NOTE:

[363] Dandol., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[364] Ricord. Malasp. Giovanni Villani. Raynald., Annal. Eccl. S.

Antonin. Jordanus, in Chron., et alii.

[365] Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordan., in Chron.

Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[366] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

[367] Corio, Istor. di Milano.

[368] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[369] Ventura, Chron. Estens., tom. 11 Rer. Ital.

[370] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[371] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.

[372] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[373] Campi, Istor. di Cremona.

[374] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[375] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[376] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic.

[377] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[378] Raynaldus, Annal. Eccles.

[379] Giachetto Malaspina, cap. 213. Giovanni Villani.

Anno di CRISTO MCCLXXXII. Indizione X.

MARTINO IV papa 2.

RIDOLFO re de' Romani 10.

Celebre fu in quest'anno il vespro siciliano, celebre l'orditura di

quella sì strepitosa rivoluzione. Con verga di ferro governava il re

Carlo il regno di Sicilia e di Puglia. Da nuovi dazii, gabelle, taglie

e confischi erano al sommo aggravati que' popoli. La superbia de'

Franzesi ogni di più cresceva; insopportabile era la loro incontinenza

e la violenza fatta alle donne. Di questi disordini parlano tutti

gli scrittori d'allora[380], ed anche i più parziali della nazion

franzese. Più volte i miseri Siciliani ricorsero ai papi per rimedio,

rappresentando loro che la santa Sede avea creduto di dare un re e un

pastore a que' popoli, e loro avea dato un tiranno e un lupo. E ben

si leggono negli Annali Ecclesiastici[381] i buoni uffizii che più

volle fecero i romani pontefici in favore e sollievo d'essi popoli,

con esortare il re Carlo a sgravarli, e a guadagnarsi il loro affetto,

e non già l'odio. Ma Carlo niun conto faceva di si fatte esortazioni,

e colla febbre addosso de' conquistatori ad altro non attendeva che

a raunar moneta e gente per far colle miserie del suo popolo, se gli

riusciva, miseri anche gli altri popoli. Ora accadde che _Giovanni da

Procida_, nobile salernitano, uomo di mirabile accortezza letterato,

e spezialmente peritissimo della medicina, entrò in pensiero di

guarire anche i mali politici della Sicilia. Era egli stato carissimo

a _Federigo II_ Augusto e al _re Manfredi_, ed appunto per questo suo

attaccamento alla casa di Suevia gli erano stati confiscali tutti

i suoi beni dal re Carlo. Ritiratosi egli in Aragona, cominciò ad

incitare il _re Pietro_ e la _regina Costanzo_ sua moglie, figliuola

del fu _re Manfredi_, alla conquista del regno siciliano, e a far

valere le ragioni della casa di Suevia, unico rampollo di cui era

restata essa regina Costanza. Ma perchè a sì grande impresa, e contra

del re Carlo principe bellicosissimo e di alta potenza, non bastavano

punto le forze del re Pietro, per mancanza massimamente del _fac totum_

delle guerre, cioè della pecunia: Giovanni da Procida assunse egli di

provvedere a tutto. Passò pertanto travestito in Sicilia, e vi trovò

disposti gli animi a cangiar mantello ad ogni buon vento che spirasse.

Andò a Costantinopoli, e fece toccar con mano all'Augusto _Paleologo_

che non v'era altro mezzo da salvarlo dalla potenza del re Carlo,

che il fargli nascere la guerra in casa; e che, contribuendo egli

un possente soccorso di danaro, a _Pietro d'Aragona_ dava l'animo di

far calare gli ambiziosi pensieri al re di Sicilia. Si trasferì dipoi

Giovanni da Procida alla corte pontificia, e in una segreta udienza

trovò papa _Niccolò III_ nemico del re Carlo, e pronto anch'esso

a contribuire pel di lui abbassamento. Portate queste disposizioni

in Aragona, e insieme un buon rinforzo di moneta, il re Pietro si

diede a far gran leva di gente, e a preparar navi per una spedizione

importante, con far vista di voler passare in Africa contra de'

