NOTE:

[299] Ptolomaeus Lucensis, Nangius. Raynaldus, Annal. Eccles.

[300] Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccles.

[301] Siffridus, in Chron.

[302] Raynald., in Annal. Eccl.

[303] Ptolomaeus Lucens, Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Ital. Jordanus, in

Chron. Memor. Potest. Regiens. Bernardus Guid.

[304] Gualvaneus Flamma, Manip. Flor., cap. 313. Annal. Mediol.,

tom. 16 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

Stephanard., Poem., tom. 9 Rer. Ital.

[305] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[306] Annal. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[307] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXXVIII. Indiz. VI.

NICCOLÒ III papa 2.

RIDOLFO re de' Romani 6.

A cose grandi tendevano i pensieri del romano pontefice _Niccolò

III_. Il più strepitoso affare fu quello d'indurre _Ridolfo_ re de'

Romani a rilasciare il dominio e possesso della Romagna, allegando

la donazione fattane alla Chiesa romana da Pippino re di Francia,

e confermata poi da diversi susseguenti imperadori[312]. Era da più

secoli in uso, che, non ostante i diplomi e le donazioni o concessioni

di quel paese, continuarono i re d'Italia e gl'imperadori a ritenere

il dominio dell'esarcato di Ravenna, senza che se ne lagnassero i

romani pontefici: del che a me sono ascosi i motivi e le ragioni. Ora

il magnanimo papa Niccolò fece di vigorose istanze al re Ridolfo per

l'effettiva cessione della Romagna, non gli parendo conveniente che

Ridolfo ritenesse come Stato dell'imperio quello che col suo stesso

diploma dicea d'aver conceduto alla Chiesa di Roma. Gran dibattimento

su questo vi fu; ma perchè Ridolfo non voleva inimicarsi un pontefice

di sì grande animo, in tempo massimamente che era nata guerra fra

lui ed _Ottocaro_ formidabil re di Boemia e signore dell'Austria e

Stiria; per timore ancora ch'esso papa non passasse a fomentare i

disegni ambiziosi del _re Carlo_ contra dell'imperio; e finalmente per

liberarsi dalle censure, nelle quali era incorso, o si minacciava che

voleansi fulminare contra di lui, sull'esempio di Federigo II, per non

aver finora adempiuto il voto della crociata: certo è ch'egli forzato

venne alla cession della Romagna in favore della Chiesa romana. E

siccome Ridolfo spedì un suo uffiziale a metterne il papa in possesso,

così il papa inviò i suoi legati a quelle città per farsi riconoscere

signore e sovrano d'esse terre. Intorno a questo affare son da vedere

gli Annali Ecclesiastici del Rinaldi[313]. L'autore della Cronica di

Parma[314] scrive che _semper romani pontifices de republica aliquid

volunt emungere, quum imperatores ad imperium assumuntur_. Non si

sa che Ferrara e Comacchio riconoscessero la sovranità pontificia.

Bologna[315] la riconobbe, ma con certe condizioni e riserve. Alcune

città si diedero liberamente al papa, altre negarono di farlo. Ma certo

non cadde punto allora in pensiero alla corte di Roma di pretendere

città dell'esarcato, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, come gli

adulatori degli ultimi secoli incominciarono a sognare o a fingere con

ingiuria della verità patente.

L'altro grande affare, a cui s'applicò il pontefice, fu quello di

abbassar la potenza di _Carlo re_ di Sicilia. Covava egli in suo cuore

non poco d'odio contra di lui. Ricordano Malaspina[316] ne attribuisce

l'origine all'aver egli richiesta per moglie d'un suo nipote una nipote

d'esso re Carlo, con riportarne la negativa, avendo risposto il re che

non era degno il lignaggio d'un papa di mischiarsi col suo regale,

perchè la di lui signoria non era ereditaria. Così almeno si disse;

