NOTE:

[441] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 94. Memorial. Potest. Regiens.

[442] Richobaldus, in Pom., tom. 9 Rer. Ital.

[443] Bartholom. de Neocastro, cap. 90, tom. 13 Rer. Ital.

[444] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[445] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[446] Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital. Annales Colmar.

[447] Bernardus Guid. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl. et alii.

[448] Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital.

Giovanni Villani, lib. 7, cap. 101 et seq.

[449] Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital.

[450] Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Ital.

[451] Corio, Istor. di Milano.

[452] Calchus, Hist. Mediolanens.

[453] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.

[454] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[455] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic. Giovanni

Villani, lib. 7, cap. 97.

[456] Raynald., in Annal. Eccl., num. 63.

Anno di CRISTO MCCLXXXVI. Indiz. XIV.

ONORIO IV papa 2.

RIDOLFO re de' Romani 14.

Dopo aver patita una fiera burrasca _Ruggieri di Loria_ nel suo

ritorno dalla Catalogna, per cui s'affondarono alcune delle sue

galee[457], arrivò coll'altre tutte maltrattate a Palermo nel dì 12

di dicembre, e portò l'infausta nuova della morte del re don Pietro

ai Siciliani. Però si fecero i dovuti preparamenti per coronare re

di Sicilia l'infante _don Giacomo_ suo secondogenito. Intanto per li

mali portamenti de' Catalani, nel dì 19 di gennaio del presente anno

Taranto, Castrovillaro e Murano tornarono all'ubbidienza di _Carlo II_

nuovo re, ma prigioniere, di Napoli. All'incontro i Catalani presero

il castello dell'Abbate, situato trenta miglia da Salerno, e vi misero

presidio. Nella festa della purificazion della Vergine, cioè nel dì 2

di febbraio, seguì in Palermo la solenne coronazione in re di Sicilia

del suddetto infante don Giacomo; la qual nuova, portata a Roma, diede

ansa a _papa Onorio_, che già avea fulminata, prima di saperlo, la

scomunica contra d'esso infante e della _regina Costanza_ sua madre,

di rinnovar nell'Ascensione del Signore le suddette censure contra di

loro, e di citare a Roma i vescovi di Cefalù e di Neocastro, che aveano

coronato il principe, suddetto; ed anch'essi poi furono scomunicati

per la loro disubbidienza. Abbiamo dagli Annali Ecclesiastici[458]

che in quest'anno, avendo fatta istanza _Ridolfo re_ de' Romani al

pontefice Onorio di venir a Roma a prendere la corona dell'imperio, il

papa gradì questa sua intenzione, e con sue lettere scritte in Roma nel

dì ultimo di maggio gli prescrisse il giorno della Purificazion della

Vergine dell'anno seguente per così gran funzione. Perchè egli mai non

venisse non è ben noto. Scrivono alcuni che non si fidò d'allontanarsi

dalla Germania per sospetto che v'insorgessero dei torbidi. Altri

che il ritenne la poca fede ch'egli aveva negli Italiani, con dire

la favoletta della volpe d'Esopo, che, invitata dal lione, ricusò

d'andarvi, perchè vedea le pedate d'altri molti animali che erano

entrati nel dì lui covile, ma niuna di chi ne fosse uscito. Potrebbono

essere tutte immaginazioni degli scrittori susseguenti, giacchè non

abbiamo storia d'alcun suo contemporaneo ben informato degli affari

della sua corte. Quel che è certo, egli inviò nell'anno presente[459]

per suo vicario in Italia Prinzivalle del Fiesco de' conti di Lavagna,

e ciò con consentimento di papa Onorio, giacchè erano ridotte le cose

a tal segno, che nel governo del regno di Italia conveniva dipender

dal beneplacito de' romani pontefici. Andò Prinzivalle in Toscana, e

richiese i Fiorentini, Sanesi ed altri popoli di quelle contrade di

fare i comandamenti del re Ridolfo. Ma queglino, da gran tempo avvezzi

a non udir di queste chiamate, niuna ubbidienza gli vollero prestare,

perchè ito colà senza forza d'armati. Li condannò ben egli, siccome

disubbidienti, a gravissime pene pecuniarie; il che mosse ognuno a

riso, di modo che, veggendosi sprezzato, prese il partito migliore

di ritornarsene in Germania per non perdere affatto il credito suo

e del padrone. Scrisse il Sigonio[460], allegando l'autorità del

Biondo, del Platina, del Crantzio e del Cuspiniano, che Ridolfo per

pochi danari andò vendendo la libertà alle città della Toscana. Ma non

sono bastanti i citati scrittori ad assicurarci di tal fatto; nè vien

prodotto diploma alcuno, da cui possa apparire e la qualità e la verità

di sì fatto supposto. Tolomeo da Lucca scrive che Prinzivalle per

la sua povertà fu quegli che fu costretto a vendere la giurisdizione

dell'imperio; nè ciò dice del re Ridolfo. Quanto a me, dubito forte se

il Sigonio scrivesse egli quelle cose, sapendo che alla sua Storia dopo

sua morte furono fatte delle giunte; e tali appunto sembrano gli ultimi

pezzi della opera sua.

