NOTE:

[343] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[344] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.

[345] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[346] Ghirardacci, Istor. di Bologna.

[347] Bernard. Guid., in Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

Jordan., in Chron.

[348] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 9 Rer. Ital.

[349] Franciscus Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.

[350] Ricordano Malaspina, cap. 204.

[351] Franciscus Pipin., Chron.

[352] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 3 Rer. Ital. Jordanus,

Platina, Blondus, et alii.

[353] Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[354] Sigon., de Regno Ital.

[355] Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[356] Ghirardacci, Istor. di Bologna.

[357] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[358] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[359] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[360] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[361] Matth. de Griffon., tom. 18 Rer. Ital.

[362] Gazata, in Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXXXI. Indizione IX.

MARTINO IV papa 1.

RIDOLFO re de' Romani 9.

Giacchè non era riuscito a _Carlo re_ di Sicilia di far eleggere a modo

suo un romano pontefice nella precedente vacanza della santa Sede (del

che egli s'era trovato molto male); tanto studio mise questa volta,

che ottenne l'intento suo. Adoperò infin le violenze; imperciocchè,

non essendo allora chiuso il conclave, perchè era stata abolita la

costituzione di Gregorio X, ed opponendosi a tutto potere due cardinali

della casa Orsina, cioè _Matteo Rosso_ e _Giordano_, acciocchè non

si eleggesse un papa franzese[364]; il re Carlo mosse il popolo di

Viterbo, dove erano i cardinali, e Riccardo degli Annibaldeschi signore

della città medesima, a rinserrare in una camera que' due cardinali,

col pretesto che impedissero l'elezione. V'aggiunsero poscia il terzo,

cioè _Latino cardinale_, vescovo d'Ostia, nipote anch'esso del defunto

Niccolò III, e li ridussero a pane ed acqua, di modo che, volere o non

volere, convenne che i cardinali italiani concorressero ad eleggere

quel papa che piacque al re Carlo, cioè un papa franzese. Fu non senza

ragione creduto che le disgrazie sopravvenute poco appresso al medesimo

re fossero un gastigo della mano di Dio contra chi sì sconciamente

si abusava della potenza sua in danno e scandalo della Chiesa. Videsi

dunque alzato sulla Sede di san Pietro nel dì 22 di febbraio _Simone

cardinale_ di Santa Cecilia, Franzese di nazione, perchè nato a

Mompincè in Brie, ma chiamato da gl'Italiani Turonense, perchè era

stato canonico e tesoriere della chiesa di San Martino di Tours. Egli

prese il nome di _Martino IV_, tuttochè, secondo il retto parlare, si

dovesse nominar solamente Martino II. Non mancò egli di far subito

conoscere l'eccessiva gratitudine sua al re Carlo, con isposar come

suoi proprii tutti i di lui interessi. Una nondimeno delle prime sue

imprese fu di ritirarsi ad Orvieto, e di scomunicar quei Viterbesi che

aveano usata violenza ai cardinali, e di sottoporre all'interdetto la

città medesima. Poscia ottenne esso papa dai Romani il grado di senator

perpetuo con facoltà di sustituire, e posevi in suo luogo il re Carlo,

creandolo di nuovo senatore di Roma, senza far caso della costituzione

contraria di Niccolò III[365]. Non soleva mettere uffiziale o

governatore nelle città dello Stato ecclesiastico che non fosse preso

dalla casa e famiglia del medesimo re Carlo. Parimente ad istanza

d'esso re, che meditava di portar le sue armi contro all'imperador di

Costantinopoli scomunicò l'imperador greco _Michele Paleologo_: il che

tornò in danno gravissimo non meno del re che della Chiesa stessa. E

veramente di grandi preparamenti di genti e di navi faceva allora il

re di Sicilia per invadere l'imperio greco; fors'anche avrebbe egli

eseguita con buon successo così vasta impresa, se non si fosse da qui

a non molto attaccato il fuoco alla casa propria: del che parleremo

all'anno seguente.

Nel verno di quest'anno s'inviò _Guglielmo marchese_ del Monferrato

con _Beatrice_ sua moglie alla volta della Spagna, per visitare

_Alfonso re_ di Castiglia suocero suo[366]. Per istrada fu ritenuto

prigione da _Tommaso conte_ di Savoia suo cognato, perchè fratello

della prima sua moglie. Se volle liberarsi, fu costretto a far cessione

delle ragioni sue sopra Torino, Colegno, Pianezza ed altre terre; ed

anche di pagar sei mila lire di bisanti, con dare ostaggi per questo.

