[420] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[421] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Annal. Bononiens., tom.
18 Rer. Ital.
[422] Vitae Pontific. Aquilejens., tom. 4 Anecdot. Latin.
[423] Giachetto Malaspina, cap. 222. Ptolom. Lucens. et alii.
[424] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 76, tom. 13 Rer. Ital.
[425] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 92.
[426] Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Italic.
[427] Giachetto Malaspina, Giovanni Villani.
[428] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.
[429] Jordanus, in Chron.
[430] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[431] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 79, tom. 13 Rer. Ital.
[432] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 321.
[433] Memorial. Potest. Regiens.
[434] Du-Cange, in Famil. Byzantin.
[435] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[436] Annales Veteres Mutinenes, tom. 11 Rer. Ital.
[437] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[438] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[439] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 91.
[440] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXXV. Indiz. VIII.
ONORIO IV papa 1.
RIDOLFO re de' Romani 13.
Sopraffatto probabilmente da troppi affanni _Carlo re_ di Sicilia,
cadde infermo nella città di Foggia, mentre era tutto affaccendato
per un formidabil armamento, con disegno d'assalir la Sicilia, in
tempo che anche i Franzesi doveano dal canto loro invadere il regno di
Aragona a Catalogna. Quivi terminò egli con tutta rassegnazione e con
piissimi sentimenti la sua vita nel settimo dì di gennaio dell'anno
presente, con infinito dispiacere de' Guelfi, che l'amavano forte,
e il consideravano pel più forte loro sostegno[441]. Principe di
smoderata ambizione, per soddisfar la quale sagrificava tutto, e che
sarebbe stato assai lodevole e glorioso, se, siccome seppe guadagnar
dei regni, avesse anche atteso a guadagnarsi l'amore de' sudditi, e
non gli avesse piuttosto tiranneggiati: il che fu cagione di molte sue
disavventure. Lasciò il suo regno di Puglia ossia di Napoli in poco
buono stato, perchè in guerra co' Siciliani e col principe Carlo, suo
primogenito ed erede, prigione in Sicilia stessa. Nè si dee tacere che
questo sventurato suo figlio, dopo la sua prigionia, corse un gran
pericolo. Non avendo potuto i cardinali legati, spediti dal papa in
Sicilia, venire a capo del loro negoziato per liberarlo, fulminarono
le più terribili scomuniche contra de' Siciliani e contro del re
d'Aragona. Erano per questo al maggior segno irritati i Messinesi,
e giunta colà anche la nuova della morte del re Carlo, furiosamente
andarono alle prigioni, dove erano detenuti i Franzesi, per ucciderli;
e perchè questi fecero quella difesa che poterono, attaccarono il
fuoco alle carceri, e miseramente vi fecero perire più di sessanta
nobili di quella nazione. Ricobaldo[442], che fioriva in questi tempi,
scrive che più di ducento nobili vi furono barbaramente uccisi, e non
già bruciati nelle prigioni. Inoltre si accordarono tutte le terre
dell'isola a voler la morte del suddetto principe Carlo in vendetta
di quella di Manfredi e di Corradino. Ma Dio volle che la _regina
Costanza_ e l'infante _don Giacomo_ con savio consiglio frenarono
così furiosa sentenza con prender tempo, allegando che conveniva
intendere sopra ciò la volontà del _re Pietro_. Volontà appunto del re
Pietro era che se gli mandasse in Catalogna il principe prigioniere
per maggior sicurezza, e infatti vi fu mandato. Intanto fu questo
principe riconosciuto per re e successore del padre in Puglia[443], e,
durante la sua prigionia, sostituito balio del regno _Roberto conte_
di Artois, fratello del re di Francia, colla assistenza del cardinale
legato _Gherardo Bianco_ da Parma; e per allora cessò ogni pensiero
di portar la guerra in Sicilia. In questi tempi la città di Gallipoli
si diede agli Aragonesi. Tenne dietro alla morte del re Carlo quella
di Martino IV pontefice, schiavo fin qui di tutti i voleri d'esso re,
e che votò l'erario delle scomuniche per fulminar tutti i Ghibellini,
e chiunque era nemico o poco amico del medesimo re Carlo. Pontefice
per altro degno di lode, sì pel suo zelo ecclesiastico, come per
lo staccamento dall'amore de' suoi parenti, che, nati poveri, non
volle mai esaltare. Erasi egli portato a Perugia, giacchè quella
città umiliatasi era rientrata in sua grazia, e quivi cantò messa nel
giorno santo di Pasqua, caduto in quest'anno nel dì 25 di marzo. Nel
dì seguente si ammalò, e nella notte del mercordì, venendo il dì 29,
passò all'altra vita[444]. Dicesi che nel giovedì susseguente gli
fu data sepoltura nella cattedrale di quella città; ma, secondo il
Rinaldi[445], fu portato il di lui cadavere ad Assisi nella chiesa
de' Minori, da lui amati sopra gli altri religiosi finchè visse. Fu da
alcuni[446] attribuita la sua infermità e morte ad eccesso in mangiar
delle anguille, del qual cibo egli era ghiotto. Nel dì 2 d'aprile
concordemente si vide esaltato dai cardinali al pontificato _Jacopo_
della nobil casa de' Savelli, Romano, cardinal diacono di Santa Maria
in Cosmedin[447], il quale prese il nome di _Onorio IV_. Era egli
così attratto per cagion della gotta, ne' piedi e nelle mani, che
non potea camminare, nè stare in piedi, nè unire un dito coll'altro.