e che questo pontefice fosse appassionato forte per la esaltazione

della sua famiglia, di maniera che alcuni l'hanno spacciato per autore

del nepotismo, lo accennerò fra poco. Noi non falleremo credendo che

ad esso papa dispiacesse forte la maniera tirannica, con cui il re

Carlo governava la Puglia e Sicilia, e il mirarlo far da padrone in

Roma, come senatore, con volere esso re raggirare a suo modo la corte

pontificia, massimamente nell'occasion della sede vacante, essendosi

detto che i suoi maneggi nell'ultimo conclave erano stati forti per

impedir l'elezione del medesimo pontefice Niccolò, e per farla cadere

in qualche cardinal franzese. Crebbe ancora la di lui avversione,

perchè, trattandosi di riunir la Chiesa greca colla latina, il re

Carlo, per sostener le pretensioni di _Filippo_ suo genero all'imperio

di Oriente, guastava tutte le orditure del papa, col dar fomento agli

scismatici ribelli dell'imperador greco _Michele Paleologo_, principe

inclinato all'unione e pace delle Chiese. La conclusione di tutto

questo si è, che il papa indusse il re Carlo a rinunziare al vicariato

della Toscana, per soddisfare alle premure del re Ridolfo, ed insieme

al grado di senatore di Roma. Dopo di che fece una costituzione,[317],

in cui, rammemorando la donazione, benchè falsa, di Costantino,

proibisce da lì innanzi l'esaltare al posto di senatore alcuno

imperadore, re, principe, duca, marchese, conte e qualsivoglia persona

potente. Calò la testa il re Carlo, perchè anch'egli temeva che, se

ricalcitrasse, un papa di tanto nerbo gli rivolgesse contra l'armi del

re Ridolfo e degl'Italiani.

Secondo la Cronica di Parma[318], nel precedente anno i Torriani

cacciati da Milano cominciarono la guerra contra di _Otton Visconte_,

arcivescovo e signore di quella città. Nel mese di giugno entrò _Casson

dalla Torre_ co' suoi parenti in Lodi; alla qual nuova i Milanesi

col carroccio, e i Pavesi anch'essi col carroccio loro si portarono

ad assediar quella città. Ma venuto _Raimondo dalla Torre_ patriarca

d'Aquileia con un grosso corpo di cavalleria e di balestrieri furlani,

con cui si uni la milizia di Cremona, Parma, Reggio e Modena, questo

esercito fece levar quell'assedio. Nulla di ciò si legge presso gli

storici milanesi sotto il suddetto precedente anno, perchè tali fatti

son da riferire al presente, nel quale si sa che i Torriani fecero

gran guerra a Milano[319]. _Casson dalla Torre_, uomo d'intrepidezza

mirabile, secondo il Corio[320], entrò di maggio, siccome poco fa

è detto, in Lodi con truppe tedesche e furlane e coi fuorusciti

di Milano, e diede principio alle ostilità con iscorrere fino alle

porte di Milano e far prigioni circa mille tra nobili e popolari.

Atterrito da questo avvenimento Ottone arcivescovo, per rimediarvi e

per rinforzare il partito suo, giudicò bene di condurre per capitano

de' Milanesi _Guglielmo marchese_ di Monferrato, principe di gran

potenza. Imperciocchè, se è vero ciò che ha l'autore della Cronica

di Piacenza[321], egli era capitano e signore anche di Pavia, Novara,

Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria e Tortona, ed in questo medesimo

anno nel dì 3 di luglio ebbe la signoria di Casale di Monferrato per

dedizion di quel popolo. Ma il capitanato di Pavia l'ebbe egli molto

più tardi, e così d'altre città, siccome diremo. Benvenuto da San

Giorgio[322] cita lo strumento, con cui nel dì 16 d'agosto i Milanesi

condussero per lor capitano esso marchese colla provvisione annuale di

dieci mila lire, e di cento lire ogni giorno, per anni cinque avvenire.