Saraceni[382]. Informato di questo armamento il _re Carlo_ da _Filippo

re_ di Francia suo nipote, fece che papa _Martino IV_ spedisse persona

apposta per indagare quali mire avesse il re Pietro, e per comandargli

di non condurre le sue armi contra di alcun principe cattolico. Pietro,

il più accorto di quanti allora regnassero nella cristianità, non volle

scoprire il luogo dove egli mirava; anzi rispose, che se l'una delle

sue mani, sapendolo, lo rivelasse all'altra, subito la mozzerebbe. E

con belle parole rimandò il messo al papa. Ma il re Carlo, che molto

sè stesso, poco o nulla stimava il re di Aragona, dopo aver detto per

dispetto al papa: _Non vi diss'io che Pietro d'Aragona è uno fellone

briccone?_ si addormentò, nè cercò più oltre di lui, senza ricordarsi

di quel proverbio: _Se ti vien detto che hai perduto il naso, mettivi

la mano._

Benchè fosse mancato di vita il pontefice Niccolò III, sul quale, più

che sopra altri, fondava il re Pietro le sue speranze, pure cotanto

fu animato e confortato da Giovanni da Procida e dai segreti impulsi

de' Siciliani, che diede le vele al vento, e passò in Africa verso

la città di Bona, cominciando quivi la guerra contra dei Mori colla

presa di Ancolla, per aspettare se i Siciliani, dicendo da dovero, si

rivoltassero; e, ciò non succedendo, per tornarsene quetamente a casa.

Ora avvenne che nel dì 30 di marzo dell'anno presente, cioè nel lunedì

di Pasqua di risurrezione, nell'ora del vespro (scrivono altri nel

martedì, 31 del suddetto mese) i Palermitani, prese l'armi, insorsero

contra de' Franzesi[383], e quanti ne trovarono, tutti misero a filo

di spada; e andò sì innanzi questo furore, che neppure perdonarono a

donne e fanciulli, e neppure alle Siciliane gravide di Franzesi. Per

questo fatto divenne poi celebre il nome di _vespro siciliano_. Falso

è che in tutte le terre di Sicilia, e ad un'ora stessa, succedesse il

macello de' Franzesi. Falso che i Palermitani acclamassero tosto per

re loro Pietro d'Aragona. Alzarono essi bensì le bandiere della Chiesa

romana, proclamando per loro sovrano il papa. Uscì poscia in armi il

popolo di Palermo, e trasse nella sua lega alcun altro luogo della

Sicilia. Intanto Messina col più dell'altre città dell'isola si tenne

quieta per osservare dove andava a terminare questo gran movimento. Ma

non passò il mese d'aprile, che le tante ragioni e i segreti maneggi

de' Palermitani indussero anche i Messinesi a ribellarsi colla morte

ed espulsione di quanti Franzesi si trovarono in quelle parti, e colla

presa di tutte le fortezze. Portata la dolorosa nuova della ribellion

di Palermo al re Carlo, che, secondo il suo solito, dimorava allora in

Orvieto alla corte pontificia, per insegnare al papa, sua creatura, e

ai cardinali, come si avea da governare il mondo, non è da chiedere

s'egli se ne turbasse e crucciasse. Tuttavia, rivolti gli occhi al

cielo, fu udito dire[384]: _Iddio Signore, dappoichè v'è piaciuto di

farmi contraria la mia fortuna, piacciavi almeno che il mio calare sia

a piccioli passi_. Trattò col papa di quel che si avea da fare, e volò

tosto a Napoli, consolato perchè non s'udiva per anche tumulto alcuno

in Messina. Ma dacchè giunse l'altro avviso che anche i Messinesi

aveano prese l'armi contra di lui, allora andò nelle smanie, ed ordinò

che facessero vela verso di Messina le tante galee e navi da lui

preparate per assalire il greco imperio, ed egli col resto dell'armata

di terra si inviò alla volta della Calabria. Non si può prestar fede

a Bartolommeo da Neocastro, che racconta avere condotto il re Carlo in

questa spedizione ventiquattro mila cavalli e novanta mila fanti, senza

contare i marinari, e cento sessanta galee, oltre all'altre navi da

trasporto e barche minori. O è guasto il suo testo, o egli amplificò di

troppo le forze di Carlo, acciocchè maggiormente risaltasse la gloria

dei suoi Messinesi. Giovanni Villani scrive che menò seco più di cinque

mila cavalieri fra Franceschi, Provenzali ed Italiani; e tra questi

erano cinquecento ben in arnese, inviatigli dal comune di Firenze.

