[282] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernard. Guid.
Raynald., in Annal. Ecclesiast.
[283] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.
[284] Bernardus Guid. Ptolomaeus Lucens. et alii.
[285] Raynald., in Annal. Ecclesiast. Martinus Polonus.
[286] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[287] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 311.
[288] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[289] Sigon., de Regn. Ital.
[290] Stephanard., Poem., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.
[291] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[292] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[293] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[294] Ricord. Malaspina, cap. 205.
[295] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chronic.
Parmense, tom. 9 Rer. Italic.
[296] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital. Chronicon Placentin.
Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[297] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[298] Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCLXXVII. Indizione V.
NICCOLÒ III papa 1.
RIDOLFO re de' Romani 5.
Soggiornava papa Giovanni XXI in Viterbo, e non solo sperava,
ma si prometteva con franchezza una lunga vita, e se ne lasciava
intendere con chiunque trattava con lui; ma questi conti gli andarono
falliti[299]. S'era egli fatta fabbricare una bella camera presso al
palazzo della città. Questa gli cadde un giorno, oppure una notte,
addosso, e da quella rovina restò sì mal concio, che da lì a sei
giorni, cioè nel dì 16 di maggio, oppure nel seguente, finì di vivere.
Se si eccettua la sua affabilità con tutti, e la sua liberalità verso
i letterati, massimamente poveri, nel resto egli ci vien dipinto dagli
scrittori come uomo pieno di vanità, che nelle parole e ne' costumi non
mostrava prudenza e discrezione, e spezialmente ebbe un difetto che non
se gli può perdonare[300]: cioè amava egli poco i monaci e i frati; e
dicono, che se Dio nol levava presto dal mondo (e fu creduto anche che
il levasse per questo), egli era per pubblicare qualche decreto contra
di loro. Potrebbe ciò far sospettare che le penne de' religiosi, dai
quali unicamente abbiamo le poche memorie della sua vita, avessero
oltre il dovere aggravata la fama di questo pontefice[301], con
giugnere fino a dire, aver egli scritto un libro pieno d'eresie: cosa
manifestamente falsa, e non saputa da alcuno degli Italiani. Durò la
vacanza della santa Sede sei mesi, e in questo mentre insorsero delle
differenze fra _Ridolfo re_ dei Romani e _Carlo re_ di Sicilia. Con
tutte le belle promesse fatte dall'ultimo di rilasciar tutto ciò che
spettava all'imperio, dappoichè fosse eletto ed approvato dalla santa
Sede un re de' Romani od un imperadore, non dovette egli permettere che
i popoli della Toscana, della quale s'intitolava vicario, prestassero
il giuramento di fedeltà ad esso re Ridolfo; ed essendo tuttavia
senator di Roma, non gli piacea che alcun venisse a prender ivi la
corona[302]. Nacque perciò nebbia di rancore fra questi due principi; e
perciocchè Ridolfo si preparava per calare in Italia, il sacro collegio
de' cardinali il pregò di sospendere la sua venuta, finchè fosse
stabilita una buona concordia fra lui e il re Carlo. Finalmente nel dì
25 di novembre, festa di santa Caterina, i primi discordi cardinali,
stretti dal popolo di Viterbo, concorsero coi lor voti nell'elezione
di _Giovanni Gaetano_ della nobil casa degli Orsini Romani, cardinal
diacono di San Niccolò in Carcere Tulliano[303], personaggio d'animo
grande e di non minore attività e prudenza, ed amatore dei religiosi,
e soprattutto de' frati minori. Prese egli il nome di _Niccolò III_.
Non tardò a passar colla sua corte a Roma, dove nella festa di santo
Stefano fu ordinato prete, poi consecrato e coronato. Fece anch'egli
sapere al re Ridolfo, se non erano prima acconce le sue differenze col
re Carlo, che sospendesse la sua venuta in Italia, come si può credere,
così imboccato dai ministri del re Carlo, il quale troppo gran mano
allora avea nella corte pontificia, per non dire ch'egli vi facea da
padrone.
