[380] Bartholomaeus de Neocastro, Hist. Sicul., tom. 13 Rer. Ital,
Sabas Malaspina. Ricord. Malaspina.
[381] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[382] Giachetto Malaspina. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 56 et seq.
[383] Bartholomaeus de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus
Specialis, Chron. Sicul., cap. 38, tom. 10 Rer. Ital. Jordan., in
Chron. Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[384] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 61.
[385] Giacchetto Malaspina, cap. 212.
[386] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 63.
[387] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[388] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.
[389] Franciscus Pipinus, lib, 3, cap. 15, tom. 9 Rer. Ital.
[390] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[391] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.
[392] Giachetto Malaspina, cap. 215. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.
[393] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[394] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[395] Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.
[396] Richobald., in Pomar., tom. Rer. Ital.
[397] Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[398] Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[399] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 319.
[400] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[401] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[402] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[403] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXXIII. Indiz. XI.
MARTINO IV papa 3.
RIDOLFO re de' Romani 11.
Non istette già colle mani alla cintola _Pietro re_ d'Aragona, dacchè
ebbe dato sesto alle cose della conquistata Sicilia, ma rivolse
il pensiero anche alla vicina Calabria[405]. Già aveva egli nel dì
6 di novembre spedite quindici galee con alcune migliaia de' suoi
bellicosi fanti catalani verso la Catona, dove era un presidio di
due mila cavalli ed altrettanti fanti, postovi da _Carlo principe_ di
Salerno, primogenito del re Carlo, lasciato ivi dal padre per opporsi
ai tentativi dei nemici. Nella notte del dì 6 di novembre i Catalani
assalirono sì vigorosamente quella guarnigione, che parte ne uccisero,
e il restante misero in fuga. Nel dì 11 seguente s'impadronirono ancora
della Scalea, e vi fu posto un presidio di cinquecento Catalani, che
cominciarono ad infestare i contorni di Reggio. Essendosi ritirato il
principe Carlo nel piano di San Martino, per non restar troppo esposto
agli attentati de' nemici, il popolo di Reggio si diede incontanente al
re Pietro, il quale, nel dì 14 di febbraio, fece la sua solenne entrata
in quella città. L'esempio di Reggio seco trasse anche la città di
Gieraci. Avea il re Pietro già spedito ordine che la _regina Costanza_
sua moglie co' figliuoli venissero in Sicilia. Vi arrivò essa nel dì
22 d'aprile; fu riconosciuta per legittima padrona della Sicilia; e
l'infante _don Giacomo_ suo secondogenito fu accettato per successore
di quella corona, giacchè il re Pietro suo padre veniva obbligato da'
suoi affari a tornarsene in Catalogna. Il motivo della sua partenza
fu questo. Nell'anno precedente avea il re Carlo mandato a dire al
re Pietro delle villane parole, trattandolo da traditore e fellone;
e per mantenerglielo in buona forma, lo sfidò a combattere con lui a
corpo a corpo. Più saporita nuova di questa non potea giugnere al re
Pietro, che in coraggio e valore non cedeva punto al re Carlo, ma il
superava di molto nell'accortezza. Si trovava egli con poca moneta; e
se il re Carlo colle sue forze avesse continuata la guerra in Calabria
e Sicilia, gran pericolo v'era di soccombere col tempo. Il meglio era
di addormentarlo, di guadagnar tempo con accettare il proposto duello,
e di farlo intanto uscire d'Italia[406]. Diede dunque per risposta che
manterrebbe in campo e in paese neutrale al re Carlo il suo legittimo
diritto e possesso della Sicilia; e però fu concertato con solenne
promessa e giuramento che da essi re e da novanta nove cavalieri
eletti per cadauna delle parti si farebbe il combattimento in Bordeos
di Guascogna, ottenutane prima licenza dal re d'Inghilterra, padrone
allora di quella città. Chi restasse vincitore chetamente ancora
sarebbe padrone della Sicilia, e chi mancasse alla promessa verrebbe
dichiarato infame, e privato del titolo di re, con altre gravissime
pene. Il dì primo di giugno fu destinato per questa insigne battaglia.