Andossene dipoi in Ispagna, dove finì di viver la sua moglie Beatrice,

e servito da due galee genovesi se ne tornò in Italia, seco menando

cinquecento cavalieri spagnuoli, cento balestrieri e buone somme di

danaro, con aver dato ad intendere al suocero che ridurrebbe tutta

l'Italia all'ubbidienza di lui. Essendo venuto a Lodi[367] _Raimondo

dalla Torre_ patriarca d'Aquileia con cinquecento uomini di arme

furlani, si unirono coi Torriani i Cremonesi ed altri popoli della

lor fazione, ed, usciti in campagna, andarono nel contado di Milano

per prendere il borgo di Vavrio. Allora anche i Milanesi con grande

sforzo di loro genti e cogli aiuti de' loro collegati cavalcarono per

impedire i disegni dei Torriani. Che in questo esercito fosse anche

il marchese di Monferrato, lo asseriscono gli storici milanesi[368]

e il Ventura nella Storia di Asti[369]. Dalla Cronica di Parma pare

che si ricavi che no. Comunque sia, nel dì 25 di maggio, festa di san

Dionisio arcivescovo di Milano, si affrontarono queste due armate[370],

e si fece un ostinato e sanguinoso fatto d'armi. Rimasero sconfitti i

Torriani; vi perdè la vita il valoroso _Casson dalla Torre_ col podestà

di Lodi, Scurta dalla Porta Parmigiano; ed, oltre ad ottocento prigioni

condotti a Milano, moltissimi furono i morti nel campo e gli annegati

nel fiume Adda. _Raimondo dalla Torre_, intesa questa disavventura, col

capo basso se ne tornò ad Aquileia. Abbiamo dalla Cronica di Parma[371]

che il suddetto marchese Guglielmo, siccome capitano de' Milanesi,

colla gente e col carroccio di quel comune, e i Vercellesi, Novaresi,

Tortonesi ed Alessandrini si accamparono di poi a Santa Cristina

senza uscire del lor territorio. Erasi tenuto in Parma nel precedente

agosto un parlamento delle città guelfe, in cui s'era risoluto di dar

soccorso a Lodi, occorrendone il bisogno. Questo venne; ma perchè

durava ancora qualche antica ruggine fra i Parmigiani e Cremonesi,

per avere l'un popolo all'altro tanti anni prima tolto il carroccio,

si determinò di farne la vicendevol restituzione. Quello di Parma era

chiamato _Regoglio_ (credo che sia in vece di _Orgoglio_), e quello de'

Cremonesi si appellava _Gaiardo_. Nella Cronica Estense[372] quello de'

Cremonesi è chiamalo _Berta_, e questo nome, oppur di _Bertazzuola_,

gli vien anche dato da Antonio Campi[373]. Fu dunque fatto il cambio

di questi carrocci con indicibil gaudio di amendue le città nel dì

6 di settembre. L'autore della suddetta Cronica Estense, che più

minutamente racconta le particolarità di questo fatto, fra l'altre cose

scrive che il podestà di Modena in persona si portò con assai altri

nobili a Parma, per maggiormente condecorar quella funzione: il che ci

dà a conoscere quai fossero i costumi e i genii di questi tempi. Ciò

fatto, i Parmigiani con tutta la lor cavalleria e fanteria marciarono

in aiuto di Lodi, e si andarono a postare sulla riva dello Adda in

una terra chiamata Grotta. Lungi di là un miglio si accamparono i

Cremonesi a Pizzighittone con tutte le lor forze. Cento uomini d'armi

v'andarono da Reggio, altrettanti con secento pedoni da Modena, e

cinquanta dal marchese d'Este vi furono spediti. Diede bensì l'esercito

milanese assaissimo danno al distretto di Lodi, ma senza fare di

più; e gli convenne tornare indietro con perdita di molti uomini e

cavalli. Nel seguente dicembre Buoso da Doara (non so se figliuolo

o nipote dell'altro che fiorì circa il 1260, oppure lo stesso) entrò

con quattrocento cavalli ed altrettanti fanti in Crema, e cominciò la

guerra contra di Cremona. Per questa novità i Piacentini, Parmigiani e

Bresciani con possente milizia corsero di nuovo a sostener Cremona. La

Cronica di Parma parla di questo solamente nell'anno seguente.

Le premure del defunto papa _Niccolò III_ erano state da padre nel

procurar dappertutto la pace fra i Guelfi e Ghibellini. Diverse ben

furono le massime di _Martino IV_, cioè di un pontefice che si lasciava

menare pel naso, come sua creatura, da _Carlo re_ di Sicilia, il quale

non potea patire i Ghibellini fautori dell'imperio. Eransi ridotti in

Forlì tutti, per così dire, i Ghibellini della Romagna, sbanditi dalle

loro città. Contra di questi il papa e il re Carlo fecero preparamento

grande d'armi nell'anno presente[374]; e tanto più perchè _Guido conte_

di Montefeltro, capitano di Forlì, nel marzo ed aprile avea fatto

delle scorrerie fino a Durbeco e alle porte di Faenza, dove, secondo

gli Annali di Modena[375], diede una spelazzata ai Guelfi, e poscia

era passato nel maggio sul Ravegnano, spogliando e bruciando senza

opposizione alcuna que' paesi. All'avviso del formidabil temporale

che si disponeva contra di loro, il comune di Forlì e la parte de'

