino di Rimini quegli fu che maneggiò
questa unione, pacificando fra loro le famiglie potenti di quella
città. Ma mentre egli nel dì 14 di giugno con settanta uomini a cavallo
da Forlì passava a Rimini, cadde in un'imboscata, tesagli dal conte
suddetto della Romagna, e furono morti o presi alcuni de' suoi, fra i
quali Giovanni Malatesta suo parente. S'interposero poi varii pacieri,
e ne seguì una concordia, per cui le città di Rimini, Forlì e Faenza
fecero un deposito di quattro mila fiorini d'oro per cadauna, affine
di liberar l'imprigionato Giovanni; e il conte della Romagna sospese
tutti i processi e bandi fatti contra di quelle città, finchè il romano
pontefice vi consentisse.