[404] Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[405] Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.
[406] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 85.
[407] Giachetto Malaspina, cap. 217.
[408] Raynald., in Annal. Eccl.
[409] Bartholom. de Neocastro, cap. 68, tom. 13 Rer. Ital.
[410] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[411] Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX.
[412] Raynald., in Annal. Ecclesiast.
[413] Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 1, cap. 26, tom. 10 Rer.
Ital.
[414] Annal. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus,
tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[415] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[416] Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 320.
[417] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.
[418] Corio, Istoria di Milano.
[419] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXXIV. Indiz. XII.
MARTINO IV papa 4.
RIDOLFO re de' Romani 12.
Gran preparamento di gente e di legni avea fatto _Carlo_, primogenito
del re Carlo e principe di Salerno, per portare la guerra in Sicilia,
quando venne la mala fortuna a visitarlo, e a dargli una ben disgustosa
lezione delle umane vicende. Era già corsa sicura voce che il re Carlo
suo padre veniva di Provenza con forte armata per unirla coll'altra
di Puglia, e procedere poi contra de' Siciliani[423]. Prima ch'egli
venisse, il valente _Ruggieri di Loria_, ammiraglio del re d'Aragona,
volle tentare, se gli veniva fatto, di tirare a battaglia il figliuolo.
A questo fine con quarantacinque tra galee ed altri legni armati di
Catalani e Siciliani uscì in corso sul principio di giugno, e cominciò
ad infestare le coste del regno di Napoli. Nel lunedì, giorno quinto
di esso mese (e non già nel dì 23, come ha il testo di Bartolommeo da
Neocastro[424]), fu a Castello di San Salvatore a Mare e a vista di
Napoli, e le sue ciurme cominciarono con alte grida a villaneggiare
il re Carlo, suo figliuolo, e tutti i Franzesi chiamandoli poltroni
e conigli, che non'ardivano di venire a battaglia, e dileggiandoli
in altre sconcie maniere. A queste ingiurie non potendo reggere il
principe Carlo, badando più alla collera sua che ai consigli del
cardinal legato, co' furiosi suoi Franzesi e coll'altre ubbidienti sue
truppe disordinatamente si imbarcò nei preparati suoi legni, e tutti,
come se andassero a nozze, fecero vela contra de' Siciliani. Scrive
Giovanni Villani[425] che il principe Carlo avea ordine preciso dal
re Carlo suo padre di non venire a battaglia alcuna, e che aspettasse
l'arrivo suo; ma egli, senza farne caso, si lasciò trasportare
dall'empito suo giovanile, credendosi di far qualche prodezza.
Diversamente Niccolò Speciale[426] lasciò scritto: cioè che una barca
spedita con questo ordine dal re Carlo cadde in mano di Ruggieri di
Loria, nè arrivò a Napoli: il che forse avrebbe fermata la bizzarria
del principe Carlo. Baldanzosamente procedeva l'armata franzese contro
ai nemici; e Ruggieri gran maestro di guerra, fingendo paura, si andava
ritirando in alto mare. Ma quando se la vide bella, animati prima i
suoi, venne impetuosamente a ferire addosso alla contraria armata.
Stettero poco a fuggire le galee di Soriento e di altri Pugliesi.
Fecero quella resistenza che poterono i Franzesi; ma siccome gente
allora non avvezza a battaglie di mare, poco potè operare contra
dei Catalani e Siciliani, i quali, arditamente saltando nelle galee
nemiche, dieci ne sottomisero. La mira principale dell'accorto Ruggieri
di Loria era alla galea capitana, distinta dallo stendardo regale,
dove stava il principe Carlo colla principal sua baronia, nè potendola
prendere per la gagliarda opposizion di que' nobili, gridò ai suoi che
la forassero in più luoghi. Entrava l'acqua a furia; e però il principe
dimandò di rendersi a qualche cavaliere. S'affacciò tosto l'ammiraglio
Ruggieri con darsi a conoscere chi egli era, e il raccolse nelle sue
galee con Rinaldo Gagliardo ammiraglio di Provenza, e coi conti di
Cerra, Brenna, Monopello, ed assaissimi altri nobili e copia grande
d'altri prigionieri. Dopo la sconfitta accadde una piacevol avventura.