Ed ebbe cento trenta tra galee, uscieri e legni grossi. Comunque sia,

abbiam di certo ch'egli, passato il Faro, imprese sul fine di luglio

l'assedio di Messina, accompagnato da _Gherardo Bianco_ da Parma,

cardinale, vescovo sabinense e legato apostolico. Entrò in Messina

questo saggio porporato, e con tale energia parlò a quel popolo, che lo

indusse ad abbracciare il partito della misericordia, senza aspettare

il furor delle armi. Ma portate da lui al re Carlo le condizioni

colle quali desideravano i Messinesi di rendersi, non piacquero al

re, e si diede principio alle offese della città, agli assalti ed alle

battaglie. I Messinesi anch'essi, contandosi giù tutti per morti, si

diedero ad una gagliarda difesa tale, che si rendè memorabile per tutti

i secoli.

Intanto i Palermitani, considerando le straordinarie forze del re

Carlo, e il pericolo che lor soprastava, aveano spedito ambasciatori

a _papa Martino_, chiedendogli misericordia. Furono questi

obbrobriosamente rimandati con villane parole. Anche i Messinesi,

secondochè abbiamo da Giachetto Malaspina[385]. da Giovanni

Villani[386] e da altri, dacchè intesero la presa di Milazzo, tornarono

a implorar la mediazione del cardinal legato per arrendersi. Entrò egli

nella città, e quel popolo esibiva la resa, se il re perdonava loro il

misfatto, e voleano pagargli i tributi usati al tempo del re Guglielmo

il Buono. Portata questa risposta al re Carlo, e avvalorata dalle

preghiere del legato, che accettasse quel misero e pentito popolo,

fellonescamente rispose che si maravigliava di sì ardita proposizione,

e che in altro modo non perdonerebbe loro, se non gli davano ottocento

ostaggi a sua elezione, per farne quello che a lui piacesse; e voleva

che pagassero colte e dogane, come allora si praticava, altrimenti

si difondessero. Ciò inteso da' Messinesi, determinarono di voler

piuttosto morir tutti colla spada alla mano, che di andar morendo in

prigioni e tormenti per istrani paesi. Ebbe ben poi a mangiarsi le

dita il re Carlo per la smoderata sua alterigia e crudeltà. S'egli

usava della clemenza, Messina tornava sua, e per le stesse vie avrebbe

avuto il resto della Sicilia, perchè que' popoli erano allora senza

capitani e senza guarnimenti e forze da guerra. Ma a chi Dio vuol male

gli toglie il senno. E Dio appunto per tante inumanità ed orgoglio il

pagò di buona moneta. Bartolommeo da Neocastro tace questi trattati

di resa dei Messinesi, anzi scrive che il re Carlo fece loro i ponti

d'oro perchè si arrendessero, ma ch'eglino rigettarono ogni offerta.

Credendosi poscia il re di poter con un generale assalto vincere la

terra, si trovò forte ingannato, perchè sì virilmente si difesero i

cittadini e ripararono le breccie, che rimase inutile il suo sforzo.

Fin le donne e i fanciulli tutti con sollecitudine mirabile, portando

chi acqua, chi calce e pietre, prestarono ogni possibile aiuto contro

ai nemici, e in loro lode furono poi fatte e cantate dappertutto varie

canzoni.

In tale stato erano le cose di Messina, quando _Pietro re_ d'Aragona,

ricevuta un'ambasceria de' Palermitani, venne dirittamente a sbarcare

a Trapani con cinquanta galee ed altri legni, con ottocento uomini

d'armi e dieci mila fanti, tutta gente agguerrita e di gran coraggio.