Dacchè fu in Como _Ottone Visconte_ arcivescovo di Milano, dichiarò
capitano de' nobili milanesi fuorusciti Riccardo conte di Lomello, il
quale venne a trovarlo con grossa cavalleria e fanteria di Pavesi e
Novaresi[304]. Unito questo gagliardo rinforzo coi Comaschi, dopo la
presa di Lecco e d'altre castella, passò l'arcivescovo colla sua armata
alla terra di Desio. Allora i Torriani con potente esercito di cavalli
e pedoni mossero da Milano, e vennero per fermare il corso dell'armata
nemica. Si attaccò nel dì 21 di gennaio, festa di sant'Agnese, una
atroce e sanguinosa battaglia; ma perciocchè chiunque militava dalla
parte dell'arcivescovo, dicea daddovero, laddove da quella de' Torriani
molti non per genio, ma per non poter di meno, aveano prese l'armi,
in fine la vittoria si dichiarò favorevole all'arcivescovo. Non
solamente rimase sconfitto l'esercito dei Torriani, ma molti di loro
stessi vennero alle mani de' Comaschi, che poi li rinserrarono nelle
carceri di Monte Baradello. Fra questi si contò lo stesso _Napo_ ossia
_Napoleone_ signor di Milano, _Mosca_ suo figliuolo. _Guido_, _Herech_
ossia Rocco, _Lombardo_ e _Carnevale_. _Francesco_ dalla Torre, ch'era
il secondo padrone di Milano, restò ucciso da' villani. Non fu a tempo
per intervenire a questo fatto di armi _Cassone_ ossia Gastone dalla
Torre figliuolo del suddetto Napo, che con cinquecento cavalli si
trovava a Cantù. Ma, udita ch'egli ebbe l'infausta nuova della rotta
de' suoi, senza perdere tempo, spronò alla volta di Milano, dove trovò
le porte chiuse. Entrato per forza, vide un altro doloroso spettacolo,
cioè il popolo che dava il sacco alla casa sua e de' suoi parenti, e
stava in gran copia armato al Broletto. Volle scacciare il popolaccio
intento al saccheggio, e ne ammazzò anche molti; ma scorgendo che la
gente della città non gli prestava più nè ubbidienza nè aiuto, anzi,
temendo d'esser sopraffatto dalla moltitudine, uscì della città,
e cavalcò verso Lodi. Ivi ancora trovò mutata la fortuna, perchè i
Lodigiani gli serrarono le porte in faccia: laonde si ritirò a Cremona,
e dagli stessi Cremonesi fu pregato di andarsene, e però si trasferì a
Parma.
Ottone arcivescovo, dopo aver salvata la vita a Napo dalla Torre,
s'inviò col vittorioso esercito alla volta di Milano. Gli venne
incontro processionalmente il clero e popolo, gridando: _Pace, pace._
Ed ebbero pace infatti, perchè Ottone diede rigorosi ordini che niuna
vendetta facessero i nobili, nè fosse recato male o danno alcuno
alle persone e robe dei cittadini. Visitò prima d'ogni altra cosa
la Basilica Ambrosiana, e poi, di comune consenso del popolo e de'
nobili, fu acclamato signor di Milano nel temporale. Fecero oste i
Pavesi nell'aprile e maggio al castello della Pietra[305], dove si
erano afforzati i nobili fuorusciti della loro città che tenevano la
parte della Chiesa, cioè la guelfa. Colà ancora in aiuto dei Pavesi si
portarono i Milanesi col loro carroccio, e col rinforzo d'altre città
ghibelline. Ma per essere venuta in soccorso degli assediati tutta
la milizia di Parma con assai cavalleria spedita da Reggio, Modena
e Brescia, fu d'uopo che gli assedianti si ritirassero con poco lor
gusto. Mirabil cosa è il vedere come in questi tempi fossero sempre
in moto le milizie delle città libere, e or qua or là per propria
difesa, o per sostenere i collegati o la loro fazione. Interpostisi poi
varii pacieri, nel dì 15 di novembre si conchiuse concordia e pace fra