In passando la vittoriosa flotta in vicinanza di Soriento[427],
quel popolo mandò a regalar di fichi e fiori e di ducento agostari
(monete d'oro), l'ammiraglio siciliano. Entrati gli ambasciatori
nella galea capitana, dove era preso il principe Carlo, veggendo lui
riccamente armato e attorniato da baroni, e credendolo l'ammiraglio,
inginocchiati a' suoi piedi, gli presentarono quel regalo, dicendo:
_Messer l'ammiraglio, goditi questo picciolo presente del comune di
Soriento; e piacesse a Dio che come hai preso il figlio, avessi anche
preso il padre. E sappi che noi fummo i primi a voltare_. Il principe
Carlo, contuttochè poca voglia n'avesse, pure non potè contenersi dal
ridere, e disse all'ammiraglio: _Per Dio, che costoro sono ben fedeli a
monsignore il re_. Si prevalse Ruggieri di Loria di questa congiuntura
per cavar dalle carceri di Castello a Mare _Beatrice_ figliuola del _re
Manfredi_, e sorella della _regina Costanza_, con altri prigioni[428],
avendola richiesta al principe, che la fece venire, e con essa e co'
prigioni franzesi se ne tornò a Messina, dove con indicibil plauso fu
accolto. Il principe Carlo fu rinserrato nel castello di Mattagriffone
con buone guardie.
Veniva il _re Carlo_ alla volta di Napoli con cinquantacinque galee
e tre navi grosse, tutte cariche di nobiltà franzese, di gente,
cavalli ed armi. S'era egli dianzi rattristato forte in Marsilia per
la percossa data ai suoi sotto Malta. Quando fu nel mare di Pisa,
oppure a Gaeta, due dì dopo il suddetto conflitto, intese l'altra
disavventura del figliuolo, che gli passò il cuore, e dicono che gridò:
Ah fosse egli morto, dacchè ha trasgredito il mio comandamento! Altri
scrivono[429] che fece il disinvolto, e, chiamati i suoi baroni, disse
loro che si rallegrassero seco, perchè s'era perduto un prete, atto
solamente ad impedire il suo governo, mostrando così di nulla stimare
il figlio. Raccontano altri[430], aver egli detto: _Nulla perde chi
perde un pazzo_. A questa doglia s'aggiunse l'altra di avere scoperta
la poca fede dei regnicoli e di Napoli stessa, dove in quest'ultima
congiuntura alcuni, correndo per la terra, aveano gridato: _Muoia
il re Carlo, e viva Ruggieri di Loria_. Aggiugne la Cronica di
Reggio che si fecero di molte ruberie, e furono anche uccisi alcuni
Franzesi, con durar due giorni quella commozion di plebei. Arrivato
esso re Carlo a Napoli, non volle smontare al porto, ma furibondo
sbarcò in altro sito con intendimento di mettere fuoco a tutta la
città; ed avrebbe forse eseguilo il barbarico pensiero, se non era il
_cardinal Gherardo_ da Parma legato apostolico, il quale s'interpose,
mostrandogli che il reato di pochi vili e pazzi non era da gastigare
colla pena dell'innocente pubblico. Tuttavia ne fece ben impiccare
da centocinquanta, e poi mosse alla volta di Brindisi, dove, fatta
la massa di tutte le sue forze, si trovò avere dieci mila cavalli e
quaranta mila fanti, con cento dieci galee, oltre a gran quantità di
legni da trasporto. Con questa potente armata nel dì 7 di luglio passò
in Calabria, e misesi per terra e per mare all'assedio di Reggio.
Intanto due cardinali legati trattavano di liberare il principe Carlo.