Venne il marchese a Milano con cinquecento uomini d'armi, e poi di

settembre condusse tutte le forze sue e de' Milanesi e Pavesi contra

di Lodi. Diede il guasto al paese, prese qualche castello di poca

resistenza; ma, all'udire che i Cremonesi e Parmigiani, aiutati anche

dai Reggiani e Modenesi, s'appressavano con grande sforzo in aiuto de'

Torriani, se ne tornò bravamente a Milano. Abbiamo nondimeno da Galvano

Fiamma che passarono male in questo anno gli affari de' Milanesi,

perchè Casson dalla Torre prese Marignano, Triviglio, Caravaggio

ed altri luoghi; ridusse quasi in cenere Crema, diede il guasto al

territorio di Pavia; altrettanto fece all'isola dì Fulcherio; ed ebbe

tal coraggio, che con una scorreria arrivò fin sotto Milano, e scagliò

l'asta sua contra di porta Ticinese. Nel dì 10 d'agosto s'impadronì

ancora di Cassano e di Vavrio, e menò da ogni parte gran quantità di

prigioni: cose tutte che obbligarono Ottone arcivescovo e i Milanesi,

siccome abbiam detto, a chiamare Guglielmo marchese di Monferrato, e a

dargli la bacchetta del comando militare. In queste liti fra i Milanesi

e Torriani non si vollero mischiare i Piacentini.

Spedì in quest'anno il pontefice _Niccolò III_ a Bologna _fra Latino_

dell'ordine de' Predicatori, suo nipote, cioè figliuolo di una sua

sorella, cardinale vescovo di Ostia e legato della Romagna, Marca,

Lombardia e Toscana, acciocchè trattasse di pace fra le città di

quelle contrade e fra i Geremii e i Lambertazzi usciti di Bologna.

Così calde furono intorno a ciò le premure del papa, così efficaci

i maneggi del cardinale legato e di _Bertoldo Orsino_ conte della

Romagna, fratello d'esso papa[323], che, quantunque s'incontrassero

di molte opposizioni, pure si disposero gli animi a ricevere la

concordia, a cui si venne poi nell'anno seguente, siccome appresso

diremo. Passò dipoi in Toscana[324] il medesimo cardinale Latino,

ed entrò in Firenze nel dì 8 di ottobre, con porre anche ivi le

fondamenta della pace, che seguì nell'anno vegnente fra i Guelfi e i

Ghibellini. Ebbero nel presente guerra i Padovani coi Veronesi[325],

e coll'esercito si portarono all'assedio della terra di Cologna.

Uniti con esso loro furono a questa impresa i Vicentini sudditi, ed

_Obizzo_[326] _marchese_ d'Este e signor di Ferrara, il quale, siccome

collegato, oppur come principale, andò colle sue genti in aiuto loro.

Durò quell'assedio quarantadue giorni; in fine l'ebbero a patti, e

sembra che la restituissero al suddetto marchese, i cui antenati ne

erano stati padroni. Dagli Annali Ecclesiastici abbiamo[327] che il

pontefice Niccolò stese il suo desiderio della pace non solo alle città

della Romagna, ma anche a quelle della Lombardia, con aver data facoltà

a' suoi ministri di assolvere dalle censure e liberar dall'interdetto

il _conte Guido_ di Montefeltro, il marchese di Monferrato, le

città d'Asti, Novara, Vercelli, Pavia e Verona, purchè giurassero di

sottomettersi ai comandamenti del papa. Non piacevano già al _re Carlo_

questi passi, perchè egli tendeva ad esser l'arbitro dell'Italia, e

il papa molto più di lui pretendeva a questa gloria. Nè si dee tacere

che in quest'anno[328], essendo receduto _Ottocaro_ superbo e potente

re di Boemia dalla convenzione stipulata con _Ridolfo re_ de' Romani

per gli affari del ducato d'Austria, ed avendo già ricominciata la

guerra contra di lui, nel dì 26 d'agosto si venne ad un fierissimo

fatto d'armi fra i due nemici eserciti in vicinanza di Vienna. Restò

sconfitta l'armata boema, e lo stesso re Ottocaro vi lasciò la vita:

per così gloriosa vittoria altamente crebbe in credito a potenza il re

Ridolfo.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 26 / 216 题