[264] Vita Gregorii X, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Raynaldus, in Annal.
Eccl.
[265] Annal. Colmar. Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer.
Ital. Bernardus Guid.
[266] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[267] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.
[268] Ricordano Malaspina, cap. 202.
[269] Ptolomaeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.
[270] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 301.
[271] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[272] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Bonon., tom.
18 Rer. Ital.
[273] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[274] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[275] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Richobald., in Pomar., tom. 9
Rer. Ital.
[276] Ricordano Malaspina, cap. 201. Ptolomaeus Lucens., Annales brev.,
tom. 11 Rer. Ital.
[277] Gazata, in Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[278] Corio, Istoria di Milano.
[279] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[280] Piena Esposizione dei Diritti Cesarei ed Estensi sopra Comacchio.
[281] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXVI. Indizione IV.
INNOCENZO V papa 1.
ADRIANO V papa 1.
GIOVANNI XXI papa 1.
RIDOLFO re de' Romani 4.
Un ottimo pontefice, pontefice di sante intenzioni, mancò in quest'anno
alla Chiesa di Dio. Cioè infermatosi in Arezzo papa _Gregorio X_ nel
dì 10 di gennaio, allorchè più v'era bisogno di lui per compiere la
crociata in Oriente, diede fine ai suoi giorni[282]. Siccome la vita
sua era stata illustre per la santità de' costumi, così la morte
sua fu onorata da Dio con molte miracolose guarigioni d'infermi per
intercessione sua: laonde si meritò il titolo di beato. Chiusi in
conclave i cardinali, secondo la costituzione fatta dal medesimo
defunto pontefice nel concilio di Lione, vennero nel dì 21 d'esso
gennaio all'elezione di un nuovo pontefice. Cadde questa nel _cardinal
Pietro_ da Tarantasia dell'ordine de' Predicatori, vescovo d'Ostia e
teologo insigne, il qual prese il nome d'_Innocenzo V_. Passò egli
da Arezzo a Roma, dove fu coronato, e portossi poi ad abitare nel
palazzo lateranense. Avendogli spedita i Genovesi[283] una nobile
ambasceria, tanto si adoperò il buon pontefice, benchè malato, che
conchiuse pace fra il _cardinale Ottobuono_ del Fiesco e i fuorusciti
di Genova dall'una parte, e il comune di Genova dall'altra. Ma mentre
egli andava disponendo di far molte imprese in servigio della Chiesa
di Dio, la morte il rapì nel dì 22 di giugno. Pertanto, in un nuovo
conclave raunati i cardinali, elessero papa nel dì 12 di luglio il
suddetto Ottobuono del Fiesco Genovese, cardinal diacono di Santo
Adriano, nipote d'Innocenzo IV, il quale assunse il nome d'_Adriano
V_, e levò tosto l'interdetto da Genova patria sua. Era egli vecchio
ed infermiccio; però, venuto a Viterbo per cercare miglior aria della
romana nella state, quivi nel dì 18 d'agosto trovò la morte, senza
essere passato al sacerdozio e senza aver ricevuta la consecrazione e
corona. Furono dunque duramente rinserrati dal popolo di Viterbo in un
conclave i cardinali[284], e questi, se non vollero morir di fame, si
accordarono nel dì 13 di settembre ad eleggere papa _Pietro_ figliuol
di Giuliano, di nazion Portoghese, nato in Lisbona, comunemente
chiamato Pietro Ispano, cardinal vescovo tuscolano, uomo di molta
letteratura, sì nella filosofia aristotelica alla moda secca de' suoi
tempi, che nella medicina. Questi prese il nome di _Giovanni XXI_,
benchè dovesse dirsi _Giovanni XX_; e, portatosi a Roma, fu coronato
colla tiara pontificia[285]. Annullò egli la costituzion di papa
Gregorio X intorno al conclave, che il suo antecessore avea sospesa, e
rinnovò le scomuniche e gli interdetti contra de' Veronesi e Pavesi, i
più costanti nel ghibellinismo. La Cronica di Forlì[286], seguitando,
a mio credere, le dicerie del volgo, ha le seguenti parole: _Papae
quatuor mortui, duo divino judicio, et duo veneno exhausto_.
Tengo io per fermo che le avventure di _Ottone Visconte_, narrate da
Galvano Fiamma[287] e dall'autore degli Annali Milanesi[288] sotto
l'anno precedente, appartengano al presente: del che parimente si
avvide il Sigonio[289]. Dappoichè si fu esso Ottone arcivescovo di
Milano ritirato a Biella, i nobili fuorusciti di Milano, trovandosi
come disperati, si ridussero a Pavia, dove indussero Gotifredo conte
di Langusco ad essere loro capitano, con fargli sperare la signoria di
Milano. Alla vista di così ingordo guadagno assunse egli ben volentieri
il baston del comando; e, con quante forze potè, passato sul lago
Maggiore, s'impadronì delle due terre e rocche di Arona ed Anghiera.
Unironsi anche i popoli delle circonvicine valli con lui. Venne
perciò _Casson dalla Torre_ co' Tedeschi, inviati a Milano dal _re
Ridolfo_, e con altre soldatesche all'assedio d'Anghiera e d'Arona, con
riacquistar quelle terre e rocche. Durante l'assedio d'essa Anghiera,
volendo il conte di Langusco dar soccorso agii assediati, vi restò
prigioniere con assai nobili fuorusciti di Milano. Condotti questi
a Gallerate[290], quivi con orrida barbarie a trentaquattro di essi
fu mozzo il capo: e fra questi infelici si contò Teobaldo Visconte,
nipote dell'arcivescovo Ottone, e padre di Matteo Magno Visconte, di
cui avremo molto a parlare. Si accorò a questa nuova l'arcivescovo
Ottone, e gridò: _Perchè non ho perduto io piuttosto l'arcivescovato,
che un sì caro nipote?_ Poscia, venuto a Vercelli, trovò quivi la
nobiltà fuoruscita, che il pregò d'essere lor capo e generale d'armata.