La lontananza del re Pietro, le cui risposte conveniva aspettare, e il
saper egli tener in parole chiunque negoziava con lui, fecero perdere
il tempo al re Carlo, senza tentar impresa più grande; e intanto la
flotta fu sbattuta da una tempesta[431]; la stagione pericolosa per
chi è in mare si accostò, e vennero meno i foraggi e le vettovaglie,
di maniera che il re Carlo fu costretto a ritirarsi a Brindisi e a
disarmare. Passò dipoi, ma pieno di rammarico e di tristi pensieri, a
Napoli. Mentre era esso re in Calabria, avea il re Pietro spedito in
soccorso della Sicilia quattordici galee, che arditamente in faccia
dell'armata franzese entrarono nel porto di Messina. E partito appena
fu il re Carlo, che Ruggieri di Loria s'impadronì di Nicotera, Cassano,
Cotrone, Loria, Martorano, Squillace, Tropea, Neocastro ed altre
terre in Calabria e Basilicata. In questo medesimo anno nel dì 12 di
settembre arrivò il suddetto ammiraglio colla sua flotta all'isola
delle Gerbe nel mare di Tunisi, abitata dai Maomettani, e la prese
e spogliò, con asportarne gran copia di ricchezze e più di sei mila
schiavi. Come potesse egli in tal tempo, cioè allorchè era minacciata
sì da vicino la Sicilia, non si sa ben intendere. Fece egli quivi
poscia fabbricare una fortezza, e vi mise un presidio di cristiani.
Probabilmente è da riferire ad alcun altro anno sì fatta impresa.
In questi tempi _Ottone_ _Visconte_ arcivescovo di Milano, essendosi
inimicato _Guglielmo marchese_ di Monferrato[432], e ben prevedendo che
i Torriani coll'aiuto di lui tenterebbono di risorgere, siccome infatti
avvenne, spedì ambasciatori a _Ridolfo re_ de' Romani, sì per distorlo
di favorire essi Torriani, il che avea egli praticato in addietro,
come ancora per ottenere il suo patrocinio. Ed appunto l'ottenne, con
avergli Ridolfo mandate cento lancie tedesche e cinquanta balestrieri
con balestre di corno. Maritò in quest'anno il suddetto marchese
di Monferrato _Jolanta_ o sia _Violante_, sua figliuola[433], con
_Andronico Paleologo_ imperadore di Costantinopoli, e diedele in
dote il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, da cui poco utile
ricavava in questi tempi il marchese. Dal che apparisce che fin qui
i marchesi di Monferrato doveano tuttavia ritenere qualche dominio in
quelle contrade. Oltre di avere il greco Augusto pagate molte migliaia
di bisanti al suocero suo, si obbligò ancora di mantener al di lui
servigio in Lombardia cinquecento cavalieri alle sue spese, durante
la vita del medesimo marchese. Fu poi cagione questo maritaggio,
siccome vedremo, che il Monferrato pervenne ad un figliuolo d'essa
imperatrice[434], alla quale, secondo il loro costume, i Greci mutarono
il proprio nome in quello di Irene. Ora il marchese Guglielmo col
suddetto rinforzo di moneta cominciò nuove tele per l'ingrandimento
suo. Ebbe maniera di entrare un dì per tradimento nella città di
Tortona verso l'aurora; nella qual congiuntura molti cittadini furono
uccisi, altri spogliati, altri carcerati. Uno de' rimasti prigionieri
fu il _vescovo Melchiore_, il quale sempre si era opposto ai tentativi
del marchese sopra quella città, sua patria. Fu egli inviato con
guardie, acciocchè inducesse i castellani delle sue terre a rendersi al
marchese: il che essi ricusarono di fare. Però, nel tornare a Tortona,
i capitani del marchese con sacrilega barbarie ammazzarono l'infelice
prelato. In quest'orrido misfatto protestò poi il marchese di non avere
avuta parte alcuna; ma forse da pochi gli fu creduto.
_Raimondo dalla Torre_ patriarca di Aquileia cogli altri Torriani
liberi strinse lega nell'anno presente con esso marchese[435], dopo
aver fatto un deposito di grossa somma d'oro da pagarsi al medesimo
marchese, dacchè fossero eseguiti i patti. In vigore di questo accordo
furono rilasciati dalle carceri di Monte Baradello dai Comaschi,
ubbidienti tuttavia al marchese, _Antonio, Arenchio_ e _Mosca_ dalla
Torre. Ne era dianzi fuggito _Guido dalla Torre_, che poi divenne
signor di Milano. Ma quivi aveano miseramente terminati i lor giorni
_Napo_ ossia _Napoleone_, _Carnevale_ e _Lombardo_, tutti dalla Torre.
