NOTE:

[329] Matth. de Griffonib., tom. 18 Rer. Italic. Sigonius, de Regno

Ital. Ghirardacci, Istor. di Bologna.

[330] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[331] Sigonius, de Regno Ital., lib. 20.

[332] Richob., in Pom., tom. 9 Rer. Ital.

[333] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[334] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[335] Pipinus, Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Italic.

[336] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[337] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[338] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[339] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[340] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 316. Annales Mediolanenses,

tom. 61 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[341] Ventura, Chron. Astense, cap. 13, tom. 11 Rer. Ital.

[342] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXXX. Indiz. VIII.

NICCOLÒ III papa 4.

RIDOLFO re de' Romani 8.

Le lettere scritte nel gennaio di questo anno dal pontefice _Niccolò

III_ a _Bertoldo Orsino_ suo fratello e conte della Romagna, e

rapportate dal Rinaldi[345], ci assicurano che nel dicembre antecedente

era seguita l'espulsion de' Lambertazzi da Bologna. In esse a lui e al

cardinale Latino legato apostolico ordina il papa di cercare rimedio

al disordine accaduto, di punire i delinquenti, e di ristabilire la

pace fra le discordi fazioni. Ma di fieri intoppi si trovarono: cotanto

erano inaspriti ed infelloniti fra di loro gli animi de' Geremii

dominanti in Bologna e dei Lambertazzi esclusi[346]. Fece il conte

Bertoldo venire a Ravenna i sindachi dell'una e dell'altra parte, e

rigorosi comandamenti impose a tutti. È da stupire come il Ghirardacci,

che ne rapporta gli atti fatti sotto l'anno presente, non si accorgesse

che la cacciata dei Lambertazzi dovea essere seguita nel precedente

dicembre. Ma mentre il pontefice era tutto pieno di gran pensieri per

regolare il mondo cristiano a modo suo, eccoti l'inesorabil falce

della morte che troncò tutti i suoi vasti disegni[347]. Trovavasi

egli nella terra di Soriano presso Viterbo, e colpito da un accidente

apopletico, senza poter ricevere i sacramenti della Chiesa, chiuse

gli occhi alla vita presente nel dì 22 d'agosto. Era preceduta in

Roma una terribil inondazione del Tevere, che, secondo gli stolti,

fu poi creduta indizio della morte futura del papa. La fresca di lui

età e il temperato modo del suo vivere aveano fatto credere che la

sua vita si stenderebbe a moltissimi anni avvenire; ma fallaci troppo

sono i prognostici de' mortali; e fu assai che non corresse sospetto

di veleno in così inaspettata e subitanea morte, sapendosi che l'aver

egli con tanta altura esercitato il governo suo, gli avea tirato

addosso l'odio di parecchi, e massimamente di _Carlo re_ di Sicilia.

Molte furono le di lui virtù, e massimamente la magnificenza[348],

da cui spinto fabbricò un suntuoso palagio per li pontefici presso

San Pietro, con un ampio e vago giardino, cinto di mura e torri a

guisa d'una città, e un altro in Montefiascone. Rinnovò egli quasi

tutta la basilica vaticana. L'epitafio suo si legge nella Cronica

di frate Francesco Pipino[349]. Ma restò aggravata la di lui memoria

dalla soverchia ansietà d'ingrandire ed arricchire i proprii parenti.

Spogliò di varie terre i nobili[350], e massimamente di Soriano i

suoi signori, imputati d'eresia, per investirne i proprii nipoti.

Tolse alla Chiesa Castello Sant'Angelo, e diello ad Orso suo nipote.

Creò più cardinali suoi parenti, e Bertoldo Orsino, suo fratello,

conte di Romagna. Faceva eleggere tutti i suoi congiunti per podestà

in varie città. Fu anche detto[351] che le grandiose sue fabbriche

furono fatte col danaro raccolto dalle decime ordinate in soccorso di

Terra santa, e ch'egli segretamente avesse mano nel trattato contra

del re Carlo per la ribellion di Sicilia, siccome appresso diremo.

Ma il suo più gran progetto di novità (se pure è vero) fu quello

di cui dicono[352] ch'egli trattò col _re Ridolfo_: cioè di formar

quattro regni del romano imperio. Il primo era quello della Germania,

che dovea passare in retaggio a tutti i discendenti d'esso Ridolfo

re de' Romani. Il secondo il regno viennese, ossia arelatense, che

abbracciava il delfinato e parte della antica Borgogna. Questo dovea

essere dotate di _Clemenza_ figliuola d'esso re Ridolfo, maritata

dipoi con _Carlo Martello_ nipote di _Carlo re_ di Sicilia, e de' suoi

discendenti. Il terzo della Toscana, e il quarto della Lombardia:

i quai due ultimi regni egli meditava di conferire ai suoi nipoti

Orsini. Questo pontefice, che facea tremar tutti, s'era anche fatto

dichiarar senatore perpetuo del popolo romano, ed avea posto dipoi per

suo vicario in quell'uffizio Orso suo nipote. Ma appena s'intese la

certezza di sua morte[353], che gli Annibaldeschi, famiglia potente

in Roma, si sollevarono coi loro aderenti, e vollero per forza aver

parte nel senatorato, di modo che uopo fu di crear due senatori, l'uno

Orsino, e l'altro Annibaldesco, sotto il governo dei quali succederono

poscia molti omicidii, dissensioni e malanni; e tutti questi impuniti.

