NOTE:

[308] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Memoriale Potestat. Regiens.,

tom. eod.

[309] Chron. Placent, tom. 16 Rer. Ital.

[310] Mussatus, Histor., lib. 10, Rubr. 2.

[311] Chronic. Parmense.

[312] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Ricordano

Malaspina. Giovanni Villani ed altri.

[313] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[314] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.

[315] Sigon., de Regno Ital., lib. 20.

[316] Ricordano Malaspina, cap. 204. Giovanni Villani. S. Antonio.

[317] C. Fundamentum, de Election. in Sexto.

[318] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[319] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 315. Annales Mediolanens.,

tom. 16 Rer. Ital.

[320] Corio, Istor. di Milano.

[321] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[322] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

[323] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.

Ghirardacci, Istor. di Bologna. Sigon., de Regno Ital., lib. 20.

[324] Ricordano Malaspina, cap. 205.

[325] Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Italic.

[326] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[327] Raynaldus, in Annal. Eccl., num. 77.

[328] Æneas Silvius, in Hist. Austr. Stero, in Annalib. Chron. Colmar.

Anno di CRISTO MCCLXXIX. Indiz. VII.

NICCOLÒ III papa 3.

RIDOLFO re de' Romani 7.

Per opera del _cardinale Latino_ legato apostolico, e di _Bertoldo

Orsino_ conte di Romagna, seguì nell'anno presente pace e concordia

fra i Geremii guelfi signoreggianti in Bologna[329] e i Lambertazzi

ghibellini fuorusciti. Rientrarono questi ultimi nella patria nel dì 2

agosto, e nel dì 4 si fece una solenne riconciliazione delle medesime

fazioni, con feste grandi ed universale allegrezza. Anche in Faenza il

suddetto cardinale legato accordò insieme gli Accarisi coi Manfredi

fuorusciti e i lor seguaci. Parimente in Ravenna il conte Bertoldo

colla pace conchiusa fra i Polentani e i Traversari[330] rimise la

quiete. Ma non andò molto che in Bologna si sconcertarono di nuovo gli

affari per quel maledetto veleno che infettava allora universalmente il

cuore degl'Italiani. Truovo io qui dell'imbroglio, forse nato dall'anno

pisano, adoperato da qualche storico. Il Sigonio (se pure fin qui egli

giunse colla sua storia) differisce[331] l'entrata de' Lambertazzi

in quella città, e la lor replicata uscita sino all'anno seguente:

nel che vien egli seguitato dal Ghirardacci. Per lo contrario,

Ricobaldo[332], storico di questi tempi, l'autore della Cronica di

Reggio[333], anch'esso contemporaneo, Matteo Griffone[334], frate

Francesco Pipino[335], gli Annali vecchi di Modena[336] e la Cronica

di Parma[337] concordemente scrivono che nell'anno presente tornarono

i Lambertazzi in Bologna, e poscia nel mese di dicembre di nuovo si

riaccese la guerra civile fra essi e la contraria fazione de' Geremii.

Per lo che pare da anteporre questa sentenza all'altre. Tuttavia la

Cronica di Forlì[338], che sembra molto esatta, la Miscella di Bologna

e gli Annali di Cesena[339] vanno d'accordo col Sigonio. Sia come

esser si voglia, o fosse la troppa alterigia dei Lambertazzi, oppur

la durezza degli altri nel non volerli ammettere ai pubblici uffizii,

tengo io per fermo che, correndo il dì 20 ovvero 21 di dicembre (altri

dicono nella vigilia del Natale) dell'anno presente, si levò rumore

in Bologna; e i Lambertazzi furono i primi a prendere l'armi con

impadronirsi della piazza, ed uccidere chiunque de' Geremii veniva loro

alle mani, e con attaccar fuoco a una casa de' Lambertini. Allora i

Geremii, fanti e cavalli raunati, vennero al conflitto, e sì virilmente

assalirono gli avversarii, che li misero finalmente in rotta, e gli

obbligarono a fuggirsene di città. Molti dall'una parte e dall'altra

rimasero morti; e dappoichè furono usciti i Lambertazzi, le lor case

(e queste furono in gran copia) pagarono la pena de' lor padroni,

con restare spogliate, e poscia distrutte: costume pazzo di tempi sì

barbari; che non merita già altro nome il voler gastigare le insensate

mura, e il deformare la propria città, per far dispetto e danno agli

usciti suoi fratelli. Si rifugiarono di nuovo gli usciti Lambertazzi in

Faenza, e tornò come prima a rinvigorirsi la guerra fra essi e Bologna.

Si erano mossi i Modenesi, Reggiani e Parmigiani, per soccorrere in

questa occasione la fazion de' Geremii; ma non vi fu bisogno del loro

aiuto. Mirava Guglielmo marchese di Monferrato, capitano del popolo

di Milano, la difficoltà di abbattere colla forza i Torriani, i quali

si erano ben fortificati in Lodi, aveano già prese parecchie terre e

castella del Milanese, e teneano nelle lor carceri molte centinaia di

Milanesi, e spezialmente nobili[340]. Però, siccome volpe vecchia, ed

uomo usato alle cabale, cercò per altra via di tagliar loro le penne.