Vi arrivò nel dì 30 d'agosto[387], e fra due giorni entrò in Palermo,

ricevuto con altissime acclamazioni da quel popolo, e quivi fu coronato

re di Sicilia. Tutti tremavano dianzi; tanta era la paura della

potenza e del rigore del re Carlo. Ad ognuno allora tornò il cuore in

petto; e sparsa questa nuova per le altre terre ribellate ai Franzesi,

se ne fece gran festa, credendosi allora ognuno in salvo. I soli

Messinesi furono gli ultimi a saperlo. Spedì poscia il re Pietro due

suoi ambasciatori al re Carlo, i quali, ottenuta licenza d'andare, si

presentarono davanti a lui nel dì 16 di settembre, con intimargli da

parte di Pietro re di Aragona e di Sicilia di levarsi dall'assedio di

Messina, altrimenti che fra poco verrebbe egli in persona a far pruova

delle forze sue. All'avviso dell'inaspettato sbarco dell'Aragonese

era rimasto pieno di maraviglia e di doglia il re Carlo. Ricevuta poi

quell'ambasciata, fremeva per la collera; e la risposta sua, data nel

dì seguente, fu che intimassero al re Pietro di levarsi dal regno

di Sicilia, e di non fomentar dei ribelli, perchè se ne avrebbe a

pentire, e si tirerebbe addosso anche la nemicizia del papa, del re di

Francia e degli altri principi della cristianità. Leggonsi presso il

Villani[388] e presso fra Francesco Pipino[389] delle lettere che si

dicono in tal congiuntura scritte dall'un re all'altro. Dubito io che

sieno fatture dei novellisti d'allora. Tenuto consiglio dal re Pietro,

fu determinato, secondo il parere dell'accorto Giovanni da Procida,

che si mandasse la flotta catalana a sorprendere nel Faro di Messina

le galee del re Carlo, che quivi stavano ancorate senza difensori.

Traspirò questa risoluzione, e saputasi da esso re Carlo, fu creduto

necessario che il re levasse l'assedio: altrimenti, se veniva rotta

la comunicazion colla Calabria, potea perir tutta l'armata di terra

per mancanza di viveri. Però, lasciati solamente due mila cavalli

in agguato, per tentare di sorprendere i Messinesi, se uscivano a

spogliare il campo, giacchè per la fretta restò ivi un'immensa copia

di tende, bagaglie ed arnesi da guerra, il re Carlo col resto di sua

gente precipitosamente, e come sconfitto, scampò in Calabria. Ma non

potè provvedere così per tempo al bisogno, che non sopraggiugnesse

nello stretto di Messina l'ammiraglio del re Pietro, cioè _Ruggieri

di Loria_, il più valoroso ed avventurato condottiere d'armate navali

che fosse allora, il quale con sessanta galee cariche di Catalani e

Siciliani prese ventinove tra galee grosse e sottili del re Carlo,

fra le quali cinque del comune di Pisa, che erano al di lui servigio.

Passò anche alla Catona ed a Reggio di Calabria, e vi bruciò ottanta

uscieri, cioè barche grosse da trasporto, che trovò disarmate alla

spiaggia; e questo sugli occhi dello stesso re Carlo, il quale per la

rabbia cominciò a rodere la sua bacchetta, e poi confuso, dopo aver

dato commiato ai baroni ed agli amici, si ritirò a Napoli. I Messinesi,

se il re non levava l'assedio, erano già ridotti alle estremità, per

essere venuta meno ogni sorta di vettovaglia. Scoperto anche l'agguato,

si tennero rinchiusi, finchè videro ritirati in Calabria i due mila

cavalli nemici. Intanto marciò il re Pietro da Palermo, rinforzato

dall'esercito siciliano, e dopo avere ricuperato a patti di buona

guerra Milazzo, arrivò nel dì 2 di ottobre a Messina, ricevuto con

giubilo inesplicabile da quel popolo glorioso, che era come risuscitato

da morte a vita. Interdetti e scomuniche furono fulminate dal papa

contra del re Pietro e de' Siciliani per tali novità. Ma per ora

abbastanza di questo.