Cominciarono, oltre a ciò, i Comaschi dal canto loro guerra a Milano, e
presero alcune castella nella riviera di Lecco. Ma avendo l'arcivescovo
eletto per suo vicario generale nel temporale _Matteo Visconte_ suo
nipote, questi valorosamente ricuperò quelle terre, cominciando con
questa impresa a farsi strada alla somma esaltazione, a cui egli e la
sua famiglia dipoi arrivò. Benchè nella Cronica di Parma si legga che
nell'anno 1282 si sconciò la buona armonia fra i cittadini di Modena,
pure abbiamo dalla stessa che nell'anno presente ebbe principio questa
diavoleria, che ridusse poi in cattivo stato essa città, e tornò in
grave pregiudizio della parte guelfa di Lombardia. Ne parlano appunto
a quest'anno anche gli Annali vecchi di Modena[436] e la Cronica di
Reggio[437]. In occasione che da uno della nobil casa dei Guidotti fu
ucciso un altro nobile della famiglia da Savignano, si formarono due
fazioni. Il podestà fece mozzare il capo all'uccisore, e distruggere
da' fondamenti due torri, con altre non poche condannagioni. Il popolo
fremente atterrò molte altre case; e finalmente la parte de' Boschetti,
co' quali andavano uniti i Rangoni e Guidoni, scacciò fuori della città
la fazione de' Savignani e Grassoni, la quale, ritiratasi a Sassuolo,
a Savignano e ad altre terre, si diede a far guerra ai Boschetti e
alla città, distruggendo e bruciando. Fecero i Boschetti col popolo
di Modena un buon esercito contra de' fuorusciti, e s'inviarono alla
volta di Sassuolo. Manfredino dalla Rosa signor di quella terra cogli
usciti venne ad incontrarli, e li sconfisse con istrage e prigionia
di molte persone. Mandarono i Parmigiani dodici ambasciatori per
trattar di pace; i Boschetti non vollero dar loro ascolto. Erano
allora in lega Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Bologna, Ferrara e
Brescia, tutte città di parte guelfa, e, loro dispiacendo la pazza
discordia de' Modenesi, tutte spedirono a Reggio i loro ambasciatori,
per tener quivi un parlamento, e trattare di levar questo scandalo.
Chiamati v'intervennero i deputati delle due fazioni della città di
Modena; tuttavia, per quanto si affaticassero i mediatori, le teste
dure dei Boschetti e de' lor partigiani ricusarono ogni proposizion
d'accordo, di maniera che fu risoluto di lasciarli in preda al loro
capriccio, e che si rompessero pazzamente fra loro il capo, giacchè
così loro piaceva. Il perchè i Modenesi dominanti mandarono in Toscana
ad assoldare gran gente, e tornati in campagna, essendo al Montale nel
dì 19 di settembre, vennero di nuovo alle mani coi fuorusciti, e di
nuovo ancora furono rotti colla mortalità e prigionia di molti. Per
compassione mandarono gli amici Parmigiani nuova ambasceria a Modena
con varie esortazioni alla pace; ma neppur questa ebbe miglior esito
della prima: tanto erano esacerbati e infelloniti gli animi de' nobili
e popolari contra de' lor concittadini. Adoperossi ancora un cardinale
legato, per introdurre trattato di aggiustamento, e fu rigettata del
pari l'interposizione sua. Fecero di peggio inoltre i Modenesi. Per
servigio de' Parmigiani veniva un convoglio di sale da Bologna, per
essere impedita la via del Po. Quando fu nel territorio di Bazzano, che
era allora del distretto di Modena, i Modenesi lo presero colle carra e
trentadue paia di buoi, e condussero tutto alla città, e nulla vollero
mai restituire, tuttochè si trattasse d'un popolo sì amico e fedele,
qual era quello di Parma. Allora fu che i Bolognesi caritativamente
proposero ai Parmigiani una lega, per espugnare concordemente Modena;
ma il popolo di Parma, ricordevole dell'antica amicizia con quel
di Modena, elesse piuttosto di sofferir con pazienza il danno, e di
compatir le spropositate risoluzioni dei Modenesi, che di abbracciar le
maligne insinuazioni degli antichi nemici di Modena. Nell'anno seguente
poi si ravvidero i Modenesi, e soddisfecero al loro dovere.