Portato a _papa Martino_ l'avviso di così strepitosa risoluzione,
tanto è lungi che v'intervenisse l'approvazione sua, come scrive il
Villani dopo il Malaspina[407], che anzi la detestò[408], e fece quanto
potè per dissuadere il re Carlo, mostrandola contraria non meno alla
politica che alla coscienza, ed intimando la scomunica contra chiunque
passasse ad eseguirla. Non si fermò per questo il coraggioso re Carlo;
scelti i suoi cavalieri tra Franzesi, Provenzali ed Italiani, che tutti
fecero a gara per essere di quel numero, fu nel dì prefisso e Bordeos,
passeggiò co' suoi armati il campo, ma finì la giornata, senza che si
lasciasse vedere il re d'Aragona. Deluso in questa maniera il re Carlo,
se ne tornò a Parigi, malcontento di non aver potuto combattere, e
d'avere inutilmente perduto il tempo; ma contento per essere, secondo
l'opinione sua, divenuto l'Aragonese spergiuro in faccia del mondo, e
caduto nella infamia e nell'altre pene prescritte nella convenzione.
Pubblicò pertanto un manifesto, dove esponeva le dislealtà e finzioni
di Pietro, e le pene da lui incorse. Ma Pietro anche egli ne divolgò
un altro in sua difesa. E qui non s'accordano gli scrittori. Vi ha
chi tiene, non essere egli punto andato a Bordeos; ed altri ch'egli
vi andò travestito, e segretamente si lasciò vedere al siniscalco del
re d'Inghilterra, con protestare d'essere pronto a combattere, ma che
non potea farlo, non trovandosi sicuro in quel luogo, dacchè _Filippo
re_ di Francia s'era postato con più di tre mila cavalieri una sola
giornata lungi da Bordeos[409], e nella stessa città era concorsa
troppa copia di Franzesi. Preso pertanto un attestato di sua comparsa
dall'uffiziale del re inglese, rimontato a cavallo, frettolosamente
se ne tornò in Aragona. Se ciò sia finzione o verità, nol so dire.
Quand'anche sussistesse la segreta sua andata a Bordeos, giacchè scrive
l'autore della Cronica di Reggio[410] ch'egli fu veduto nel dì 30 di
giugno in vicinanza di quella città; tuttavia non si sa ch'egli menasse
seco i cavalieri che dovea condurre, e però sembra potersi conchiudere
che questa scena fu fatta per deludere il re Carlo, e non già per
decidere con un duello, cioè con poco cervello, la controversia della
Sicilia da lui posseduta, quantunque anch'egli avesse già scelti i
suoi cavalieri, per dare un bel colore all'inganno. Ho io rapportato
altrove[411] alcuni atti pubblici spettanti a questa tragedia, oppure
illusione fatta al re Carlo dallo scaltro re d'Aragona, apparendo da
essi che fra le condizioni v'era che il re d'Inghilterra dovesse essere
presente al combattimento, ed è certo ch'egli non venne a Bordeos, nè
mai consentì a dare il campo, nè ad assicurarlo: il che solo bastava ad
iscusare e discolpare il re Pietro.
Qui nondimeno non terminò la faccenda. Il pontefice Martino prese di
qui motivo per aggravar le censure contra del re Pietro, e passò a
dichiararlo non solamente ingiusto usurpatore del regno della Sicilia,
ma anche decaduto da quelli d'Aragona, Valenza e Catalogna[412], con
appresso conferirli a _Carlo di Valois_, secondo figliuolo del re
Filippo di Francia, il quale doveva in avvenire riconoscerli in feudo,
e prenderne l'investitura dal romano pontefice. Come fosse creduto
giusto e lodevole questo papal decreto, lo lascierò io decidere ad
altri. Ben so che i signori franzesi, i quali specialmente in questi
ultimi tempi hanno impugnata l'autorità che si attribuiscono i sommi
pontefici di deporre i re e di trasferire i regni, allora a man
baciata riceverono questo regalo degli altrui Stati, loro fatto da papa
Martino, e tentarono in vigor d'esso di occuparli, siccome vedremo.
Abbiamo da Bartolommeo di Neocastro che furono in quest'anno spedite
dal re Carlo verso Puglia venti galee di Provenzali. Dirizzò questa
flotta le vele verso Malta, dove quel castello tuttavia si tenea fedele
ad esso re, benchè assediato dai Siciliani, per dargli soccorso[413].
N'ebbe contezza il valente ammiraglio di Sicilia _Ruggieri di Loria_,
e tutto allegro con dieciotto galee ben armate sciolse da Messina
per andare a trovarlo. Arrivato al porto di Malta, attaccò la zuffa,
e fu questa terribile di più ore; ma infine dieci d'esse galee
provenzali furono prese dai Siciliani e condotte a Messina; l'altre
dieci maltrattate se ne tornarono con indicibil fretta al loro paese.