Trovavasi in gravi angustie ed affanni sul principio dell'anno presente

la città di Forlì; e i Lambertazzi ed altri fuorusciti ghibellini colà

rifugiati non trovavano più scampo, perchè si vedevano battuti dall'un

canto dall'armi spirituali del papa, e dall'altro attorniati dall'armi

temporali d'esso pontefice, del re Carlo, de' Bolognesi e degli

altri Guelfi di Romagna, Lombardia e Toscana. Come resistere a tanti

nemici un pugno di gente? Però il _conte Guido_ da Montefeltro[390],

i Forlivesi e gli altri fuorusciti spedirono un'altra ambasceria ad

Orvieto a papa _Martino IV_ per supplicarlo di aver misericordia di

loro. Furono bruscamente ricevuti anche questa fiata gli ambasciatori,

ed ebbero per risposta che Forlì non avrebbe mai perdono e pace, se

prima non iscacciava tutti i forestieri maschi e femmine. A questo

disse il deputato de' Lambertazzi e degli altri fuorusciti, che erano

pronti ad ubbidire e ad andarsene, ma che supplicavano sua Santità di

assegnar loro un sito da potervi abitare, giacchè iniquamente erano

stati cacciati dalle lor patrie, nè aveano luogo per loro abitazione.

Nè pur questo poterono impetrare, ma ignominiosamente furono licenziati

e caricati di scomuniche. Se qui alcuno cercasse il comun padre dei

fedeli, forse nol troverebbe: colpa, a mio credere, del re Carlo, che

inesorabile contra dei Ghibellini, aveva anche la fortuna di poter

prescrivere quanto voleva alla corte di Roma. Così non avea fatto il

precedente pontefice _Niccolò III_. Ebbe dunque ordine Giovanni d'Eppa

o sia d'Appia, conte della Romagna, di rinforzar la guerra contra di

Forlì, nella quale impresa il papa andava impiegando il danaro sborsato

dalla pietà dei fedeli, perchè servisse in soccorso di Terra Santa.