Lambertazzi spedirono ambasciatori supplichevoli alla corte pontificia,

dimorante allora in Orvieto col re Carlo e cogli ambasciatori della

parte contraria, cioè de' Geremii guelfi di Bologna. Ma furono mal

veduti e mal ricevuti, in guisa che, senza poter ottenere nè giustizia

nè misericordia dal papa, e vituperosamente rigettati, forza fu che

se ne ritornassero come disperati a casa, con aver gittati i passi

al vento. In questi tempi esso pontefice creò conte della Romagna

_Giovanni d'Eppa_, ossia d'Appia o de Pà, Franzese, consigliere del re

Carlo. Costui colle milizie datogli del papa e dal re venne a Bologna

con ordine di far aspra guerra a Forlì e a tutti i Ghibellini, e nel

mese di giugno coi popoli di Bologna, Imola e Faenza passò ostilmente

sul distretto di Forlì, facendo precedere comandamenti ed intimazioni

al conte Guido e ai Lambertazzi d'andarsene con Dio. Dopo di che,

avendo seco un'immensa quantità di guastatori, fece in più volte

quanto danno potè al territorio forlivese, con giugnere fino alle

porte, ma nulla di più osò per ora. Il conte Guido si contenne sempre

con riguardo. Fulminò il papa contra de' Forlivesi le scomuniche più

fiere, e pose l'interdetto alla città, con farne uscire tutti gli

ecclesiastici sì secolari che regolari; e forse per la prima volta si

cominciò ad udire quella detestabil invenzione di gastigo e pena, cioè

che anche fuori dello stato ecclesiastico fossero confiscati in favore

del papa tutti i beni e le robe de' Forlivesi: gastigo che cadeva

ancora sopra gl'innocenti mercatanti, e sopra coloro eziandio che, per

non participar di quelle brighe, si erano ritirati altrove, nè aveano

parte alcuna negli affari del governo di Forlì. L'autore della Cronica

di Parma scrive, che fu inoltre pubblicata in quella città la scomunica

contra chiunque avesse roba di alcun forlivese, e non la rivelasse ai

nunzii del papa, sotto pena di pagare del proprio, e di non essere

assolto nè in vita nè in morte. In Parma più di tre mila lire si

ritrovarono, che furono perciò consegnate ai deputati pontifizii.

Veggasi un poco che strani frutti produsse la barbarie ed ignoranza di

questi secoli. Fece in quest'anno lega coi Veneziani[376] Carlo re di

Sicilia, risoluto di far la guerra a _Michele Paleologo_ imperador dei

Greci: per la quale impresa seguitava ad ammannire una sterminata copia

di galee, uscieri ed altre cose necessarie. Non poche istanze ebbero

ancora da lui i Genovesi per entrare in lega, venendo loro esibito

una parte del conquisto; ma se ne scusarono, siccome assai conoscenti

di che pelo fosse quel regnante; anzi spedirono una galea apposta al

Paleologo per avvertirlo di ciò che si macchinava contra di lui.

I Lucchesi in quest'anno[377] fecero oste contra di Pescia, la

presero, e il pazzo furore de' soldati la ridusse in cenere. Tuttociò

avvenne, per quanto fu creduto, perchè il popolo di quella terra si

era suggettato ai cancelliere del _re Ridolfo_, a cui si pretendea

che non avesse da sottomettersi se prima non compariva la conferma di

lui fatta dal papa: tutti pretesti inventati dai Guelfi; imperciocchè,

per attestato del Rinaldi[378], papa Martino con sue lettere, date in

Orvieto nel dì 21 maggio dell'anno corrente, e rapportate dal medesimo

Annalista, avea scritto a tutte le città e baroni della Toscana che

riconoscessero per ministri del re Ridolfo il vescovo gurcense e

Ridolfo cancelliere, da lui spediti per suoi vicarii in Toscana. Ma

sappiamo da Giachetto Malaspina[379] che verisimilmente per segrete

insinuazioni del Carlo niuna delle città di quella provincia, da Pisa

e Santo Miniato in fuora, volle prestar fedeltà ed ubbidienza agli

uffiziali del re Ridolfo: laonde il vicario del re Ridolfo si ritirò

colle sue masnade in essa terra di Santo Miniato, condannò i popoli

disubbidienti, e cominciò guerra contra dei Fiorentini e Lucchesi;

ma con sì poco frutto, che da lì a non molto se n'andò con Dio, e

tornossene come beffato in Germania. Veggasi ora se erano tutte frodi,

siccome dicemmo, quelle del re Carlo, allorchè si fece dichiarar

vicario della Toscana da papa Clemente IV con promessa di ritirarsi,

creato che fosse un re de' Romani.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 29 / 216 题