Se ne scusò con dire che non conveniva ad un vescovo il vendicarsi,
ma bensì il perdonare; nulladimeno s'eglino avessero deposti gli
odii e l'ire, avrebbe assunto il comando. Ito con essi a Novara, ed
ammassata gran gente, venne ad impadronirsi del castello di Seprio.
Finì in male questa impresa, perchè da' Torriani fu disperso l'esercito
suo, ed, essendo egli fuggito a Como, gli furono serrate le porte in
faccia. Ridottosi a Canobio sul lago Maggiore, tanto perorò, tanto
promise, che tirò quel popolo ed altri a formare una picciola flotta
di barche, colle quali prese Anghiera, ed imprese l'assedio d'Arona,
al quale per terra accorsero anche i Pavesi e Novaresi col marchese di
Monferrato. Ma sopraggiunto Casson dalla Torre coi Tedeschi e con tutto
il popolo di Milano, il fece ben tosto sloggiare, e spogliò il campo
loro. Se ne fuggì Simon da Locarno colle barche; e questi, andato poi,
per ordine dell'intrepido Ottone, a Como, per veder di muovere quel
popolo in aiuto suo, destramente accese la discordia fra i Comaschi,
volendo l'una parte col vescovo della città aiutar l'arcivescovo,
e r altra stare unita coi Torriani. Si venne alle mani; lungo fu il
combattimento; ma in fine prevalsero i fautori del Visconte, e furono
scacciati gli aderenti alla casa della Torre[291]. Ricevuta questa
lieta nuova, l'arcivescovo Ottone volò a Como, e quivi attese a
prepararsi per cose più grandi.
I maneggi del conte Ubertino Landò, gran ghibellino e capo de' nobili
fuorusciti di Piacenza, ebbero in quest'anno esito felice[292].
Imperciocchè amichevolmente con onore fu ricevuto in quella città, e
solennemente giurata concordia e pace fra il popolo e la nobiltà. Anche
in Modena[293] fu conchiuso accordo tra la fazion dominante de' Rangoni
e Boschetti, e l'altra de' Grassoni, da Sassuolo e da Savignano usciti,
la quale rientrò nella città. Riuscì in quest'anno al popolo guelfo
di Bologna di ricuperar Loiano e varie altre castella occupate dagli
avversarii Lambertazzi: il che fece crescere il coraggio ai cittadini
dopo le tante passate disgrazie. Tornarono i Fiorentini[294], Lucchesi,
ed altri Guelfi di Toscana a far oste contra de' Pisani ghibellini.
Aveano questi tirato un gran fosso, lungo otto miglia, poco di là
dal ponte d'Era, per difesa dei loro territorio, e fortificatolo con
isteccati e bertesche. Chiamavasi il Fosso Arnonico. Ma trovarono
modo i Guelfi di valicarlo e di dare addosso ai Pisani, i quali si
raccomandarono alle gambe; e tal fu la loro paura, che dimandarono di
capitolare. Seguì dunque pace fra que' popoli, con aver dovuto i Pisani
rimettere in città il conte Ugolino con tutte le altre famiglie guelfe
già sbandite, e restituire Castiglione e Cotrone ai Lucchesi, con altri
patti[295]. Mediatori di questa pace furono due legati del papa e gli
ambasciatori di Carlo re di Sicilia. In questa maniera si pacificarono
ancora i Pisani coi Genovesi. Ad una voce tutte le croniche asseriscono
che memorabile fu l'anno presente per le pubbliche calamità della
Lombardia. Si fece sentire un grave tremuoto; le pioggie per quattro
mesi furono dirotte, di maniera che tutti i fiumi traboccarono fuori
del loro letto, e inondarono le campagne con mortalità di molte persone
e di bestie assaissime[296]. Si tirò dietro questo disordine. L'altro
del non poter seminare, e del guastarsi le biade di chi pur volle
metterle in terra. Per mancanza dell'erbe un'infinità di bestie perì;
e le povere genti, estenuate dalla fame, si dispersero per la terra,
cercando come poter fuggire la morte. Cadde per giunta a tanti guai
nella vigilia di santo Andrea una smisurata neve, che durò in terra
sino al dì primo d'aprile dell'anno seguente. In somma se i popoli
divisi combattevano l'un contra l'altro, anche il cielo facea guerra a
tutti. Nè si dee tralasciare che _Guido conte_ di Montefeltro[297] coi
Forlivesi e Faentini costrinse coll'assedio la terra di Bagnacavallo
a rendersi al comune di Forlì. Ma in essa città di Forlì Paganino
degli Argogliosi e Guglielmo degli Ordelaffi, de' principali d'essa
città, passando di buona intelligenza co' Bolognesi[298], tentarono
di farvi mutazione di stato; e una notte a questo fine attaccarono il
fuoco al palazzo del pubblico. Ma, accorso il popolo, nè potendo essi
resistere alla piena, se ne fuggirono cogli altri Guelfi a Firenze,
dove si studiarono di sommuovere quel comune contra di Forlì. Secondo
la Cronica di Parma, l'uscita dei Guelfi da Forlì accadde nell'anno
seguente.