Ora il conte della Romagna, dopo aver maneggiato un trattato segreto

con alcuni dei cittadini di quella città, perchè gli dessero una

porta[391], su questa speranza comparve sotto Forlì sull'imbrunir della

notte precedente al dì primo di maggio con un potente esercito[392]. A

Guido conte di Montefeltro, e capitano dei Forlivesi, non era ignoto

questo trattato; anzi dicono che ne fu egli stesso il promotore,

siccome astutissimo e gran maestro di guerra. Aveva egli ordinato che

tutti i cittadini preparassero buona cena, e lasciassero aperta una

porta. Ed allorchè i nemici arrivarono, egli con tutta la gente atta

all'armi uscì fuori della città per un'altra. Entrò Giovanni d'Eppa

con parte dell'esercito nell'aperta città, nè trovandovisi resistenza

alcuna, le soldatesche si sparsero per la terra e per le case a darsi

bel tempo coi cibi e vini lor preparati; e tolte le briglie ai lor

cavalli, li misero alle greppie e al riposo. Allorchè fu creduto che

fossero ben satolli ed ubbriachi, e andati a dormire, il conte Guido

colla sua gente rientrò per una porta che tuttavia si custodiva per

lui, e diede addosso ai nemici che senza poter raccoglier, sè stessi,

nè ordinare le loro armi e cavalli, restarono per la maggior parte

vittima delle spade de' Forlivesi[393]. Dicono altri che il conte

Guido andò prima ad assalire e sconfiggere la parte dell'armata che

Giovanni di Eppa avea lasciato di fuori in un determinato luogo, e

poscia, rientrato in città, fece del resto, con altre particolarità che

io tralascio per dubbio della lor sussistenza. Certamente cadono molti

inverisimili nella maniera con cui dicono condotto questo fatto. E si

può dubitare che il tempo e le ciarle del volgo accrescessero delle

favole alla verità dell'avvenimento. Favole sembrano ancora tanti altri

fatti attribuiti in queste guerre a _Guido Bonato_, filosofo e strologo

famoso di que' tempi, e cittadino di Forlì, narrati nella Cronica di

quella città. Per attestato della Cronica di Parma[394], con cui vanno

d'accordo fra Francesco Pipino[395] e Ricobaldo[396], il conte della

Romagna entrò in un borgo di Forlì, ebbe una porta della città, e vi

prese molte case per forza. Ma per sagacità e valore del conte Guido da

Montefeltro e de' Forlivesi egli restò sconfitto. Due mila e più, la

maggior parte Franzesi, vi lasciarono la vita, e quasi tutto il resto

vi rimase prigione. Fra gli altri che perirono nella fossa di quella

città, si contò Tibaldello degli Zambrasi, che avea tradita Faenza.

E vi morì il conte Taddeo da Montefeltro, nemico del conte Guido, con

altri nobili bolognesi e della Romagna. La Cronica di Bologna[397], che

per errore, mette questo fatto sotto il dì 7 di giugno va annoverando

la cavalleria venuta da diverse parti all'esercito del conte della

Romagna, e la fa ascendere a tre mila e quattrocento cavalieri. Nulla

dice dello stratagemma suddetto del conte Guido; e solamente parla d'un

fiero combattimento seguito ne' borghi di Forlì, colla disfatta de'

Guelfi. Altrettanto abbiamo dalla Vita di papa Martino[398]. Giovanni

d'Eppa falso è che morisse in quel conflitto. Egli, per attestato di

Ricobaldo, arrivò a Faenza sano e salvo con circa venti cavalli, e fu

poi adoperato dal papa in altre militari imprese.

Veggendo i Lodigiani[399] ridotti in pessimo stato gli affari de'

Torriani, e temendo di restar eglino la vittima dello sdegno de'

Milanesi, trattarono di pace con _Ottone Visconte_ arcivescovo di

Milano, il quale volentieri vi acconsentì, purchè rinunziassero alla

protezione de' Torriani. Seguitarono essi nondimeno, per attestato

della Cronica di Parma, a tener la parte guelfa. Di qui prese maggior

orgoglio _Guglielmo marchese_ di Monferrato, e cominciò, di capitano

che egli era, a far da signore di Milano, in pregiudizio dell'autorità

dell'arcivescovo. Ottenne di poter mettere un vicario e un podestà

in Milano a piacimento suo, e vi mise Giovanni dal Poggio Torinese.

L'arcivescovo, come uomo accorto, mostrava di non curarsene, ma,

conoscendo dove il marchese mirasse, cominciò segretamente a tirare

nel suo partito alcune delle case più forti di Milano, cioè quelle di

Castiglione, Carcano, Mandello, Posterla e Monza, e a disporre i mezzi

per liberarsi dalla prepotenza del marchese. Minacciava intanto esso

marchese i Cremonesi, e però, ad istanza di quel popolo, tenuto fu

un parlamento in Cremona, dove intervennero i Piacentini, Parmigiani,

Reggiani, Modenesi, Bolognesi, Ferraresi e Bresciani, tutti di parte

guelfa. Risoluto fu di spedire ambasciatori al papa per ricavarne dei

soccorsi e di tenere in essa Cremona una taglia di soldati di cadauna

città per difesa di quella. E perciocchè Buoso da Doara era entrato

in Soncino, e s'era anche ribellato al comune di Cremona il castello

di Riminengo, i Parmigiani, Piacentini e Bresciani colle loro forze

marciarono a Cremona, e passarono dipoi a dare il guasto a Soncino.

Nel dì 2 di luglio il marchese di Monferrato coi Milanesi, Astigiani,

Novaresi, Alessandrini, Vercellesi, Comaschi e Pavesi venne sino a

Vavrio, e quivi si accampò, con ispargere voce di voler pacificare

tutta la Lombardia. Ma le apparenze erano che egli meditasse d'entrare

nel Cremonese[400]. Allora tutte le città guelfe suddette inviarono le

lor milizie a Paderno in aiuto di Cremona. Furono anche richiesti di

soccorso il marchese d'Este, il conte della Romagna e i comuni della

Toscana; ed ognuno promise de' buoni rinforzi, se si fosse dovuto

venire ad un fatto d'armi. Giunse il marchese a postarsi due miglia

lungi da Crema, e i collegati piantarono in faccia di lui il lor campo.