Furono nondimeno bagattelle questa rispetto all'aspra guerra che
nell'anno presente seguì tra i Genovesi e Pisani[438]. Accaniti l'un
contra l'altro erano questi due popoli. L'interesse e l'ambizione
non lasciavano lor posa, ardendo tutti di voglia di procurare l'uno
la rovina dell'altro. L'anno appunto fu questo che decise la lor
contesa. Vennero a dura battaglia le lor flotte nel dì 22 d'aprile, e
andarono in rotta i Pisani con perdere otto galee, che furono condotte
a Genova, e con restarne una sommersa. Per questa sciagura, in vece
di avvilirsi, maggiormente s'impegnò il popolo pisano a sostener la
gara, ed armate settantadue galee con altri legni, pieni di tutto il
fiore della nobiltà e de' popolari e forensi, fastosamente uscì in
mare con tal galloria, che sembrava il loro stuolo incamminato ad un
sicuro trionfo[439]. Colto il tempo che l'armata de' Genovesi era ita
in Sardegna, diedero i Pisani il guasto alla riviera di Genova: si
presentarono anche al porto di quella città con balestrare, ingiuriare
e richiedere di battaglia i Genovesi; e, dopo queste bravure, se ne
ritornarono gloriosi a casa. Ma giunte dalla Sardegna a Genova le
galee, fece il popolo genovese un armamento di ottantotto galee e
otto panfili, e con questa flotta andò in traccia della pisana, e,
trovatala in vicinanza della Melora, attaccò un'orribil battaglia nel
dì 6 d'agosto. Da gran tempo non s'era veduto in mare un conflitto
sì ostinato e sanguinoso come fu questo. La vittoria in fine si
dichiarò per li Genovesi, siccome superiori di forze, che ventinove
galee dei nemici menarono a Genova, e sette ne affondarono. Grande fu
la mortalità dalla una parte e dall'altra; maggiore nondimeno, anzi
sommo il danno de' Pisani, perchè circa undici mila d'essi (chi dice
meno, e forse dirà più vero, e chi dice anche più, per ingrandimento
di fama) rimasti prigionieri, furono condotti nelle carceri di Genova,
dove la maggior parte per gli stenti a poco a poco andò terminando i
suoi giorni. E di qui nacque il proverbio: _Chi vuol veder Pisa vada
a Genova_. Gli speculativi de' segreti del cielo osservarono che in
quelle stesse vicinanze della Melora nell'anno 1241 aveano i Pisani
sacrilegamente presi i prelati che andavano al concilio, e credettero
che Dio avesse aspettato per quarantatrè anni a gastigare il loro
misfatto. Quel che è certo, Pisa da lì innanzi, per sì grave perdita
di gente, non men popolare che nobile, non potè più alzare il capo, e
andò tanto declinando che arrivò a perdere la propria libertà, siccome
s'andrà vedendo. Io non so come l'autore della Cronica Reggiana[440],
che scriveva di mano in mano le avventure di questi tempi, metta il
suddetto memorando fatto d'armi sotto il dì 15 d'agosto. Una spaventosa
innondazione del mare, smisuratamente gonfiato nel dì 22 di dicembre in
quest'anno, recò un incredibll danno a Venezia e Chioggia, essendovi
perite molte navi e persone ed una esorbitante copia di merci.
_Bernardo cardinale_ legato in Bologna attribuiva questa loro disgrazia
all'essere stati scomunicati da lui i Veneziani, perchè non voleano dar
soccorso al re Carlo contra di Pietro re d'Aragona. Sicchè, secondo i
suoi conti, Dio dovea essersi visibilmente dichiarato in favore del re
Carlo. Se ciò si possa credere, lo vedremo all'anno seguente.