Miglior fortuna ebbero in Romagna l'armi del pontefice, che avea fatto
venir grossa gente di Francia, ed unita colle milizie delle città
guelfe di Romagna e di Lombardia. Capitano di questa possente armata
fu creato[414] Guido conte di Montefeltro, già rimesso in grazia
della Sede apostolica, con ordine di domare i Forlivesi, ricettatori
ostinati degli usciti ghibellini. Ma, scorgendo quel popolo di non
potere alla lunga sostenere il peso della guerra contra di tanti
nemici, massimamente dappoichè il paese era sprovveduto di viveri,
mandò ambasciatori al papa, ed altrettanto fece il _conte Guido_ di
Montefeltro, ad esibir la loro sommessione a quanto la santità sua
avesse ordinato. Accettata L'offerta, furono cacciati da quella città
tutti i Lambertazzi con gli altri Ghibellini, che andarono dispersi
colle lor misere famiglie per l'Italia; e Guido da Montefeltro fu
mandato a' confini, cioè in luogo disegnato dal papa. Venuto poscia
a Forlì un legato pontificio, in gastigo della strage dianzi fatta
de' Franzesi, fece demolir le mura, le torri ed ogni fortezza di
quella città, e spianarne le fosse[415]. Anche Cesena, Forlimpopoli,
Bertinoro, Meldola e le castella di Montefeltro vennero all'ubbidienza
del papa, e quivi ancora fu fatto lo stesso scempio di mura e fortezze.
Oltre a ciò, in tutti que' luoghi furono cavati dai sepolcri i morti
nel tempo della guerra, e seppelliti come scomunicati fuori della
città. Secondo Galvano Fiamma[416] e gli Annali Milanesi[417], in
quest'anno _Ottone Visconte_ si liberò da _Guglielmo marchese_ di
Monferrato, e per questo ho io differito a parlarne qui, benchè la
Cronica di Parma metta il fatto nell'anno precedente. Anzi, dicendo il
Fiamma, essere ciò succeduto nella festa di san Giovanni Evangelista,
se l'anno milanese avea allora principio nel Natale del Signore,
ancora, secondo lui, si dee riferir questo fatto all'antecedente
anno, come appunto accuratamente notò anche il Corio[418]. Era il
marchese Guglielmo principe di fina politica e destrezza, e di non
minor ambizione provveduto. Mirava egli a farsi signore di tutta la
Lombardia. E già gli era riuscito di farsi proclamare a poco a poco
signor di Como, Alba, Crema, Novara, Alessandria, Vercelli[419]. Non so
ben dire se anche Pavia. Gli restava Milano; egli ne era già capitano,
vi avea un gran partito, e andava disponendo le cose per abbattere
la signoria dell'arcivescovo Ottone, e prender egli le redini, del
governo. Ottone, che a lui non cedeva in avvedutezza, aspettato il
tempo propizio che il marchese fosse ito per suoi affari a Vercelli,
nel dì 27 di dicembre dell'anno precedente, montato a cavallo con
tutti i suoi aderenti, prese il Broletto e il palazzo pubblico, e ne
scacciò Giovanni dal Poggio podestà e vicario del marchese, mettendovi
in suo luogo Jacopo da Sommariva Lodigiano. Fece appresso intendere
al marchese che non osasse più di ritornare a Milano: dal che si
accese una mortale nemicizia fra loro. Cercò immantenente Ottone di
fortificarsi nel ricuperato pieno dominio di Milano coll'amicizia
de' vicini, e però stabilì pace e lega coi Cremonesi, Piacentini e
Bresciani. Fiera guerra continuò in quest'anno fra i Genovesi e Pisani
per mare, avendo l'uno e l'altro popolo fatto un formidabil armamento
di galee e d'altri legni. Presero i Genovesi e saccheggiarono l'isola
della Pianosa, e sottomisero alcune navi de' Pisani, e gli altri
parimente fecero quegl'insulti che poterono ai Genovesi. Minutamente
si veggono descritti i lor fatti negli Annali di Genova[420]; tali
nondimeno non sono che meritino d'esserne qui fatta particolar
menzione. Succederono delle novità anche in Trivigi[421], città al pari
dell'altre divisa in due fazioni. _Gherardo_ della nobil famiglia da
Camino seppe far tanto, che ne scacciò fuori Gherardo de' Castelli capo
della parte contraria, e prese la signoria di quella città. Tollerabile
riuscì dipoi il suo governo, perchè era amatore della giustizia. Ebbe
principio nel marzo di quest'anno la guerra dei Veneziani col patriarca
d'Aquileia per le giurisdizioni dell'Istria, come s'ha dalle Vite di
que' patriarchi, da me date alla luce[422]. Durò questa quasi undici
anni, e in fine fu costretto il patriarca ad accomodarsi, come potè,
con chi era superiore di forze.