Ottenuta pertanto licenza da' Milanesi, mosse proposizioni segrete di

aggiustamento con _Cassone dalla Torre_, e con _Raimondo_ pure dalla

Torre patriarca d'Aquileia. Restò conchiusa la pace nel mese di marzo,

colla remissione dell'ingiurie e dei danni dati, colla vicendevol

liberazione de' prigioni, e con patto che i luoghi presi sul Milanese

si depositassero in mano di persone amiche, e si restituissero ai

Torriani tutti i lor beni allodiali.

Ottenuto che ebbe il marchese quanto voleva, e massimamente i prigioni,

si fece poi beffe dei Torriani, nè loro mantenne alcun patto[341], e

poi ripigliò Trezzo e l'isola di Fulcherio. Con pubblico manifesto,

mandato al papa, a tutti i re e principi, si dolsero i Torriani di

questo tradimento; e perchè ne fecero gran doglianza col marchese

stesso, ebbero per risposta, aver ben egli fatte quelle promesse, ma

che andassero eglino a cercare chi loro le mantenesse, perchè egli

a ciò non s'era obbligato. Tentò poscia il marchese con frodi di

ricuperar altre castella: il che non gli venne fatto. Anzi Gotifredo

dalla Torre, con cinquecento cavalieri entrato nel castello d'Ozino,

cominciò aspra guerra contro a' Milanesi, fece assaissimi prigioni, e

diede presso Albairate una rotta al podestà ed esercito de' Pavesi.

_Ottone Visconte_, veggendo così crescere le forze de' Torriani,

ordinò al marchese di far venir dal Monferrato cinquecento fanti. Mise

poi l'assedio al castello d'Ozino, che infine fu preso e diroccato.

Abbiamo anche dalla Cronica di Parma[342], che esso marchese con

tutta la possanza de' Milanesi cavalcò all'Adda con disegno di fare

un letto nuovo a quel fiume, acciocchè non venisse a Lodi. Allora

i Parmigiani con tutta la milizia andarono in aiuto dei Torriani a

Lodi, dove erano anche i Cremonesi; nè di più vi volle, perchè il

marchese, abbandonato il cavamento, si ritirasse con poco garbo a

Milano. Essendo stata bruciata in Parma nel dì 19 di ottobre per

sentenza dell'inquisitore una donna nomata Todesca, come eretica,

una mano di cattivi uomini corse al convento dei frati predicatori,

diede il sacco a quel luogo, percosse e ferì molti di quei religiosi,

ed uno ne uccise vecchio e cieco: per la quale violenza i frati la

mattina seguente colla croce inalberata se ne andarono da Parma a

Firenze, per lamentarsene col _cardinale Latino_ legato apostolico.

Tennero lor dietro a Reggio, Modena e Bologna il podestà, il capitano,

gli anziani e i canonici di Parma, sempre scongiurandoli di tornare

indietro, promettendo di rifar loro qualunque danno che asserissero

loro fatto; ma a nulla giovò. Processarono i Parmigiani tutti quei

malfattori, e li gastigarono con varie pene; rifecero ancora tutti i

danni. Ciò non ostante, e quantunque il comune di Parma niuna ingerenza

avesse avuta nel misfatto, pure il cardinal Latino citò il podestà,

il capitano, gli anziani e il consiglio con dodici de' principali di

Parma, a comparire davanti a lui in Firenze in un determinato tempo.

Spedirono i Parmigiani il capitano del popolo con sei ambasciatori

colà; ma per quanto sapessero dire in iscusa del comune, niun conto

fu fatto delle loro ragioni, e si fulminò la scomunica contra gli

uffiziali del pubblico, e la città fu aggravata coll'interdetto. Così

si operava in questi tempi. Essendo stata tolta ai Reggiani[343] da

Tommasino da Gorzano, e dai signori da Banzola la Pietra di Bismantoa,

celebre per la menzione che ne fanno Donizone e Dante, nel mese di

maggio il popolo di Reggio coll'aiuto dei Parmigiani, Modenesi e

Bolognesi la strinse d'assedio, e dopo quindici dì a buoni patti la

ricuperò. La città d'Asti anch'essa riebbe alcune centinaia dei suoi

cittadini che erano prigioni in Provenza, con promettere a _Carlo re_

di Sicilia il pagamento di trentacinque mila lire d'imperiali, pel

quale si fecero mallevadori alcuni ricchi genovesi[344]. Del resto nel

primo dì di maggio dell'anno presente una terribile scossa di tremuoto

si sentì per quasi tutta l'Italia. Il maggior danno ch'essa recò, fu

nella marca di Ancona, dove due parti di Camerino andarono a terra,

e vi perirono molte persone. Fabriano, Matelica, Cagli, San Severino,

Cingoli, Nocera, Foligno, Spello ed altre terre ne risentirono un grave

nocumento.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 27 / 216 题