_Ruggieri di Loria_ nel marzo di questo anno con otto galee andò a

dare il guasto alla riviera di Provenza[461]; e nel mese di giugno

Bernardo da Sarriano cavalier siciliano con dodici altre galee espugnò

e prese la città ed isola di Capri, e poscia quella di Procida, dove

lasciò guarnigione. Questi parimente arrivato ad Astura, cioè a quel

castello dove fu preso il re Corradino, per forza se ne impadronì.

Quivi, trafitto da una lancia, morì il figliuolo di quel Jacopo,

ossia Giovanni de' Frangipani, signore della terra, che consegnò

esso Corradino al re Carlo I. Altri vi furono morti, e il luogo per

la maggior parte consunto dalle fiamme. L'industria e i danari ben

adoperati da _Ottone Visconte_ arcivescovo e signor di Milano[462]

guadagnarono di maniera il comune di Como, che si venne ad una pace

nel mese d'aprile, in cui furono bensì restituiti ai Torriani i loro

allodiali, ma con obbligo di ritirarsi dal Milanese e Comasco, e di

andare a' confini in Ravenna. Non osservarono essi dipoi questa dura

legge, e passarono a dimorare col patriarca _Raimondo_ in Aquileia.

Intanto non cessavano mai i Parmigiani[463], siccome veri amici de'

Modenesi, di procurar la pace fra le due guerreggianti fazioni de'

Savignani usciti, e de' Boschetti e Rangoni dominanti; e ciò anche per

bene della parte guelfa. Più e più ambasciatori inviarono per questo

a Modena; vi spedì anche i suoi ogni altra città guelfa di Lombardia;

ma sempre s'incontravano durezze ne' Boschetti. Per ultimo fece lor

sapere il comune di Parma, che esso si dichiarerebbe in favore degli

usciti, se persistevano a rigettar la forma della pace, già stabilita

da Guido e Matteo da Correggio; e infatti, avendo mandato in loro aiuto

un corpo di gente, fece ritirare il popolo di Modena dall'assedio di

Livizzano. Finalmente si arrenderono gli ostinati alle minaccie e al

buon volere de' Parmigiani, e nel mese di giugno fu segnata la pace fra

loro. Secondo la Cronica di Reggio[464], quei da Savignano e i Grassoni

coi loro aderenti rientrarono in Modena, e furono dirupate alcune

castella in vigor d'essa pace. All'incontro nella città di Reggio

si accese discordia per l'uccisione di Guido e Bonifazio della nobil

casa da Canossa; e perchè Bonifazio Baiardo con altri di Bismantova e

varii banditi prese e spogliò il nobil monistero di San Prospero de'

Benedettini presso a Reggio, colà ancora, per metter pace, i buoni

Parmigiani spedirono più ambascerie, ma senza ricavar frutto dai loro

caritativi uffizii. Per attestato di Tolomeo da Lucca[465], di Giovanni

Villani[466] e di santo Antonino[467], in quest'anno papa Onorio IV

assodò l'ordine de' Carmelitani, _qui prius in concilio lugdunensi

remanserat in suspenso_. Di più ordinò che quei frati andassero vestiti

solamente di bianco, perchè portavano prima le lor cappe fatte a liste

larghe o doghe di due colori, bianco e bigio; il qual abito pareva

ridicolo ed indecente. Dicevano ben essi che quello era l'abito di

Elia profeta; ma santo Antonino risponde che di ciò non si truova

vestigio nella sacra Scrittura, nè in iscrittura alcuna autentica,

e che essi religiosi ebbero il loro principio in Soria, dappoichè i

Franchi riacquistarono Gerusalemme, e che i Saraceni li scacciarono

di poi dal monte Carmelo, dal quale _Carmelitae dicuntur, non quod

ab Helia habuerint initium_: il che è confermato da scrittori ancora

più antichi. Avendo _Guglielmo_ degli Ubertini vescovo d'Arezzo fatto

ribellare a' Sanesi[468] nell'anno addietro il Poggio a Santa Cecilia,

luogo d'importanza, si commosse tutta la parte guelfa per questo,

e cadauna città mandò la taglia di sua gente in aiuto de' Sanesi, i

quali per lo spazio di cinque mesi tennero l'assedio a quel castello, e

finalmente nel dì quinto di quest'anno lo ricuperarono, con poi rasarlo

da' fondamenti. _Bonifazio_ arcivescovo di Ravenna[469] nel dì 8 di

luglio tenne in Forlì un concilio provinciale, al quale intervennero

i vescovi o i deputati di tutta la provincia, e vi furono pubblicati

alcuni canoni. Fu poi spedito questo prelato in Francia dal pontefice

Onorio per maneggiare una tregua tra _Filippo_ il Bello re di Francia

e gli Aragonesi, e insieme per trattare della libertà di _Carlo II re_

di Sicilia ossia di Napoli.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 34 / 216 题