Ma vegeta era la sua testa, e vigorosa la sua lingua. Portossi egli
dipoi a Roma, dove, consecrato prete e vescovo, fu ornato della tiara
pontificia. Contribuì questo pontefice al sollievo del regno di Napoli,
con pubblicare una saggia costituzione di varii capitoli, già ordita
da papa Martino IV, che vien rapportata dal Rinaldi e dagli scrittori
napoletani, e fu data nel dì 17 di settembre dell'anno presente
in Tivoli. Dovea servir questa a levar di molte gravezze ed abusi
introdotti già da Federigo II, da Manfredi, e massimamente dal re Carlo
I. Ma i re susseguenti, con pretesto che fosse pregiudiziale ai loro
diritti, non permisero che avesse vigore.
Del resto seguitò anche Onorio IV, come il suo predecessore, ad
aggravare di decime i beni ecclesiastici per le guerre (non so
come appellate sante) dei Franzesi contra degli Aragonesi. Mi sia
lecito l'accennar qui brevemente quella di Catalogna, perchè essa
ha connessione cogli affari della Sicilia. Già papa Martino IV avea
privato il re Pietro del regno di Aragona, Valenza e Catalogna, e
datane la investitura a _Carlo di Valois_, secondogenito di Filippo
l'Ardito re di Francia. Già s'era predicata la crociata per andare
alla conquista di quel regno, perchè pur troppo in questi miserabili
tempi si facea continuamente servire la religione all'umana politica
con disonore del nome cristiano. Lo stesso _re Filippo_ in persona
con _Filippo_ e _Carlo_ suoi figliuoli, con una formidabile armata
per terra e una potentissima flotta per mare[448], passò in Catalogna,
dove que' santi crociati commisero violenze e sacrilegii senza numero.
Prese la città di Roses, ed assediò, nel dì 28 di giugno, la città di
Girona, che fece una mirabil difesa. Il _re Pietro_, signore di gran
valore, con quelle poche compagnie di cavalleria che avea, fece di
grandi prodezze, infestando continuamente dì e notte l'esercito nemico.
Ma in una di queste scorrerie sopraffatto da' Franzesi, e ferito con
una lancia, sconosciuto venne condotto prigione. Male per lui, se,
presa la spada ad un di que' nobili nemici, non si fosse fatto largo:
con che, dato di sproni al cavallo, ebbe la fortuna di ridursi in
salvo. Fu presa in fine Girona a patti di buona guerra dai Franzesi.
Avea intanto _Ruggieri di Loria_ sottomessa la città di Taranto nel
dì 15 di luglio, quando gli arrivò ordine di passare a Barcellona. Vi
giunse egli nel dì 26 di settembre con trentasei galee, colle quali si
unirono dodici altre di Catalani. Sarpò dipoi l'ancore, e con questa
flotta l'animoso ammiraglio andò nel dì primo di ottobre ad assalir
la franzese, scemata molto di ciurme e di gente, benchè superiore
di numero. Parte di quelle galee fu presa, parte incendiata, non
senza strage di molti, e col guadagno di gran bottino. Ritolse egli
ancora Roses ai Franzesi; ed appresso, venendo un grosso vascello del
duca di Brabante, carico di viveri e di ricchezze, in soccorso de'
Franzesi, sotto la scorta di dodici galee, Ruggieri con bandiera di
Francia aggraffò tutti que' legni, il tesoro e la vettovaglie. Tutte
queste funeste nuove portate al campo franzese, lo riempierono di
terrore, perchè perduta era la speranza di ricevere in avvenire le
necessarie provvisioni per mare. Il re Filippo, o per la doglia, o per
l'aria s'infermò. Se vogliam credere a Bartolommeo da Neocastro[449]
e a Niccolò Speciale[450], la lunghezza dell'assedio di Girona, ed
una prodigiosa specie di tafani che feriva uomini e cavalli, aveano
fatto perire assaissime migliaia di soldati e d'animali: laonde per
necessità convenne sloggiare in somma fretta per ripassare i Pirenei e
tornarsene in Linguadoca. Ai passi delle montagne eccoti i Micheletti,
che recarono gran danno alle persone e robe de' fuggitivi e sconfitti
Franzesi. Il re Filippo, portato con gran disagio in una bara sino
a Perpignano, quivi nel dì 6 d'ottobre fece fine ai suoi giorni.