Parimente allora il popolo di Viterbo discacciò vergognosamente dalla

sua podesteria Orso degli Orsini, nipote del defunto papa, e passò

all'assedio di un castello. Ma venuto il conte Bertoldo con assai

soldatesche, e con quelle ancora di Todi, li fece dare alle gambe,

e prese molti uomini e tutte le lor tende. Durò poi la vacanza del

pontificato quasi sei mesi.

In quest'anno, a mio credere, accaddero le disgrazie della città di

Faenza, e non già nel seguente, come ha il Sigonio[354] (se pure son di

lui, e non giunte fatte a lui, le memorie di questi tempi), e come ha

la Cronica Miscella di Bologna[355], e dopo essa il Ghirardacci[356],

il quale imbrogliò la Storia sua con differire sino ad esso anno

1281 la ripatriazione de' Lambertazzi, e la loro seconda cacciata.

Seguito io qui l'autore della Cronica di Reggio[357], che fioriva

in questi tempi, e la Cronica antica di Modena[358], di Parma[359] e

l'Estense[360], e la Bolognese di Matteo Griffoni[361]. Per attestato

di tali scrittori, Tibaldello da Faenza della casa nobile de' Zambrasi,

ma spurio, essendo malcontento de' Lambertazzi rifugiati in Faenza

(dicono a cagione di una porchetta a lui rubata), si mise in pensiero

di sterminarli. Con questo mal animo ito a Bologna, concertò coi

Geremii di tradire la patria, e di darne loro la tenuta. Infatti una

notte ebbe maniera il traditore di aprir una porta, per cui entrato

l'esercito bolognese e ravegnano, s'impadronì della piazza, e poi si

diede alla caccia di que' Lambertazzi che si trovavano nella città,

giacchè un'altra parte d'essi era colla metà del popolo di Faenza

all'assedio d'un castello. Molti ne furono uccisi, altri presi, ed

altri ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Mossero le lor milizie

in tal congiuntura i Parmigiani, Reggiani e Modenesi, per dar braccio

ai Geremii guelfi, loro collegati; ed, arrivati ad Imola, vi si

fermarono parecchi giorni, finchè i Bolognesi avessero ben assicurata

la lor conquista di Faenza. L'iniquo Tibaldello, cacciato per questo

da Dante nell'inferno, ebbe per ricompensa la nobiltà di Bologna e

varii privilegii; ma Dio fra due anni il chiamò al suo tribunale

nella battaglia di Forlì. Se crediamo al Ghirardacci, il proditorio

acquisto di Faenza seguì nella notte antecedente al dì 24 d'agosto;

e per questo sì egli come gli altri storici bolognesi asseriscono

istituito il pubblico spettacolo, che tuttavia dura, della porchetta

nella festa di san Bartolommeo. Ma sarebbe prima da accertar bene se

nel dì suddetto accadesse la presa di Faenza. Nella Cronica di Parma,

di Reggio e nell'Estense vien questa riferita al dì dieci di novembre.

Matteo Griffoni la mette nel dì 15 di dicembre. In quest'anno ancora

_Guido conte_ di Montefeltro s'impadronì di Sinigaglia per tradimento,

e vi uccise barbaricamente circa mille e cinquecento persone[362].

Fu cacciata da Vercelli la parte ghibellina nel mese di settembre. In

questo anno _Guglielmo marchese_ di Monferrato, coi Milanesi ed altri

collegati, andò a dare il guasto al territorio di Lodi, il perchè i

Parmigiani e Reggiani colla lor cavalleria e fanteria si portarono in

soccorso de' Torriani e di quella città. Fu guerra eziandio nell'anno

presente fra i Padovani e Veronesi. In aiuto de' primi marciò _Obizzo

marchese_ d'Este, signor di Ferrara. Scrive uno storico di Padova,

essere stato sì magnifico il carriaggio d'essi Padovani, che occupava

lo spazio di quindici miglia. La credo una spampanata. Ma con un

trattato di pace si mise fine a tutte le ostilità. Avendo _Jacopo

Contareno_ doge di Venezia per la sua troppo avanzata età rinunziato al

governo[363], venne sustituito in suo luogo _Giovanni Dandolo._

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 28 / 216 题