gli usciti di Pavia e le comunità di Cremona ed Alessandria dall'una
parte, e il comune di Pavia e il marchese di Monferrato dall'altra:
con che furono rilasciati tutti i prigioni. Alcuni masnadieri banditi
da Parma e Cremona occuparono Guastalla, che era in questi tempi sotto
il dominio di Cremona; ma, essendovi prestamente accorsi gli uomini
di Castel Gualtieri, fu ricuperata quella terra, e condotti quei
malfattori incatenati a Cremona. Erano marciati alla volta di Ravenna
secento cavalieri, ch'erano al soldo di Bologna[306], con sessanta
altri di quei cittadini, per portare una buona somma di danaro a quella
città. Assaliti per istrada dai Lambertazzi, ne restarono cento sul
campo, e circa ducento presi col danaro furono condotti nelle carceri
di Faenza. Essendosi ritirati a Firenze i Guelfi usciti di Forlì[307],
cominciarono una tela coi Fiorentini e coi Geremii guelfi dominanti
in Bologna, facendo loro infallibilmente sperare l'acquisto della
città di Forlì. Entrarono a braccia aperte in questo trattato essi
Geremii, ed inviarono a Firenze per ostaggi venticinque figliuoli
de' nobili. Impegnarono anche per due anni le gabelle per pagar la
gente che si assoldava. Il podestà di Parma con tutta la milizia di
quella città, e ducento cavalieri reggiani ed altrettanti modenesi
vennero in servigio d'essi Bolognesi. Quattrocento pure Ravegnani
andarono ad unirsi con loro. Marciò quest'armata nel dì 4 di ottobre
ad Imola; e nello stesso tempo il conte Guido Selvatico da Dovadola,
capitano de' soldati ammassati in Firenze e de' fuorusciti di Forlì,
passò di qua dall'Apennino, e prese molte castella dei Forlivesi.
Ribellaronsi allora a Forlì molti castellani, e si fortificarono
spezialmente in Civitella e Valbona. Per opporsi ai loro avanzamenti
uscì in campagna il _conte Guido_ da Montefeltro coi Forlivesi, e
nel dì 14 di novembre a forza di armi ricuperò Civitella: il che
bastò a mettere tal paura nel conte Selvatico e ne' Fiorentini, che,
lasciando indietro molti cavalli, arnesi ed equipaggio, più che in
fretta ripassarono l'Apennino. Intanto i Bolognesi da Imola s'erano
inoltrati sino al ponte di San Procolo; ma, intesa la ritirata de'
Fiorentini, giudicarono saviezza il ritornarsene anch'eglino a casa.
Era signor di Verona in questi tempi _Mastino dalla Scala_. Contra
di lui fu fatta una congiura da molti cittadini, tutti annoverati da
Parisio da Cereta[308]; e costoro nel dì 17 di ottobre il fecero levar
di vita da quattro assassini. A questo avviso _Alberto dalla Scala_
suo fratello, che era allora podestà di Mantova[309], colla cavalleria
di quella città corse a Verona, nè dimenticò di far aspra vendetta de'
congiurati, con restarvi tormentato ed ucciso chiunque gli cadde nelle
mani. Gli altri che fuggirono ebbero il bando, e furono confiscati
tutti i lor beni. Per volere di quel popolo succedette esso Alberto nel
dominio di Verona. Pretende Albertino Mussato, storico padovano[310],
che gli Scaligeri, o vogliam dire i signori dalla Scala, venissero da
bassi e sordidi progenitori, venditori di olio, essendo stato portato
Mastino I dal favore della dominante plebe a così alto grado. Gli
eruditi veronesi meglio di me sapran dire se ciò sussista. Posso ben io
asserire che ancora in quest'anno provò la Lombardia[311] un terribil
caro di viveri ed inondazioni d'acque; fu inoltre una gran mortalità
d'uomini e di bestiame per tutta l'Italia.