Si trombettava ogni dì, ma niuno uscì mai per volere battaglia, nè i

Milanesi voleano entrar nel Cremonese, perchè durava la tregua fra

loro, sicchè il marchese nel dì 12 di luglio, senza far altro, si

ritirò, e lo stesso fecero gli avversarii guelfi. Diedero i Cremonesi

il guasto sino alle porte di Soncino, la qual terra riebbero poi per

tradimento nel dì 11 di novembre. Mandarono i Parmigiani una taglia

de' lor soldati in servigio del papa contra Forlì, ed ottennero che si

levasse l'interdetto dalla loro città, con esservi tornati solennemente

i frati predicatori, che già n'erano usciti.

Fece in quest'anno Giovanni d'Eppa conte di Romagna l'assedio della

terra di Meldola, e, dopo avervi inutilmente consumati alquanti

mesi, fu forzato dalla penuria de' viveri e dalla perversa stagione

a ritirarsene. Il conte d'Artois ed altri principi franzesi, spediti

dal re di Francia, passarono per Parma e Reggio nell'ottobre dell'anno

presente, menando seco una gran quantità di cavalli e fanti in aiuto

del re Carlo dopo la perdita della Sicilia. Tennesi una nobilissima

corte bandita in Ferrara per la festa di san Michele di settembre

dell'anno presente e ne' susseguenti giorni[401], perchè _Azzo VIII_,

figliuolo d'_Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara, fu creato

cavaliere, e prese per moglie _Giovanna_ figliuola di _Gentile Orsino_

nipote del fu papa Niccolò III, e figliuolo di _Bertoldo_ già conte

della Romagna. A tanti sconvolgimenti d'Italia si aggiunse in questo

anno anche il principio d'un'aspra e funestissima guerra[402] fra i

Genovesi e Pisani, popoli amendue potenti per terra e per mare. Nacque

la lor discordia dallo avere i Genovesi inviate quattro galee in

Corsica per gastigare il giudice di Cinarca, che avea fatto non pochi

aggravii alla lor nazione. L'aveano essi ridotto in camicia. Fu presa

dai Pisani la protezion di costui con pretenderlo loro vassallo; e gli

ambasciatori adoperati per questo affare, in vece di rimettere la pace,

fecero saltar fuori la guerra, che andò a finire nella rovina di Pisa.

Si diedero tutti e due questi comuni a fare un mirabil preparamento di

galee e d'altri legni. Vennero anche i Pisani a Porto Venere, e diedero

il guasto a quel paese; ma nel ritornare a casa, levatasi una crudel

tempesta, spinse diecisette delle loro galee alla spiaggia, e le ruppe

colla morte di molta gente. Anche i Perugini inferocirono nell'anno

presente contro la città di Foligno[403], non so per quali disgusti.

Studiossi ben papa Martino di fermare il loro armamento colla minaccia

delle scomuniche; ma, senza farne caso, essi procederono innanzi con

guastar tutto il paese sino alle porte di quella città. Non mancò già

il papa di scomunicare quel popolo; ma esso, maggiormente irritato per

questo, ed imbestialito, fece un papa e varii cardinali di paglia, e,

dopo avere strascinati per la città que' fantocci, sopra una montagna

li bruciò, dicendo: _Questo è il tal cardinale, questo è quell'altro._

Sorse ancora nei medesimi tempi guerra in Roma fra gli Orsini e gli

Annibaldeschi[404]. Erano i primi odiati dal re Carlo per la memoria

del loro zio; e però, unito il vicario di esso re, che esercitava

l'uffizio di senatore, andò cogli Annibaldeschi a dare il guasto sino

a Palestrina, dove s'erano ritirati gli Orsini.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 30 / 216 题