All'incontro ricuperata ch'ebbe il re Pietro Girona, anch'egli, o
per malattia, o per la ferita di cui parlammo, passò all'altra vita
nel dì 11 di novembre con atti di vera penitenza, e riconciliato
colla Chiesa. E tale fu il fine di quella strepitosa impresa, per cui
ebbe molto da piagnere la Catalogna, ma molto più senza paragone la
Francia. Vien essa descritta da Bartolommeo da Neocastro, da Giovanni
Villani e da altri, con diversità di circostanze, e colla giunta di
qualche favola, siccome tuttodì avviene in casi tali per la varietà
delle passioni e della parzialità, amplificando cadauno le prodezze e
diminuendo le disgrazie proprie. Ed ecco dove andarono a terminar le
scomuniche, le crociate e tanto sangue per detronizzar gli Aragonesi.
_Alfonso_ primogenito del re Pietro succedette al padre nell'Aragona;
l'infante _don Giacomo_, secondo il testamento del padre, nel regno di
Sicilia; ed essi tennero forte i loro Stati. Ma cotante disgrazie, e le
morti del papa e dei due re Filippo e Carlo dovrebbono ben servire di
documento alle corte nostre teste, per non entrare con tanta franchezza
ne' gabinetti di Dio, quasichè egli operi o abbia da operare a misura
dei nostri vani desiderii e del nostro mondano interesse. Sono ben
diversi i giudizii di lui da quei de' mortali; nè mai manca in quelli
sapienza e giustizia: mancano bensì queste, e sovente, nei nostri.
Erano entrati in Como i Torriani, ed in quest'anno fecero guerra con
varia fortuna a Milano, impadronendosi di Castel Seprio e d'altri
luoghi, che da _Matteo Visconte_ e dal popolo milanese furono
ricuperati. Io non mi fermerò in questi minuti fatti. Le notizie d'essi
a noi sono state conservate dal Corio[451] e dal Calchi[452]. Benchè in
quest'anno ancora[453] si adoperassero più d'una volta gli ambasciatori
di Parma, Reggio, Bologna e Ferrara per quetare i torbidi di Modena;
pure nulla di bene se ne ricavò. Aveano Gherardino Rangone pel popolo
della città, e Manfredino da Sassuolo per gli usciti ridotto a buon
termine un trattato d'accomodamento; ma, per le esorbitanti pretensioni
de' Boschetti, tutto andò a terra. E quantunque essendo venuti a
Modena Guido e Matteo fratelli da Correggio, si facesse compromesso
in essi, e fossero dati gli ostaggi, e si venisse al laudo[454]; pure
i Boschetti non vollero accettarlo. Seguì poi una nuova battaglia
a Gorzano fra il popolo di questa città e i fuorusciti, in cui gli
ultimi rimasero sconfitti. Aveano, trovandosi in gravi angustie i
Pisani per la funestissima lor perdita dell'anno precedente, e veggendo
giù collegati e in armi tutti i Guelfi di Toscana, cioè Fiorentini,
Sanesi, Lucchesi ed altri popoli, giacchè tutti erano istigati dai
Genovesi[455], gente ansiosa, più che d'altro, della rovina di Pisa,
e che già avea in mente di schiantarla, e di ridurre quel popolo in
varii borghi: aveano, dissi, i Pisani spedito a Genova per ottener
pace. Ma quivi si trovarono orecchi sordi e cuori inflessibili. Si
rivolsero dunque ai Fiorentini, e segretamente trattarono concordia
con essi a condizione di governarsi in avvenire a parte guelfa, e di
cedere a' Fiorentini Ponte ad Era, con altri vantaggi. Acconsentirono
al partito i Fiorentini, perchè non amavano di veder troppo crescere
i Genovesi, e premeva loro di aver libero commercio a Porto Pisano.
Il _conte Ugolino_ de' Gherardeschi, guelfo di professione, che
avea menato il trattato, seppe profittarne per sè; imperciocchè nel
gennaio del presente anno, dopo aver cacciati di Pisa i Ghibellini,
ottenne d'essere fatto signore della città per dieci anni. I Genovesi
e Lucchesi, che niuna contezza aveano avuto di questo trattato, e
molto meno vi aveano prestato il loro assenso, sdegnati più che mai
seguitarono a far guerra a Pisa. Presero i Lucchesi parecchie lor
castella, e i Genovesi molte lor navi, con distruggere ancora le torri
di Porto Pisano e rovinare Livorno. Fu levato in quest'anno dal papa
l'interdetto posto alla città di Venezia[456], non per altro delitto
che per non aver voluto i Veneziani, secondo le lor leggi, lasciar far
gente ed armar legni ne' loro Stati in soccorso del re Carlo contra
del re Pietro. Motivo c'è di stupire oggidì, come per cagion sì fatta
venisse privata de' divini uffizii e gastigata quell'illustre e libera
città. Ma erano tali i costumi di questi tempi sconvolti, tali i frutti
della barbarie e della malizia, o piuttosto dell'ignoranza d'allora.